I Miei Libri

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martedì 29 marzo 2022

D'Virgilio, Morse & Jennings

D'VIRGILIO, MORSE & JENNINGS – Troika
Inside Out
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2022






Tutti gli appassionati di Progressive Rock conoscono bene i tre nomi che compongono questo nuovo progetto musicale, ossia D'Virgilio, Morse & Jennings, tuttavia mi rivolgo a chi non segue tanto il genere per cui intraprendo un brevissimo excursus storico.
Negli anni ’90 il Progressive Rock vive una nuova ventata di freschezza, con il ritorno in auge di molte band anche storiche, questo accade perché nell’Europa settentrionale e in America nuove leve attirano l’attenzione su di loro e sul genere stesso, come ad esempio i Landberk, Anglagard, Anekdoten, The Flower Kings, oppure in America gli Echolyn e gli Spock’s Beard. Questo rifiorire post Neo Prog è la gioia del Prog fans il quale si era rassegnato negli anni all’ascolto di poco materiale al riguardo. Mentre per il citato Neo Prog degli anni ’80 il punto di riferimento stilistico sono i Pink Floyd e, i Genesis su tutti, negli anni ’90 e specialmente per le band nordiche, trattasi di gruppi come King Crimson e Gentle Giant. Venendo al nostro caso, in America si forma una band di nome Spock’s Beard dei fratelli Morse (Alan e Neal), quello che stupisce e accalappia immediatamente l’ascoltatore sono le melodie di facile assimilazione, addirittura da cantare nonostante la tecnica individuale degli strumentisti sia davvero elevata e spesso impegnata in funambolici passaggi sonori. Lo stile è un enorme calderone al cui interno si evincono in primis Beatles e Genesis, a seguire Pink Floyd, Jethro Tull, Gentle Giant e molto altro ancora. In questa band ci sono dunque due elementi del trio che oggi edita “Troika”, ossia Neal Morse (Transatlantic, NMB, ex-Spock’s Beard) e Nick D’Virgilio (Big Big Train, ex-Spock’s Beard). Per far capire la caratura del batterista D’Virgilio basta solamente che vi dico che è stato cercato dai Genesis al posto di Phil Collins, invece per quello che concerne Neal, sappiamo tutti che è un polistrumentista e fiume in piena, collaboratore di mille progetti uno su tutti quello dei Transatlantic oltre che realizzare una carriera solistica pregna di dischi. Neal Morse compone moltissime suite, spesso della durata di trenta minuti, ma anche tante canzoni semplici ed ottime ballate. Vengo ora a Ross Jennings (Haken, Novena), cantante della band Metal Prog inglese Haken, la band si forma a Londra nel 2007 e realizza sei dischi di elevata caratura tecnica e compositiva. La grande casa discografica Inside Out produce questo connubio per la gioia dei cultori delle relative band.
“Troika” è un disco composto da undici brani e una versione alternativa del singolo “Julia”, canzone dalle caratteristiche Folk e acustiche, un poco come viaggia tutto l’andamento del disco. Le coralità delle voci sono il centro del progetto, ma a farla da padrona sono le melodie accessibili tutte prettamente dedite alla semplice formula canzone. Tanti i rimandi alla carriera passata di Neal Morse, vero e proprio trainer del trio. Non si tratta dunque di puro Progressive Rock al 100% ma di un disco onesto e ricolmo di belle canzoni orecchiabili. Ovviamente non mancano alcuni passaggi più ricercati ma in generale questo è l’andamento del disco. Chitarra acustica e percussioni in molti brani, come ad esempio in “You Set My Soul On Fire”, oppure frangenti solari come in “One Time Less” o “Another Trip Around The Sun”. Meditativa “A Change Is Gonna Come”, una ballata semplice alla Neal Morse. Così il disco prosegue in generale nel suo cammino a parte alcuni momenti maggiormente Rock come in “King For A Day” o “King For A Day”.
 “Troika” è un disco che sicuramente non lascerà il segno nella storia della musica e neppure in nessun genere, ma vi garantisco che i tre elementi si sono divertiti in una maniera esagerata a realizzarlo e si sa che quando il divertimento è sentito è altresì contagioso. MS






sabato 26 marzo 2022

Karcius

KARCIUS - Grey White Silver Yellow And Gold
Autoproduzione
Genere: Hard Prog
Supporto: cd/digital – 2022




Eccomi nuovamente a parlare di un gruppo musicale canadese, terra  ricca di personalità. Il Prog qui ha trovato non soltanto radici (vedi Rush) ma anche evoluzione (vedi Voivod in campo Metal), sfornando in continuazione musica quantomeno non convenzionale. I punti di riferimento europei, soprattutto quelli insegnati da gruppi provenienti dall’Inghilterra, sono presenti ma assimilati e rielaborati. Uno dei gruppi più interessanti al riguardo sono i Karcius.
Provenienti da Montreal si fondano nel 2001 e sono un quartetto inizialmente dedito a del Jazz Rock e Fusion puramente strumentale. In questo modus operandi realizzano tre album, “Sphere” (2004 – Unicorn digital), “Kaleidoscope” (2006 - Unicorn Digital), e “Episodes” (2008 - Unicorn Digital), ma nel 2012 giunge la svolta all’interno degli equilibri della band, Sylvain Auclair si unisce al basso e apporta novità con la voce, un inconfondibile elemento Hard che sposta i connotati fisici e sonori della musica Karcius verso nuovi lidi. In fondo questo è il vero spirito del Progressive Rock, il mutare. Così la band oggi è composta da Sylvain Auclair (voce, basso, percussioni),
Thomas Brodeur (batteria, percussioni), Sébastien Cloutier (tastiere, cori) e Simon L’Espérance (chitarra, percussioni, tastiere).
“Grey White Silver Yellow And Gold” è il sesto album formato da sei canzoni, un sequel di “The Fold” (2018 – Autoproduzione). Anche lo stile resta avvinghiato alle sonorità più scure e dure del precedente, anche se di tanto in tanto fuoriescono le radici lontane del Jazz. Dico subito che questo nuovo stile sonoro piacerà molto ai fans dei Porcupine Tree, Riverside, Leprous e Steven Wilson. Molto del merito al riguardo ricade proprio sulla produzione sonora da parte di Tony Lindgren (James LaBrie, Katatonia, Opeth).
La canzone che inizia il disco intitolata “Parasite” è già il sunto di quanto da me ora descritto, un suono duro, coinvolgente e scuro avvolge l’ascoltatore lasciandolo in un limbo sospeso fra destabilizzazione e paura del vuoto. Lontanissima la band Karcius degli esordi.
Un arpeggio di chitarra inizia “Supernova” e qui siamo in casa Riverside, in tutto e per tutto. Un piccolo raggio di luce ci entra nella mente, diramando le oscure nebbie di “Parasite”. Da rimarcare all’interno un assolo di chitarra strepitoso anche se breve, dalle origini Pinkfloydiane.  Non capisco bene da dove, ma ci sento perfino infiltrazioni Pain Of Salvation (nella voce sicuro) e Haken.
“The Ladder” inizia sorniona, mini suite di tredici minuti con riff di chitarra elettrica psichedelici alla Porcupine Tree, il movimento sonoro è differente da quanto ascoltato sino ad ora, più meditativo con una prova vocale sopra le righe, anche se la fuga strumentale è sempre in agguato ma soprattutto efficace! Finale maestoso grazie all’uso del mellotron e di una coralità strumentale imponente. “Cosmic Rage” ha un intro di piano e voce con un incedere più banale rispetto al contesto ascoltato sino ad ora, pur restando sempre una canzone dai buoni livelli emotivi. Cambia l’ambiente ed il suono in “Distance Kills”, inizialmente rilassata oltre che gentile, supportata da archi di sottofondo per poi crescere come i già citati Pain Of Salvation hanno saputo fare nella loro discografia. A concludere ci attende la suite “A Needle Tree”, altra piccola gemma sonora in cui vengono palesate le caratteristiche dei moderni Karcius.
La band del Québec realizza un ora di musica da centellinare, assorbire e metabolizzare, il sound moderno del Prog oggi è questo, piaccia o meno l’evoluzione prosegue con noi o senza di noi. Personalmente amo ascoltare nuove sonorità e suoni duri, per cui con me si sfonda una porta aperta, a tutti gli altri consiglio un ascolto preventivo prima dell’acquisto, resta il fatto che “Grey White Silver Yellow And Gold” è un lavoro che riesce ad emozionare e non è poco. MS






domenica 20 marzo 2022

Nathan

NATHAN – Uomini Di Sabbia
AMS Records
Genere: Rock Progressivo Italiano
Supporto: cd – 2022




