In
un periodo epocale come questo ascoltare musica può essere un ancora di
speranza ed un modo sano per divagarsi. La musica, tutta, non tradisce mai, è
sempre con noi e ben venga anche quella di nuovi artisti che ci fanno ascoltare
qualcosa di diverso.
I
Silver Nightmares si formano a Palermo nel 2018 con Gabriele Esposito (basso), Alessio
Maddaloni (batteria) e Gabriele Taormina (tastiere). Iniziano subito a
registrare materiale proprio, in un misto fra suoni Hard, Metal e Prog con
influenzeGenesis,Dream Theater, Opeth, Foreigner e Judas
Priest. Tanta carne al fuoco dunque e lo stile proposto ne viene
inevitabilmente contagiato.
“The
Wandering Angel” è l’ep d’esordio, e narra di un uomo che nella vita perde la
sua strada spirituale. Dicono gli
artisti nella loro bio: “Un angelo errante, proveniente da una stella lontana,
la stella della vita, cade giù dal cielo ed inizia il proprio percorso di
contaminazione sulla terra. Eroi del passato, personaggi impavidi e scaltri del
presente, ma il vero metro della sua ricerca sarà il viaggio nell'universo...”.
Per
le registrazioni delle sei canzoni contenute nell’album si avvalgono
dell’ausilio di special guest locali come Simone Bonomo (voce), Michele Vitrano
(voce), Mimmo Garofalo (chitarra), Tody Nuzzo (chitarra), Davide Severino (tromba) e “Ace of Lovers” Giulio Maddaloni
(flauto).
Ed
è proprio la tiltle track“The Wandering
Angel” ad aprire l’album, un AOR leggero con i piedi su due staffe, gli anni
’80 ed il Prog di oggi. La ricerca per le melodie la fa da padrona, bella la
voce e semplici le parti strumentali. Più ricercate le partiture corali, ben
curate e vera sorpresa del brano, arricchito nel finale da un breve e gustoso
assolo di chitarra elettrica. I Porcupine Tree fanno capolino.
“D.D.
(Dick Dastardly)” è un personaggio dei cartoni animati di Hanna & Barbera,
il pilota di aerei cattivo che non riesce mai a prendere quel maledetto
piccione! Giocoso anche il brano nell’incedere, arricchito dai fiati, tromba e
flauto, uno dei momenti più Prog dell’album con cambi di tempo e viaggi fra gli
strumenti. Le tastiere colloquiano a dovere con le chitarree tutto sembra svanire in un lampo. Qui il
gruppo palesa l’alchimia che esiste fra i componenti, pur essendo una band
giovane e ai primi passi.
Elettronica
apre “Light Years Away”, il suono s’ indurisce nuovamente , la ricerca vocale e
gli effetti su di essa fanno inevitabilmente venire alla mente “Rage For Order”
dei Queensryche, ancora una volta a sottolineare la cultura musicale dei
componenti. Si ritorna al Prog con gli arpeggi ed il flauto di “David The
King”, quasi un occhiata al Folk del passato. Ancora una volta la prova vocale
è notevole per interpretazione e dedizione.
Per
“Dame Nature” mi riallaccio a “Light Years Away” e posso definitivamente dire
che finalmente in Italia una volta tanto si può ascoltare una buona voce,
solitamente pecca delle nostre band. Qui in alcuni momenti si fa il verso a Messiah
Marcolin (Candlemass) e a Geoff Tate (Queensryche). A mio gusto personale è il
brano migliore dell’ep, anche strumentalmente parlando.
Si
chiude con la versione Radio Edit di “The Wandering Angel”.
Nulla
da aggiungere, solo complimenti per il carattere e la voglia di esprimere una
musica che oggi è quasi d’élitte, ma evidentemente anche il suo futuro è in
buone mani.
Uscire
con un album di Progressive Rock nel 1978, quando il genere va scemando e per
giunta tutto strumentale, è a dir poco coraggioso. Tuttavia si sa, chi ama la
musica e la suona non è che sta a guardare ne il periodo e neppure il genere,
un artista si sente libero, l’artista si sente esente da classificazioni in quanto
tale. Marcello Capra è il chitarrista della storica band Prog anni ’70 Procession,
e debutta in questo anno con il suo album solista “Aria Mediterranea”e non a caso nomen omen. La musica che
scaturisce dalla sua chitarra è Etno Folk Prog, una passeggiata fra fronde di
verde, aria e profumi, quelli della nostra terra. Un viaggio culturale nel
nostro stivale, fra acqua e terra.
Con
lui suonano Claudio Montafia (flauto), Giovanni Vigliar (violino), Angelo
Girardi (basso) e Mario Astarita (percussioni e vibrafono). Girardi suona con
Capra nei Procession, mentre altri artisti fanno parte del circuito torinese di
Arti & Mestieri, Venegoni & Co ed Esagono.
Il
disco è composto da otto brani, tutti intenti a sollazzare l’ascoltatore fra
carezze sonore e tele di suoni immaginifici. Tutto scorre senza impegno, la
musica è orecchiabile e riesce a trasmettere le sensazioni che il musicista
prova nel suonarla, cosa non da tutti i giorni. La tecnica adoperata da Capra è
eccellente, anche se non è mai fine a se stessa ma a disposizione del brano che
a volte è Folk, altre più antico (quasi madrigalesco) ed altre ancora più Etno.
Per chi lo conoscesse posso dire che John Mclaughlin fa capolino di tanto in
tanto fra alcune note.
Ascoltato
oggi “Aria Mediterranea” sembra non essere scalfito dal tempo, è veramente una
prerogativa assoluta di chi propone cose valide, inattaccabili dal tempo. Il
suono si conserva alla perfezione, così l’impegno emotivo di chi ci suona, un
lavoro sentito e sincero, lontano dallo stress e da logorii di sorta. Una specie
di bolla in cui tutto attorno passa, scivola e se ne va. La copertina ci
presenta un gabbiano che vola, altra giusta intuizione per rappresentare
graficamente il contenuto dell’album, che personalmente mi fa tornare alla
memoria un altro importante disco per il Progressive Italiano degli anni ’70, “Essere
O Non Essere?” de Il Volo.
Nel
1994 viene ristampato in cd dalla Mellow Records con dieci inediti aggiunti con
il titolo “Imaginations”.
