I Miei Libri
martedì 29 marzo 2022
D'Virgilio, Morse & Jennings
D'VIRGILIO, MORSE & JENNINGS – Troika
Tutti gli appassionati di Progressive Rock conoscono bene i tre nomi che compongono questo nuovo progetto musicale, ossia D'Virgilio, Morse & Jennings, tuttavia mi rivolgo a chi non segue tanto il genere per cui intraprendo un brevissimo excursus storico.
sabato 26 marzo 2022
Karcius
KARCIUS
- Grey White Silver Yellow And Gold
Autoproduzione
Genere: Hard Prog
Supporto: cd/digital – 2022
Eccomi
nuovamente a parlare di un gruppo musicale canadese, terra ricca di personalità. Il Prog qui ha trovato
non soltanto radici (vedi Rush) ma anche evoluzione (vedi Voivod in campo
Metal), sfornando in continuazione musica quantomeno non convenzionale. I punti
di riferimento europei, soprattutto quelli insegnati da gruppi provenienti
dall’Inghilterra, sono presenti ma assimilati e rielaborati. Uno dei gruppi più
interessanti al riguardo sono i Karcius.
Provenienti
da Montreal si fondano nel 2001 e sono un quartetto inizialmente dedito a del
Jazz Rock e Fusion puramente strumentale. In questo modus operandi realizzano
tre album, “Sphere” (2004 – Unicorn digital), “Kaleidoscope” (2006 - Unicorn
Digital), e “Episodes” (2008 - Unicorn Digital), ma nel 2012 giunge la svolta
all’interno degli equilibri della band, Sylvain Auclair si unisce al basso e apporta
novità con la voce, un inconfondibile elemento Hard che sposta i connotati
fisici e sonori della musica Karcius verso nuovi lidi. In fondo questo è il
vero spirito del Progressive Rock, il mutare. Così la band oggi è composta da Sylvain
Auclair (voce, basso, percussioni),
Thomas
Brodeur (batteria, percussioni), Sébastien Cloutier (tastiere, cori) e Simon
L’Espérance (chitarra, percussioni, tastiere).
“Grey
White Silver Yellow And Gold” è il sesto album formato da sei canzoni, un sequel
di “The Fold” (2018 – Autoproduzione). Anche lo stile resta avvinghiato alle
sonorità più scure e dure del precedente, anche se di tanto in tanto
fuoriescono le radici lontane del Jazz. Dico subito che questo nuovo stile
sonoro piacerà molto ai fans dei Porcupine Tree, Riverside, Leprous e Steven
Wilson. Molto del merito al riguardo ricade proprio sulla produzione sonora da
parte di Tony Lindgren (James LaBrie, Katatonia, Opeth).
La
canzone che inizia il disco intitolata “Parasite” è già il sunto di quanto da
me ora descritto, un suono duro, coinvolgente e scuro avvolge l’ascoltatore
lasciandolo in un limbo sospeso fra destabilizzazione e paura del vuoto.
Lontanissima la band Karcius degli esordi.
Un
arpeggio di chitarra inizia “Supernova” e qui siamo in casa Riverside, in tutto
e per tutto. Un piccolo raggio di luce ci entra nella mente, diramando le
oscure nebbie di “Parasite”. Da rimarcare all’interno un assolo di chitarra
strepitoso anche se breve, dalle origini Pinkfloydiane. Non capisco bene da dove, ma ci sento perfino
infiltrazioni Pain Of Salvation (nella voce sicuro) e Haken.
“The
Ladder” inizia sorniona, mini suite di tredici minuti con riff di chitarra
elettrica psichedelici alla Porcupine Tree, il movimento sonoro è differente da
quanto ascoltato sino ad ora, più meditativo con una prova vocale sopra le
righe, anche se la fuga strumentale è sempre in agguato ma soprattutto
efficace! Finale maestoso grazie all’uso del mellotron e di una coralità
strumentale imponente. “Cosmic Rage” ha un intro di piano e voce con un
incedere più banale rispetto al contesto ascoltato sino ad ora, pur restando
sempre una canzone dai buoni livelli emotivi. Cambia l’ambiente ed il suono in
“Distance Kills”, inizialmente rilassata oltre che gentile, supportata da archi
di sottofondo per poi crescere come i già citati Pain Of Salvation hanno saputo
fare nella loro discografia. A concludere ci attende la suite “A Needle Tree”,
altra piccola gemma sonora in cui vengono palesate le caratteristiche dei
moderni Karcius.
La
band del Québec realizza un ora di musica da centellinare, assorbire e
metabolizzare, il sound moderno del Prog oggi è questo, piaccia o meno
l’evoluzione prosegue con noi o senza di noi. Personalmente amo ascoltare nuove
sonorità e suoni duri, per cui con me si sfonda una porta aperta, a tutti gli
altri consiglio un ascolto preventivo prima dell’acquisto, resta il fatto che “Grey
White Silver Yellow And Gold” è un lavoro che riesce ad emozionare e non è
poco. MS
domenica 20 marzo 2022
Nathan
NATHAN – Uomini Di Sabbia
AMS Records
Genere: Rock Progressivo Italiano
Supporto: cd – 2022
Ancora
nel 2022 il Rock Progressivo Italiano ha ottima salute. Band sorgono giorno
dopo giorno portando nuova linfa vitale al genere che ha goduto di buona salute
negli anni ’70, ma anche oggi sembra non essere domo. I punti di riferimento
sono sempre gli stessi, non si finisce mai di dire grazie a gruppi storici come
Banco Del Mutuo Soccorso, Le Orme, e Premiata Forneria Marconi su tutte,
quest’ultima anche riferimento per la band savonese Nathan. Attivi nell’ambito
musicale dal 1977 Flavio Esposito (tastiere), Bruno Lugaro (voce e basso) e
Fabio Sanfilippo (batteria) formano la band soltanto nel 1997 e suonano brani
altrui come ad esempio quelli dei Genesis o dei Pink Floyd. Oggi sono formati
da Bruno Lugaro (voce), Piergiorgio Abba (tastiere), Giulio Smeragliuolo (chitarre),
Fabio Zunino, Nino Cerruti, Mauro Brunzu (basso), e Luca Grosso, Fabio
Sanfilippo (batteria).
Realizzano
il primo disco in studio nel 2016 e si fanno conoscere al pubblico con
“Nebulosa”. L’interesse attorno alla band si mobilita immediatamente, tanto da
portare i Nathan a comporre il secondo album nel 2018 con la famosa casa AMS
Records, l’album s’intitola “Era”. La vena compositiva sembra essere a questo
punto ispirata poiché già nel 2022 siamo al cospetto di questo nuovo disco dal
titolo “Uomini Di Sabbia”. Considerando che si sono composti nel 1997 direi che
di cose nel tempo ne sono cambiate. Il disco in analisi sfiora anche in certi
frangenti l’Hard Prog, questo per sottolineare l’importanza che hanno le
chitarre all’interno della musica dei Nathan. Non siamo al cospetto di un
concept, bensì di un lavoro legato brano per brano da testi che trattano
argomenti psicologici come la non capacità di ribellione da parte dell’uomo ai
soprusi, oppure della volontà di ribellione dinanzi alle ingiustizie, ogni
brano ha un punto focale su cui concentrarsi. Otto le canzoni, a iniziare da
“Fatti Non Foste” ispirato dalla Divina Commedia di Dante riguardante la
collocazione di Ulisse nell’Inferno. La musica parte vigorosa e con tempi
dispari a dire “siamo Prog al 100% !”. Un perfetto equilibrio fra PFM e Orme
mentre risultano gradevoli gli interventi delle tastiere che riescono ad
apportare un alito di gentilezza. Con un inizio alla Porcupine Tree anni ’90
giunge “Monoliti”, molti i punti di congiunzione con “Impressioni Di Settembre”
e qualche passaggio alla New Trolls, a testimonianza di una totale passione per
il genere nostrano. “Delirio Onirico” getta l’ascoltatore nel mondo dei Genesis
e qui si denotano anche momenti di virtuosismo strumentale. “Il Pianto Del
Cielo” è la canzone più corta dell’album con quattro minuti di melodie prossime
al Neo Prog, mentre la voce di Lugaro mi ricorda in alcuni passaggi quella di
Ivano Fossati.