Ancora nel 2022 il Rock Progressivo Italiano ha ottima salute. Band sorgono giorno dopo giorno portando nuova linfa vitale al genere che ha goduto di buona salute negli anni ’70, ma anche oggi sembra non essere domo. I punti di riferimento sono sempre gli stessi, non si finisce mai di dire grazie a gruppi storici come Banco Del Mutuo Soccorso, Le Orme, e Premiata Forneria Marconi su tutte, quest’ultima anche riferimento per la band savonese Nathan. Attivi nell’ambito musicale dal 1977 Flavio Esposito (tastiere), Bruno Lugaro (voce e basso) e Fabio Sanfilippo (batteria) formano la band soltanto nel 1997 e suonano brani altrui come ad esempio quelli dei Genesis o dei Pink Floyd. Oggi sono formati da Bruno Lugaro (voce), Piergiorgio Abba (tastiere), Giulio Smeragliuolo (chitarre), Fabio Zunino, Nino Cerruti, Mauro Brunzu (basso), e Luca Grosso, Fabio Sanfilippo (batteria).
Realizzano il primo disco in studio nel 2016 e si fanno conoscere al pubblico con “Nebulosa”. L’interesse attorno alla band si mobilita immediatamente, tanto da portare i Nathan a comporre il secondo album nel 2018 con la famosa casa AMS Records, l’album s’intitola “Era”. La vena compositiva sembra essere a questo punto ispirata poiché già nel 2022 siamo al cospetto di questo nuovo disco dal titolo “Uomini Di Sabbia”. Considerando che si sono composti nel 1997 direi che di cose nel tempo ne sono cambiate. Il disco in analisi sfiora anche in certi frangenti l’Hard Prog, questo per sottolineare l’importanza che hanno le chitarre all’interno della musica dei Nathan. Non siamo al cospetto di un concept, bensì di un lavoro legato brano per brano da testi che trattano argomenti psicologici come la non capacità di ribellione da parte dell’uomo ai soprusi, oppure della volontà di ribellione dinanzi alle ingiustizie, ogni brano ha un punto focale su cui concentrarsi. Otto le canzoni, a iniziare da “Fatti Non Foste” ispirato dalla Divina Commedia di Dante riguardante la collocazione di Ulisse nell’Inferno. La musica parte vigorosa e con tempi dispari a dire “siamo Prog al 100% !”. Un perfetto equilibrio fra PFM e Orme mentre risultano gradevoli gli interventi delle tastiere che riescono ad apportare un alito di gentilezza. Con un inizio alla Porcupine Tree anni ’90 giunge “Monoliti”, molti i punti di congiunzione con “Impressioni Di Settembre” e qualche passaggio alla New Trolls, a testimonianza di una totale passione per il genere nostrano. “Delirio Onirico” getta l’ascoltatore nel mondo dei Genesis e qui si denotano anche momenti di virtuosismo strumentale. “Il Pianto Del Cielo” è la canzone più corta dell’album con quattro minuti di melodie prossime al Neo Prog, mentre la voce di Lugaro mi ricorda in alcuni passaggi quella di Ivano Fossati.
Nei quasi dieci minuti di “Madre Dei Sortilegi” lo spettro si amplia, qui la musica diventa a 360 gradi, vetrina anche per le capacità balistiche dei singoli componenti. Ancora Porcupine Tree in “Nel Giardino Di Maria”, questa volta li nomino per il riff di tastiere che bombarda l’ascoltatore in maniera ripetitiva, qui siamo maggiormente nel campo Rock piuttosto che Prog e comunque il pezzo non mi dispiace per niente anche perché spezza l’ascolto e rende tutto più scorrevole. La pacata parte melodica centrale del brano riporta il suono agli anni ’70 e nuovamente alla PFM ma è un breve momento, i Nathan riprendono immediatamente il via e vigore. Un pianoforte inizia “L’Acrobata” tracciando sensazioni malinconiche dalla facile resa, credo che questo possa essere il singolo dell’album, o almeno un potenziale singolo. Il disco si finisce con la suite di quindici minuti “Egos”, mio brano preferito, dove i Nathan mettono sul piatto tutta la preparazione e capacità compositiva.
“Uomini Di Sabbia” è un disco molto piacevole e dalla lunga storia, un riassunto ben congeniato di quello che è stato negli anni il Prog in senso generale, tanto che sento di consigliare questo lavoro a tutti quelli che vogliono semplicemente ascoltare buona musica, oppure avvicinarsi per la prima volta al Rock Progressivo Italiano che non smette mai di emozionare, neppure nel 2022. MS






sabato 19 marzo 2022

Fromuz

FROMUZ - The Asymmetric Rules
SOE Records
Genere: Eclectic Prog
Supporto: cd – 2022




La musica ha un fascino tutto suo, immaginifico come avrebbero detto “quelli” della Premiata Forneria Marconi. In effetti, è così, le note dipingono come dei pennelli la tela del nostro cervello, dove le note sono i colori e le immagini si formano a piacimento secondo come siamo messi con l’umore o di fantasia. Per un musicista è una palestra sia per il suo ego sia per il piacere di creare suoni che facciano pensare, tutto ciò accade nel fantastico mondo dell’Eclectic Prog, genere per veri cultori e non adatto ad ascoltatori distratti. Tante le sonorità che s’incrociano all’interno per un suono davvero assortito. Molti la definiscono “Musica per la mente”.
Il Prog in generale ha contaminato negli anni tutto il mondo, addirittura anche l’Uzbekistan, dove andiamo a conoscere la band Fromuz.
Sono di Tashkent e si compongono nel 2004 per il volere del chitarrista leader Vitaly Popeloff e del suo amico bassista Andrew Mara-Novik. Rilasciano nel tempo cinque album e con il nuovo “The Asymmetric Rules” raggiungono quota sei. A oggi la band è formata da Albert Khalmurzayev (tastiere, chitarra, armonica, voce), Evgeniy Popelov (tastiere, voce), Vladimir Badirov (batteria) e
Vitaly Popeloff  (chitarra).
La musica dei Fromuz nasce spontaneamente, da jam corali, dove ogni componente mette del proprio per poi limare e legare il tutto assieme, questo per dire che non esiste in realtà un vero e proprio leader nella band. Il disco è composto da dieci brani e non manca neppure l’”Overture” che all’ascolto fa volare la fantasia in alto, come se stessimo ascoltando la colonna sonora di un film della Disney, questo tanto per farvi capire l’ambientazione. Con “Round And Round” si affrontano quasi nove minuti dove le chitarre elettriche s’incrociano con le tastiere in un sound vigoroso sostenuto dalle voci aggressive e le coralità di supporto. Il cantato è in lingua inglese. Nella musica dei Fromuz si lascia molto spazio alla fase strumentale, dove la band si trova più a suo agio e si sente. Dinamici cambi di tempo si susseguono per poi lanciarsi in un motivo più pacato e orecchiabile. Il suono è pieno, la mente è circondata, peccato solamente per un’incisione non del tutto nitida da far risultare gli strumenti troppo vicini fra di loro, manca in parole povere un buon effetto stereo e il senso di profondità.
Come in una suite segue adiacente il breve arpeggio di chitarra acustica “Air Dance, Pt. 1”, dove mi resta impossibile non paragonarlo a “Horizons” dei Genesis. In una sorta di Neo Prog inizia “Universe”, per poi lanciarsi nel suono duro di chitarra e basso che dialogano fra di loro come solo certi Tool hanno saputo insegnare. Come avete potuto notare si è passati da un’overture alla Disney ai Genesis e poi ai Tool, ecco se non sapete cosa è l’Eclectic Prog qui ne avete una bella testimonianza. Nuovo breve intro acustico intitolato “Air Dance, Pt. 2” e via di nuovo su scale del pentagramma altalenanti grazie ai dieci minuti di “Darling”. Tengo tuttavia a sottolineare che di base una melodia da ricordare c’è sempre, anche se la band si diverte a toccare stili su stili. In questo caso siamo nel Dark Prog, un cadenzato incedere è supportato dalle voci e da un riff grezzo oltre che sabbatico. Si è al cospetto di un'altra band? No sono sempre i Fromuz che spezzano il tutto anche con effetti elettronici, qui si autori di un bell’effetto stereo. Nelle fughe strumentali  la band si esprime ancora una volta ad alti livelli.
Intanto la chitarra acustica continua ad arpeggiare in “Air Dance, Pt. 3” e dopo un minuto e mezzo è la volta di “No End”, una mini suite di dodici minuti abbondanti ricolmi di storia musicale. Qui il Rock è analizzato in tutto il complicato percorso storico, ossia ci sono davvero molti anelli generazionali incastrati fra di loro a testimonianza dell’ottima preparazione culturale dei singoli componenti. La chitarra si presta al gioco di protagonista affrontando da solista le melodie senza grandi tecnicismi ma con tanto cuore, come spesso piace al Prog fans. “R-and-G Time” è ancora destabilizzante con passaggi anni ’30 e tanta rumoristica a melodia zero. Conclude il disco la suite “Wings of the Fast Lane: Deep Silence / Theme / Man from the Fast Lane / Theme, Pt. 2 / The Asymmetric Rules”, venti minuti di buona musica, anche Metal Prog, peccato ancora una volta per i livelli dei suoni.
I Fromuz non sono geni e neppure sfoderano capolavori, ma credetemi che conoscono la materia più di molte altre band maggiormente blasonate, non ci credete? Allora credete alle vostre orecchie e ascoltate. MS
 