Non
servono altre parole, quando la musica parla da sola. MS
Chi
segue il buon Metal italiano conosce sicuramente il nome di Diego Reali,
chitarrista dei DGM ed Hevidence. Nel progetto Rozz & Roll, Reali suona con
Rey Noman (basso, cori) e Simone Tomei (batteria), un power trio che esordisce
con un Hard Rock potente spalmato in undici brani contenuti in questo album
intitolato “Calm Down”.
Sottolineo
subito, in quanto ci tengo in maniera
importante, che ascoltare nel 2020 del buon vecchio e ruvido Hard Rock mi
sembra quasi un miracolo. In una società mordi e fuggi, con micro-mode
temporanee, ritrovarlo in salute è sorprendente e allo stesso tempo esplicativo
del fatto che se una cosa è di valore, essa non conosce fine. E come deve
essere fatto questo famigerato Hard Rock? Ovviamente di Rock grezzo, proprio
come il nome che il trio si è dato, “Rozzo”, duro, tuttavia aperto a soluzioni
compositive che restano in qualche modo stampate nella mente.
Voce
graffiante e ruvido riff sin dall’iniziale “Run”, sono tre ma riescono ad
arrangiare il brano in maniera importante. Impossibile rimanere fermi durante
l’ascolto, il riff è ancora più alto nel finale, trascinato in un assolo di
chitarra al fulmicotone, eppure la melodia è gradevolissima e di sicuro questo
pezzo in sede live squarcia in due. Piccoli sprazzi di Punk in “Missing Song”,
la band dimostra una notevole duttilità oltre che una amalgama che molti
possono solo che sognare.
Un
momento più standard giunge con “Everyday”, una bella vetrina per
l’interpretazione vocale di Reali, qui tagliente e ruvido. Questa strada è
stata intrapresa ad esempio anche da colossi come Motorhead, ma la musica dei
Rozz & Roll risulta più diretta e allo stesso tempo paradossalmente ricercata.
La tecnica strumentale fuoriesce ancora di più nell’intro di “Rollin’ All The
Time” il tutto sopra un roboante basso. E’ il Rock!
Si
salta ancora in aria all’ascolto del ritmo di “Up & Down”, strage di
timpani. “Back In Bed” è una storia che sa di anni ’80, quando certo Metal si
incrociava con l’Hard Rock. C’è anche allegria che spunta fuori da ogni nota in
“Calm Down”, brano che potrebbe benissimo fuoriuscire dalla discografia dei Jet
e scusate se è poco.
I
giochi si fanno più impegnativi con “Wonderful”, qui si esibiscono le doti dei
tre elementi, compreso l’assolo di chitarra a spettinare. “Revolution” è variegata,
canzone nel contesto introspettiva, anche se il ritmo sale per poi riscendere,
un bel mix emotivo. Ma i Rozz & Roll non hanno pietà di noi e proseguono
imperterriti a martellarci con riff granitici, a tratti cadenzati e in altre
occasioni più fast. Il disco si conclude con il brano più intenso e lungo
dell’album, “Vshedooman” con i suoi sette minuti di Hard Rock bollente.
“Calm
Down” è un prodotto italiano che da la
purga a tanto materiale estero. Facciamo però una cosa, fingiamo che non sapete
che sono italiani perché so bene che l’erba del vicino è sempre la più verde,
ma qui amici miei c’è poco da fare, è un gran disco. Quando volete portare un
esempio sul genere musicale in questione, presentate all’ascolto “Calm Down”, è
perfetto. MS
Amo
gettarmi dentro alcune sfide sonore che hanno tracciato un epoca, ma che allo
stesso tempo segnano la fine di una band. Gruppi che hanno modificato le coordinate
di un genere, in questo caso il Black Metal, con grandi idee non al momento
apprezzate dai fans, addirittura tacciando la band di “tradimento” ma che negli
anni si scopre vero e proprio punto di riferimento per generi a venire. La
vita dei svizzeri Celtic Frost non è di certo semplice e lineare. Il
trio nasce a Zurigo nel 1984 ed esordisce con un vero e proprio must, quel “Morbid
Tales” ancora oggi molto ricercato anche
fra i collezionisti di vinile. Tom Gabriel Fischer (voce, chitarra, logo,
artwork, produttore) ne è il leader indiscusso, con il suo cantilenare
graffiante e monotono soltanto spezzato di tanto in tanto da quel “Uh!”
gutturale che diviene nel tempo loro marchio di fabbrica. Il
trio si completa con Martin Eric Ain (basso, effetti, produttore) e Stephen
Priestly (batteria, percussioni). Il
look è quello delle band Metal nordiche, con tanto di face paint, borchie,
pelle e catene, non si lascia adito a dubbi su quello che il gruppo può
proporre musicalmente. Nel tempo cambia anche il look, verso una sterzata Glam,
questo accade con il disco “Cold Lake” nel 1988, ma già i fans stanno loro girando le spalle da
tempo. Ma vediamo il perché. Ho
accennato a “Morbid Tales”, devastante e corrosivo album di Black Metal
classico, quello che il 90% delle persone considera “rumore”. Nasce dunque il
mito underground, fra i metallari girano le cassette, allora prototipo di
nostrano ed odierno “You Tube”. Il passaparola si faceva così, fra amici e a
mano. Ebbene in breve tempo i Celtic Frost hanno un buon seguito, “To Mega Therion”
(1985) è la conferma ufficiale, un album irriverente, con in copertina un
Cristo adoperato dal diavolo come fionda, un album nel suo genere perfetto,
nero come la pece. Fra i due lavori c’è un buon ep dal titolo “Emperor's Return”
(1985). Ma Tom Gabriel “Warrior” non è una persona che si accontenta di quello
che da, vuole fare di più, sfida, cerca, vuole stupire e creare nuovi innesti
nella musica. Ecco nascere “Into The
Pandemonium”, un album che va ascoltato e capito nel contesto anno 1987, perché
ascoltato oggi può non indurre a
stupore. Invece lo stupore c’è, chi nel 1987 ha miscelato Disco, Death, Black,
Doom Metal estremo, drum machine, sinfonia e lirica assieme? Sono generi
completamente distanti l’uno dall’altro ed ecco dunque lo stupore dell’ascoltatore
dinanzi ad un risultato quantomeno per i tempi fuorviante. Invece a seguire,
moltissimi altri gruppi hanno saccheggiato questo album e fatto di esso una
propria carriera. Meravigliosa la copertina gatefuld, un dettaglio tratto dal Trittico del Giardino
delle delizie di Hyeronimus Bosch. L’album
si apre con una cover dei Wall of Voodoo, “Mexican Radio” per poi passare alla
malinconica e lamentosa “Mesmerized”, primi (anche se moderati) segni di
sperimentazione che di li a poco arriveranno, ma prima la devastante
canzone Celtic Frost dal titolo “Inner Sanctum”, un classico. Ed ecco il primo
pugno allo stomaco all’ascoltatore, “Tristesses De La Lune”, canzone archi e
voce in francese, quella femminile di Manü Moan. Ci pensa “Babylon Fell” a far
tirare un sospiro di sollievo al fans Celtic, ma è solo una mera illusione. Si
passa ad un Doom lamentoso intervallato da Death classico con “Caress Into
Oblivion (Jade Serpent II)” ed a “One In Their Pride (Porthole Mix)”, quest’ultima
pezzo dance fatto con la drum machine! Rumori si susseguono con voci codificate
e violini dissonanti! Niente più chitarre distorte. Genialità od incoscienza? I
Celtic Frost si fanno perdonare con un classico che sarà anche il singolo di questo
album “I Won't Dance (The Elders Orient)” e comunque sempre distante dal modus
operandi di “Morbid Tales”. Giunge a questo punto il Metal Doom lirico con
accompagnamento di voce femminile di “Rex Irae (Requiem)”, territorio dove band
come Therion hanno costruito una carriera. Il clamoroso disco si conclude con
corni, orchestra e Doom grazie a “Oriental Masquerade”, ed è veramente il
pandemonio! Questo
album personalmente mi ha fatto capire negli anni ’80 che il Metal può essere
comunque una strada parallela al Progressive Rock, perché in esso transitano
degli artisti che sfidano le regole, forse più dei Progghettari stessi!
