I Miei Libri

I Miei Libri

sabato 28 marzo 2020

Silver Nightmares


SILVER NIGHTMARES – The Wandering Angel
Autoproduzione
Genere: AOR/ Progressive Rock
Supporto: ep – 2020


In un periodo epocale come questo ascoltare musica può essere un ancora di speranza ed un modo sano per divagarsi. La musica, tutta, non tradisce mai, è sempre con noi e ben venga anche quella di nuovi artisti che ci fanno ascoltare qualcosa di diverso.
I Silver Nightmares si formano a Palermo nel 2018 con Gabriele Esposito (basso), Alessio Maddaloni (batteria) e Gabriele Taormina (tastiere). Iniziano subito a registrare materiale proprio, in un misto fra suoni Hard, Metal e Prog con influenze  Genesis,  Dream Theater, Opeth, Foreigner e Judas Priest. Tanta carne al fuoco dunque e lo stile proposto ne viene inevitabilmente contagiato. 
“The Wandering Angel” è l’ep d’esordio, e narra di un uomo che nella vita perde la sua strada spirituale.  Dicono gli artisti nella loro bio: “Un angelo errante, proveniente da una stella lontana, la stella della vita, cade giù dal cielo ed inizia il proprio percorso di contaminazione sulla terra. Eroi del passato, personaggi impavidi e scaltri del presente, ma il vero metro della sua ricerca sarà il viaggio nell'universo...”.
Per le registrazioni delle sei canzoni contenute nell’album si avvalgono dell’ausilio di special guest locali come Simone Bonomo (voce), Michele Vitrano (voce), Mimmo Garofalo (chitarra), Tody Nuzzo (chitarra), Davide Severino  (tromba) e “Ace of Lovers” Giulio Maddaloni (flauto).
Ed è proprio la tiltle track  “The Wandering Angel” ad aprire l’album, un AOR leggero con i piedi su due staffe, gli anni ’80 ed il Prog di oggi. La ricerca per le melodie la fa da padrona, bella la voce e semplici le parti strumentali. Più ricercate le partiture corali, ben curate e vera sorpresa del brano, arricchito nel finale da un breve e gustoso assolo di chitarra elettrica. I Porcupine Tree fanno capolino.
“D.D. (Dick Dastardly)” è un personaggio dei cartoni animati di Hanna & Barbera, il pilota di aerei cattivo che non riesce mai a prendere quel maledetto piccione! Giocoso anche il brano nell’incedere, arricchito dai fiati, tromba e flauto, uno dei momenti più Prog dell’album con cambi di tempo e viaggi fra gli strumenti. Le tastiere colloquiano a dovere con le chitarre  e tutto sembra svanire in un lampo. Qui il gruppo palesa l’alchimia che esiste fra i componenti, pur essendo una band giovane e ai primi passi.
Elettronica apre “Light Years Away”, il suono s’ indurisce nuovamente , la ricerca vocale e gli effetti su di essa fanno inevitabilmente venire alla mente “Rage For Order” dei Queensryche, ancora una volta a sottolineare la cultura musicale dei componenti. Si ritorna al Prog con gli arpeggi ed il flauto di “David The King”, quasi un occhiata al Folk del passato. Ancora una volta la prova vocale è notevole per interpretazione e dedizione.
Per “Dame Nature” mi riallaccio a “Light Years Away” e posso definitivamente dire che finalmente in Italia una volta tanto si può ascoltare una buona voce, solitamente pecca delle nostre band. Qui in alcuni momenti si fa il verso a Messiah Marcolin (Candlemass) e a Geoff Tate (Queensryche). A mio gusto personale è il brano migliore dell’ep, anche strumentalmente parlando.
Si chiude con la versione Radio Edit di “The Wandering Angel”.
Nulla da aggiungere, solo complimenti per il carattere e la voglia di esprimere una musica che oggi è quasi d’élitte, ma evidentemente anche il suo futuro è in buone mani.
Largo ai giovani. MS



domenica 22 marzo 2020

Marcello Capra


MARCELLO CAPRA – Aria Mediterranea
MU
Genere: Folk/Prog – Virtuoso
Supporto: lp – 1978


Uscire con un album di Progressive Rock nel 1978, quando il genere va scemando e per giunta tutto strumentale, è a dir poco coraggioso. Tuttavia si sa, chi ama la musica e la suona non è che sta a guardare ne il periodo e neppure il genere, un artista si sente libero, l’artista si sente esente da classificazioni in quanto tale. Marcello Capra è il chitarrista della storica band Prog anni ’70 Procession, e debutta in questo anno con il suo album solista “Aria Mediterranea”  e non a caso nomen omen. La musica che scaturisce dalla sua chitarra è Etno Folk Prog, una passeggiata fra fronde di verde, aria e profumi, quelli della nostra terra. Un viaggio culturale nel nostro stivale, fra acqua e terra.
Con lui suonano Claudio Montafia (flauto), Giovanni Vigliar (violino), Angelo Girardi (basso) e Mario Astarita (percussioni e vibrafono). Girardi suona con Capra nei Procession, mentre altri artisti fanno parte del circuito torinese di Arti & Mestieri, Venegoni & Co ed Esagono.
Il disco è composto da otto brani, tutti intenti a sollazzare l’ascoltatore fra carezze sonore e tele di suoni immaginifici. Tutto scorre senza impegno, la musica è orecchiabile e riesce a trasmettere le sensazioni che il musicista prova nel suonarla, cosa non da tutti i giorni. La tecnica adoperata da Capra è eccellente, anche se non è mai fine a se stessa ma a disposizione del brano che a volte è Folk, altre più antico (quasi madrigalesco) ed altre ancora più Etno. Per chi lo conoscesse posso dire che John Mclaughlin fa capolino di tanto in tanto fra alcune note.
Ascoltato oggi “Aria Mediterranea” sembra non essere scalfito dal tempo, è veramente una prerogativa assoluta di chi propone cose valide, inattaccabili dal tempo. Il suono si conserva alla perfezione, così l’impegno emotivo di chi ci suona, un lavoro sentito e sincero, lontano dallo stress e da logorii di sorta. Una specie di bolla in cui tutto attorno passa, scivola e se ne va. La copertina ci presenta un gabbiano che vola, altra giusta intuizione per rappresentare graficamente il contenuto dell’album, che personalmente mi fa tornare alla memoria un altro importante disco per il Progressive Italiano degli anni ’70, “Essere O Non Essere?” de Il Volo.
Nel 1994 viene ristampato in cd dalla Mellow Records con dieci inediti aggiunti con il titolo “Imaginations”.
Non servono altre parole, quando la musica parla da sola. MS

giovedì 12 marzo 2020

Rozz & Roll


ROZZ & ROLL – Calm Down
Elevate Records
Distribuzione : GT Music Distribution
Genere: Hard Rock
Supporto: cd – 2020