sabato 12 marzo 2022

Odessa

ODESSA – L’Alba Della Civiltà
Locanda Del Vento / Lizard Records
Genere: Rock Progressivo
Supporto: cd – 2022




Mi sono imbattuto numerose volte in case discografiche italiane dedite a un genere specifico come il Rock Progressivo Italiano con connotati seventies, la nota Lizard Records ne ha fatto addirittura un filone specifico chiamandolo “Locanda Del Vento”. All’interno ho potuto ascoltare band come Ancient Veil, Monjoie, I Salici e moltissime altre fra le quali spiccano i marchigiani Odessa.
Sembra ieri il debutto della band di Lorenzo Giovagnoli "Stazione Getsemani”, invece sono passati inesorabilmente ventitré anni! Il disco fu portato al successo dai fans del settore che hanno da subito apprezzato certe sonorità vintage. Il secondo album "The Final Day - Il Giorno Del Giudizio" arriva dieci anni dopo, ossia nel 2009. Nei due dischi molte le sonorità prossime all’Hard Prog con riferimenti anche al Jazz Rock, come nel caso dei tributi agli Area oppure al Prog dei Trip e del Rovescio Della Medaglia. Nomi importanti questi citati, e chi conosce già gli Odessa è al corrente della personalità che li contraddistingue, grazie non soltanto alle tastiere, ma proprio alla bella voce di Lorenzo Giovagnoli che mai si è risparmiata durante l’esecuzione dei brani.
Sin dall’impatto visivo dell’artwork si denota immediatamente una continuità con il passato, la copertina di questo nuovo album intitolato “L’Alba Della Civiltà” è dello stesso Giovagnoli.  
Nel corso degli anni la line up subisce alcune modifiche sino a giungere ai giorni nostri formata da Lorenzo Giovagnoli (voce e tastiere), Giulio Vampa (chitarra, voce), Valerio De Angelis (basso, voce), Marco Fabbri (batteria, voce) e Gianluca Milanese (flauto traverso).
Otto le canzoni che compongono l’album, tra le quali due strumentali e una cover come da tradizione Odessa, questa volta dedicata ai Pooh di “Parsifal” con la canzone “L’Anno, il Posto, l’Ora” del 1972.
Suono pulito e cristallino sin dagli arpeggi iniziali del breve intro strumentale intitolato “La Stanza Vuota”, un colloquio fra chitarra acustica e flauto dal fascino totalmente vintage. Con “Invocazione” ci s’immerge nel mondo degli Osanna, flauto compreso, soluzioni datate ma sempre efficienti, una fotografia ancora fatta con una macchina fotografica e non con un cellulare, quando il mondo stava progredendo con personalità. Soffermarsi sull'uso vocale di Giovagnoli è quantomeno dovuto, splendidi vocalizzi che inevitabilmente richiamano alla memoria  quelli femminili di “The Great Gig In The Sky”, la chitarra elettrica finale conferma di trovarci nel mondo dei Pink Floyd.
Atmosfere più rilassate all'inizio di “Di Buio E Luce Parte 2” su una melodia prettamente italica e per la precisione mediterranea, solare e ariosa con un ritornello ben congegnato e un immancabile assolo di chitarra da brivido.
“L’Alba Della Civiltà” ruggisce grazie all’Hammond, un Hard Prog addolcito solamente in alcuni momenti dagli interventi del flauto di Gianluca Milanese. Non tanto per la musica ovviamente che piuttosto mi conduce verso la Raccomandata Ricevuta Ritorno, ma per l’attitudine il brano mi fa venire in mente quel capolavoro intitolato “Orfeo9 “ di Tito Schipa Jr. forse questo è dovuto non solo ai testi ma soprattutto alle coralità, in definitiva pieni anni ’70. “L'Organista Del Bosco” viene ispirata dal disegno interno del pittore Silvano Braido ed è a lui dedicata.  Ha una cadenza Folk gradevole e spensierata, il lavoro delle tastiere è all'epicentro del percorso sonoro. E veniamo ora alla cover di “L'Anno, Il Posto E L'Ora”, qui si sente il carattere degli Odessa, la spinta energica che riescono a dare a tutto l’insieme dona al brano una nuova linfa. Non che i Pooh abbiano bisogno di essere aiutati sotto certi aspetti, ma questo tributo è davvero onesto e pulito, come l’aria che si respirava all'uscita di “Parsifal” nel 1972, anni di una bellezza artistica sconcertante. Non posso che fare i complimenti agli Odessa che non hanno scimmiottato il brano bensì lo hanno rispettato e pulito. Una menzione anche per la tecnica individuale dei musicisti, di certo non trascurabile.
“Rasoi” ha un incedere che potrebbe scaturire anche da una canzone della Premiata Forneria Marconi, altro orgoglio tipicamente italico sempre poco considerato dai grande media ed è un autolesionistico peccato. In chiusura giunge “Nell'Etere”, pezzo più scuro dell’album dove ancora una volta le tastiere e il flauto dialogano fra loro lasciando la scena soltanto alla voce ricercata di Giovagnoli. A tal riguardo, ho sempre ritenuto la voce un problema del Rock Progressivo Italiano, il suo tallone d’Achille, e sono pochi gli esponenti che mi hanno deliziato con ottime timbriche e idee, i nomi sono i soliti, Demetrio Stratos,  Francesco Di Giacomo, Aldo Tagliapietra, Luciano Regoli, John De Leo, ma oggi come oggi ci aggiungo tranquillamente Lorenzo Giovagnoli.
Una fresca vena compositiva accompagna tutto l’ascolto di “L’Alba Della Civiltà”, è un disco che sicuramente come minimo sarà candidato al podio per il miglior album Rock Progressivo Italiano 2022, già me lo sento e il mio sesto senso mi ha tradito poche volte, almeno in ambito musicale ci ha preso spesso e volentieri. Complimenti cari Odessa,  ma non fateci attendere altri dieci anni per ascoltare una nuova opera, di questi tempi c’è sempre più bisogno di bella musica, almeno quella! MS