Personalmente la musica mi deve dare emozione, stupire e far pensare, non mi
accontento solo di canzoni da canticchiare, vanno bene anche quelle, ma non ho
piacere come l’ ho all’ascolto di dischi epocali come “Into The Pandemonium”,
anche se non capiti o di facile assimilazione. MS
Il
sud America ha da sempre dimostrato con giusto orgoglio come ha assimilato il
genere Progressive Rock. Ha rielaborato con la propria cultura questo modo di
comporre e di presentarsi, sia a livello musicale che di copertine o di
struttura dei brani con le immancabili suite. La solarità della loro terra trasla
nella musica, riuscendo a far realizzare dischi di notevole fattura. Tutto ciò
ovviamente a partire dagli anni ’70 sino ad arrivare ai nostri giorni. La
staffetta ha sempre funzionato nel tempo e quindi anche oggi si può godere di
questo genere che sembra non conoscere un vero e proprio tramonto, salvo in
alcuni momenti passati. Oggi più che mai il suono rivive e sull’onda delle
nuove leve, anche le passate ritornano con inaspettato entusiasmo.
La
band Vitral è di Rio De Janeiro in Brasile ed è il progetto di Eduardo Aguillar
a tutti gli effetti può considerarsi un super-gruppo. Infatti il quartetto è
composto oltre che da Aguillar (tastiere, basso) anche da Claudio Dantasdei Quaterna Rèquiem (batteria, percussioni),
Marcus Mora dei storici Bacamarte (flauto) e Luiz Zamith (chitarra).L’attenta
Masque Records non poteva farsi sfuggire un bocconcino così prelibato.
Il
disco si intitola “Entre As Estrelas” e prende forma da vecchie registrazioni
che vanno dal 1983 al 1985 di Eduardo ritrovate nel tempo in un suo archivio.
Quello che quindi doveva essere un lavoro solista è diventato oggi un lavoro di
gruppo.
L’edizione
cartonata è godibile anche grazie all’artwork di Claudio Dantas con la
supervisione di Gustavo Sazes, e qui fuoriesce alla visione ancora una volta
potente il messaggio “Qui dentro c’è del Progressive Rock”. Si va sul sicuro.
Il
disco è suddiviso in tre canzoni, due di media durata e una mega-suite di
cinquantadue minuti, a conferma di quanto detto nella prefazione.
La
musica dei Vitral è colorata, piena, calda e molto spesso spensierata, questo
lo si evince già dall’iniziale “Pètala De Sangue”. Ricordo che questo è un
album completamente strumentale, una scelta che non sempre appaga le vendite,
in quanto il pubblico sempre più spesso ama il brano da cantare, ma qui signori
miei stiamo parlando di Progressive Rock e che Progressive Rock! E avanti dunque
con tastiere dappertutto, un sound che avvolge l’ascoltatore abbracciato anche
dal caldo suono del flauto.
Per
inquadrarvi il sound della band posso avvicinarveli alla nostrana PFM sotto
vari aspetti, ma soprattutto nella suite “Entre As Estrelas” i Vitral
dimostrano di conoscere un po’ tutta la storia del genere, avendone da esso
assorbito larga parte e in alcuni frangenti anche arricchito con del Rock
Psichedelico, proprio come nell’inizio del brano. Ottimo anche il lavoro della
chitarra elettrica. L’irresistibile fascino del flauto traverso nel Rock porta
comunque sempre a momenti di alta emotività, specie quando si alterna proprio
con la chitarra elettrica. Vorrei anche sottolineare la qualità sonora della
registrazione, nitida, dove gli strumenti non si confondono , bensì si
distaccano l’uno dall’altro donando all’ascolto la giusta profondità. Ma
tornando alla suite in esame, ci sono spazi per tutti i musicisti, anche per le
ritmiche, dove è evidente l’intesa fra il basso e la batteria, questo dona
sicurezza alla band che si esprime al meglio. Compare spesso anche l’alone del
New Prog e come potrebbe non essere così visto che i brani ritrovati sono
proprio dell’inizio anni ’80. Questo è evidente soprattutto nell’uso delle
tastiere, quei giri alla Clive Nolan (Pendragon) o alla Mark Kelly (Marillion) tanto
per intenderci.
A
chiudere “Vitral”, un madrigale elegante dall’incedere regale, uno sbalzo spazio
temporale.
