ILAMB
- Trip To Heaven – Redux
Autoproduzione
Genere: Post Prog Moderno
Supporto: Digital – 2026
La
vita è fatta di sogni, specialmente quando si è giovani, e il pensare al futuro
per volersi realizzare è un obiettivo dell’esistenza. È splendido quando si ha
al proprio fianco un genitore che avalla la tua volontà e che ti sostiene in
questo percorso fatto comunque di insidie, una mano tesa che dà fiducia, perché
la felicità rende l’uomo libero.
Questo
è anche il concept dell’album “Trip To Heaven – Redux”, che rappresenta la
rilettura completa e la ri-attualizzazione sonora dell'opera uscita come album
di esordio nel 2016 del duo ILAMB. Il lavoro sfoggia un nuovo missaggio e
mastering per valorizzare la dinamica audio digitale, inserti di chitarra
riregistrati, sezioni acustiche arricchite e un bilanciamento delle frequenze
concepito per enfatizzare il contrasto tra parti intime e aperture sinfonico-Rock.
ILAMB
è guidato dal polistrumentista, compositore e arrangiatore palermitano Davide
Agnello, che cura chitarre, tastiere, programmazioni, arrangiamenti e gran
parte del songwriting, avvalendosi di collaborazioni vocali e di sezione ritmica
nei singoli brani.
L’introduzione
al percorso è affidata alla strumentale “Start”, con tastiere eteree e suoni
d'ambiente che preparano il terreno all'ascolto, creando un'atmosfera sospesa.
I richiami ai Pink Floyd sono evidenti soprattutto nello slide della chitarra e
negli effetti eco che la circondano. Essa conduce a “Son To Father”, altro
movimento etereo in cui il cantato esprime la consapevolezza del ragazzo
protagonista di non essere più una semplice ombra o un pensiero, ma un'anima
viva nel mondo grazie al padre.
Così
“Father To Son” è complementare al precedente, mostrando una struttura più
solida e matura, sostenuta da una sezione ritmica maggiormente incisiva e
prossima nelle chitarre a “Dogs” sempre dei Pink Floyd, tanto per darvi un
punto di riferimento. Il testo riflette la responsabilità, la protezione, le
speranze e il timore di trasmettere le proprie fragilità alla generazione
successiva. A dir poco bellissimo il lungo solo finale, che farà la gioia di
chi ama questo sound sostenuto e sognante (me compreso).
“King
Of The World”, nei suoi otto minuti abbondanti, si affaccia anche nel mondo dei
Porcupine Tree. Racconta l'onnipotenza illusoria della giovinezza e
dell'egocentrismo ("I want to run all day and see every place..."),
riflettendo l'ambizione smisurata e la sensazione di invincibilità che
caratterizzano una specifica fase della vita. Nella fase centrale il brano si
spezza e diventa psichedelico e avvolgente. È proprio qui che parte una fuga in
stile “Metanoia”, visto che ho nominato la band di Steven Wilson, ma con
tastiere Neo Prog a supporto, a testimonianza che comunque Agnello ha una
personalità ben definita. Un altro interludio psichedelico porta il titolo
“Encounter” e conduce a “Deep Inside”, introdotto da un solo di batteria. Il
basso si fa più presente mentre la chitarra rilascia riff elettrici drammatici
che potrebbero risiedere anche in “Deadwing” (Porcupine Tree). Se siete amanti
dei solo di chitarra adrenalinici, il brano fa al caso vostro; personalmente è
uno dei movimenti che ho maggiormente apprezzato, ottimo anche l'intervento dei
synth.
“My
Imagination” emotivamente alza il tiro e riconduce ancora una volta il sound
nel mondo dei Pink Floyd più toccanti, in cui la chitarra elettrica rilascia un
altro lungo assolo da pelle d’oca. Il finale è affidato alla chitarra acustica…
E ho detto tutto.
Il
terzo interludio s’intitola “Spring” ed è una ballata acustica a sua volta
toccante che mette in evidenza (se ancora ce ne fosse il bisogno) la sensibilità
melodica di Davide Agnello. Segue “Spring (Reprise)”, brano Rock in modalità
“The Division Bell” (Pink Floyd).
Altro
brano dal forte impatto è “The Boy Becomes The Man”, ovviamente in crescendo
sonoro, che tratta il passaggio definitivo dall'innocenza della giovinezza alla
consapevolezza adulta, con l'accettazione dei propri limiti e delle
responsabilità.
Dopo
il breve sound da carillon di “Toys”, è la volta di “It's The Life”, altra
perla melodica e sognante su cui lasciarsi trasportare.
“Heaven”
rappresenta la catarsi, la pace ritrovata e la meta del viaggio (il
"cielo" inteso come stato di quiete spirituale e piena
riconciliazione con se stessi). Altamente Prog, il brano ha interventi sonori
che richiamano il flauto e quanto di sinfonico gli anni ’70 ci hanno donato.
Segue l’immancabile crescendo.
La
chiusura è affidata a “End Of Stars”, bucolica e straziante, con l’immancabile
chitarra elettrica che strizza l’occhio a “Marooned” (Pink Floyd).
L'operazione
Redux di “Trip To Heaven” non è un semplice maquillage sonoro, ma una vera e propria
rifocalizzazione emotiva, il suono ne esce rinvigorito, le dinamiche respirano
e ogni traccia trova la giusta collocazione all'interno dell'architettura
dell'opera. È un disco che richiede un ascolto attento, intimo, preferibilmente
a luci soffuse e senza interruzioni, per lasciarsi trasportare lungo le tappe
di questo viaggio di crescita e riconciliazione. Vorresti non finisse mai. MS
Versione Inglese:


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