Alessandro
Konrad Iarussi nasce in una famiglia di Bari dove tutti scrivono, suonano o
dipingono, è inevitabile per lui respirare arte ed assimilarla. La sua passione
è la musica, la chitarra ed il canto. Inizia a compore già a quindici anni e
forma una band di cover e brani propri dal nome Hype. Nel 1995 con questa band
rilascia un disco intitolato “Sottosopra”, ma è di li a poco tempo che nasce un
progetto molto importante, i Radiolondra seguiti da Mauro Pagani (PFM) con la
collaborazione di Rocco Tanica di Elio E
Le Storie Tese, ospite nel loro primo album dal titolo omonimo. Segue un
periodo di riflessione, dove il musicista si cimenta nel campo recitativo, per
poi ritornare nel 2013 alla sua grande passione: la musica. Con la Music Force
registra il debutto “Carenza Di Logica”, un concept album sul mare e l’amore il
quale gli dona nuovamente soddisfazioni e ben tre singoli estratti dall’album.
Oggi
ritorna con il suo amico Valerio Fuiano (produttore, chitarra, voce, banjo,
piano, sitar, armonica, arrangiamenti e musica) e collaboratore dai tempi di
Radiolondra dando alle stampe “Luce”, album di quindici tracce che raccontano
un viaggio introspettivo dei suoi pensieri.
Ogni
brano un pezzo di vita, mentre Luce è il nome della figlia.
Assieme
a Konrad e Fuiano suonano Fabrizio Larussi (basso), Mario Canfora (batteria)
con la partecipazione di Giuliana Merola voce in “Il Sogno Reale”, Paolo
Marrone voce in “La Luna Per Te” e Michele De Costanzo (polistrumentista).
L’”Intro”
apre in maniera psichedelica grazie al suono di un sitar, il quale ci accoglie
in “Foglie Sotto I Passi”, canzone profonda dal profumo anni ’70,
passeggiandoa cuore aperto sulle corde
della chitarra acustica di Konrad. Il ritmo lento e spezzato sposa alla
perfezione con l’assolo di chitarra elettrica lasciando un segno indelebile
nella riuscita del brano.
Con
l’acustica “The Man That I Am” l’artista canta in lingua inglese e ci coccola
in un andamento cullante, come un caldo abbraccio semplice e rassicurante.
“Your Eyes” prosegue il cammino con la giunta di un breve solo di chitarra
elettrica.
“Il
Sogno Reale” mette a nudo le emozioni di Konrad, ancora una volta semplice e
melodiosamente toccante, grazie anche ad un refrain gradevole e diretto. La
musica disegna immagini ben distinte e che godono ognuna di vita propria, mi
viene da dire di “luce” propria e scusate il gioco di parole.
Sale
il ritmo in “Sorpresi E Presi”, canzone davvero orecchiabile e potenziale
singolo a mio modo di ascoltare, buono anche l’intervento dell’armonica. Per
darvi un idea di che genere cantautorale si sta trattando, potrei accostare
qualche passaggio a quello che Luca Barbarossa ha saputo elargire nel tempo, tuttavia
in realtà Konrad ha una sua ben precisa personalità.
“No
Sun Will Be Ever Brighter Than You” mostra il lato più professionale di Konrad,
pezzo ben arrangiato e moderno, curato nei particolari con forti linee
melodiche a sostegno. Fanno capolino gli Oasis? Forse la linea Beatlesiana
potrebbe trarre piacevolmente in inganno. Ed ecco “Luce”, piano, chitarra e
voce… Già ho detto tutto.
Fuoriesce
anche il lato tradizionale in “La Luna Per Te”, un Folk mediterraneo e giocoso
basato su strutture si inflazionate ma sempre funzionanti. E poi si vola in
America, quella sudista e calda assieme ai suoi ritornelli Country da ballare e
cantare avanti ad un bel fuoco serale in buona compagnia, tutto questo in
“Four?” ennesimo potenziale singolo.
Tornano
gli anni ’70 con la Psichedelia pacata ed ariosa di “Still On Your Road”, altra
canzone ottimamente arrangiata su giochi di percussioni ed archi di tastiere,
mentre il fuoco per “Seattle” è ancora acceso, anche se l’ora si è fatta tarda.