Nei
quasi dieci minuti di “Madre Dei Sortilegi” lo spettro si amplia, qui la musica
diventa a 360 gradi, vetrina anche per le capacità balistiche dei singoli
componenti. Ancora Porcupine Tree in “Nel Giardino Di Maria”, questa volta li
nomino per il riff di tastiere che bombarda l’ascoltatore in maniera
ripetitiva, qui siamo maggiormente nel campo Rock piuttosto che Prog e comunque
il pezzo non mi dispiace per niente anche perché spezza l’ascolto e rende tutto
più scorrevole. La pacata parte melodica centrale del brano riporta il suono
agli anni ’70 e nuovamente alla PFM ma è un breve momento, i Nathan riprendono
immediatamente il via e vigore. Un pianoforte inizia “L’Acrobata” tracciando
sensazioni malinconiche dalla facile resa, credo che questo possa essere il
singolo dell’album, o almeno un potenziale singolo. Il disco si finisce con la
suite di quindici minuti “Egos”, mio brano preferito, dove i Nathan mettono sul
piatto tutta la preparazione e capacità compositiva.
“Uomini
Di Sabbia” è un disco molto piacevole e dalla lunga storia, un riassunto ben
congeniato di quello che è stato negli anni il Prog in senso generale, tanto
che sento di consigliare questo lavoro a tutti quelli che vogliono
semplicemente ascoltare buona musica, oppure avvicinarsi per la prima volta al
Rock Progressivo Italiano che non smette mai di emozionare, neppure nel 2022.
MS
sabato 19 marzo 2022
Fromuz
FROMUZ
- The Asymmetric Rules
SOE
Records
Genere:
Eclectic Prog
Supporto:
cd – 2022
La
musica ha un fascino tutto suo, immaginifico come avrebbero detto “quelli”
della Premiata Forneria Marconi. In effetti, è così, le note dipingono come dei
pennelli la tela del nostro cervello, dove le note sono i colori e le immagini
si formano a piacimento secondo come siamo messi con l’umore o di fantasia. Per
un musicista è una palestra sia per il suo ego sia per il piacere di creare suoni
che facciano pensare, tutto ciò accade nel fantastico mondo dell’Eclectic Prog,
genere per veri cultori e non adatto ad ascoltatori distratti. Tante le
sonorità che s’incrociano all’interno per un suono davvero assortito. Molti la definiscono
“Musica per la mente”.
Il
Prog in generale ha contaminato negli anni tutto il mondo, addirittura anche l’Uzbekistan,
dove andiamo a conoscere la band Fromuz.
Sono
di Tashkent e si compongono nel 2004 per il volere del chitarrista leader Vitaly
Popeloff e del suo amico bassista Andrew Mara-Novik. Rilasciano nel tempo
cinque album e con il nuovo “The Asymmetric Rules” raggiungono quota sei. A
oggi la band è formata da Albert Khalmurzayev (tastiere, chitarra, armonica,
voce), Evgeniy Popelov (tastiere, voce), Vladimir Badirov (batteria) e
Vitaly
Popeloff (chitarra).
La
musica dei Fromuz nasce spontaneamente, da jam corali, dove ogni componente
mette del proprio per poi limare e legare il tutto assieme, questo per dire che
non esiste in realtà un vero e proprio leader nella band. Il disco è composto
da dieci brani e non manca neppure l’”Overture” che all’ascolto fa volare la
fantasia in alto, come se stessimo ascoltando la colonna sonora di un film
della Disney, questo tanto per farvi capire l’ambientazione. Con “Round And
Round” si affrontano quasi nove minuti dove le chitarre elettriche s’incrociano
con le tastiere in un sound vigoroso sostenuto dalle voci aggressive e le coralità
di supporto. Il cantato è in lingua inglese. Nella musica dei Fromuz si lascia
molto spazio alla fase strumentale, dove la band si trova più a suo agio e si
sente. Dinamici cambi di tempo si susseguono per poi lanciarsi in un motivo più
pacato e orecchiabile. Il suono è pieno, la mente è circondata, peccato
solamente per un’incisione non del tutto nitida da far risultare gli strumenti
troppo vicini fra di loro, manca in parole povere un buon effetto stereo e il
senso di profondità.
Come
in una suite segue adiacente il breve arpeggio di chitarra acustica “Air Dance,
Pt. 1”, dove mi resta impossibile non paragonarlo a “Horizons” dei Genesis. In
una sorta di Neo Prog inizia “Universe”, per poi lanciarsi nel suono duro di
chitarra e basso che dialogano fra di loro come solo certi Tool hanno saputo
insegnare. Come avete potuto notare si è passati da un’overture alla Disney ai
Genesis e poi ai Tool, ecco se non sapete cosa è l’Eclectic Prog qui ne avete
una bella testimonianza. Nuovo breve intro acustico intitolato “Air Dance, Pt.
2” e via di nuovo su scale del pentagramma altalenanti grazie ai dieci minuti
di “Darling”. Tengo tuttavia a sottolineare che di base una melodia da
ricordare c’è sempre, anche se la band si diverte a toccare stili su stili. In
questo caso siamo nel Dark Prog, un cadenzato incedere è supportato dalle voci
e da un riff grezzo oltre che sabbatico. Si è al cospetto di un'altra band? No
sono sempre i Fromuz che spezzano il tutto anche con effetti elettronici, qui
si autori di un bell’effetto stereo. Nelle fughe strumentali la band si esprime ancora una volta ad alti
livelli.
Intanto
la chitarra acustica continua ad arpeggiare in “Air Dance, Pt. 3” e dopo un
minuto e mezzo è la volta di “No End”, una mini suite di dodici minuti
abbondanti ricolmi di storia musicale. Qui il Rock è analizzato in tutto il
complicato percorso storico, ossia ci sono davvero molti anelli generazionali
incastrati fra di loro a testimonianza dell’ottima preparazione culturale dei
singoli componenti. La chitarra si presta al gioco di protagonista affrontando
da solista le melodie senza grandi tecnicismi ma con tanto cuore, come spesso
piace al Prog fans. “R-and-G Time” è ancora destabilizzante con passaggi anni
’30 e tanta rumoristica a melodia zero. Conclude il disco la suite “Wings of
the Fast Lane: Deep Silence / Theme / Man from the Fast Lane / Theme, Pt. 2 /
The Asymmetric Rules”, venti minuti di buona musica, anche Metal Prog, peccato
ancora una volta per i livelli dei suoni.
I
Fromuz non sono geni e neppure sfoderano capolavori, ma credetemi che conoscono
la materia più di molte altre band maggiormente blasonate, non ci credete?
Allora credete alle vostre orecchie e ascoltate. MS
sabato 12 marzo 2022
Odessa
ODESSA – L’Alba Della Civiltà
Locanda Del Vento / Lizard Records
Genere: Rock Progressivo
Supporto: cd – 2022
Mi
sono imbattuto numerose volte in case discografiche italiane dedite a un genere
specifico come il Rock Progressivo Italiano con connotati seventies, la nota
Lizard Records ne ha fatto addirittura un filone specifico chiamandolo “Locanda
Del Vento”. All’interno ho potuto ascoltare band come Ancient Veil, Monjoie, I
Salici e moltissime altre fra le quali spiccano i marchigiani Odessa.