I
brasiliani Vitral ci fanno fare una scorpacciata di musica Prog, questa farà la
gioia di ogni fans del settore, un menù ricco e variegato ed il conto se
andiamo a vedere è davvero basso. Buon rapporto qualità prezzo dunque, ed un
servizio ineccepibile. Da avere. MS
La
band di Simone Pesatori ritorna all’attenzione del Prog fans dopo il buon
esordio intitolato "Frammenti
D'Incanto" (2015). Siamo al cospetto di un Hard Prog importante, un filone
che in Italia non è mai stato troppo approfondito ma che ha un passato nobile
come quello proposto dal Biglietto Per L’Inferno. Non sempre le sonorità rudi
dell’Hard Rock o del Metal hanno messo d’accordo tutti i sostenitori delle
composizioni articolate e cosiddette “nobili”, eppure quando l’equilibrio delle
cose è perfetto, spesso nascono grandi lavori.
I
Sintonia Distorta oggi sono formati da Simone Pesatori (voce), Claudio
Marchiori (chitarra), Giampiero Manenti (tastiere), Fabio Tavazzi (basso), Giovanni
Zeffiro (batteria) e Marco Miceli (flauto, sax). Sotto la produzione del grande
artista e scrittore Fabio Zuffanti i Sintonia Distorta ci propongono sei tracce
impacchettate in un artwork ricco di immagini, colori, foto e testi. Si
coadiuvano nelle registrazioni di importanti special guest, il maestro Mauro
Penacca con il coro de I Musici Cantori di Milano, Paolo Viani, Luca Colombo e
Roberto Tiranti.
Il
titolo dell’album è perfetta fotografia dell’ascolto, colori e suoni si passano
la staffetta mentre l’ascoltatore si lascia invadere dalla vibrazione dei suoni
che salgono dentro al corpo maggiormente se proprio si hanno i piedi nudi. Il
contatto con il suolo a pelle è differente, così la propagazione.
I
dieci minuti iniziali di “Solo Un Sogno (…Dimmi Che Ti Basta)” raccontano
questo e molto altro, mostrano una band rodata e perfettamente oliata in ogni
reparto, mentre la splendida voce di Roberto Tiranti (Labyrinth, Mangala
Vallis), è gradita ospite. Un arpeggio di chitarra in stile Pendragon si
intreccia con il flauto di Miceli, mentre le atmosfere pacate accompagnano i
testi importanti di Pesatori. Importante il lavoro delle tastiere, mentre le
chitarre alternano sonorità Hard a quelle più pacatamente sensibili. Nell’ascolto
si possono anche estrapolare suggerimenti giunti dai lontani anni ’70.
Arriva
la title Track” A Piedi Nudi Sull’Arcobaleno” con Luca Colombo ospite alla
chitarra. La musica dei Sintonia Distorta è ligia alla formula canzone, le
melodie sono importanti, rispettano il cuore mediterraneo della nostra
musicalità, per questo restano bene impresse alla mente durante l’ascolto. L’enfasi
è palpabile, così la fantasia riesce a scatenarsi fra colori e note.
“Alibi”
si apre ancora con il flauto, strumento che fa da ponte fra il passato ed il
presente, i cambi di tempo sono più visibili ed una gradevole punta di Folk
traspare fra le note. Bella la parte strumentale centrale del brano a
dimostrazione della succitata amalgama dei componenti. La voce calda di
Pesatori in tutto il disco resta equilibrata, mai sgraziata e forzata e
finalmente lo possiamo dire, il Prog Italiano ha una nuova carta da giocarsi,
dopo molte “stecche” del passato, vero e proprio tallone d’Achille del genere.
Chitarra
acustica e voce per “Sabri”, ballata riflessiva ed intimistica, un momento per
rifiatare e lasciarsi coccolare. Ed è la volta di “La Rivincita Di Orfeo”, una
delle mie preferite dell’album, corale, maestosa e rispettosa del passato, il
tutto racchiuso in dieci minuti. Buono l’apporto del chitarrista ospite Paolo
Viani dei storici Black Jester e a proposito di questa band, i Sintonia
Distorta chiudono l’album proprio con una cover di un loro brano intitolato “Madre
Luna” (“Mother Moon”) tratta da “Diary Of A Blind Angel” del 1992. Qui
importante è l’arrangiamento ed il contributo de I Musicisti Cantori di Milano
diretti dal maestro Mauro Penacca.
Si
denota all’ascolto una notevole maturazione da parte della band sotto ogni
profilo, i Sintonia Distorta da oggi alzano l’asticella, per fare questo serve
coraggio e capacità, dedizione e prove oltre che ispirazione compositiva
adeguata. La mia analisi sembra all’apparenza semplicistica, ma così non è, e
tengo a sottolineare ancora una volta che il lavoro paga e fa piacere vedere
nuove leve impegnarsi per dare all’ascoltatore nel 2020 ancora buona musica che
di certo necessita di ascolti attenti e maturi. Bellissimo disco. MS
Esistono
artisti che amano un genere musicale in maniera viscerale, e c’è chi ama più
generi dimostrandosi amanti della musica in senso totale. I tedeschi (Ruhr)
Crayon Phase sono ascoltatori totali e spaziano molto fra l’Hard Rock, il Rock
Progressivo ed il Neo Prog. Esordiscono discograficamente nel 2013 con un
concept di settanta minuti intitolato WITHIN MY RECOLLECTION (3Hund Records)
parlando di debolezze umane e desideri. Ritornano oggi con la seguente line up:
Raphael Gazal (voce), Wolfgang Bahr (chitarra), Arne Groschel (batteria), Frank
Wendel (tastiere) e Peter Damm (basso).
Tutta
l’esperienza musicale dei singoli componenti trasuda fra le note dei brani che
qui sono nove per una durata totale di 70 minuti abbondanti. Riescono ad unire
con sorprendente semplicità la musica Prog del passato, fra sinfonie e tutto
quello che gli anni ’70 ci hanno regalato, con le nuove leve Progressive del
cosiddetto Neo Prog. In parole povere si possono estrapolare influenze Genesis
Yes miscelate con quelle di Marillion, Saga, Porcupine Tree, Spock’s Beard e
molto altro ancora. Tuttavia la band gode di buona personalità, perché il tutto
è assimilato e trasformato dalle menti dei componenti stessi.
“Two
Undred Pages” è un altro concept album, questa volta basato sulla storia di un
uomo che si sveglia tutte le mattine senza mai sapere cosa è successo il giorno
prima. E’ consapevole di essere affetto da amnesia anterograda per questo
motivo si ritrova sfruttato da una associazione criminale per coinvolgerlo
continuamente in attività penali. Ma l’idea di farsi un diario personale lo
aiuta molto… Il resto scopritelo voi.