Simple & Lies

SIMPLE LIES – Millennial Zombies
Sneakout Records/Burning Minds Music Group
Distribuzione: Plastic Head
Genere: Hard Rock
Supporto: cd – 2022




L’Hard Rock in Italia sta vivendo una seconda giovinezza e lo abbiamo visto anche nei grandi contest. Sappiamo che ogni moda sonora è ciclica, anno dopo anno sorgono i revival relativi a un periodo o a un genere, tuttavia la durata è limitata. Ma nel caso dell’Hard Rock o dell’Heavy Metal non è così, semplicemente perché a iniziare da chi suona, lo vive come un vero e proprio stile di vita, non come una moda passeggera. Non è soltanto musica quindi, l’Hard Rock è una cultura a se stante contrariamente a come può pensare la maggioranza della critica o delle masse. Vivere Hard Rock è affrontare la vita con caparbietà, duramente, non tirarsi indietro mai avanti ad una difficoltà e il tutto si fa con tanta personalità. Ovvio che certi atteggiamenti, e alcuni look oltre che il suono distorto, porta molto pubblico a distanziarsi da esso, questo però è messo in conto perché come il Blues, e il Rock, l’Hard Rock è un viatico di protesta e quindi deve necessariamente dare fastidio.
Che sia uno stile di vita lo sanno benissimo anche i bolognesi Simple Lies, perché ne hanno respirata di polvere, quella delle strade, infatti, nella loro carriera hanno girato molto l’Europa e i dintorni, sono andati a suonare in Ucraina (auguro tutto il meglio alla popolazione straziata da quest’orrenda invasione da parte di Putin), Russia, Spagna, Francia, Lituania, Lettonia e ovviamente l’Italia.
Si formano nel 2006 e registrano due album, “No Time To Waste” nel 2012 e “Let It Kill" nel 2015. Dopo alcuni avvicendamenti nella line up a oggi per questo terzo lavoro in studio intitolato “Millennial Zombies” sono formati da Alessandro Rubino (voce), Alberto Molinari (chitarra), Jam Bognanni (chitarra), Ash Saboori (basso) e Zak Zucchini (batteria).
L’inquietante copertina fa capire che in questo millennio siamo tutti zombie comandati dai telefonini i quali ci tolgono la personalità rendendoci tutti dei morti viventi. In effetti, dovremmo svegliarci e i Simple Lies ci provano a farlo grazie alle undici canzoni contenute nell’album. Quello che salta subito all’orecchio sin dall’ascolto del primo brano “The End”, è la buona qualità sonora della registrazione. Un’onda elettrica impatta l’ascoltatore ma trattasi di musica comunque orecchiabile e resa intrigante dall’interpretazione di Alessandro Rubino, bella voce e capacità interpretative davvero elevate. Granitico l’attacco di “567 Hate!”, tanta materia all’interno delle note, fotogrammi del passato si susseguono nella mente durante l’ascolto. I coretti evocano di molto gli anni ’80 e qui siamo al confine dell’Heavy Metal.
Borbotta il basso di Ash Saboori nell’attacco di “Mr. Leg Day”, canzone dal ritornello coinvolgente e dall’andamento allegro. Vetrina per le chitarre è “Weird Uncle” che inizia proprio stranamente con un assolo di chitarra ficcante mentre immagino di trovarmi in un album dei Saxon. “Prince Of Darkness” si apre con un bell’ Ozzy Osbourne che si chiede “Chi ca@@o è Justin Bieber?” Qui tutta l’essenza del principe delle tenebre, brano prettamente Hard senza deragliare dai binari. La title track non da respiro, cadenzata in un mid tempo massiccio e un cantato ficcante. Non manca neppure la ballata di turno qui intitolata “On A Stage Together”. Molto bella, delicata sì ma con sapienza, fra arpeggi, piano e una interpretazione vocale sopra le righe in attesa dell’immancabile assolo di chitarra. “The Cage” ci rimette tutti in riga, fra ferro e fuoco. In “Flat Brain Society” le chitarre segano in due l’ascoltatore, mentre i suoni si aggirano attorno al mondo dei Judas Priest.
Altre accettate giungono da “Ravencock”, anzi per meglio dire “Acceptate” visti certi richiami alla storica band teutonica. Chiusura in eleganza con “Here Lies Her Ghost”, canzone fra le mie preferite dell’intero album grazie ai cambi umorali che lo rendono variegato e scorrevole.
In definitiva “Millennial Zombies” è un pieno di energia, una passeggiata nel mondo dell’Hard Rock e i Simple Lies qui non ci fanno mancare nulla, ma proprio nulla! MS






domenica 6 marzo 2022

Umphrey's McGee

UMPHREY'S MCGEE - You Walked Up Shaking in Your Boots but You Stood Tall and Left a Raging Bull
Nothing Too Fancy Music
Genere: Crossover Prog
Supporto: 2021 – Digital




Nel mondo musicale esistono anche veri e propri funamboli del pentagramma, accade a volte per necessità, altre per virtuosismo e in alcuni casi come in questo degli americani Umphrey’s McGee, per semplice spontaneità, in cui le composizioni hanno al loro interno molte soluzioni.  La band si fonda a South Bend, Indiana, nel 1997 e a oggi è composta da Brendan Bayliss (chitarra,), Jake Cinninger (chitarra, tastiere,), Joel Cummins (tastiere), Ryan Stasik (basso), Kris Myers (batteria), e Andy Farag (percussioni).
Hanno solide basi su cui costruire la prolifica carriera, partendo dagli insegnamenti di band come Beatles e Led Zeppelin per poi arricchire il bagaglio con ascolti di Genesis, Yes, King Crimson, Mahavishnu Orchestra, Miles Davis e Jaco Pastorius. Come avete potuto notare i nomi sono importanti e neppure molto semplici da emulare, tuttavia la tecnica a disposizione dei sei musicisti consente loro questo e altro. Ciò che comunque salta all’orecchio non è tanto il rifacimento di alcune situazioni compositive, bensì la forte personalità che li rende unici e ben distinguibili nel panorama del Rock, prerogativa questa dei grandi.
Con una discografia alle spalle davvero numerosa, “You Walked Up Shaking In Your Boots But You Stood Tall And Left A Raging Bull” (grazie per il titolo, e se poi traducete vi farete una bella risata) è il quindicesimo album in studio. Dodici canzoni per un viaggio sonoro di quasi trequarti d’ora.
“Catshot” è lo strumentale che inizia il percorso sonoro, aperto dal piano in loop e successivamente raggiunto da tutte le strumentazioni in possesso alla band. Un refrain che si stampa subito in mente, grandioso per enfasi e portato in trionfo dalla chitarra elettrica. Ancora un loop questa volta di percussioni e batteria ad iniziare “There's No Crying In Mexico”, un effetto stereo avvolgente ci sorprende con la psichedelia per poi lanciarsi nel Rock quasi dance, il brano si apre in maniera ariosa e coinvolgente. In questo disco dei Umphrey’s McGee non esiste una suite ma una serie di brani di media e corta durata, solamente la conclusiva “October Rain” supera i sei minuti. Coinvolgente “Leave Me Las Vegas”, impossibile restare fermi all’ascolto, altro strumentale dove la chitarra elettrica subentra nuovamente in corsa per rapire l’ascoltatore con i suoi lamenti. E’ chiaro che i crescendo sonori sono un arma vincente del disco.
Se non fosse per il suono moderno e per qualche schitarrata Metal “Depth Charge” potrebbe derivare dagli anni ’70 e non stazionerebbe male neppure nella discografia dei Goblin. Incastonata a lei giunge “You Got the Wrong Guy” ed alza ulteriormente l’intensità delle atmosfere. L’incedere arrembante è davvero coinvolgente. Con “Tango Mike” si è alla metà del percorso, un brano che spezza l’ascolto grazie agli arpeggi di chitarra, ma è solamente un breve istante per poi ripartire in pompa magna. “Nipple Trix” colpisce come un pugile ai fianchi dell’ascoltatore, così i brani a seguire come nel caso della roboante “Le Blitz”, solamente “Le Sac” potremo definirla la ballata del disco. Per quello che concerne il gusto personale resto colpito da “October Rain” dove la struttura variegata mi porta verso un Progressive Rock duro e puro.
Brevi canzoni euforiche, un album strumentale che rilascia una energia positiva da non sottovalutare, adeguato anche come compagno di viaggio per un percorso automobilistico. MS





sabato 5 marzo 2022

Spherical Agenda

SPHERICAL AGENDA - Arcane Wisdom
Lunar Signal Records
Genere: Jazz Rock – Fusion
Supporto: cd – 2021