Sembra
ieri il debutto della band di Lorenzo Giovagnoli "Stazione Getsemani”,
invece sono passati inesorabilmente ventitré anni! Il disco fu portato al
successo dai fans del settore che hanno da subito apprezzato certe sonorità
vintage. Il secondo album "The Final Day - Il Giorno Del Giudizio"
arriva dieci anni dopo, ossia nel 2009. Nei due dischi molte le sonorità
prossime all’Hard Prog con riferimenti anche al Jazz Rock, come nel caso dei
tributi agli Area oppure al Prog dei Trip e del Rovescio Della Medaglia. Nomi
importanti questi citati, e chi conosce già gli Odessa è al corrente della
personalità che li contraddistingue, grazie non soltanto alle tastiere, ma
proprio alla bella voce di Lorenzo Giovagnoli che mai si è risparmiata durante
l’esecuzione dei brani.
Sin
dall’impatto visivo dell’artwork si denota immediatamente una continuità con il
passato, la copertina di questo nuovo album intitolato “L’Alba Della Civiltà” è
dello stesso Giovagnoli.
Nel
corso degli anni la line up subisce alcune modifiche sino a giungere ai giorni
nostri formata da Lorenzo Giovagnoli (voce e tastiere), Giulio Vampa (chitarra,
voce), Valerio De Angelis (basso, voce), Marco Fabbri (batteria, voce) e
Gianluca Milanese (flauto traverso).
Otto
le canzoni che compongono l’album, tra le quali due strumentali e una cover
come da tradizione Odessa, questa volta dedicata ai Pooh di “Parsifal” con la
canzone “L’Anno, il Posto, l’Ora” del 1972.
Suono
pulito e cristallino sin dagli arpeggi iniziali del breve intro strumentale
intitolato “La Stanza Vuota”, un colloquio fra chitarra acustica e flauto dal
fascino totalmente vintage. Con “Invocazione” ci s’immerge nel mondo degli
Osanna, flauto compreso, soluzioni datate ma sempre efficienti, una fotografia
ancora fatta con una macchina fotografica e non con un cellulare, quando il
mondo stava progredendo con personalità. Soffermarsi sull'uso vocale di
Giovagnoli è quantomeno dovuto, splendidi vocalizzi che inevitabilmente
richiamano alla memoria quelli femminili
di “The Great Gig In The Sky”, la chitarra elettrica finale conferma di
trovarci nel mondo dei Pink Floyd.
Atmosfere
più rilassate all'inizio di “Di Buio E Luce Parte 2” su una melodia prettamente
italica e per la precisione mediterranea, solare e ariosa con un ritornello ben
congegnato e un immancabile assolo di chitarra da brivido.
“L’Alba
Della Civiltà” ruggisce grazie all’Hammond, un Hard Prog addolcito solamente in
alcuni momenti dagli interventi del flauto di Gianluca Milanese. Non tanto per
la musica ovviamente che piuttosto mi conduce verso la Raccomandata Ricevuta
Ritorno, ma per l’attitudine il brano mi fa venire in mente quel capolavoro
intitolato “Orfeo9 “ di Tito Schipa Jr. forse questo è dovuto non solo ai testi
ma soprattutto alle coralità, in definitiva pieni anni ’70. “L'Organista
Del Bosco” viene ispirata dal disegno interno del pittore Silvano Braido ed è a lui dedicata. Ha una cadenza Folk gradevole e spensierata, il lavoro delle
tastiere è all'epicentro del percorso sonoro. E veniamo ora alla cover di
“L'Anno, Il Posto E L'Ora”, qui si sente il carattere degli Odessa, la spinta
energica che riescono a dare a tutto l’insieme dona al brano una nuova linfa.
Non che i Pooh abbiano bisogno di essere aiutati sotto certi aspetti, ma questo
tributo è davvero onesto e pulito, come l’aria che si respirava all'uscita di
“Parsifal” nel 1972, anni di una bellezza artistica sconcertante. Non posso che
fare i complimenti agli Odessa che non hanno scimmiottato il brano bensì lo
hanno rispettato e pulito. Una menzione anche per la tecnica individuale dei
musicisti, di certo non trascurabile.
“Rasoi”
ha un incedere che potrebbe scaturire anche da una canzone della Premiata
Forneria Marconi, altro orgoglio tipicamente italico sempre poco considerato
dai grande media ed è un autolesionistico peccato. In chiusura giunge
“Nell'Etere”, pezzo più scuro dell’album dove ancora una volta le tastiere e
il flauto dialogano fra loro lasciando la scena soltanto alla voce ricercata di
Giovagnoli. A tal riguardo, ho sempre ritenuto la voce un problema del Rock
Progressivo Italiano, il suo tallone d’Achille, e sono pochi gli esponenti che
mi hanno deliziato con ottime timbriche e idee, i nomi sono i soliti, Demetrio
Stratos, Francesco Di Giacomo, Aldo
Tagliapietra, Luciano Regoli, John De Leo, ma oggi come oggi ci aggiungo
tranquillamente Lorenzo Giovagnoli.
Una
fresca vena compositiva accompagna tutto l’ascolto di “L’Alba Della Civiltà”, è
un disco che sicuramente come minimo sarà candidato al podio per il miglior album
Rock Progressivo Italiano 2022, già me lo sento e il mio sesto senso mi ha
tradito poche volte, almeno in ambito musicale ci ha preso spesso e volentieri.
Complimenti cari Odessa, ma non fateci
attendere altri dieci anni per ascoltare una nuova opera, di questi tempi c’è
sempre più bisogno di bella musica, almeno quella! MS
Simple & Lies
SIMPLE
LIES – Millennial Zombies
Sneakout
Records/Burning Minds Music Group
Distribuzione:
Plastic Head
Genere:
Hard Rock
Supporto:
cd – 2022
L’Hard
Rock in Italia sta vivendo una seconda giovinezza e lo abbiamo visto anche nei
grandi contest. Sappiamo che ogni moda sonora è ciclica, anno dopo anno sorgono
i revival relativi a un periodo o a un genere, tuttavia la durata è limitata.
Ma nel caso dell’Hard Rock o dell’Heavy Metal non è così, semplicemente perché a
iniziare da chi suona, lo vive come un vero e proprio stile di vita, non come
una moda passeggera. Non è soltanto musica quindi, l’Hard Rock è una cultura a
se stante contrariamente a come può pensare la maggioranza della critica o
delle masse. Vivere Hard Rock è affrontare la vita con caparbietà, duramente, non
tirarsi indietro mai avanti ad una difficoltà e il tutto si fa con tanta
personalità. Ovvio che certi atteggiamenti, e alcuni look oltre che il suono
distorto, porta molto pubblico a distanziarsi da esso, questo però è messo in
conto perché come il Blues, e il Rock, l’Hard Rock è un viatico di protesta e
quindi deve necessariamente dare fastidio.
Che
sia uno stile di vita lo sanno benissimo anche i bolognesi Simple Lies, perché
ne hanno respirata di polvere, quella delle strade, infatti, nella loro
carriera hanno girato molto l’Europa e i dintorni, sono andati a suonare in Ucraina
(auguro tutto il meglio alla popolazione straziata da quest’orrenda invasione
da parte di Putin), Russia, Spagna, Francia, Lituania, Lettonia e ovviamente
l’Italia.