Chi segue il buon Metal italiano conosce sicuramente il nome di Diego Reali, chitarrista dei DGM ed Hevidence. Nel progetto Rozz & Roll, Reali suona con Rey Noman (basso, cori) e Simone Tomei (batteria), un power trio che esordisce con un Hard Rock potente spalmato in undici brani contenuti in questo album intitolato “Calm Down”.
Sottolineo subito,  in quanto ci tengo in maniera importante, che ascoltare nel 2020 del buon vecchio e ruvido Hard Rock mi sembra quasi un miracolo. In una società mordi e fuggi, con micro-mode temporanee, ritrovarlo in salute è sorprendente e allo stesso tempo esplicativo del fatto che se una cosa è di valore, essa non conosce fine. E come deve essere fatto questo famigerato Hard Rock? Ovviamente di Rock grezzo, proprio come il nome che il trio si è dato, “Rozzo”, duro, tuttavia aperto a soluzioni compositive che restano in qualche modo stampate nella mente.
Voce graffiante e ruvido riff sin dall’iniziale “Run”, sono tre ma riescono ad arrangiare il brano in maniera importante. Impossibile rimanere fermi durante l’ascolto, il riff è ancora più alto nel finale, trascinato in un assolo di chitarra al fulmicotone, eppure la melodia è gradevolissima e di sicuro questo pezzo in sede live squarcia in due. Piccoli sprazzi di Punk in “Missing Song”, la band dimostra una notevole duttilità oltre che una amalgama che molti possono solo che sognare.
Un momento più standard giunge con “Everyday”, una bella vetrina per l’interpretazione vocale di Reali, qui tagliente e ruvido. Questa strada è stata intrapresa ad esempio anche da colossi come Motorhead, ma la musica dei Rozz & Roll risulta più diretta e allo stesso tempo paradossalmente ricercata. La tecnica strumentale fuoriesce ancora di più nell’intro di “Rollin’ All The Time” il tutto sopra un roboante basso. E’ il Rock!
Si salta ancora in aria all’ascolto del ritmo di “Up & Down”, strage di timpani. “Back In Bed” è una storia che sa di anni ’80, quando certo Metal si incrociava con l’Hard Rock. C’è anche allegria che spunta fuori da ogni nota in “Calm Down”, brano che potrebbe benissimo fuoriuscire dalla discografia dei Jet e scusate se è poco.
I giochi si fanno più impegnativi con “Wonderful”, qui si esibiscono le doti dei tre elementi, compreso l’assolo di chitarra a spettinare. “Revolution” è variegata, canzone nel contesto introspettiva, anche se il ritmo sale per poi riscendere, un bel mix emotivo. Ma i Rozz & Roll non hanno pietà di noi e proseguono imperterriti a martellarci con riff granitici, a tratti cadenzati e in altre occasioni più fast. Il disco si conclude con il brano più intenso e lungo dell’album, “Vshedooman” con i suoi sette minuti di Hard Rock bollente.
“Calm Down”  è un prodotto italiano che da la purga a tanto materiale estero. Facciamo però una cosa, fingiamo che non sapete che sono italiani perché so bene che l’erba del vicino è sempre la più verde, ma qui amici miei c’è poco da fare, è un gran disco. Quando volete portare un esempio sul genere musicale in questione, presentate all’ascolto “Calm Down”, è perfetto. MS

sabato 7 marzo 2020

Celtic Frost

CELTIC FROST - Into The Pandemonium
Noise Records
Genere: Death – Black Metal
Supporto: 1987 – lp


Amo gettarmi dentro alcune sfide sonore che hanno tracciato un epoca, ma che allo stesso tempo segnano la fine di una band. Gruppi che hanno modificato le coordinate di un genere, in questo caso il Black Metal, con grandi idee non al momento apprezzate dai fans, addirittura tacciando la band di “tradimento” ma che negli anni si scopre vero e proprio punto di riferimento per generi a venire.
La vita dei svizzeri Celtic Frost non è di certo semplice e lineare.
Il trio nasce a Zurigo nel 1984 ed esordisce con un vero e proprio must, quel “Morbid Tales” ancora oggi  molto ricercato anche fra i collezionisti di vinile. Tom Gabriel Fischer (voce, chitarra, logo, artwork, produttore) ne è il leader indiscusso, con il suo cantilenare graffiante e monotono soltanto spezzato di tanto in tanto da quel “Uh!” gutturale che diviene nel tempo loro marchio di fabbrica.
Il trio si completa con Martin Eric Ain (basso, effetti, produttore) e Stephen Priestly  (batteria, percussioni). Il look è quello delle band Metal nordiche, con tanto di face paint, borchie, pelle e catene, non si lascia adito a dubbi su quello che il gruppo può proporre musicalmente. Nel tempo cambia anche il look, verso una sterzata Glam, questo accade con il disco “Cold Lake” nel 1988,  ma già i fans stanno loro girando le spalle da tempo. Ma vediamo il perché.
Ho accennato a “Morbid Tales”, devastante e corrosivo album di Black Metal classico, quello che il 90% delle persone considera “rumore”. Nasce dunque il mito underground, fra i metallari girano le cassette, allora prototipo di nostrano ed odierno “You Tube”. Il passaparola si faceva così, fra amici e a mano. Ebbene in breve tempo i Celtic Frost hanno un buon seguito, “To Mega Therion” (1985) è la conferma ufficiale, un album irriverente, con in copertina un Cristo adoperato dal diavolo come fionda, un album nel suo genere perfetto, nero come la pece. Fra i due lavori c’è un buon ep dal titolo “Emperor's Return” (1985). Ma Tom Gabriel “Warrior” non è una persona che si accontenta di quello che da, vuole fare di più, sfida, cerca, vuole stupire e creare nuovi innesti nella musica. Ecco nascere  “Into The Pandemonium”, un album che va ascoltato e capito nel contesto anno 1987, perché ascoltato oggi può  non indurre a stupore. Invece lo stupore c’è, chi nel 1987 ha miscelato Disco, Death, Black, Doom Metal estremo, drum machine,  sinfonia e lirica assieme? Sono generi completamente distanti l’uno dall’altro ed ecco dunque lo stupore dell’ascoltatore dinanzi ad un risultato quantomeno per i tempi fuorviante. Invece a seguire, moltissimi altri gruppi hanno saccheggiato questo album e fatto di esso una propria carriera. Meravigliosa la copertina gatefuld, un  dettaglio tratto dal Trittico del Giardino delle delizie di Hyeronimus Bosch.
L’album si apre con una cover dei Wall of Voodoo, “Mexican Radio” per poi passare alla malinconica e lamentosa “Mesmerized”, primi (anche se moderati) segni di sperimentazione che di li a poco arriveranno, ma prima la devastante canzone Celtic Frost dal titolo “Inner Sanctum”, un classico. Ed ecco il primo pugno allo stomaco all’ascoltatore, “Tristesses De La Lune”, canzone archi e voce in francese, quella femminile di Manü Moan. Ci pensa “Babylon Fell” a far tirare un sospiro di sollievo al fans Celtic, ma è solo una mera illusione. Si passa ad un Doom lamentoso intervallato da Death classico con “Caress Into Oblivion (Jade Serpent II)” ed a “One In Their Pride (Porthole Mix)”, quest’ultima pezzo dance fatto con la drum machine! Rumori si susseguono con voci codificate e violini dissonanti! Niente più chitarre distorte. Genialità od incoscienza?
I Celtic Frost si fanno perdonare con un classico che sarà anche il singolo di questo album “I Won't Dance (The Elders Orient)” e comunque sempre distante dal modus operandi di “Morbid Tales”. Giunge a questo punto il Metal Doom lirico con accompagnamento di voce femminile di “Rex Irae (Requiem)”, territorio dove band come Therion hanno costruito una carriera. Il clamoroso disco si conclude con corni, orchestra e Doom grazie a “Oriental Masquerade”, ed è veramente il pandemonio!
Questo album personalmente mi ha fatto capire negli anni ’80 che il Metal può essere comunque una strada parallela al Progressive Rock, perché in esso transitano degli artisti che sfidano le regole, forse più dei Progghettari stessi! Personalmente la musica mi deve dare emozione, stupire e far pensare, non mi accontento solo di canzoni da canticchiare, vanno bene anche quelle, ma non ho piacere come l’ ho all’ascolto di dischi epocali come “Into The Pandemonium”, anche se non capiti o di facile assimilazione. MS