La mia età mi porta a ricordare periodi e periodi della storia della musica. Sono stato capace di godere di ognuno di essi, gli anni ’60 ricchi d’inventiva, i ’70 di tecnica e idee, gli ’80 di spensieratezza e voglia di divertimento etc. In questo caso mi soffermerei a cavallo fra i ’70 e gli ’80, quando la fusion ha dato buoni frutti come ad esempio in Canada con i fantastici Uzeb che consiglio di conoscere a chi ne ignora l’esistenza. Tutto questo per dire che il Jazz Rock Fusion è ancora oggi in buone mani, i giovani americani Spherical Agenda prendono il testimone e portano avanti questo filone. Non che siano i primi della classe intendiamoci, ma la freschezza con cui infarciscono la loro musica è davvero encomiabile.
Potrei citare grandi nomi fra le influenze che si denotano durante l’ascolto di “Arcane Wisdom” come i Mahavishnu Orchestra, o i Return To Forever, tuttavia c’è dentro molta farina del proprio sacco.
Dopo una serie di singoli pubblicati tra il 2018 e il 2021, il 19 novembre 2021 debuttano con questo lavoro composto di otto brani. Sono formati da Matt Wiles (basso), Brandon Scott Coleman (chitarra), Ben Tweedt (tastiere), e Devon Leigh (batteria), con l’ospite d’eccezione Walfredo Reyes, Jr. (percussioni).
Apre il disco la calda “Guts” fra momenti di riflessione e lanci strumentali. Sembra una grande jam dove la coinvolgente ritmica porta l’ascoltatore in una fase interattiva con il movimento del corpo incontrollato durante l’ascolto. Pochi minuti e tanta storia all’interno. Hammond ed energia in “High Stakes”, questo brano lo definirei Hard Prog. La seconda parte del pezzo mi riporta indietro agli anni ’70 e questo per il mio gusto è un fatto positivo, piacevole ascoltare il colloquio fra tastiere e chitarra. Ritorna la delicatezza del Rock Fusion in “Rad Dads”, un ritmo divertente e avvolgente fa da tappeto al solo di chitarra ancora una volta protagonista, e qui gli Uzeb sono davvero vicini.
Il singolo tratto dall’album s’intitola “Steak Jazz”, vera e propria vetrina per le capacità sia compositive che tecniche della band. Qui il basso di Matt Wiles parla, ed è goduria. La batteria chirurgica di Devon Leigh apre “Blooze”, altro brano coinvolgente e ricco di dialoghi fra le strumentazioni. E vai di Funk con “Spherical Funk”, oramai la band viaggia a briglia sciolta, il brano potrebbe benissimo risiedere nel disco capolavoro “Fast Emotions” sempre della band del Québec. Ritorna l’ospite Walfredo Reyes, Jr. in “Coleman's Question”, le percussioni sono un evidenziatore sulle capacità balistiche della band.
Il disco si conclude con “Arcane Wisdom” momento assolutamente più originale di tutto il contesto, davvero una degna conclusione che fa venire la voglia di premere nuovamente il tasto “play”.
C’è bisogno oggi più che mai di una coccola sonora e “Arcane Wisdom” è di certo una di queste, non facciamocela sfuggire. MS






lunedì 28 febbraio 2022

Rick Miller

RICK MILLER – Old Souls
Progressive Promotion Records
Genere: Atmospheric Progressive Rock
Supporto: cd – 2022




Ho avuto modo anche recentemente di decantare le qualità delle band provenienti dal lontano Canada, la maggior parte di esse ha forte personalità, non a caso le basi per un futuro Metal Progressive giungono proprio da questa terra grazie allo storico trio Rush. Evoluzione anche in ambito Thrash Metal grazie alla band Voivod, ma i nomi sarebbero davvero tanti. C’è chi evolve uno stile e chi invece si limita a ripercorrere strade battute da altre nobili band, il tutto sempre con personalità. Il prolifico polistrumentista Rick Miller ha avuto una gioventù musicale fortunata, si è innamorato del suono dei Moody Blues, Pink Floyd, Alan Parson, Genesis su tutti. Miller di Alan Parson ha anche la voce molto simile che lo aiuta a ripercorrere perfettamente certe sonorità. Il suo primo album risale al lontano 1984 dal titolo “Starsong”, da qui inizia un lungo cammino che lo porta a realizzare ben sedici album in studio, in un crescendo qualitativo che gli fa onore. L’ho seguito in questa sua escalation e posso confermare con certezza che si è davvero comportato come un buon vino rosso, il tempo l’ha esaltato e valorizzato. Si è avvicinato disco dopo disco sempre più ai Pink Floyd e questo di certo non è un difetto, anche nel 2022 c’è bisogno sia di memoria sia di buona musica per la mente.
Per la realizzazione di “Old Soul” si coadiuva di strumentisti come Sarah Young e Jaye Marsh (flauto), Mateusz Swoboda (violoncello), Barry Haggarty (chitarra), Kane Miller (chitarra, violino) e Will (batteria, percussioni).
Dieci le tracce che compongono l’album per un totale di cinquantadue minuti di musica. Gli otto minuti abbondanti di “Time's Way” conducono immediatamente nel mondo etereo di Miller, ponderato e rassicurante come le atmosfere che hanno saputo coccolare i fans dei Pink Floyd nei momenti in cui la chitarra di Gilmour ha disegnato la storia. Tre minuti, bastano tre minuti per sognare su un violoncello e un arpeggio di chitarra, “Guinevere” nella dolcezza riscalda il cuore, semplicemente senza tanti fronzoli. Il livello emotivo sale ulteriormente con “Haunt Me”, sempre attorno alle chitarre protagoniste di assolo sognanti. “Virgin Rebirth” annovera fra le file archi e psichedelia, un connubio decisamente potente, ma le sorprese sono dietro l’angolo, tastiere synth s’interpongono fra loro assieme all’immancabile chitarra, qui siamo nel territorio del Crossover Prog. Adiacente giunge “The Red Sky” aperta da piano, violoncello e flauto, il che anche se non state ascoltando, rende bene l’idea sulle atmosfere create. Sembra una vera e propria colonna sonora dedicata a paesaggi montani d’incontaminata bellezza. Potenza della musica.
“Ixtlan Awaits” ha molto degli anni ’70, perfettamente incastonata nel contesto ascoltato sino ad ora. Più ricercata e orientale “A Stitch In Time”, un crescendo interessante dove le strumentazioni s’interfacciano fra loro con ordine. Segue “Lost Karma”, quasi tre minuti meditativi e malinconici che preparano l’ascolto a quello che è il movimento più bello dell’intero album, ossia la mini suite “Don Quixote”. Ascoltare è un piacere che è prerogativa per pochi, e quei pochi sanno sicuramente come star bene. Il disco finisce con la breve e psichedelica “Time's Way Reprise”.
Rick Miller è un anima sensibile, non serve molto per innamorarsi della sua musica che ripeto ancora una volta, sale di qualità disco dopo disco, approfittiamone. MS