Si
formano nel 2006 e registrano due album, “No Time To Waste” nel 2012 e “Let It
Kill" nel 2015. Dopo alcuni avvicendamenti nella line up a oggi per questo
terzo lavoro in studio intitolato “Millennial Zombies” sono formati da Alessandro
Rubino (voce), Alberto Molinari (chitarra), Jam Bognanni (chitarra), Ash
Saboori (basso) e Zak Zucchini (batteria).
L’inquietante
copertina fa capire che in questo millennio siamo tutti zombie
comandati dai telefonini i quali ci tolgono la personalità rendendoci tutti dei
morti viventi. In effetti, dovremmo svegliarci e i Simple Lies ci provano a
farlo grazie alle undici canzoni contenute nell’album. Quello che salta subito
all’orecchio sin dall’ascolto del primo brano “The End”, è la buona qualità
sonora della registrazione. Un’onda elettrica impatta l’ascoltatore ma trattasi
di musica comunque orecchiabile e resa intrigante dall’interpretazione di
Alessandro Rubino, bella voce e capacità interpretative davvero elevate.
Granitico l’attacco di “567 Hate!”, tanta materia all’interno delle note,
fotogrammi del passato si susseguono nella mente durante l’ascolto. I coretti evocano
di molto gli anni ’80 e qui siamo al confine dell’Heavy Metal.
Borbotta
il basso di Ash Saboori nell’attacco di “Mr. Leg Day”, canzone dal ritornello
coinvolgente e dall’andamento allegro. Vetrina per le chitarre è “Weird Uncle”
che inizia proprio stranamente con un assolo di chitarra ficcante mentre
immagino di trovarmi in un album dei Saxon. “Prince Of Darkness” si apre con un
bell’ Ozzy Osbourne che si chiede “Chi ca@@o è Justin Bieber?” Qui tutta l’essenza
del principe delle tenebre, brano prettamente Hard senza deragliare dai binari.
La title track non da respiro, cadenzata in un mid tempo massiccio e un cantato
ficcante. Non manca neppure la ballata di turno qui intitolata “On A Stage
Together”. Molto bella, delicata sì ma con sapienza, fra arpeggi, piano e una
interpretazione vocale sopra le righe in attesa dell’immancabile assolo di
chitarra. “The Cage” ci rimette tutti in riga, fra ferro e fuoco. In “Flat
Brain Society” le chitarre segano in due l’ascoltatore, mentre i suoni si
aggirano attorno al mondo dei Judas Priest.
Altre
accettate giungono da “Ravencock”, anzi per meglio dire “Acceptate” visti certi
richiami alla storica band teutonica. Chiusura in eleganza con “Here Lies Her
Ghost”, canzone fra le mie preferite dell’intero album grazie ai cambi umorali
che lo rendono variegato e scorrevole.
In
definitiva “Millennial Zombies” è un pieno di energia, una passeggiata nel
mondo dell’Hard Rock e i Simple Lies qui non ci fanno mancare nulla, ma proprio
nulla! MS
domenica 6 marzo 2022
Umphrey's McGee
UMPHREY'S
MCGEE - You Walked Up Shaking in Your Boots but You Stood Tall
and Left a Raging Bull
Nothing
Too Fancy Music
Genere:
Crossover Prog
Supporto: 2021 – Digital
Nel
mondo musicale esistono anche veri e propri funamboli del pentagramma, accade a
volte per necessità, altre per virtuosismo e in alcuni casi come in questo
degli americani Umphrey’s McGee, per semplice spontaneità, in cui le
composizioni hanno al loro interno molte soluzioni. La band si fonda a South Bend, Indiana, nel
1997 e a oggi è composta da Brendan Bayliss (chitarra,), Jake Cinninger (chitarra,
tastiere,), Joel Cummins (tastiere), Ryan Stasik (basso), Kris Myers (batteria),
e Andy Farag (percussioni).
Hanno
solide basi su cui costruire la prolifica carriera, partendo dagli insegnamenti
di band come Beatles e Led Zeppelin per poi arricchire il bagaglio con ascolti
di Genesis, Yes, King Crimson, Mahavishnu Orchestra, Miles Davis e Jaco
Pastorius. Come avete potuto notare i nomi sono importanti e neppure molto
semplici da emulare, tuttavia la tecnica a disposizione dei sei musicisti
consente loro questo e altro. Ciò che comunque salta all’orecchio non è tanto
il rifacimento di alcune situazioni compositive, bensì la forte personalità che
li rende unici e ben distinguibili nel panorama del Rock, prerogativa questa dei
grandi.
Con
una discografia alle spalle davvero numerosa, “You Walked Up Shaking In Your
Boots But You Stood Tall And Left A Raging Bull” (grazie per il titolo, e se
poi traducete vi farete una bella risata) è il quindicesimo album in studio. Dodici
canzoni per un viaggio sonoro di quasi trequarti d’ora.
“Catshot”
è lo strumentale che inizia il percorso sonoro, aperto dal piano in loop e
successivamente raggiunto da tutte le strumentazioni in possesso alla band. Un
refrain che si stampa subito in mente, grandioso per enfasi e portato in trionfo
dalla chitarra elettrica. Ancora un loop questa volta di percussioni e batteria
ad iniziare “There's No Crying In Mexico”, un effetto stereo avvolgente ci
sorprende con la psichedelia per poi lanciarsi nel Rock quasi dance, il brano
si apre in maniera ariosa e coinvolgente. In questo disco dei Umphrey’s McGee
non esiste una suite ma una serie di brani di media e corta durata, solamente
la conclusiva “October Rain” supera i sei minuti. Coinvolgente “Leave Me Las
Vegas”, impossibile restare fermi all’ascolto, altro strumentale dove la
chitarra elettrica subentra nuovamente in corsa per rapire l’ascoltatore con i
suoi lamenti. E’ chiaro che i crescendo sonori sono un arma vincente del disco.
Se
non fosse per il suono moderno e per qualche schitarrata Metal “Depth Charge”
potrebbe derivare dagli anni ’70 e non stazionerebbe male neppure nella
discografia dei Goblin. Incastonata a lei giunge “You Got the Wrong Guy” ed
alza ulteriormente l’intensità delle atmosfere. L’incedere arrembante è davvero
coinvolgente. Con “Tango Mike” si è alla metà del percorso, un brano che spezza
l’ascolto grazie agli arpeggi di chitarra, ma è solamente un breve istante per
poi ripartire in pompa magna. “Nipple Trix” colpisce come un pugile ai fianchi
dell’ascoltatore, così i brani a seguire come nel caso della roboante “Le
Blitz”, solamente “Le Sac” potremo definirla la ballata del disco. Per quello
che concerne il gusto personale resto colpito da “October Rain” dove la
struttura variegata mi porta verso un Progressive Rock duro e puro.
Brevi
canzoni euforiche, un album strumentale che rilascia una energia positiva da
non sottovalutare, adeguato anche come compagno di viaggio per un percorso automobilistico.
MS
sabato 5 marzo 2022
Spherical Agenda
SPHERICAL
AGENDA - Arcane Wisdom
Lunar
Signal Records
Genere: Jazz Rock – Fusion
Supporto: cd – 2021
La
mia età mi porta a ricordare periodi e periodi della storia della musica. Sono
stato capace di godere di ognuno di essi, gli anni ’60 ricchi d’inventiva, i
’70 di tecnica e idee, gli ’80 di spensieratezza e voglia di divertimento etc.
In questo caso mi soffermerei a cavallo fra i ’70 e gli ’80, quando la fusion
ha dato buoni frutti come ad esempio in Canada con i fantastici Uzeb che
consiglio di conoscere a chi ne ignora l’esistenza. Tutto questo per dire che
il Jazz Rock Fusion è ancora oggi in buone mani, i giovani americani Spherical
Agenda prendono il testimone e portano avanti questo filone. Non che siano i
primi della classe intendiamoci, ma la freschezza con cui infarciscono la loro
musica è davvero encomiabile.