Vitral


VITRAL – Entre As Estrelas
Masque Records
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2017




Il sud America ha da sempre dimostrato con giusto orgoglio come ha assimilato il genere Progressive Rock. Ha rielaborato con la propria cultura questo modo di comporre e di presentarsi, sia a livello musicale che di copertine o di struttura dei brani con le immancabili suite. La solarità della loro terra trasla nella musica, riuscendo a far realizzare dischi di notevole fattura. Tutto ciò ovviamente a partire dagli anni ’70 sino ad arrivare ai nostri giorni. La staffetta ha sempre funzionato nel tempo e quindi anche oggi si può godere di questo genere che sembra non conoscere un vero e proprio tramonto, salvo in alcuni momenti passati. Oggi più che mai il suono rivive e sull’onda delle nuove leve, anche le passate ritornano con inaspettato entusiasmo.
La band Vitral è di Rio De Janeiro in Brasile ed è il progetto di Eduardo Aguillar a tutti gli effetti può considerarsi un super-gruppo. Infatti il quartetto è composto oltre che da Aguillar (tastiere, basso) anche da Claudio Dantas  dei Quaterna Rèquiem (batteria, percussioni), Marcus Mora dei storici Bacamarte (flauto) e Luiz Zamith (chitarra).L’attenta Masque Records non poteva farsi sfuggire un bocconcino così prelibato.
Il disco si intitola “Entre As Estrelas” e prende forma da vecchie registrazioni che vanno dal 1983 al 1985 di Eduardo ritrovate nel tempo in un suo archivio. Quello che quindi doveva essere un lavoro solista è diventato oggi un lavoro di gruppo.
L’edizione cartonata è godibile anche grazie all’artwork di Claudio Dantas con la supervisione di Gustavo Sazes, e qui fuoriesce alla visione ancora una volta potente il messaggio “Qui dentro c’è del Progressive Rock”. Si va sul sicuro.
Il disco è suddiviso in tre canzoni, due di media durata e una mega-suite di cinquantadue minuti, a conferma di quanto detto nella prefazione.
La musica dei Vitral è colorata, piena, calda e molto spesso spensierata, questo lo si evince già dall’iniziale “Pètala De Sangue”. Ricordo che questo è un album completamente strumentale, una scelta che non sempre appaga le vendite, in quanto il pubblico sempre più spesso ama il brano da cantare, ma qui signori miei stiamo parlando di Progressive Rock e che Progressive Rock! E avanti dunque con tastiere dappertutto, un sound che avvolge l’ascoltatore abbracciato anche dal caldo suono del flauto.
Per inquadrarvi il sound della band posso avvicinarveli alla nostrana PFM sotto vari aspetti, ma soprattutto nella suite “Entre As Estrelas” i Vitral dimostrano di conoscere un po’ tutta la storia del genere, avendone da esso assorbito larga parte e in alcuni frangenti anche arricchito con del Rock Psichedelico, proprio come nell’inizio del brano. Ottimo anche il lavoro della chitarra elettrica. L’irresistibile fascino del flauto traverso nel Rock porta comunque sempre a momenti di alta emotività, specie quando si alterna proprio con la chitarra elettrica. Vorrei anche sottolineare la qualità sonora della registrazione, nitida, dove gli strumenti non si confondono , bensì si distaccano l’uno dall’altro donando all’ascolto la giusta profondità. Ma tornando alla suite in esame, ci sono spazi per tutti i musicisti, anche per le ritmiche, dove è evidente l’intesa fra il basso e la batteria, questo dona sicurezza alla band che si esprime al meglio. Compare spesso anche l’alone del New Prog e come potrebbe non essere così visto che i brani ritrovati sono proprio dell’inizio anni ’80. Questo è evidente soprattutto nell’uso delle tastiere, quei giri alla Clive Nolan (Pendragon) o alla Mark Kelly (Marillion) tanto per intenderci.
A chiudere “Vitral”, un madrigale elegante dall’incedere regale, uno sbalzo spazio temporale.
I brasiliani Vitral ci fanno fare una scorpacciata di musica Prog, questa farà la gioia di ogni fans del settore, un menù ricco e variegato ed il conto se andiamo a vedere è davvero basso. Buon rapporto qualità prezzo dunque, ed un servizio ineccepibile. Da avere. MS

lunedì 2 marzo 2020

Sintonia Distorta


SINTONIA DISTORTA – A Piedi Nudi Sull’Arcobaleno
Lizard Records
Genere: Hard Prog
Supporto: cd – 2020