Cyril

CYRIL – Amenti’s Coin Secret Place – pt. II
Progressive Promotion Records
Genere: Crossover Prog
Supporto: cd – 2022




Parlare del gruppo Tedesco Cyril per il sottoscritto è sempre un piacere, anche perché nel corso della carriera si sono spesso interfacciati con un personaggio del Progressive Rock non molto famoso, ma per me un grandissimo artista, sto parlando di Guy Manning (The Tangent, Parallels Or 90 Degrees). Detto questo la storia dei Cyril è costellata di buoni album a iniziare da “Gone Through Years” del 2013. “Amenti’s Coin Secret Place – pt. II” è la quarta fatica da studio e tutte sono un esempio di Progressive Rock totale, ossia riguardante sia il passato storico oltre che il Neo Prog degli anni ’80. Si fondano nel 2010 dalle ceneri del gruppo Gabria ed oggi sono composti da Larry Brödel (voce), Manuel Schmid (voce), Ralf Dietsch (chitarra, mandolino), Marek Arnold (tastiere, sassofono, clarinetto), Dennis Strassburg (basso) e Manuel Humpf (batteria).
Nelle nove canzoni proposte non ci sono suite, la più lunga è la conclusiva “Arrival” della durata di quasi nove minuti, per il resto si viaggia su una media di quattro o cinque minuti.
Il gancio con il suddetto Neo Prog lo si ha immediatamente all’ascolto di “On Sacred Ground” in alcuni momenti vicino a “Lords Of The Backstage” tratto da quel capolavoro Marillioniano intitolato “Misplaced Childhood”. Il sax di Marek Arnold rende tutto il contesto più raffinato.
La chiave di lettura della musica Cyril va interpretata in un semplice pochi fronzoli e tanta sostanza. Canzoni semplici con brevi assolo divertenti, come nel caso della spensierata “A Letter Home”. La chitarra elettrica di Ralf Dietsch apre con arpeggi la ballata “My Father’s Answer”, una malinconica interpretazione vocale riporta alla canzone una sensibilità toccante e profonda.
“Desert Crossing” ha molto della musica di Phil Collins voce annessa, mentre il movimento centrale composto da arpeggi riporta ai Genesis e il crescendo sonoro dona al brano un fascino incredibile. Il Progressive Rock in definitiva è questo, se fatto con professionalità e con giuste idee senza strafare diventa un genere musicale appetibile a molti palati, non solo a quelli degli intenditori. Unita da un suono psichedelico si aggiunge “Caravan”, un viaggio quasi sinfonico su un motivo semplice ma efficace.
Ritorna l’arpeggio in stile Steve Rothery (Marillion) nella breve e strumentale “Amanti’s Coin”, un brano d’atmosfera che lascia adito alla fantasia dell’ascoltatore. Si ritorna alla canzone con “A New Shangri-La”, altra semi ballata nostalgica ed efficace per emotività. Segue melodia in cattedra per “The Tempress”, vera e propria ballata, quasi un continuo con il brano precedente e ancora Phil Collins fra le note. La chiusura è affidata a “Arrival”, sunto della musica dei Cyril. Davvero una degna conclusione.
La musica si sa deve semplicemente emozionare e per raggiungere questo scopo non ha bisogno di chissà quali attributi se non quelli del gusto per la melodia facile da memorizzare e una buona tecnica individuale messa a disposizione della canzone, e non dell’ego del musicista.
“Amenti’s Coin Secret Place – pt. II” è un disco piacevole, registrato bene nei studi di Martin Schnella, altro personaggio importante per la musica Prog tedesca e non soltanto. Se amate le canzoni non troppo complicate, questo disco fa sicuramente al caso vostro. MS





sabato 26 febbraio 2022

ZoneM

ZONEM – Sono Dentro Di Me
Black Widow Records
Genere: Rock Progressive
Supporto: Digital – 2022




La Black Widow Records sorprende sempre, le band prodotte dalla casa genovese si aggirano generalmente attorno ad un Metal oscuro, un Prog altrettanto tetro, spesso psichedelico e sperimentale. La banalità non è certo di casa.
Questa volta iniziano l’anno 2022 con una super-band formata da musicisti derivanti da gruppi come Sadist, Il Segno Del Comando, Jus Primae Noctis e Will’o’Wisp chiamata ZoneM. Le atmosfere lasciano presagire un lavoro alla Goblin e in effetti “Sono Dentro Di Me” potrebbe benissimo essere un film horror, o per meglio dire la colonna sonora. Le liriche che si appoggiano a scritti di H.P. Lovecraft, maestro del terrore, incollano l’ascoltatore avanti la musica rendendolo un visionario tagliato fuori dal mondo. Un’opera sperimentale che riesce a mettere ansia, grazie anche a ritmiche che si sovrappongono velocemente a quelle del nostro battito cardiaco rendendoci interattivi con l’insieme. Per spaventarci ulteriormente ci sono tuoni, sibili, e leggendo la bio di presentazione si aggiungono anche tracce della guerra in Vietnam, registrazioni di suoni provenienti dal pianeta Saturno, voci distorte, suoni metallici, ticchettii e scoppi. Questo viaggio nella paura ci stimola l’amigdala, complesso di nuclei che abbiamo nel cervello e che gestiscono le emozioni.
Sedici brani che fanno di “Sono Dentro Di Me” un solo motivo, angosciante e spaventoso.
Ascoltate i rumori di “Polifemo (pt.1) ” per averne una chiara immagine. Il disco si apre con il benvenuto di “Nessuna Uscita”, uno strumentale fondato sulle tastiere della mente Beppi Menozzi (Il Segno del Comando) su una ritmica sincopata e già nell’aria si sparge il profumo degli anni ’70. Autori di cotanto materiale sono Beppi Menozzi (voce, tastiere, arrangiamenti, composizione, testi, produzione) Pietro Balbi (chitarra), Diego Banchero (basso, testi) Alessandro Bezante (basso), Davide Bruzzi (chitarra), Fernando Cherchi (batteria), Marco Fehmer (voce, chitarra, composizione, testi), Paolo Puppo (grafica, chitarra), Mario Riggio (batteria). Roberto Lucanato (chitarra), Renzo Luise (chitarra), Graziella Gemignani (dipinti), Mauro Isetti (basso), Rita Menozzi (voce), Riccardo Morello (voce), Silvia Palazzini (voce), Tommaso Maestri (chitarra) e Pietro Menozzi (chitarra). Avanti ai nostri occhi passano nomi e situazioni, film gialli, Emerson Lake & Palmer, Fabio Frizzi, John Carpenter, Peter Gabriel e molto altro ancora scaturito soprattutto dalla nostra e vostra immaginazione. Questa è la magia della musica, e il progetto ZoneM mostra la capacità dell’arte di far scaturire immagini all’ascolto e addirittura a spaventare. Bellissima “Arkham”, davvero di matrice Goblin, ma un tuono ci fa sobbalzare all’inizio di “Cospirazione” e siamo circondati da suoni e scricchiolii di certo non rassicuranti. Angoscia nell’altalenarsi di riff di tastiera a loop, cosa accadrà ora? Come in “Profondo Rosso” c’è la nenia “School At Night”, qui c’è “Eurimaco, il mentitore (bestia pt 1)”. Ed ecco giungere la bestia “Cthulhu”, brano Progressive Rock per la precisione Hard Prog. La suddetta amigdala è anche il titolo di una canzone, ricercata e avvincente, sostenuta da ritmiche e suoni psichedelici, il nostro cervello è circondato da suoni, ci sentiamo scoperti e fragili. Subentra “Incubo”, nomen omen.
Fra i momenti che ho apprezzato maggiormente c’è “Peshtigo”, un insieme di emozioni date anche dalle coralità femminili e un suono ampio di tastiere che potrei definire sinfonico. C’è anche un frangente vicino al cantautorato, lo si ascolta in “Sono Qui (Bestia pt 2), ma è solo un istante che lascia immediatamente spazio al suono elettrico delle chitarre. Momento di quiete in “Vulnerabile (Bestia pt 3)”, l’inizio mi rimanda ad alcuni suoni delle nostrane Orme. Ritornano i Goblin in “Bestia pt 4”, per poi addentrarsi nello sperimentale dove suoni e voci ci sorprendono in ogni momento, il brano s’intitola “Merrick” e a questo punto non voglio svelarvi il finale che spetta soltanto a voi.
ZoneM è una sorpresa, un progetto che riesce a dare la colonna sonora a un film che non esiste, sapreste voi fare di meglio? MS