Potrei
citare grandi nomi fra le influenze che si denotano durante l’ascolto di
“Arcane Wisdom” come i Mahavishnu Orchestra, o i Return To Forever, tuttavia
c’è dentro molta farina del proprio sacco.
Dopo
una serie di singoli pubblicati tra il 2018 e il 2021, il 19 novembre 2021
debuttano con questo lavoro composto di otto brani. Sono formati da Matt Wiles (basso),
Brandon Scott Coleman (chitarra), Ben Tweedt (tastiere), e Devon Leigh (batteria),
con l’ospite d’eccezione Walfredo Reyes, Jr. (percussioni).
Apre
il disco la calda “Guts” fra momenti di riflessione e lanci strumentali. Sembra
una grande jam dove la coinvolgente ritmica porta l’ascoltatore in una fase
interattiva con il movimento del corpo incontrollato durante l’ascolto. Pochi
minuti e tanta storia all’interno. Hammond ed energia in “High Stakes”, questo
brano lo definirei Hard Prog. La seconda parte del pezzo mi riporta indietro
agli anni ’70 e questo per il mio gusto è un fatto positivo, piacevole
ascoltare il colloquio fra tastiere e chitarra. Ritorna la delicatezza del Rock
Fusion in “Rad Dads”, un ritmo divertente e avvolgente fa da tappeto al solo di
chitarra ancora una volta protagonista, e qui gli Uzeb sono davvero vicini.
Il
singolo tratto dall’album s’intitola “Steak Jazz”, vera e propria vetrina per
le capacità sia compositive che tecniche della band. Qui il basso di Matt Wiles
parla, ed è goduria. La batteria chirurgica di Devon Leigh apre “Blooze”, altro
brano coinvolgente e ricco di dialoghi fra le strumentazioni. E vai di Funk con
“Spherical Funk”, oramai la band viaggia a briglia sciolta, il brano potrebbe
benissimo risiedere nel disco capolavoro “Fast Emotions” sempre della band del
Québec. Ritorna l’ospite Walfredo Reyes, Jr. in “Coleman's Question”, le
percussioni sono un evidenziatore sulle capacità balistiche della band.
Il
disco si conclude con “Arcane Wisdom” momento assolutamente più originale di
tutto il contesto, davvero una degna conclusione che fa venire la voglia di
premere nuovamente il tasto “play”.
C’è
bisogno oggi più che mai di una coccola sonora e “Arcane Wisdom” è di certo una
di queste, non facciamocela sfuggire. MS
lunedì 28 febbraio 2022
Rick Miller
RICK
MILLER – Old Souls
Progressive
Promotion Records
Genere:
Atmospheric Progressive Rock
Supporto:
cd – 2022
Ho
avuto modo anche recentemente di decantare le qualità delle band provenienti
dal lontano Canada, la maggior parte di esse ha forte personalità, non a caso
le basi per un futuro Metal Progressive giungono proprio da questa terra grazie
allo storico trio Rush. Evoluzione anche in ambito Thrash Metal grazie alla
band Voivod, ma i nomi sarebbero davvero tanti. C’è chi evolve uno stile e chi
invece si limita a ripercorrere strade battute da altre nobili band, il tutto
sempre con personalità. Il prolifico polistrumentista Rick Miller ha avuto una
gioventù musicale fortunata, si è innamorato del suono dei Moody Blues, Pink
Floyd, Alan Parson, Genesis su tutti. Miller di Alan Parson ha anche la voce
molto simile che lo aiuta a ripercorrere perfettamente certe sonorità. Il suo
primo album risale al lontano 1984 dal titolo “Starsong”, da qui inizia un
lungo cammino che lo porta a realizzare ben sedici album in studio, in un
crescendo qualitativo che gli fa onore. L’ho seguito in questa sua escalation e
posso confermare con certezza che si è davvero comportato come un buon vino
rosso, il tempo l’ha esaltato e valorizzato. Si è avvicinato disco dopo disco
sempre più ai Pink Floyd e questo di certo non è un difetto, anche nel 2022 c’è
bisogno sia di memoria sia di buona musica per la mente.
Per
la realizzazione di “Old Soul” si coadiuva di strumentisti come Sarah Young e
Jaye Marsh (flauto), Mateusz Swoboda (violoncello), Barry Haggarty (chitarra), Kane
Miller (chitarra, violino) e Will (batteria, percussioni).
Dieci
le tracce che compongono l’album per un totale di cinquantadue minuti di
musica. Gli otto minuti abbondanti di “Time's Way” conducono immediatamente nel
mondo etereo di Miller, ponderato e rassicurante come le atmosfere che hanno
saputo coccolare i fans dei Pink Floyd nei momenti in cui la chitarra di
Gilmour ha disegnato la storia. Tre minuti, bastano tre minuti per sognare su
un violoncello e un arpeggio di chitarra, “Guinevere” nella dolcezza riscalda
il cuore, semplicemente senza tanti fronzoli. Il livello emotivo sale
ulteriormente con “Haunt Me”, sempre attorno alle chitarre protagoniste di
assolo sognanti. “Virgin Rebirth” annovera fra le file archi e psichedelia, un
connubio decisamente potente, ma le sorprese sono dietro l’angolo, tastiere synth
s’interpongono fra loro assieme all’immancabile chitarra, qui siamo nel
territorio del Crossover Prog. Adiacente giunge “The Red Sky” aperta da piano,
violoncello e flauto, il che anche se non state ascoltando, rende bene l’idea sulle
atmosfere create. Sembra una vera e propria colonna sonora dedicata a paesaggi
montani d’incontaminata bellezza. Potenza della musica.
“Ixtlan
Awaits” ha molto degli anni ’70, perfettamente incastonata nel contesto
ascoltato sino ad ora. Più ricercata e orientale “A Stitch In Time”, un
crescendo interessante dove le strumentazioni s’interfacciano fra loro con
ordine. Segue “Lost Karma”, quasi tre minuti meditativi e malinconici che
preparano l’ascolto a quello che è il movimento più bello dell’intero album, ossia
la mini suite “Don Quixote”. Ascoltare è un piacere che è prerogativa per
pochi, e quei pochi sanno sicuramente come star bene. Il disco finisce con la
breve e psichedelica “Time's Way Reprise”.
Rick
Miller è un anima sensibile, non serve molto per innamorarsi della sua musica
che ripeto ancora una volta, sale di qualità disco dopo disco, approfittiamone.
MS
Cyril
CYRIL
– Amenti’s Coin Secret Place – pt. II
Progressive Promotion Records
Genere: Crossover Prog
Supporto: cd – 2022
Parlare
del gruppo Tedesco Cyril per il sottoscritto è sempre un piacere, anche perché
nel corso della carriera si sono spesso interfacciati con un personaggio del
Progressive Rock non molto famoso, ma per me un grandissimo artista, sto
parlando di Guy Manning (The Tangent, Parallels Or 90 Degrees).
Detto questo la storia dei Cyril è costellata di buoni album a iniziare da “Gone
Through Years” del 2013. “Amenti’s Coin Secret Place – pt. II” è la quarta
fatica da studio e tutte sono un esempio di Progressive Rock totale, ossia riguardante
sia il passato storico oltre che il Neo Prog degli anni ’80. Si fondano nel
2010 dalle ceneri del gruppo Gabria ed oggi sono composti da Larry Brödel
(voce), Manuel Schmid (voce), Ralf Dietsch (chitarra, mandolino), Marek Arnold
(tastiere, sassofono, clarinetto), Dennis Strassburg (basso) e Manuel Humpf (batteria).