La band di Simone Pesatori ritorna all’attenzione del Prog fans dopo il buon esordio intitolato  "Frammenti D'Incanto" (2015). Siamo al cospetto di un Hard Prog importante, un filone che in Italia non è mai stato troppo approfondito ma che ha un passato nobile come quello proposto dal Biglietto Per L’Inferno. Non sempre le sonorità rudi dell’Hard Rock o del Metal hanno messo d’accordo tutti i sostenitori delle composizioni articolate e cosiddette “nobili”, eppure quando l’equilibrio delle cose è perfetto, spesso nascono grandi lavori.
I Sintonia Distorta oggi sono formati da Simone Pesatori (voce), Claudio Marchiori (chitarra), Giampiero Manenti (tastiere), Fabio Tavazzi (basso), Giovanni Zeffiro (batteria) e Marco Miceli (flauto, sax). Sotto la produzione del grande artista e scrittore Fabio Zuffanti i Sintonia Distorta ci propongono sei tracce impacchettate in un artwork ricco di immagini, colori, foto e testi. Si coadiuvano nelle registrazioni di importanti special guest, il maestro Mauro Penacca con il coro de I Musici Cantori di Milano, Paolo Viani, Luca Colombo e Roberto Tiranti.
Il titolo dell’album è perfetta fotografia dell’ascolto, colori e suoni si passano la staffetta mentre l’ascoltatore si lascia invadere dalla vibrazione dei suoni che salgono dentro al corpo maggiormente se proprio si hanno i piedi nudi. Il contatto con il suolo a pelle è differente, così la propagazione.
I dieci minuti iniziali di “Solo Un Sogno (…Dimmi Che Ti Basta)” raccontano questo e molto altro, mostrano una band rodata e perfettamente oliata in ogni reparto, mentre la splendida voce di Roberto Tiranti (Labyrinth, Mangala Vallis), è gradita ospite. Un arpeggio di chitarra in stile Pendragon si intreccia con il flauto di Miceli, mentre le atmosfere pacate accompagnano i testi importanti di Pesatori. Importante il lavoro delle tastiere, mentre le chitarre alternano sonorità Hard a quelle più pacatamente sensibili. Nell’ascolto si possono anche estrapolare suggerimenti giunti dai lontani anni ’70.
Arriva la title Track” A Piedi Nudi Sull’Arcobaleno” con Luca Colombo ospite alla chitarra. La musica dei Sintonia Distorta è ligia alla formula canzone, le melodie sono importanti, rispettano il cuore mediterraneo della nostra musicalità, per questo restano bene impresse alla mente durante l’ascolto. L’enfasi è palpabile, così la fantasia riesce a scatenarsi fra colori e note.
“Alibi” si apre ancora con il flauto, strumento che fa da ponte fra il passato ed il presente, i cambi di tempo sono più visibili ed una gradevole punta di Folk traspare fra le note. Bella la parte strumentale centrale del brano a dimostrazione della succitata amalgama dei componenti. La voce calda di Pesatori in tutto il disco resta equilibrata, mai sgraziata e forzata e finalmente lo possiamo dire, il Prog Italiano ha una nuova carta da giocarsi, dopo molte “stecche” del passato, vero e proprio tallone d’Achille del genere.
Chitarra acustica e voce per “Sabri”, ballata riflessiva ed intimistica, un momento per rifiatare e lasciarsi coccolare. Ed è la volta di “La Rivincita Di Orfeo”, una delle mie preferite dell’album, corale, maestosa e rispettosa del passato, il tutto racchiuso in dieci minuti. Buono l’apporto del chitarrista ospite Paolo Viani dei storici Black Jester e a proposito di questa band, i Sintonia Distorta chiudono l’album proprio con una cover di un loro brano intitolato “Madre Luna” (“Mother Moon”) tratta da “Diary Of A Blind Angel” del 1992. Qui importante è l’arrangiamento ed il contributo de I Musicisti Cantori di Milano diretti dal maestro Mauro Penacca.
Si denota all’ascolto una notevole maturazione da parte della band sotto ogni profilo, i Sintonia Distorta da oggi alzano l’asticella, per fare questo serve coraggio e capacità, dedizione e prove oltre che ispirazione compositiva adeguata. La mia analisi sembra all’apparenza semplicistica, ma così non è, e tengo a sottolineare ancora una volta che il lavoro paga e fa piacere vedere nuove leve impegnarsi per dare all’ascoltatore nel 2020 ancora buona musica che di certo necessita di ascolti attenti e maturi. Bellissimo disco. MS

sabato 29 febbraio 2020

Crayon Phase


CRAYON PHASE – Two Undred Pages
Progressive Promotion Records / G.T. Music
Genere: Metal Progressive
Supporto: cd – 2019