La
consueta ed elegante confezione cartonata che contraddistinguono i prodotti
Progressive Promotion Records è ancora una volta impeccabile, così il suo
libretto all’interno. Le atmosfere visivamente si presentano oscure, in tal
senso il “Prologue”si adopera, fra
narrazione e suoni che lasciano presagire scene da film d’azione di stampo
black. Per chi li conoscesse dico che le tastiere richiamano certi intro della
one man band Ayreon. Sopraggiungono gli undici minuti di “Two Undred Pages” con
un inizio stile Dream Theater “Metropolis Part1”. C’è energia ma allo stesso
tempo tanta cura per le melodie, un Progressive gradevole e spazioso, ricco di
cambi di tempo e di emozioni. “Turn Of Fortune” si presenta con una
introduzione elettronica ed un riff pesante, Hard Rock che lascia subito luce
al Prog di stampo classico. Le parti strumentali sono molto curate e bene
arrangiate, il suono è dunque ampio ma anche d’impatto. “Procession / Empty
Grave” ha anche nelle tastiere un accenno di “Felona E Sorona” delle nostrane
Orme, ovviamente questo è un mio parere, non l’intento del gruppo. Il brano si
incammina comunque nel sentiero Metal Progpiù classico.”Paralyzed” descrive sensazioni più grevi, anche se nei
ritornelli strumentali delle tastiere tutto acquista magniloquenza. Tutto il
disco procede in questa direzione, anche se tengo a sottolineare la mini suite
“Retrospective”, davvero colma di elementi per poter godere a 380 della musica.
Nel
sound dei Crayon Phase c’è tutto quello che un amante totale della musica si
attende da un concept. Mai banale, sempre rispettosa dei tempi passati e moderni,
un lavoro davvero grande che va premiato almeno con la vostra curiosità.
Cercatelo. MS
Nei
pressi delle placide acque del Trasimeno nel settembre del 2002 si forma una
delle band Progressive Rock più interessanti del suolo italiano, Il Bacio Della
Medusa. Il genere proposto è fortemente avvinghiato a quello che sono i stilemi
degli anni ’70, con tanto di cambi di tempo, flauto, assolo di chitarra, e nel
caso specifico anche di Hard Prog. Personalmente ci riscontro molto il sound di
band come De De Lind, Biglietto Per L’Inferno
etc. etc.
“Seme”
è il quarto disco da studio dopo “Il Bacio Della Medusa” (2004), “Discesa
Agl'Inferi D'Un Giovane Amante” (2008) e “Deus Lo Vult” (2012), tutti album in
crescendo qualitativo inesorabile e di buon livello a dimostrare le capacità
sia compositive che esecutive di un gruppo affiatato ed amante della musica
vintage. Ad oggi sono formati da Simone Cecchini (voce, chitarra), Diego
Petrini: (batteria, tastiere), Federico Caprai (basso), Simone Brozzetti
(chitarra elettrica), Eva Morelli (flauto, sax) e Simone "Il Poca"
Matteucci (chitarra).
Il
passato dunque si mostra fra le note delle composizioni, ma anche il presente
per personalità ben distinta, questo lo si denota non solo in tutti gli album
del gruppo umbro, ma anche in quest’ultimo ad iniziare da “Seme”, Hard Prog
robusto e viscerale, cantato con voce ruvida e decisa da Simone Cecchini,
ottimo interprete, sempre più sicuro del proprio strumento dietro al microfono.
Non
si resta indifferenti al dolce flauto in “La Sonda” e neppure durante l’assolo
di synth dal sapore PFM. Una semiballata che tocca le corde del Prog fans.
Sale
il ritmo in “5 e 1_4…Fuori Dalla Finestra Il Tempo E’ Dispari”, esempio di Jazz
Rock che si lancia in scorribande strumentali, ed ecco che i soliti noti
fuoriescono dalla memoria, Perigeo, Area, Arti & Mestieri, Agorà, in
definitiva la crema del genere, ma anche in questo caso i BDM sanno come
trattare il materiale con il proprio marchio.
I
brani sono tutti di media e lunga durata in un totale di nove tracce.
Un
passo all’interno del giocoso mondo della canzone italiana datata arriva in “Sveglia!!!”.
“Non facciamoci più prendere in giro e la sveglia suonerà”. Un esortazione che
ha si dell’ironico nella stesura del brano, ma è soprattutto un sostanziale
monito nei testi.
Si
prosegue nel suono moderno di “Animatronica Platonica”, i BDM mostrano tutti i
lati del loro carattere. “Sudamerica” riscalda l’anima, proprio come il sole
che la bacia, altra ballata comunque interpretata vocalmente con vigore e
consapevolezza. “Uthopia…Il Non Luogo” è un breve strumentale che dimostra la
pasta dei BDM fra scorribande strumentali e la voglia di libertà, tutto questo
porta a “Sentieri Di Luce”, uno dei miei momenti preferiti. Probabilmente ho un
debole atavico per il flauto nel Rock.
Il
disco si chiude con un altro strumentale, questa volta dal titolo “Animaemotica”,
altro momento che prediligo e un applauso per la coralità su elevate vette.
“Seme”
è un disco che tiene i piedi su due staffe, fra passato e presente, un connubio
che da anni funziona perché prende uno spicchio di pubblico ampio e soprattutto
preparato. Che il termine musica “colta” non spaventi, perché in fin dei conti
quello che contano sono le emozioni e qui se ne trovano a bizzeffe. MS
Chiarisco subito che io sono un annoso amante di band quali Anathema, Katatonia, Opeth, Porcupine Tree, Blackfield, per cui il genere lo apprezzo in maniera forse anche poco obbiettiva. Non vi nascondo neppure che non sono mai stato un grande sostenitore di questo trio che a mio modo di vedere ha avuto una discografia discontinua, a differenza delle band sopraccitate.
Ho apprezzato molto l’evoluzione stilistica dei norvegesi, questo si, il loro coraggio e lo stile con cui lo hanno fatto, tuttavia alcuni dischi di transizione ci sono stati.
Come gli Anathema, Ulver diventano sempre più minimali ed intimistici, tanto da farmi chiedere perché ancora si portano dietro l’epiteto di band Metal (una volta addirittura Black Metal).
Kristoffer Rygg ama sempre spiazzare il proprio ascoltatore e secondo me con questo “War Of The Roses” ci riesce nuovamente, ancora un passo evolutivo rispetto “Shadow Of The Sun”.