Nelle
nove canzoni proposte non ci sono suite, la più lunga è la conclusiva “Arrival”
della durata di quasi nove minuti, per il resto si viaggia su una media di
quattro o cinque minuti.
Il
gancio con il suddetto Neo Prog lo si ha immediatamente all’ascolto di “On
Sacred Ground” in alcuni momenti vicino a “Lords Of The Backstage” tratto da
quel capolavoro Marillioniano intitolato “Misplaced Childhood”. Il sax di Marek
Arnold rende tutto il contesto più raffinato.
La
chiave di lettura della musica Cyril va interpretata in un semplice pochi
fronzoli e tanta sostanza. Canzoni semplici con brevi assolo divertenti, come
nel caso della spensierata “A Letter Home”. La chitarra elettrica di Ralf
Dietsch apre con arpeggi la ballata “My Father’s Answer”, una malinconica
interpretazione vocale riporta alla canzone una sensibilità toccante e
profonda.
“Desert
Crossing” ha molto della musica di Phil Collins voce annessa, mentre il
movimento centrale composto da arpeggi riporta ai Genesis e il crescendo sonoro
dona al brano un fascino incredibile. Il Progressive Rock in definitiva è
questo, se fatto con professionalità e con giuste idee senza strafare diventa
un genere musicale appetibile a molti palati, non solo a quelli degli
intenditori. Unita da un suono psichedelico si aggiunge “Caravan”, un viaggio
quasi sinfonico su un motivo semplice ma efficace.
Ritorna
l’arpeggio in stile Steve Rothery (Marillion) nella breve e strumentale
“Amanti’s Coin”, un brano d’atmosfera che lascia adito alla fantasia
dell’ascoltatore. Si ritorna alla canzone con “A New Shangri-La”, altra semi
ballata nostalgica ed efficace per emotività. Segue melodia in cattedra per
“The Tempress”, vera e propria ballata, quasi un continuo con il brano
precedente e ancora Phil Collins fra le note. La chiusura è affidata a
“Arrival”, sunto della musica dei Cyril. Davvero una degna conclusione.
La
musica si sa deve semplicemente emozionare e per raggiungere questo scopo non
ha bisogno di chissà quali attributi se non quelli del gusto per la melodia
facile da memorizzare e una buona tecnica individuale messa a disposizione
della canzone, e non dell’ego del musicista.
“Amenti’s Coin Secret Place – pt. II”
è un disco piacevole, registrato bene nei studi di Martin Schnella, altro
personaggio importante per la musica Prog tedesca e non soltanto. Se amate le
canzoni non troppo complicate, questo disco fa sicuramente al caso vostro. MS
sabato 26 febbraio 2022
ZoneM
ZONEM – Sono Dentro Di Me
Black Widow Records
Genere: Rock Progressive
Supporto: Digital – 2022
La
Black Widow Records sorprende sempre, le band prodotte dalla casa genovese si
aggirano generalmente attorno ad un Metal oscuro, un Prog altrettanto tetro,
spesso psichedelico e sperimentale. La banalità non è certo di casa.
Questa
volta iniziano l’anno 2022 con una super-band formata da musicisti derivanti da
gruppi come Sadist, Il Segno Del Comando, Jus Primae Noctis e Will’o’Wisp
chiamata ZoneM. Le atmosfere lasciano presagire un lavoro alla Goblin e in
effetti “Sono Dentro Di Me” potrebbe benissimo essere un film horror, o per
meglio dire la colonna sonora. Le liriche che si appoggiano a scritti di H.P. Lovecraft,
maestro del terrore, incollano l’ascoltatore avanti la musica rendendolo un
visionario tagliato fuori dal mondo. Un’opera sperimentale che riesce a mettere
ansia, grazie anche a ritmiche che si sovrappongono velocemente a quelle del
nostro battito cardiaco rendendoci interattivi con l’insieme. Per spaventarci
ulteriormente ci sono tuoni, sibili, e leggendo la bio di presentazione si
aggiungono anche tracce della guerra in Vietnam, registrazioni di suoni
provenienti dal pianeta Saturno, voci distorte, suoni metallici, ticchettii e
scoppi. Questo
viaggio nella paura ci stimola l’amigdala, complesso di nuclei che abbiamo nel
cervello e che gestiscono le emozioni.
Sedici
brani che fanno di “Sono Dentro Di Me” un solo motivo, angosciante e spaventoso.
Ascoltate
i rumori di “Polifemo (pt.1) ” per averne una chiara immagine. Il disco si apre
con il benvenuto di “Nessuna Uscita”, uno strumentale fondato sulle tastiere
della mente Beppi Menozzi (Il Segno del Comando) su una ritmica sincopata e già
nell’aria si sparge il profumo degli anni ’70. Autori di cotanto materiale sono
Beppi Menozzi (voce, tastiere, arrangiamenti, composizione, testi, produzione) Pietro
Balbi (chitarra), Diego Banchero (basso, testi) Alessandro Bezante (basso),
Davide Bruzzi (chitarra), Fernando Cherchi (batteria), Marco Fehmer (voce,
chitarra, composizione, testi), Paolo Puppo (grafica, chitarra), Mario Riggio
(batteria). Roberto Lucanato (chitarra), Renzo Luise (chitarra), Graziella
Gemignani (dipinti), Mauro Isetti (basso), Rita Menozzi (voce), Riccardo
Morello (voce), Silvia Palazzini (voce), Tommaso Maestri (chitarra) e Pietro Menozzi
(chitarra). Avanti ai nostri occhi passano nomi e situazioni, film gialli,
Emerson Lake & Palmer, Fabio Frizzi, John Carpenter, Peter Gabriel e molto
altro ancora scaturito soprattutto dalla nostra e vostra immaginazione. Questa
è la magia della musica, e il progetto ZoneM mostra la capacità dell’arte di
far scaturire immagini all’ascolto e addirittura a spaventare. Bellissima “Arkham”,
davvero di matrice Goblin, ma un tuono ci fa sobbalzare all’inizio di “Cospirazione”
e siamo circondati da suoni e scricchiolii di certo non rassicuranti. Angoscia
nell’altalenarsi di riff di tastiera a loop, cosa accadrà ora? Come in
“Profondo Rosso” c’è la nenia “School At Night”, qui c’è “Eurimaco, il
mentitore (bestia pt 1)”. Ed ecco giungere la bestia “Cthulhu”, brano
Progressive Rock per la precisione Hard Prog. La suddetta amigdala è anche il
titolo di una canzone, ricercata e avvincente, sostenuta da ritmiche e suoni
psichedelici, il nostro cervello è circondato da suoni, ci sentiamo scoperti e
fragili. Subentra “Incubo”, nomen omen.
Fra
i momenti che ho apprezzato maggiormente c’è “Peshtigo”, un insieme di emozioni
date anche dalle coralità femminili e un suono ampio di tastiere che potrei
definire sinfonico. C’è anche un frangente vicino al cantautorato, lo si
ascolta in “Sono Qui (Bestia pt 2), ma è solo un istante che lascia
immediatamente spazio al suono elettrico delle chitarre. Momento di quiete in
“Vulnerabile (Bestia pt 3)”, l’inizio mi rimanda ad alcuni suoni delle nostrane
Orme. Ritornano i Goblin in “Bestia pt 4”, per poi addentrarsi nello
sperimentale dove suoni e voci ci sorprendono in ogni momento, il brano s’intitola
“Merrick” e a questo punto non voglio svelarvi il finale che spetta soltanto a
voi.