Esistono artisti che amano un genere musicale in maniera viscerale, e c’è chi ama più generi dimostrandosi amanti della musica in senso totale. I tedeschi (Ruhr) Crayon Phase sono ascoltatori totali e spaziano molto fra l’Hard Rock, il Rock Progressivo ed il Neo Prog. Esordiscono discograficamente nel 2013 con un concept di settanta minuti intitolato WITHIN MY RECOLLECTION (3Hund Records) parlando di debolezze umane e desideri. Ritornano oggi con la seguente line up: Raphael Gazal (voce), Wolfgang Bahr (chitarra), Arne Groschel (batteria), Frank Wendel (tastiere) e Peter Damm (basso).
Tutta l’esperienza musicale dei singoli componenti trasuda fra le note dei brani che qui sono nove per una durata totale di 70 minuti abbondanti. Riescono ad unire con sorprendente semplicità la musica Prog del passato, fra sinfonie e tutto quello che gli anni ’70 ci hanno regalato, con le nuove leve Progressive del cosiddetto Neo Prog. In parole povere si possono estrapolare influenze Genesis Yes miscelate con quelle di Marillion, Saga, Porcupine Tree, Spock’s Beard e molto altro ancora. Tuttavia la band gode di buona personalità, perché il tutto è assimilato e trasformato dalle menti dei componenti stessi.
“Two Undred Pages” è un altro concept album, questa volta basato sulla storia di un uomo che si sveglia tutte le mattine senza mai sapere cosa è successo il giorno prima. E’ consapevole di essere affetto da amnesia anterograda per questo motivo si ritrova sfruttato da una associazione criminale per coinvolgerlo continuamente in attività penali. Ma l’idea di farsi un diario personale lo aiuta molto… Il resto scopritelo voi.
La consueta ed elegante confezione cartonata che contraddistinguono i prodotti Progressive Promotion Records è ancora una volta impeccabile, così il suo libretto all’interno. Le atmosfere visivamente si presentano oscure, in tal senso il “Prologue”  si adopera, fra narrazione e suoni che lasciano presagire scene da film d’azione di stampo black. Per chi li conoscesse dico che le tastiere richiamano certi intro della one man band Ayreon. Sopraggiungono gli undici minuti di “Two Undred Pages” con un inizio stile Dream Theater “Metropolis Part1”. C’è energia ma allo stesso tempo tanta cura per le melodie, un Progressive gradevole e spazioso, ricco di cambi di tempo e di emozioni. “Turn Of Fortune” si presenta con una introduzione elettronica ed un riff pesante, Hard Rock che lascia subito luce al Prog di stampo classico. Le parti strumentali sono molto curate e bene arrangiate, il suono è dunque ampio ma anche d’impatto. “Procession / Empty Grave” ha anche nelle tastiere un accenno di “Felona E Sorona” delle nostrane Orme, ovviamente questo è un mio parere, non l’intento del gruppo. Il brano si incammina comunque nel sentiero Metal Prog  più classico.”Paralyzed” descrive sensazioni più grevi, anche se nei ritornelli strumentali delle tastiere tutto acquista magniloquenza. Tutto il disco procede in questa direzione, anche se tengo a sottolineare la mini suite “Retrospective”, davvero colma di elementi per poter godere a 380 della musica.
Nel sound dei Crayon Phase c’è tutto quello che un amante totale della musica si attende da un concept. Mai banale, sempre rispettosa dei tempi passati e moderni, un lavoro davvero grande che va premiato almeno con la vostra curiosità. Cercatelo. MS




giovedì 27 febbraio 2020

Il Bacio Della Medusa


IL BACIO DELLA MEDUSA – Seme
AMS
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2018


Nei pressi delle placide acque del Trasimeno nel settembre del 2002 si forma una delle band Progressive Rock più interessanti del suolo italiano, Il Bacio Della Medusa. Il genere proposto è fortemente avvinghiato a quello che sono i stilemi degli anni ’70, con tanto di cambi di tempo, flauto, assolo di chitarra, e nel caso specifico anche di Hard Prog. Personalmente ci riscontro molto il sound di band come De De Lind,  Biglietto Per L’Inferno etc. etc.
“Seme” è il quarto disco da studio dopo “Il Bacio Della Medusa” (2004), “Discesa Agl'Inferi D'Un Giovane Amante” (2008) e “Deus Lo Vult” (2012), tutti album in crescendo qualitativo inesorabile e di buon livello a dimostrare le capacità sia compositive che esecutive di un gruppo affiatato ed amante della musica vintage. Ad oggi sono formati da Simone Cecchini (voce, chitarra), Diego Petrini: (batteria, tastiere), Federico Caprai (basso), Simone Brozzetti (chitarra elettrica), Eva Morelli (flauto, sax) e Simone "Il Poca" Matteucci (chitarra).
Il passato dunque si mostra fra le note delle composizioni, ma anche il presente per personalità ben distinta, questo lo si denota non solo in tutti gli album del gruppo umbro, ma anche in quest’ultimo ad iniziare da “Seme”, Hard Prog robusto e viscerale, cantato con voce ruvida e decisa da Simone Cecchini, ottimo interprete, sempre più sicuro del proprio strumento dietro al microfono.
Non si resta indifferenti al dolce flauto in “La Sonda” e neppure durante l’assolo di synth dal sapore PFM. Una semiballata che tocca le corde del Prog fans.
Sale il ritmo in “5 e 1_4…Fuori Dalla Finestra Il Tempo E’ Dispari”, esempio di Jazz Rock che si lancia in scorribande strumentali, ed ecco che i soliti noti fuoriescono dalla memoria, Perigeo, Area, Arti & Mestieri, Agorà, in definitiva la crema del genere, ma anche in questo caso i BDM sanno come trattare il materiale con il proprio marchio.
I brani sono tutti di media e lunga durata in un totale di nove tracce.
Un passo all’interno del giocoso mondo della canzone italiana datata arriva in “Sveglia!!!”. “Non facciamoci più prendere in giro e la sveglia suonerà”. Un esortazione che ha si dell’ironico nella stesura del brano, ma è soprattutto un sostanziale monito nei testi.
Si prosegue nel suono moderno di “Animatronica Platonica”, i BDM mostrano tutti i lati del loro carattere. “Sudamerica” riscalda l’anima, proprio come il sole che la bacia, altra ballata comunque interpretata vocalmente con vigore e consapevolezza. “Uthopia…Il Non Luogo” è un breve strumentale che dimostra la pasta dei BDM fra scorribande strumentali e la voglia di libertà, tutto questo porta a “Sentieri Di Luce”, uno dei miei momenti preferiti. Probabilmente ho un debole atavico per il flauto nel Rock.
Il disco si chiude con un altro strumentale, questa volta dal titolo “Animaemotica”, altro momento che prediligo e un applauso per la coralità su elevate vette.
“Seme” è un disco che tiene i piedi su due staffe, fra passato e presente, un connubio che da anni funziona perché prende uno spicchio di pubblico ampio e soprattutto preparato. Che il termine musica “colta” non spaventi, perché in fin dei conti quello che contano sono le emozioni e qui se ne trovano a bizzeffe. MS