Le sonorità oscure ed antiche che abbiamo ascoltato nel 2007 lasciano spazio a del personale Post Rock moderno ed alla Psichedelia che gioca un ruolo importante. Ho notato anche un fatto interessante, la produzione del disco è di John Fryer, gia con Depeche Mode e Cocteau Twins, questo qualcosa vorrà pur dire!
Tanta malinconia fra le note, ma anche del Pop Rock, come nell’iniziale “Febraury MMX”. “War Of The Roses” riesce a far scaturire molteplici stati d’animo, persino a commuoverci come nella conclusiva “Stone Angels”.
Gli Ulver non sono mai stati banali, in quanto profondi e questo sguardo verso la Psichedelia lascia gia intendere il futuro percorso evolutivo della band. Ma vuoi vedere che i “lupi” ci fregheranno un'altra volta? Ben venga, certo è che questa musica è da ascoltare seduti e comodi, in quanto la mente viene offuscata e rapita, per cui c’è il rischio di cadere. Rispetto altri, questo lo ritengo un disco transitivo, ma forse mi sbaglio perché gli Ulver, da veri artisti, suonano solo quello che amano e sentono al momento, fregandosene di tutto e di tutti. Chi non ce lo dice che prima o poi tornino al Black Metal iniziale?
Consigliato a chi ama lasciarsi strappare l’anima! (MS)
Sono
cresciuto anche con la musica degli IQ. Li ho difesi a spada tratta negli anni
’80 quando molti li criticavano e stroncavano per essere cloni inutili dei
Genesis. Oggi invece si osannano proprio quei dischi, “Tales From The Lush
Attic”, The Wake” e poi il ritorno clamoroso dopo lo stop temporaneo del leader
cantante Peter Nicholls, “Ever”. Vogliamo poi dire di “Subterranea?, doppio cd e
doppio capolavoro concept. Gli IQ hanno sempre saputo reinventarsi, anche
quando gli anni ’80 richiedevano un tipo di musica completamente differente dal
Prog. Sono stati capaci di sopperire alla mancanza di Nicholls e a questa moda
con grandissima dignità, sfornando due lavori come “Nonzamo” (1987) e “Are You
Sitting Comfortably?”, dischi che hanno fatto si discutere, ma di grande finezza.
Il Prog fans ha comunque assorbito l’urto per poi liberare un grido di gioia
all’arrivo del 1991 di “Ever”. Da li in poi la band ha saputo barcamenarsi
molto bene con altri lavori di spicco, come “The Seventh House” (2000), e “Dark
Matter” (2004). Ma da qui qualcosa non ha più funzionato, l’abbandono di Martin
Orford (tastierista storico) non fa passare la band in maniera indenne. Seguono
altri lunghi lavori come “Frequency” (2009) e“The Road Of Bones” (2014), ma piano piano scema l’intensità, anche se
ancora stiamo parlando di buoni dischi, o perlomeno dignitosi. Avrete notato
che in questo brevissimo sunto gli anni che intercorrono fra un disco e l’altro
sono sempre abbastanza sostanziosi, questo perché la band inglese si è sempre
presa i suoi tempi per realizzare le idee, proprio per attingere al meglio.
Passano
cinque anni per arrivare a quest’ultimo doppio cd “Resistance”. L’attesa è
sempre la stessa, così le aspettative, anche se i sentori dell’ultimo decennio
hanno fatto da campanello d’allarme. Gli IQ bene si esibiscono in sede live,
anche se una polmonite ha lasciato qualche strascico nella voce di Nicholls.
Finalmente
ho “Resistance” nelle mani. Doppio cd, come ultimamente ci hanno abituati. Come
di moda in questo periodo, per i collezionisti dico anche che esiste la
versione in triplo vinile. Il primo brano “A Missile” lo conosco già, in quanto
uscito nel web come apripista e mi fotografa una bandgranitica, martellante e sempre pilotata
dalla voce quasi narrante di Nicholls. Un brano senza infamia e senza lode che
tuttavia mostra anche un altissima professionalità, anche in fase d’incisione.
Tutto lascia presagire un ascolto quantomeno gradevole, ma così non è. Il disco
prosegue sulla falsa riga senza picchi emotivi, con una voce quasi monocorde ed
un cantato eccessivo che non lascia spazio a quei momenti strumentali che hanno
fatto la storia degli IQ. Si insiste troppo sulle ritmiche martellanti. Mancano le melodie vincenti, quelle che ti restano
stampate indelebilmente nella mente. Un flop. Il primo cd non mi piace. Meglio
il secondo, specie nella suite finale “Fallout”. Due sono le suite, un'altra è “The
Great Spirit Way”.
Niente,
tutto mi lascia molto indifferente, mentre sono certo che chi approccia gli IQ
con questo disco per la prima volta, dirà che io non capisco nulla. I fans della band come me però mi hanno capito, ne
sono certo! MS
BALLETTO DI BRONZO - YS
Polydor Genere: Progressive Rock Supporto: LP - 1972
Nello sterminato universo di microband Progressive italiane degli anni '70 dove uno potrebbe smarrirsi, IL BALLETTO DI BRONZO è sicuramente un ottimo punto di riferimento. Grandi strumentisti, Vito Manzari (basso), Giancarlo Stringa (batteria), Lino Ajello (chitarra) e Gianni Leone (voce e tastiere) sono gli autori di ' Ys'.
Dopo il buon 'Sirio 2222' (1970) ecco l'inserimento in line-up di Gianni Leone alle tastiere e voce, e viene alla luce questo lavoro molto originale nel genere. Interessanti gli inseguimenti tra gli strumenti ed ottimi gli arrangiamenti, unica pecca forse rimane la voce. 'Ys' comunque è un disco di non facile assimilazione, o per lo meno non rimane in mente al primo ascolto, questo può essere un pregio ma dipende da come uno considera la musica, de gustibus...
E' certo comunque che rimane musica per la mente, da assaporare con il tempo e da apprezzare soprattutto per le sue scelte intricate e sperimentali. Analizzando il concept incontriamo l' 'Introduzione', 'Primo Incontro', 'Secondo Incontro', 'Terzo Incontro ed 'Epilogo', in più nella nuova ristampa in CD (1994) troviamo come bonus-track 'La Tua Casa Comoda' che si discosta totalmente dall'intero lavoro rimanendo una canzone da hit piuttosto commerciale e quindi dissonante nel contesto.