ZoneM
è una sorpresa, un progetto che riesce a dare la colonna sonora a un film che
non esiste, sapreste voi fare di meglio? MS
Framauro
FRAMAURO
- My World Is Ending
Lynx
Music
Genere: Neo Prog
Supporto: cd – 2022
Attenzione
alla Polonia per quello che concerne il Neo Prog. La terra è ricettiva a questo
genere musicale, non a caso le band come Pendragon, Arena e molte altre vanno a
registrare live per la Metal Mind Records in questi luoghi, Ci sono formazioni
importanti come gli storici Collage, oppure i Millenium, Quidam, Riverside solo
per fare alcuni nomi, ma veramente qui c’è molta carne al fuoco.
Cos’è
il Neo Prog credo che i più appassionati di voi conoscono già la storia,
passando per band come Marillion, Pendragon, Pallas, IQ, Twelfth Night etc.,
agli altri delucido dicendo che fa riferimento ai primi anni ’80 e alle
sonorità Pink Floyd, Genesis e Camel su tutte. Tastiere e chitarre sono
l’epicentro di alcuni assolo che rendono la musica molto orecchiabile rispetto
a certo Progressive Rock più sperimentale. Per maggiori approfondimenti rimando
al mio libro edito per Arcana “Neo Prog – Storia e Discografia”.
Ryszard
Kramarski è un polistrumentista che abbiamo conosciuto in quanto mente dei già
nominati Millenium mentre Framauro è il primo progetto nato nel 1996 nelle
stanze della sua casa. Per dare voce a quanto registrato in demo, i primi tempi
Ryszard si avvale del supporto dei cugini Stach Kramarsk (voce) e Tomasz Pabian
(chitarra, batteria). Il primo risultato esce nel 1998 e s’intitola “Etermedia”
(Lynx Music) mentre la passione per la musica di Ryszard Kramarski accresce
anno dopo anno, fino a fargli formare la band Millenium e la casa discografica
per un ulteriore passo verso la professionalità chiamata Lynx Music. Molto
lunga la discografia con la band Millenium e vuota con Framauro che ritorna
dopo ventiquattro anni con questo “My World Is Ending” escludendo l’ep del 2001
“Last Word - The End”. Con lui oggi suonano Grzegorz Fieber (batteria),
Krzysztof Wyrwa (basso) e Marcin Kruczek (chitarra). Wyrwa
è anche elemento dei Millenium.
Se
guardiamo la copertina di questo nuovo album, ci sono molti indizi che conducono
a certi punti di attinenza appena nominati, guardate ad esempio i volti dei due
esseri che si relazionano, non ricordano per caso le statue di “The Division
Bell” dei Pink Floyd? I visi disegnati a matita delle donne tristi a occhi chiusi
non sono prerogativa della matita di Peter Nichols degli IQ e dei suoi dischi?
E se guardiamo il totale, non si può certo ignorare il naif appartenente a
molte cover dei Pendragon. Certo, non sono gli stessi ma alcuni deja vu
assalgono l’osservatore amante del Neo Prog.
La
musica non è distante da quanto descritto, otto brani che si lasciano ascoltare
con piacere fra assolo interessanti e buone melodie. Ovviamente nel 2022 ci si
dovrebbe attendere di più dal Neo Prog, in realtà possiamo ufficialmente dire
che il genere in questione è così stabile da fare concorrenza al Progressive
Rock più vintage degli anni ’70. I paletti che si sono costruiti attorno
potremmo sostituirli con un muro invalicabile, dove all’interno esistono
esclusivamente alcune certezze intaccabili. Probabilmente questo è il vero
motivo per cui Ryszard Kramarski ha rispolverato oggi il progetto Framauro.
Nostalgia oppure voglia di ritornare a quelle vecchie radici che hanno dato
propellente alla voglia di creare musica da parte del polistrumentista? In
verità non è questo che m’interessa di più, l’importante è emozionarmi
all’ascolto e qui per fortuna non mi resta molto difficile.
“My
World Is Ending” è un titolo che preoccupa, però Framauro potrebbe anche
lasciare presagire a un ritorno alle origini. Speriamo solamente che non sia un
cerchio che si chiude, perché c’è bisogno ancora oggi di bella musica, e mi
raccomando Ryszard, non fare scherzi! MS
sabato 19 febbraio 2022
Retreat From Moscow
RETREAT
FROM MOSCOW - The World as We Knew It
Gravity
Dream Music
Genere: Neo Prog
Supporto: cd – 2022
E’
proprio il caso di dirlo, il buon caro e vecchio Neo Prog! Nel mondo della
musica davvero ne capitano tante e qualche volta anche di strane, come nel caso
degli inglesi Retreat From Moscow. La band composta da Andrew Raymond (tastiere, voce), John Harris
(voce, chitarra, flauto, tastiere), Greg Haver (batteria, sintetizzatori,
voce), e Tony Lewis (basso, voce) si forma in piena era Neo Prog nella fine
degli anni ’70 per poi cadere in una sorta di letargo nel 1981. Si ritrovano
sempre con la passione per la musica nel 2018 e montando anche sul carro del
ritorno in voga del genere, decidono di ridare vita ai brani composti una
quarantina di anni prima. Effettuata la reunion, la band si mette in studio a
provare e infine a registrare quest’album che paradossalmente potremmo definire
d’esordio intitolato “The World as We Knew It”.
Tuttavia
non si può dire che non si sono presi il tempo dovuto, solo nel 2022 l’album
vede luce negli scaffali dei dischi, per cui sono serviti altri quattro anni.
Quello
che colpisce all'ascolto degli undici pezzi è il fattore temporale il quale
manifesta un’incongruenza sonora apparente, per meglio dire immaginate di
ascoltare i Pendragon dei fine anni ‘70 ma suonati con la tecnologia moderna
analogica, la composizione è datata ma il suono è attuale. La voce e
l’andamento ricordano molto anche il materiale del tastierista Clive Nolan
(Pendragon, Shadowland, Stranger on A Train, Arena, Caamora, etc.). Si gustano
gli anni ’80 sin dall’iniziale “The One You Left Behind” ma ancora di più nella
successiva “Radiation”, dove le tastiere fanno sia da tappeto sia da colonna
portante. La tecnica espressa è più che sufficiente, così le chitarre che
alternano frangenti duri a pacati. “Radiation” Potrebbe benissimo uscire da un
album dei primi Marillion per intenderci e già vedo i più attempati di voi sorridere
dopo questa mia descrizione.
Affascinante
“Henrietta”, l’arpeggio di chitarra iniziale è un altro punto di congiunzione
con il territorio di Fish e company, un andamento allegro e spensierato, una
canzone che sarebbe anche troppo semplice per il genere prog ma grazie al
motivo centrale che spezza il ritmo in un assolo alla Camel o ancor meglio alla
Steve Hackett il discorso cambia notevolmente. Davvero ben fatto anche il
lavoro delle tastiere in stile Genesis. Non si è ancora giunti a metà disco e
già si sorride.
“I’m
Alive” è terreno Pallas, era “The Sentinel”, ancora una volta in tutto e per
tutto classico Neo Prog! L’incedere massiccio lo rende oltretutto vigoroso. C’è
a questo punto un motivo più rilassante, “Costantinople”. Si inizia con la voce
e la chitarra acustica, per poi inserire il flauto e andare in un crescendo
emotivo toccante grazie all'assolo della chitarra elettrica, seppur breve.
L’ingresso della batteria e delle tastiere riempiono il suono e il brano
portandolo dritto nel cuore del Prog fans. Quante volte negli anni abbiamo
goduto di questo modo di fare, i Retreat From Moscow lo ribadiscono.
“Home”
con gli undici minuti abbondanti di durata è una vetrina di quanto descritto
sino ad ora. Un'altra canzone che mi ha colpito è la delicata “Moving Down”,
per il resto nulla fuoriesce dai binari che ho definito.