 

Framauro

FRAMAURO - My World Is Ending
Lynx Music
Genere: Neo Prog
Supporto: cd – 2022




Attenzione alla Polonia per quello che concerne il Neo Prog. La terra è ricettiva a questo genere musicale, non a caso le band come Pendragon, Arena e molte altre vanno a registrare live per la Metal Mind Records in questi luoghi, Ci sono formazioni importanti come gli storici Collage, oppure i Millenium, Quidam, Riverside solo per fare alcuni nomi, ma veramente qui c’è molta carne al fuoco.
Cos’è il Neo Prog credo che i più appassionati di voi conoscono già la storia, passando per band come Marillion, Pendragon, Pallas, IQ, Twelfth Night etc., agli altri delucido dicendo che fa riferimento ai primi anni ’80 e alle sonorità Pink Floyd, Genesis e Camel su tutte. Tastiere e chitarre sono l’epicentro di alcuni assolo che rendono la musica molto orecchiabile rispetto a certo Progressive Rock più sperimentale. Per maggiori approfondimenti rimando al mio libro edito per Arcana “Neo Prog – Storia e Discografia”.
Ryszard Kramarski è un polistrumentista che abbiamo conosciuto in quanto mente dei già nominati Millenium mentre Framauro è il primo progetto nato nel 1996 nelle stanze della sua casa. Per dare voce a quanto registrato in demo, i primi tempi Ryszard si avvale del supporto dei cugini Stach Kramarsk (voce) e Tomasz Pabian (chitarra, batteria). Il primo risultato esce nel 1998 e s’intitola “Etermedia” (Lynx Music) mentre la passione per la musica di Ryszard Kramarski accresce anno dopo anno, fino a fargli formare la band Millenium e la casa discografica per un ulteriore passo verso la professionalità chiamata Lynx Music. Molto lunga la discografia con la band Millenium e vuota con Framauro che ritorna dopo ventiquattro anni con questo “My World Is Ending” escludendo l’ep del 2001 “Last Word - The End”. Con lui oggi suonano Grzegorz Fieber (batteria), Krzysztof Wyrwa (basso) e Marcin Kruczek (chitarra). Wyrwa è anche elemento dei Millenium.
Se guardiamo la copertina di questo nuovo album, ci sono molti indizi che conducono a certi punti di attinenza appena nominati, guardate ad esempio i volti dei due esseri che si relazionano, non ricordano per caso le statue di “The Division Bell” dei Pink Floyd? I visi disegnati a matita delle donne tristi a occhi chiusi non sono prerogativa della matita di Peter Nichols degli IQ e dei suoi dischi? E se guardiamo il totale, non si può certo ignorare il naif appartenente a molte cover dei Pendragon. Certo, non sono gli stessi ma alcuni deja vu assalgono l’osservatore amante del Neo Prog.
La musica non è distante da quanto descritto, otto brani che si lasciano ascoltare con piacere fra assolo interessanti e buone melodie. Ovviamente nel 2022 ci si dovrebbe attendere di più dal Neo Prog, in realtà possiamo ufficialmente dire che il genere in questione è così stabile da fare concorrenza al Progressive Rock più vintage degli anni ’70. I paletti che si sono costruiti attorno potremmo sostituirli con un muro invalicabile, dove all’interno esistono esclusivamente alcune certezze intaccabili. Probabilmente questo è il vero motivo per cui Ryszard Kramarski ha rispolverato oggi il progetto Framauro. Nostalgia oppure voglia di ritornare a quelle vecchie radici che hanno dato propellente alla voglia di creare musica da parte del polistrumentista? In verità non è questo che m’interessa di più, l’importante è emozionarmi all’ascolto e qui per fortuna non mi resta molto difficile.
“My World Is Ending” è un titolo che preoccupa, però Framauro potrebbe anche lasciare presagire a un ritorno alle origini. Speriamo solamente che non sia un cerchio che si chiude, perché c’è bisogno ancora oggi di bella musica, e mi raccomando Ryszard, non fare scherzi! MS






sabato 19 febbraio 2022

Retreat From Moscow

RETREAT FROM MOSCOW - The World as We Knew It
Gravity Dream Music
Genere: Neo Prog
Supporto: cd – 2022




E’ proprio il caso di dirlo, il buon caro e vecchio Neo Prog! Nel mondo della musica davvero ne capitano tante e qualche volta anche di strane, come nel caso degli inglesi Retreat From Moscow. La band composta da  Andrew Raymond (tastiere, voce), John Harris (voce, chitarra, flauto, tastiere), Greg Haver (batteria, sintetizzatori, voce), e Tony Lewis (basso, voce) si forma in piena era Neo Prog nella fine degli anni ’70 per poi cadere in una sorta di letargo nel 1981. Si ritrovano sempre con la passione per la musica nel 2018 e montando anche sul carro del ritorno in voga del genere, decidono di ridare vita ai brani composti una quarantina di anni prima. Effettuata la reunion, la band si mette in studio a provare e infine a registrare quest’album che paradossalmente potremmo definire d’esordio intitolato “The World as We Knew It”.
Tuttavia non si può dire che non si sono presi il tempo dovuto, solo nel 2022 l’album vede luce negli scaffali dei dischi, per cui sono serviti altri quattro anni.
Quello che colpisce all'ascolto degli undici pezzi è il fattore temporale il quale manifesta un’incongruenza sonora apparente, per meglio dire immaginate di ascoltare i Pendragon dei fine anni ‘70 ma suonati con la tecnologia moderna analogica, la composizione è datata ma il suono è attuale. La voce e l’andamento ricordano molto anche il materiale del tastierista Clive Nolan (Pendragon, Shadowland, Stranger on A Train, Arena, Caamora, etc.). Si gustano gli anni ’80 sin dall’iniziale “The One You Left Behind” ma ancora di più nella successiva “Radiation”, dove le tastiere fanno sia da tappeto sia da colonna portante. La tecnica espressa è più che sufficiente, così le chitarre che alternano frangenti duri a pacati. “Radiation” Potrebbe benissimo uscire da un album dei primi Marillion per intenderci e già vedo i più attempati di voi sorridere dopo questa mia descrizione.
Affascinante “Henrietta”, l’arpeggio di chitarra iniziale è un altro punto di congiunzione con il territorio di Fish e company, un andamento allegro e spensierato, una canzone che sarebbe anche troppo semplice per il genere prog ma grazie al motivo centrale che spezza il ritmo in un assolo alla Camel o ancor meglio alla Steve Hackett il discorso cambia notevolmente. Davvero ben fatto anche il lavoro delle tastiere in stile Genesis. Non si è ancora giunti a metà disco e già si sorride.
“I’m Alive” è terreno Pallas, era “The Sentinel”, ancora una volta in tutto e per tutto classico Neo Prog! L’incedere massiccio lo rende oltretutto vigoroso. C’è a questo punto un motivo più rilassante, “Costantinople”. Si inizia con la voce e la chitarra acustica, per poi inserire il flauto e andare in un crescendo emotivo toccante grazie all'assolo della chitarra elettrica, seppur breve. L’ingresso della batteria e delle tastiere riempiono il suono e il brano portandolo dritto nel cuore del Prog fans. Quante volte negli anni abbiamo goduto di questo modo di fare, i Retreat From Moscow lo ribadiscono.
“Home” con gli undici minuti abbondanti di durata è una vetrina di quanto descritto sino ad ora. Un'altra canzone che mi ha colpito è la delicata “Moving Down”, per il resto nulla fuoriesce dai binari che ho definito.
Grazie Retreat From Moscow per la vostra caparbietà, avremmo altrimenti perso davvero una piccola gemma da gustare con tutta calma e serenità, proprio come avete fatto voi. MS