Voci femminili come sirene ed un organo ci accolgono in 'Introduzione' (15 minuti), intricato pezzo farcito da tastiere e cambi di tempo che danno spazio a frangenti violenti al limite dell'Hard Rock con ritmiche veloci, chitarre elettriche ed effetti di moog (strumento purtroppo quasi estinto). Gianni Leone è il trainer. 'Primo Incontro' non è altro che il proseguo del brano precedente con le sue dure schitarrate supportate da una ritmica a dir poco assillante. 'Secondo incontro' comincia con Gianni che interpreta i testi in maniera a tratti fredda ed a tratti pacata in modo quasi dissonante ma perfettamente amalgamato al brano il quale, nemmeno a dirlo, alterna i soliti momenti forti ad altri più calmi. Ci sono persino contaminazioni jazz. Comunque sia, nel contesto generale, non possiamo proprio dire che siamo di fronte ad un Prog romantico....
Grande ispirazione compositiva pregna di variazioni accompagna insomma tutto questo lavoro che però mi sento di consigliare solamente a coloro che fanno della sperimentazione e dell'estro la loro ragion di vita. La qualità sonora è più che sufficiente ed allora , mettiamoci le cuffie, e lasciamoci trasportare da questo viaggio alienante e vorticoso.
Quando la musica non ha tempo.... MS
Ho avvicinato una delle più grandi realtà New Progressive inglesi ! Tanta carne al fuoco per gli Arena.
Rispondono John Mitchell (chitarrista) e Clive Nolan (tastierista).
Ciao Ragazzi, “Live & Life” è il vostro ennesimo live, sembra che amiate molto produrre dischi dal vivo, come mai?
Clive:Ciao, devi sapere che abbiamo raccolto moltissimo materiale durante il nostro ultimo tour e questo oltre che essere un’ ottima testimonianza di quello che è stato il Contagion tour è anche un ringraziamento ai nostri Fans!
Quindi suppongo che questo sia valido anche per il dvd “Caught In The Act “ …
John: Esatto,in esso potrete guardare il meglio di Contagion seguito anche da una selezione dei nostri migliori pezzi di sempre. Inoltre poterete vedere anche un intervista fatta a Clive ed a Mick Pointer (batterista), la nostra biografia, la discografia, photo gallery, immagini perdesktop ed altro.
Il fatto che avete trovato stabilità nel gruppo migliora il rendimento, “Contagion”, “Contagious” e “Contagium” sono lavori molto completi, ma dobbiamo attenderci novità in ambito di line –up o possiamo restare tranquilli?
Clive:Possiamo soltanto sperare (risate…nda)
Clive, personalmente ritengo “Mea Culpa” uno dei tuoi pezzi più belli di sempre, veramente toccante e colmo di fascino, come lo hai concepito?
Clive:Questa canzone è scaturita durante il periodo della malattia di mio padre…. un momento in cui mi sono sentito frustrato ed isolato!
Rob Sowden sembra aver rotto il ghiaccio del debutto con un grande gruppo, ora sembra più sicuro dei suoi mezzi, potrà mai in futuro scrivere qualche canzone anche lui o si accontenta solo di interpretarle?
John:Attualmente i brani sono concepiti da Clive, Mick e me, sembra che questo connubio funzioni bene.Rob non ha interesse reale di entrare nel processo compositivo degli Arena ed anche noinon desideriamo rompere questo sound che si è creato facendo partecipare troppa gente.
La scaletta di “Live & Life” è veramente ottima, avete scelto alcuni dei brani più belli di sempre, come è nata?
John:E’ stato veramente semplice realizzara, praticamente è lasetlist del tour “Contagion” con la giunta di brani scelti dai nostri fans scrutinati nel nostro sito web. In verità avremmo voluto suonare tutto, ma questo è impossibile!
Avete prodotto molti dischi dal vivo fra dvd e cd rispetto la discografia in studio, forse vi ritenete di più una live band?
John:Bene, secondo me è sempre un piacere avere documentata una fase determinata della nostra carriera, una band dal vivo saggia il vero successo, inoltre il piacere è grande se le cose vanno particolarmente bene. Poi come ti dicevo in precedenza è anche un ringraziamento ai fans. Realisticamente parlando i live servono soprattutto a tenere ben oliate certe funzioni della macchina Arena, certi meccanismi di intesa si approfondiscono e poi il lato economico ne riceve giovamenti ed i soldi racimolati ci servono per rimanere in vita come gruppo. E poi noi siamo i migliori dal vivo! (risate)
John, come ascoltato nel multimedia extras di “Contagium” e “Contagious” te la cavi bene nel cantare, potremmo mai ascoltare una tua prestazione in un brano da studio?
John:Grazie molto.Mi fa piacere, ma non sono il cantante degli Arena e credo anche che sia improbabile che ciò accada. Ti spiego, queste linee vocali sono un espediente per far capire a Rob come deve essere strutturato il brano, far capire a lui come si protrae la melodia. Non nascondo che comunque mi piace cantare, ma la mia unica funzione in questa band è puramente quella del chitarrista.
I testi delle vostre canzoni sono sempre molto curati, ma le copertine dei cd lo sono ancora di più, come decidete di realizzarle?
John:E’ Clive che detta le coordinate generali del concept, i suoi umori , le sensazioni e poi assieme ai testi le fornisce aDavid Wyatt. Alla fine il suo lavoro viene visionato dal gruppo.
Durante i concerti, quale è stata la data che vi ha più gratificato?
John:Hmmmm... bella domanda.Mi viene pensato il concertoal Borderiij in Olanda perché lì abbiamo fatto sold-outcon 200 persone fuori la porta!.Oltretutto mi ricordo che l’ amperaggio della mia chitarrafunzionava particolarmente bene, come non mai! Veramente un gran bel concerto.
Clive, apriamo una piccola parentesi personale, diciamo ai nostri lettori che tu sei un tastierista dai mille impegni, Pendragon, Stranger On A Train, Medicine Man, Shadowland, per non parlare poi delle collaborazioni (due su tutte quelle con Ayreon ed Oliver Wakeman), potresti elencarci eventuali novità con questi progetti se ci sono?
Clive:Si, ci sono altri progetti in serbo (e ti pareva…nda), uno l’ ho appena iniziato ed è il terzo capitolo deiStranger On A Train. Lo stile trattato è quello alla ELO , in più sto provando la mia mano anche in un musical e in un romanzo. Ma non posso dirti di preciso quando perché tutte queste cose necessitano di tempo, tanto tempo.