martedì 25 febbraio 2020

Ulver

ULVER – Wars Of The Roses
K Scope
Genere: Dark Ambient Metal
Supporto: cd – 2011



Chiarisco subito che io sono un annoso amante di band quali Anathema, Katatonia, Opeth, Porcupine Tree, Blackfield, per cui il genere lo apprezzo in maniera forse anche poco obbiettiva. Non vi nascondo neppure che non sono mai stato un grande sostenitore di questo trio che a mio modo di vedere ha avuto una discografia discontinua, a differenza delle band sopraccitate.
Ho apprezzato molto l’evoluzione stilistica dei norvegesi, questo si, il loro coraggio e lo stile con cui lo hanno fatto, tuttavia alcuni dischi di transizione ci sono stati.
Come gli Anathema, Ulver diventano sempre più minimali ed intimistici, tanto da farmi chiedere perché ancora si portano dietro l’epiteto di band Metal (una volta addirittura Black Metal).
Kristoffer Rygg ama sempre spiazzare il proprio ascoltatore e secondo me con questo “War Of The Roses” ci riesce nuovamente, ancora un passo evolutivo rispetto “Shadow Of The Sun”.
Le sonorità oscure ed antiche che abbiamo ascoltato nel 2007 lasciano spazio a del personale Post Rock moderno ed alla Psichedelia che gioca un ruolo importante. Ho notato anche un fatto interessante, la produzione del disco è di John Fryer, gia con Depeche Mode e Cocteau Twins, questo qualcosa vorrà pur dire!
Tanta malinconia fra le note, ma anche del Pop Rock, come nell’iniziale “Febraury MMX”. “War Of The Roses” riesce a far scaturire molteplici stati d’animo, persino a commuoverci come nella conclusiva “Stone Angels”.
Gli Ulver non sono mai stati banali, in quanto profondi e questo sguardo verso la Psichedelia lascia gia intendere il futuro percorso evolutivo della band. Ma vuoi vedere che i “lupi” ci fregheranno un'altra volta? Ben venga, certo è che questa musica è da ascoltare seduti e comodi, in quanto la mente viene offuscata e rapita, per cui c’è il rischio di cadere. Rispetto altri, questo lo ritengo un disco transitivo, ma forse mi sbaglio perché gli Ulver, da veri artisti, suonano solo quello che amano e sentono al momento, fregandosene di tutto e di tutti. Chi non ce lo dice che prima o poi tornino al Black Metal iniziale?
Consigliato a chi ama lasciarsi strappare l’anima! (MS)

giovedì 20 febbraio 2020

IQ


IQ – Resistance
Giant Electric Pea
Genere: Neo Prog
Supporto: 2cd – 2019


Sono cresciuto anche con la musica degli IQ. 
Li ho difesi a spada tratta negli anni ’80 quando molti li criticavano e stroncavano per essere cloni inutili dei Genesis. Oggi invece si osannano proprio quei dischi, “Tales From The Lush Attic”, The Wake” e poi il ritorno clamoroso dopo lo stop temporaneo del leader cantante Peter Nicholls, “Ever”. Vogliamo poi dire di “Subterranea?, doppio cd e doppio capolavoro concept. Gli IQ hanno sempre saputo reinventarsi, anche quando gli anni ’80 richiedevano un tipo di musica completamente differente dal Prog. Sono stati capaci di sopperire alla mancanza di Nicholls e a questa moda con grandissima dignità, sfornando due lavori come “Nonzamo” (1987) e “Are You Sitting Comfortably?”, dischi che hanno fatto si discutere, ma di grande finezza. Il Prog fans ha comunque assorbito l’urto per poi liberare un grido di gioia all’arrivo del 1991 di “Ever”. Da li in poi la band ha saputo barcamenarsi molto bene con altri lavori di spicco, come “The Seventh House” (2000), e “Dark Matter” (2004). Ma da qui qualcosa non ha più funzionato, l’abbandono di Martin Orford (tastierista storico) non fa passare la band in maniera indenne. Seguono altri lunghi lavori come “Frequency” (2009) e  “The Road Of Bones” (2014), ma piano piano scema l’intensità, anche se ancora stiamo parlando di buoni dischi, o perlomeno dignitosi. Avrete notato che in questo brevissimo sunto gli anni che intercorrono fra un disco e l’altro sono sempre abbastanza sostanziosi, questo perché la band inglese si è sempre presa i suoi tempi per realizzare le idee, proprio per attingere al meglio.
Passano cinque anni per arrivare a quest’ultimo doppio cd “Resistance”. L’attesa è sempre la stessa, così le aspettative, anche se i sentori dell’ultimo decennio hanno fatto da campanello d’allarme. Gli IQ bene si esibiscono in sede live, anche se una polmonite ha lasciato qualche strascico nella voce di Nicholls.
Finalmente ho “Resistance” nelle mani. Doppio cd, come ultimamente ci hanno abituati. 
Come di moda in questo periodo, per i collezionisti dico anche che esiste la versione in triplo vinile. Il primo brano “A Missile” lo conosco già, in quanto uscito nel web come apripista e mi fotografa una band  granitica, martellante e sempre pilotata dalla voce quasi narrante di Nicholls. Un brano senza infamia e senza lode che tuttavia mostra anche un altissima professionalità, anche in fase d’incisione. Tutto lascia presagire un ascolto quantomeno gradevole, ma così non è. Il disco prosegue sulla falsa riga senza picchi emotivi, con una voce quasi monocorde ed un cantato eccessivo che non lascia spazio a quei momenti strumentali che hanno fatto la storia degli IQ. Si insiste troppo sulle ritmiche martellanti. Mancano le melodie vincenti, quelle che ti restano stampate indelebilmente nella mente. Un flop. Il primo cd non mi piace. Meglio il secondo, specie nella suite finale “Fallout”. Due sono le suite, un'altra è “The Great Spirit Way”.
Niente, tutto mi lascia molto indifferente, mentre sono certo che chi approccia gli IQ con questo disco per la prima volta, dirà che io non capisco nulla.  I fans della band come me però mi hanno capito, ne sono certo! MS


sabato 15 febbraio 2020

Balletto Di Bronzo

BALLETTO DI BRONZO - YS
Polydor

Genere: Progressive Rock
Supporto: LP - 1972



Nello sterminato universo di microband Progressive italiane degli anni '70 dove uno potrebbe smarrirsi, IL BALLETTO DI BRONZO è sicuramente un ottimo punto di riferimento. Grandi strumentisti, Vito Manzari (basso), Giancarlo Stringa (batteria), Lino Ajello (chitarra) e Gianni Leone (voce e tastiere) sono gli autori di ' Ys'.
Dopo il buon 'Sirio 2222' (1970) ecco l'inserimento in line-up di Gianni Leone alle tastiere e voce, e viene alla luce questo lavoro molto originale nel genere. Interessanti gli inseguimenti tra gli strumenti ed ottimi gli arrangiamenti, unica pecca forse rimane la voce. 'Ys' comunque è un disco di non facile assimilazione, o per lo meno non rimane in mente al primo ascolto, questo può essere un pregio ma dipende da come uno considera la musica, de gustibus...
E' certo comunque che rimane musica per la mente, da assaporare con il tempo e da apprezzare soprattutto per le sue scelte intricate e sperimentali. Analizzando il concept incontriamo l' 'Introduzione', 'Primo Incontro', 'Secondo Incontro', 'Terzo Incontro ed 'Epilogo', in più nella nuova ristampa in CD (1994) troviamo come bonus-track 'La Tua Casa Comoda' che si discosta totalmente dall'intero lavoro rimanendo una canzone da hit piuttosto commerciale e quindi dissonante nel contesto.
Voci femminili come sirene ed un organo ci accolgono in 'Introduzione' (15 minuti), intricato pezzo farcito da tastiere e cambi di tempo che danno spazio a frangenti violenti al limite dell'Hard Rock con ritmiche veloci, chitarre elettriche ed effetti di moog (strumento purtroppo quasi estinto). Gianni Leone è il trainer. 'Primo Incontro' non è altro che il proseguo del brano precedente con le sue dure schitarrate supportate da una ritmica a dir poco assillante. 'Secondo incontro' comincia con Gianni che interpreta i testi in maniera a tratti fredda ed a tratti pacata in modo quasi dissonante ma perfettamente amalgamato al brano il quale, nemmeno a dirlo, alterna i soliti momenti forti ad altri più calmi. Ci sono persino contaminazioni jazz. Comunque sia, nel contesto generale, non possiamo proprio dire che siamo di fronte ad un Prog romantico....
Grande ispirazione compositiva pregna di variazioni accompagna insomma tutto questo lavoro che però mi sento di consigliare solamente a coloro che fanno della sperimentazione e dell'estro la loro ragion di vita. La qualità sonora è più che sufficiente ed allora , mettiamoci le cuffie, e lasciamoci trasportare da questo viaggio alienante e vorticoso.
Quando la musica non ha tempo.... MS