Grazie
Retreat From Moscow per la vostra caparbietà, avremmo altrimenti perso davvero
una piccola gemma da gustare con tutta calma e serenità, proprio come avete
fatto voi. MS
Lana Lane
LANA
LANE – Neptune Blue
Frontiers
Music Srl
Genere:
Hard Prog
Supporto:
cd – 2022
Che
bella sorpresa! La signora del Prog è ritornata dopo ben dieci anni di assenza.
Lana Lane si aggira nel territorio dai primi anni ’90 assieme a suo marito e
tastierista Erik Norlander (Rock Scientists) e ci ha sempre deliziato con la
sua voce raffinata e melodica. Gli spunti hard ci sono sempre stati ma la
natura di Lana Lane è delicata, colorata e particolareggiata, proprio come le
copertine che rappresentano sempre i dischi proposti.
“Neptune
Blue” è l’undicesimo album in studio escludendo gli ep, e undici sono anche i
brani che lo compongono. L’americana Lana si circonda di un parterre davvero
ricco, con nomi altisonanti quali Erik Norlander (tastiere, voce), Jeff Kollman
(chitarra), Mark McCrite (chitarra, basso, voce),
Don Schiff
(NS/Stick), Greg Ellis (batteria e percussioni) e John Payne (cori).
Non
nascondo la smania di ascoltare il disco e la paura di rimanerne deluso per
chissà quale mutamento stilistico che in realtà non si è palesato, Lana Lane è
una certezza. E’ davvero un piacere
imbattersi con un’apertura quasi AOR, positiva, hard e semplice come “Remember
Me”, dove l’azzeccatissimo ritornello fa tornare la mente indietro di decenni.
Deja vu sicuramente, ma sempre bene accetti.
Sappiamo
bene che il pubblico americano ama ascoltare buone melodie, tuttavia non
disdegna assolutamente anche la tecnica esecutiva, molte delle band Prog del
campo sono un perfetto equilibrio per un risultato gradevole, per fare due nomi
su tutti, Echolyn e Spock’s Beard. Anche la musica di Lana Lane è tecnica,
variegata e melodica, ma lascia più spazio ai ritornelli di facile
memorizzazione spezzati solo da efficaci assolo strumentali. Ascoltate “Under
The Big Sky” e godete di quanto definito. “Really Actually” è un mid tempo dove
le tastiere trasportano verso la new wave anni ‘80, ma niente paura, è sempre
dentro il Progressive Rock. L’intelligenza della cantante risiede nel non
tentare scale elevate senza una riscontrata necessità, mai si osa più del
dovuto, qui risiede la maturazione di quest’artista che a modo di vedere di chi
vi scrive avrebbe meritato più fortuna.
Le
ballate ci sono sempre e inevitabilmente raffinate, “Cum Lift Me Up” e la
toccante title track “Neptune Blue”. Semplice e diretta “Bring It on Home”,
energia pulita. Voce filtrata in “Bring It On Home” mentre nella breve “Don't
Disturb The Occupants” le tastiere partono in una ritmica in stile Supertramp.
Sale il ritmo in “Lady Mondegreen”, un giro armonico che fa il verso alla
solarità della nostrana Premiata Forneria Marconi. Con “Miss California” la
band fa un altro salto nel mondo dell’AOR per poi passare con “Someone Like You”
in un sound proveniente direttamente dagli anni ’70 o per meglio dire fine ’60,
quando i Beatles ci disegnavano melodie saccheggiate per decenni e decenni da
tutti gli artisti. Ancora vigore in “Far From Home” e poi la conclusiva e già
citata “Neptune Blue”.
E’
passata un’ora, non mi è sembrato tutto questo tempo, ciò dice quanto è stato
gradevole l’ascolto. Ben tornata signora, questa volta ti prego, non lasciarci
per troppo tempo in sospeso, c’è anche bisogno di musica ben confezionata e
diretta, c’è bisogno di Lana Lane! MS
domenica 13 febbraio 2022
Giant Hedgehog
GIANT HEDGEHOG – Im Siel
Autoproduzione
Progressive Rock / Sperimentale
Supporto: cd – 2022
Nomi
di fantasia per band ne abbiamo visti davvero di bizzarri, specialmente nel
mondo del Rock Progressivo, fra Locande, Raccomandate, Banchi e Fornerie c’è di
che sbizzarrirsi. Poi in tempi più recenti ci sono anche l’Albero Del
Porcospino (Porcupine Tree) e ora un altro grazioso animaletto sempre con gli
aculei, il Riccio Gigante (Giant Hedgehog)!
Il
nome fa pensare a boschi e ad aria buona, poi la copertina con i colori
pastellati e fiabeschi sottolineano la sensazione. Invece i tedeschi Giant
Hedgehog di Folk hanno davvero poco a parte qualche sprazzo, e neppure punti di
congiunzione con la band di Steven Wilson. Con “Im Siel” giungono al terzo
disco in studio, dopo “Giant Hedgehog” (2014) e “Die Irrealität Der Zeit”
(2018).
Si
formano a Münster per suonare un Rock ricercato, attento al passato ma con una
chiave di lettura moderna. Prog alla King Crimson e Van Der Graaf Generator
s’incontra con il Jazz e qualche volta con il Metal per dare vita a frangenti
anche cacofonici. Musica per palati fini, ossia per coloro che sono stanchi
della solita solfa e ricercano un qualcosa di davvero forte e inusuale. La band
è formata da Patrick Aguilar (basso), Moritz Nixdorf (batteria), Niklas Tieke
(chitarra) e Thomas Mrosek (sassofono).
I
Giant Hedgehog prediligono i brani dalla lunga durata, quindi all’interno
dell’album non mancano le suite sempre ricche di cambi di tempo. Il disco si
apre con “Gemurmel Aus Dem Brunnen”, arpeggi soavi e sassofono dipingono
scenari davvero bucolici e senza grosse sorprese (a parte il crescendo sonoro)
quasi non lasciano presagire cosa ci attende in seguito. Ed ecco immediatamente
la suite di ventitré minuti “Im Siel”, e il mondo dei Van Der Graaf Generator
si staglia avanti all’ascoltatore. Il brano è palestra per le capacità tecniche
dei componenti che uno a un danno dimostrazione dell’estro personale. Non di
rado trovo anche affinità con alcuni passaggi degli svedesi Landberk, questo lo
dico ovviamente per chi li dovesse conoscere. Non c’è un attimo in cui restare
tranquilli nel senso che quando l’orecchio si abitua a un motivo, ecco che la
band vira in un altro percorso sonoro, tutto ciò rende sempre massima
l’attenzione. Certo chi non ama questo modus operandi farà di questo disco una
zeppa per un tavolo traballante, tutti gli altri sono convinto che invece
quantomeno apprezzeranno. Decisamente particolare la scelta di incastrare
l’Heavy Metal in brevi momenti e confesso che tutto questo non infastidisce,
anzi, a ripetuti ascolti capisco anche il suo perché.
Ancora
arpeggi di chitarra aprono il brano “Lunas Bank”, altro crescendo che nulla
aggiunge e nulla toglie a quanto descritto. Questa è la musica del Riccio
Gigante, prendere o lasciare. Proprio come i suoi aculei sa rendersi pericolosa
ma non mortale, in parole povere i Giant Hedgehog sanno il fatto proprio,
ascoltate “Damals Am Teiche” per credere, oppure la conclusiva “Einkehr”.
Di
tanto in tanto è bello ascoltare nuove sonorità e questo fa bene anche alla
mente. Certo, non un disco epocale e neppure da fischiettare, però come ho già
detto, ha un suo perché…. Perché è semplicemente bello. MS
BANDCAMP: https://gianthedgehog.bandcamp.com/album/im-siel
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