Visto che mi trovo apro anche una parentesi per i grandi Pendragon, la tua navicella madre, possiamo attenderci un dvd anche per loro?
Clive:Sono sicuro di si.Da poco, Nick Barrett ed io stiamo pianificando un concerto in Polonia a gennaio per registrare un doppio dvd... che dovrebbe essere uno sballo.Ci sarà tutta la nostra musica più bella scritta in 25 anni di carriera!
E tu John, hai in serbo qualche nuova collaborazione?
John : Si, attualmente sto lavorando con John Beck degli It Bitese Pete Travawas (Marillion), su un progetto chiamato 'Kino '.
Torniamo agli Arena, John Jowitt è stato in formazione per un certo periodo, tu se ti dessero l’opportunità suoneresti negli IQ?
John:Abbastanza improbabile, credo…, ma visto che oggi siamo in vena di rivelazioni posso darti ancora una nuova anticipazione, John Jowitt suonerà ancora una volta il basso con noi al Rosfest negli States per il nuovo anno.Ian non può venire causa altri impegni, ma questa situazione sarà solamente provvisoria, sia chiaro.
Ogni periodo ha una sua magia musicale, gli anni ’70 su tutti, lo sappiamo, ma cosa è successo di magico nei primi anni ’80 per far nascere la New Progressive, solo nostalgia o qualcos’altro?
John:Probabilmente la fine del punk, lo stesso che ha causato la morte del Progressive verso la fine degli anni ’70! Ancora una volta si sono aperte le porte a questo meraviglioso genere.
Avete mai pensato di fare un album completamente strumentale?
John: Accidenti, no, non lo abbiamo mai considerato perché noi siamo un gruppo capitanato da un cantante, sarebbe francamente bizzarro, ma ho imparato che nella vita non bisogna mai dire mai!
Personalmente ho notato che i brani più belli e carichi di emozioni che avete scritto, sono quelli che riconducono ad influenze Pinkfloydiane (“The Hanging Tree” su tutte), è una mia sensazione o è uno dei gruppi che amate di più?
John: E’ vero, i Pink Floyd sono fra i gruppi che amiamo di più. Personalmente mi ispiro molto al modo di suonare la chitarra di D. Gilmour..Ma non solo Floyd, anche It Bites, Queen, Tool, la lista è infinita….
Cosa manca a questo genere musicale per divenire più popolare, pensi che sia poco trattato dai media, oppure è il Progressive stesso ad essere troppo “intellettuale” e complicato, dunque causa dei suoi mali?
John:Non credo.Penso che sia un genere di culto a causa della sua versatilità. Questa è una musica eclettica che richiede gusti eclettici. Se facciamo un sondaggio vediamo che in generale la gente non vuole una musica troppo cervellotica ma piuttosto una che sia orecchiabile, da ascoltare anche al bar senza troppi impegni.
Dove sono più famosi gli Arena?
John:Erm...non desiderofavorire alcun paese in particolare…non è bello, ma....l’ Olanda è quello che ci ama di più dal vivo, ci permette di fare più date, mentre la Germania è quella che ci da più vendite discografiche, questa è la verità, che nessuno l’abbia a male.
Clive, Se ti dicessero di buttare via tutte le tastiere tranne una, quale terresti e perché?
Clive:Il Korg 01/Wfd probabilmente vincerebbe:è come un amico anziano...L’ ho usato molto e lui ha usato me, c’è feeling fra di noi! Tuttavia, ho da poco preso l’ultimo Korg Tritone e mi sono completamente innamorato ! Fammi la stessa domanda ancora l'anno prossimo!! (risate)
L’accostamento costante che la critica fa nei vostri confronti ai Marillion comincia a darvi fastidio, visto che poi ora suonano cose completamente differenti dalle vostre, oppure lo ritenete sempre un complimento?
John:Giusto quello che dici, lo riteniamo un vero complimento perché è un gruppo che amiamo molto , ma è anche vero che non fanno più nulla di simile al nostro stile.
John, hai ascoltato il nuovo album dei Marillion?Che cosa ne pensi?
John:Ad essere sincero Pete (il bassista dei Marillion) mi ha dato una copia del disco ma devo confessare che ancora non ho trovato un ritaglio di tempo da dedicargli. Giuro di colmare la lacuna al più presto.
Conoscete la nuova scena italiana Progressiva, c’è qualcosa che gradite?
John:Scusa la mia ignoranza ma quando ascolto musica Prog generalmente non l’ associo con le nazioni. Della scena italiana amo molto i Lacuna Coil ( spero che siano italiani altrimenti ho fatto proprio una bella figura….).
Quali errori hanno commesso gli Arena, se ce ne sono stati, che vorreste cancellare?
John:Emm...... forse abbiamo speso, o meglio investito troppi soldi per la realizzazione dell’album “The Visitor”.Epoianche i miei pantaloni tartan erano un errore (risate)
Cosa è più difficile per un compositore, cercare di rinnovarsi oppure cercare di mantenere ciò che al pubblico piace?
Clive:Non penso che un compositore debba preoccuparsi troppo di queste cose, credo sempre che debba fare ciò che gli piace e che debba guardare avanti ma buttare anche con un occhio al passato. Riservatezza e fede nel genere sono la giusta strada.
Nella musicaNew Progressive, per la gran parte dei casi, si ascoltano atmosfere tendenti al triste, questo fatto è richiesto dalla teatralità del genere stesso oppure agli argomenti trattati spesso ispirati alla realtà?
John: Se ci fai caso, tutte le più belle canzoni del mondo sono quelle tristi.Le sensibilità e la malinconiasono alcune delle più grandi emozioni che si generano dagli avvenimenti che ci accadono durante il corsodella nostra vita. Questo vale per tutta la musica e dunque anche per il Progressive.
Quale sono il genere di domande che odiate?
John:Odiamo quelle tipo: “ Ma dove trovate tutto questo tempo per fare tutte queste cose?”La risposta è semplice, lo troviamo normalmente, facciamo soltanto musica altrimenti faremmo un altro mestiere!
Un saluto ai vostri fans italiani?
John:Ciao Italia!!!L’anno prossimo verremo anche nel vostro bel paese, aspettateci impazienti così come lo siamo noi!Nel frattempo, spero che gradiate il nostro nuovo“Pepper’s Ghost” !