lunedì 10 febbraio 2020

Intervista ARENA

Ho avvicinato una delle più grandi realtà New Progressive inglesi ! Tanta carne al fuoco per gli Arena.
Rispondono John Mitchell (chitarrista) e Clive Nolan (tastierista).
 


Ciao Ragazzi, “Live & Life” è il vostro ennesimo live, sembra che amiate molto produrre dischi dal vivo, come mai?
   Clive:  Ciao, devi sapere che abbiamo raccolto moltissimo materiale durante il nostro ultimo tour e questo oltre che essere un’ ottima testimonianza di quello che è stato il Contagion tour è anche un ringraziamento ai nostri Fans!

 Quindi suppongo che questo sia valido anche per il dvd “Caught In The Act “ …
 John: Esatto,  in esso potrete guardare il meglio di Contagion seguito anche da una selezione dei nostri migliori pezzi di sempre. Inoltre poterete vedere anche un intervista fatta a Clive ed a Mick Pointer (batterista), la nostra biografia, la discografia, photo gallery, immagini per  desktop ed altro.

 Il fatto che avete trovato stabilità nel gruppo migliora il rendimento, “Contagion”, “Contagious” e “Contagium” sono lavori molto completi, ma dobbiamo attenderci novità in ambito di line –up o possiamo restare tranquilli?
  Clive:  Possiamo soltanto sperare (risate…nda)

 Clive, personalmente ritengo “Mea Culpa” uno dei tuoi pezzi più belli di sempre, veramente toccante e colmo di fascino, come lo hai concepito?
 Clive:  Questa canzone è scaturita durante il periodo della malattia di mio padre…. un momento in cui mi sono sentito frustrato ed isolato!

Rob Sowden sembra aver rotto il ghiaccio del debutto con un grande gruppo, ora sembra più sicuro dei suoi mezzi, potrà mai in futuro scrivere qualche canzone anche lui o si accontenta solo di interpretarle?
 John:  Attualmente i brani sono concepiti da Clive, Mick e me, sembra che questo connubio funzioni bene.  Rob non ha interesse reale di entrare nel processo compositivo degli Arena ed anche noi  non desideriamo rompere questo sound che si è creato facendo partecipare troppa gente.

 La scaletta di “Live & Life” è veramente ottima, avete scelto alcuni dei brani più belli di sempre, come è nata?
 John:  E’ stato veramente semplice realizzara, praticamente è la  setlist del tour “Contagion” con la giunta di brani scelti dai nostri fans scrutinati nel nostro sito web. In verità avremmo voluto suonare tutto, ma questo è impossibile! 

 Avete prodotto molti dischi dal vivo fra dvd e cd rispetto la discografia in studio, forse vi ritenete di più una live band?
 John:  Bene, secondo me è sempre un piacere avere documentata una fase determinata della nostra carriera, una band dal vivo saggia il vero successo, inoltre il piacere è grande se le cose vanno particolarmente bene. Poi come ti dicevo in precedenza è anche un ringraziamento ai fans. Realisticamente parlando i live servono soprattutto a tenere ben oliate certe funzioni della macchina Arena, certi meccanismi di intesa si approfondiscono e poi il lato economico ne riceve giovamenti ed i soldi racimolati ci servono per rimanere in vita come gruppo. E poi noi siamo i migliori dal vivo! (risate)

John, come ascoltato nel multimedia extras di “Contagium” e “Contagious” te la cavi bene nel cantare, potremmo mai ascoltare una tua prestazione in un brano da studio?
John:  Grazie molto.  Mi fa piacere, ma non sono il cantante degli Arena e credo anche che sia improbabile che ciò accada. Ti spiego, queste linee vocali sono un espediente per far capire a Rob come deve essere strutturato il brano, far capire a lui come si protrae la melodia. Non nascondo che comunque mi piace cantare, ma la mia unica funzione in questa band è puramente quella del chitarrista.

 I testi delle vostre canzoni sono sempre molto curati, ma le copertine dei cd lo sono ancora di più, come decidete di realizzarle?
 John:  E’ Clive che detta le coordinate generali del concept, i suoi umori , le sensazioni e poi assieme ai testi le fornisce a  David Wyatt. Alla fine il suo lavoro viene visionato dal gruppo.

 Durante i concerti, quale è stata la data che vi ha più gratificato?
 John:   Hmmmm... bella domanda.  Mi viene pensato il concerto  al Borderiij in Olanda perché lì abbiamo fatto sold-out  con 200 persone fuori la porta!.  Oltretutto mi ricordo che l’ amperaggio della mia chitarra  funzionava particolarmente bene, come non mai! Veramente un gran bel concerto.

Clive, apriamo una piccola parentesi personale, diciamo ai nostri lettori che tu sei un tastierista dai mille impegni, Pendragon, Stranger On A Train, Medicine Man, Shadowland, per non parlare poi delle collaborazioni (due su tutte quelle con Ayreon ed Oliver Wakeman), potresti elencarci eventuali novità con questi progetti se ci sono?
Clive:  Si, ci sono altri progetti in serbo (e ti pareva…nda), uno l’ ho appena iniziato ed è il terzo capitolo dei  Stranger On A Train. Lo stile trattato è quello alla ELO , in più sto provando la mia mano anche in un musical e in un romanzo. Ma non posso dirti di preciso quando perché tutte queste cose necessitano di tempo, tanto tempo.