Lana Lane

LANA LANE – Neptune Blue
Frontiers Music Srl
Genere: Hard Prog
Supporto: cd – 2022




Che bella sorpresa! La signora del Prog è ritornata dopo ben dieci anni di assenza. Lana Lane si aggira nel territorio dai primi anni ’90 assieme a suo marito e tastierista Erik Norlander (Rock Scientists) e ci ha sempre deliziato con la sua voce raffinata e melodica. Gli spunti hard ci sono sempre stati ma la natura di Lana Lane è delicata, colorata e particolareggiata, proprio come le copertine che rappresentano sempre i dischi proposti.
“Neptune Blue” è l’undicesimo album in studio escludendo gli ep, e undici sono anche i brani che lo compongono. L’americana Lana si circonda di un parterre davvero ricco, con nomi altisonanti quali Erik Norlander (tastiere, voce), Jeff Kollman (chitarra), Mark McCrite (chitarra, basso, voce),
Don Schiff  (NS/Stick), Greg Ellis (batteria e percussioni) e John Payne (cori).
Non nascondo la smania di ascoltare il disco e la paura di rimanerne deluso per chissà quale mutamento stilistico che in realtà non si è palesato, Lana Lane è una certezza.  E’ davvero un piacere imbattersi con un’apertura quasi AOR, positiva, hard e semplice come “Remember Me”, dove l’azzeccatissimo ritornello fa tornare la mente indietro di decenni. Deja vu sicuramente, ma sempre bene accetti.
Sappiamo bene che il pubblico americano ama ascoltare buone melodie, tuttavia non disdegna assolutamente anche la tecnica esecutiva, molte delle band Prog del campo sono un perfetto equilibrio per un risultato gradevole, per fare due nomi su tutti, Echolyn e Spock’s Beard. Anche la musica di Lana Lane è tecnica, variegata e melodica, ma lascia più spazio ai ritornelli di facile memorizzazione spezzati solo da efficaci assolo strumentali. Ascoltate “Under The Big Sky” e godete di quanto definito. “Really Actually” è un mid tempo dove le tastiere trasportano verso la new wave anni ‘80, ma niente paura, è sempre dentro il Progressive Rock. L’intelligenza della cantante risiede nel non tentare scale elevate senza una riscontrata necessità, mai si osa più del dovuto, qui risiede la maturazione di quest’artista che a modo di vedere di chi vi scrive avrebbe meritato più fortuna.
Le ballate ci sono sempre e inevitabilmente raffinate, “Cum Lift Me Up” e la toccante title track “Neptune Blue”. Semplice e diretta “Bring It on Home”, energia pulita. Voce filtrata in “Bring It On Home” mentre nella breve “Don't Disturb The Occupants” le tastiere partono in una ritmica in stile Supertramp. Sale il ritmo in “Lady Mondegreen”, un giro armonico che fa il verso alla solarità della nostrana Premiata Forneria Marconi. Con “Miss California” la band fa un altro salto nel mondo dell’AOR per poi passare con “Someone Like You” in un sound proveniente direttamente dagli anni ’70 o per meglio dire fine ’60, quando i Beatles ci disegnavano melodie saccheggiate per decenni e decenni da tutti gli artisti. Ancora vigore in “Far From Home” e poi la conclusiva e già citata “Neptune Blue”.
E’ passata un’ora, non mi è sembrato tutto questo tempo, ciò dice quanto è stato gradevole l’ascolto. Ben tornata signora, questa volta ti prego, non lasciarci per troppo tempo in sospeso, c’è anche bisogno di musica ben confezionata e diretta, c’è bisogno di Lana Lane! MS 





domenica 13 febbraio 2022

Giant Hedgehog

GIANT HEDGEHOG – Im Siel
Autoproduzione
Progressive Rock / Sperimentale
Supporto: cd – 2022




Nomi di fantasia per band ne abbiamo visti davvero di bizzarri, specialmente nel mondo del Rock Progressivo, fra Locande, Raccomandate, Banchi e Fornerie c’è di che sbizzarrirsi. Poi in tempi più recenti ci sono anche l’Albero Del Porcospino (Porcupine Tree) e ora un altro grazioso animaletto sempre con gli aculei, il Riccio Gigante (Giant Hedgehog)!
Il nome fa pensare a boschi e ad aria buona, poi la copertina con i colori pastellati e fiabeschi sottolineano la sensazione. Invece i tedeschi Giant Hedgehog di Folk hanno davvero poco a parte qualche sprazzo, e neppure punti di congiunzione con la band di Steven Wilson. Con “Im Siel” giungono al terzo disco in studio, dopo “Giant Hedgehog” (2014) e “Die Irrealität Der Zeit” (2018).
Si formano a Münster per suonare un Rock ricercato, attento al passato ma con una chiave di lettura moderna. Prog alla King Crimson e Van Der Graaf Generator s’incontra con il Jazz e qualche volta con il Metal per dare vita a frangenti anche cacofonici. Musica per palati fini, ossia per coloro che sono stanchi della solita solfa e ricercano un qualcosa di davvero forte e inusuale. La band è formata da Patrick Aguilar (basso), Moritz Nixdorf (batteria), Niklas Tieke (chitarra) e Thomas Mrosek (sassofono).
I Giant Hedgehog prediligono i brani dalla lunga durata, quindi all’interno dell’album non mancano le suite sempre ricche di cambi di tempo. Il disco si apre con “Gemurmel Aus Dem Brunnen”, arpeggi soavi e sassofono dipingono scenari davvero bucolici e senza grosse sorprese (a parte il crescendo sonoro) quasi non lasciano presagire cosa ci attende in seguito. Ed ecco immediatamente la suite di ventitré minuti “Im Siel”, e il mondo dei Van Der Graaf Generator si staglia avanti all’ascoltatore. Il brano è palestra per le capacità tecniche dei componenti che uno a un danno dimostrazione dell’estro personale. Non di rado trovo anche affinità con alcuni passaggi degli svedesi Landberk, questo lo dico ovviamente per chi li dovesse conoscere. Non c’è un attimo in cui restare tranquilli nel senso che quando l’orecchio si abitua a un motivo, ecco che la band vira in un altro percorso sonoro, tutto ciò rende sempre massima l’attenzione. Certo chi non ama questo modus operandi farà di questo disco una zeppa per un tavolo traballante, tutti gli altri sono convinto che invece quantomeno apprezzeranno. Decisamente particolare la scelta di incastrare l’Heavy Metal in brevi momenti e confesso che tutto questo non infastidisce, anzi, a ripetuti ascolti capisco anche il suo perché.
Ancora arpeggi di chitarra aprono il brano “Lunas Bank”, altro crescendo che nulla aggiunge e nulla toglie a quanto descritto. Questa è la musica del Riccio Gigante, prendere o lasciare. Proprio come i suoi aculei sa rendersi pericolosa ma non mortale, in parole povere i Giant Hedgehog sanno il fatto proprio, ascoltate “Damals Am Teiche” per credere, oppure la conclusiva “Einkehr”.
Di tanto in tanto è bello ascoltare nuove sonorità e questo fa bene anche alla mente. Certo, non un disco epocale e neppure da fischiettare, però come ho già detto, ha un suo perché…. Perché è semplicemente bello. MS


BANDCAMP: https://gianthedgehog.bandcamp.com/album/im-siel