 Visto che mi trovo apro anche una parentesi per i grandi Pendragon, la tua navicella madre, possiamo attenderci un dvd anche per loro?
 Clive:  Sono sicuro di si.  Da poco, Nick Barrett ed io stiamo pianificando un concerto in Polonia a gennaio per registrare un doppio dvd... che dovrebbe essere uno sballo.  Ci sarà tutta la nostra musica più bella scritta in 25 anni di carriera!

 E tu John, hai in serbo qualche nuova collaborazione?
  John : Si, attualmente sto lavorando con John Beck degli It Bites  e Pete Travawas (Marillion), su un progetto chiamato 'Kino '. 

Torniamo agli Arena, John Jowitt è stato in formazione per un certo periodo, tu se ti dessero l’opportunità suoneresti negli IQ?
  John:  Abbastanza improbabile, credo…, ma visto che oggi siamo in vena di rivelazioni posso darti ancora una nuova anticipazione, John Jowitt suonerà ancora una volta il basso con noi al Rosfest negli States per il nuovo anno.  Ian non può venire causa altri impegni, ma questa situazione sarà solamente provvisoria, sia chiaro.

 Ogni periodo ha una sua magia musicale, gli anni ’70 su tutti, lo sappiamo, ma cosa è successo di magico nei primi anni ’80 per far nascere la New Progressive, solo nostalgia o qualcos’altro?
  John:  Probabilmente la fine del punk, lo stesso che ha causato la morte del Progressive verso la fine degli anni ’70! Ancora una volta si sono aperte le porte a questo meraviglioso genere.

  Avete mai pensato di fare un album completamente strumentale?
 John: Accidenti, no, non lo abbiamo mai considerato perché noi siamo un gruppo capitanato da un cantante, sarebbe francamente bizzarro, ma ho imparato che nella vita non bisogna mai dire mai!

 Personalmente ho notato che i brani più belli e carichi di emozioni che avete scritto, sono quelli che riconducono ad influenze Pinkfloydiane (“The Hanging Tree” su tutte), è una mia sensazione o è uno dei gruppi che amate di più?
 John: E’ vero, i Pink Floyd sono fra i gruppi che amiamo di più. Personalmente mi ispiro molto al modo di suonare la chitarra di D. Gilmour..  Ma non solo Floyd, anche It Bites, Queen, Tool, la lista è infinita….

Cosa manca a questo genere musicale per divenire più popolare, pensi che sia poco trattato dai media, oppure è il Progressive stesso ad essere troppo “intellettuale” e complicato, dunque causa dei suoi mali?
 John:  Non credo.  Penso che sia un genere di culto a causa della sua versatilità. Questa è una musica eclettica che richiede gusti eclettici. Se facciamo un sondaggio vediamo che in generale la gente non vuole una musica troppo cervellotica ma piuttosto una che sia orecchiabile, da ascoltare anche al bar senza troppi impegni.

 Dove sono più famosi gli Arena?
 John:  Erm...  non desidero  favorire alcun paese in particolare…non è bello, ma....l’ Olanda è quello che ci ama di più dal vivo, ci permette di fare più date, mentre la Germania è quella che ci da più vendite discografiche, questa è la verità, che nessuno l’abbia a male.

 Clive, Se ti dicessero di buttare via tutte le tastiere tranne una, quale terresti e perché?
Clive:  Il Korg 01/Wfd probabilmente vincerebbe:  è come un amico anziano...  L’ ho usato molto e lui ha usato me, c’è feeling fra di noi! Tuttavia, ho da poco preso l’ultimo Korg Tritone e mi sono completamente innamorato ! Fammi la stessa domanda ancora l'anno prossimo!! (risate)

 L’accostamento costante che la critica fa nei vostri confronti ai Marillion comincia a darvi fastidio, visto che poi ora suonano cose completamente differenti dalle vostre, oppure lo ritenete sempre un complimento?
John:  Giusto quello che dici, lo riteniamo un vero complimento perché è un gruppo che amiamo molto , ma è anche vero che non fanno più nulla di simile al nostro stile.

 John, hai ascoltato il nuovo album dei Marillion?  Che cosa ne pensi?
 John:  Ad essere sincero Pete (il bassista dei Marillion) mi ha dato una copia del disco ma devo confessare che ancora non ho trovato un ritaglio di tempo da dedicargli. Giuro di colmare la lacuna al più presto.

 Conoscete la nuova scena italiana Progressiva, c’è qualcosa che gradite?
 John:  Scusa la mia ignoranza ma quando ascolto musica Prog generalmente non l’ associo con le nazioni. Della scena italiana amo molto i Lacuna Coil ( spero che siano italiani altrimenti ho fatto proprio una bella figura….).

 Quali errori hanno commesso gli Arena, se ce ne sono stati, che vorreste cancellare?
 John:  Emm...... forse abbiamo speso, o meglio investito troppi soldi per la realizzazione dell’album “The Visitor”.  E  poi  anche i miei pantaloni tartan erano un errore (risate)

Cosa è più difficile per un compositore, cercare di rinnovarsi oppure cercare di mantenere ciò che al pubblico piace?
 Clive:  Non penso che un compositore debba preoccuparsi troppo di queste cose, credo sempre che debba fare ciò che gli piace e che debba guardare avanti ma buttare anche con un occhio al passato. Riservatezza e fede nel genere sono la giusta strada.

 Nella musica  New Progressive, per la gran parte dei casi, si ascoltano atmosfere tendenti al triste, questo fatto è richiesto dalla teatralità del genere stesso oppure agli argomenti trattati spesso ispirati alla realtà?
 John: Se ci fai caso, tutte le più belle canzoni del mondo sono quelle tristi.  Le sensibilità e la malinconia  sono alcune delle più grandi emozioni che si generano dagli avvenimenti che ci accadono durante il corso  della nostra vita. Questo vale per tutta la musica e dunque anche per il Progressive.

 Quale sono il genere di domande che odiate?
  John:  Odiamo quelle tipo: “ Ma dove trovate tutto questo tempo per fare tutte queste cose?”  La risposta è semplice, lo troviamo normalmente, facciamo soltanto musica altrimenti faremmo un altro mestiere!

 Un saluto ai vostri fans italiani?
  John:  Ciao Italia!!!  L’anno prossimo verremo anche nel vostro bel paese, aspettateci impazienti così come lo siamo noi!  Nel frattempo, spero che gradiate il nostro nuovo  “Pepper’s Ghost” !