Di tanto in tanto si presentano linee vocali care al Roger Waters più acustico,
come in “Sleep Tonight”.
L’album
si chiude con un brano live intitolato “Domani” ed una sorpresa che lascio a
voi scoprire.
Konrad
è un cantautore maturo, diretto, senza troppi fronzoli, dal cuore tenero e la
mente aperta così “Luce” ben rispecchia il suo essere artista. Posso solo che
fare i complimenti. MS
La
band nasce a Londra quasi per gioco da Alex Savelli (Mojo Bin - Cute Old Fish),
Simon Painter (Mojo Bin - River Dance) e Terence Todaro (Cute Old Fish), ma è
il centro Italia successivamente a dare luogo alla riuscita di questo progetto
che fa la spola fra il Rock, la Psichedelia ed il Progressive Rock. Dalla
biografia leggiamo: “Ogni album di
Pelican Milk è stato inciso in luoghi scelti con cura, castelli, palazzi, case
antiche in Italia e all'estero ed ogni chitarra, cavo, macchinario, microfono,
cassa, ecc...è nuovo ad ogni lavoro per garantire l'irripetibilità dell'opera
d'arte.”.
Alle
spalle hanno due album, “South Enough” (2001) prodotto da David Eserin (LM
Records-Vivid Audio, LONDON)e “Welcome”
(2003).
Nel
disco suonano Alex Savelli (chitarre, voce, basso), Terence Todaro (piano,
tastiere, organo, voce), Andy Maclean (basso), e Marcus Vitale (batteria), in
più partecipano come special guest Simon Painter (violino), Vit Orestrane
(clarinetto), Guido Zenobi (basso acustico), Roberto Coliano (percussioni) e
Ivan Paci (voce).
Undici
sono le tracce per più di trequarti d’ora di musica, ad iniziare da “American
Way”. Una chitarra acustica apre il brano che nel proseguo si sposa con un
cantato in stile Pinkfloydiano per un ritornello ruffiano e gradevole.
Il
ritmo sale con “Jhonny” ecosì le
chitarre si approcciano verso un suono più distorto, pur restando sempre
nell’ambito del Rock. Un breve assolo di chitarra accattivante a metà del brano
è la ciliegina sulla torta, tanta energia grazie anche a un riff di facile
memorizzazione.
Lo
strumentale “Then The Sleepy River Met His Water Fall…” riporta l’attenzione
verso sonorità più pacate e ricercate, la chitarra sembra quasi un sitar e la
psichedelia di tanto in tanto fa capolino. Alcuni frangenti più movimentati
possono far tornare alla memoria schegge di “Passpartù” della PFM.
“Arepo”
apre una sorta di suite lunga tredici minuti, un mix fra Rock, Psichedelia e
Blues, tanta carne al fuoco, specialmente per chi ama le schitarrate su
ritmiche pesanti e cadenzate. Un vero e proprio trip.
“Sheep
Like Zing” è uno strumentale che torna verso il Rock lasciando la briglia
sciolta alle chitarre, a seguire la più calda “Sowego”, chitarra acustica,
piano, e ritmo che ciondola in una sorta di abbraccio caldo e materno. Il brano
potrebbe benissimo risiedere nella discografia di David Gilmour.
Il
disco si chiude con “After Python – An End See You Later”, una piccola corsa
nella ricerca sonora e violino.
I
Pelican Milk senza strafare, ma badando molto all’emozione e a tratti
all’improvvisazione, prenotano un posto nell’olimpo del Progressive Rock
Italiano, e lo ottengono a pieni voti. MS
PELICAN MILK – La Casa Degli
Artisti
Autoproduzione
Genere: Rock/Psichedelia/
Progressive Rock
Supporto: cd – 2013
La
natura è la nostra casa, l’uomo è inevitabilmente legato ad essa. Ispiratrice
di molteplici nostri atteggiamenti o adattamenti, lei per quanto noi vogliamo è
padrona. L’arte in generale, la pittura, la letteratura e la musica ne sono
influenzate per ispirazione. Ci sono luoghi che ci fanno rilassare, riflettere
o stupire per bellezza. L’artista immerso in questo mondo riesce a tirare fuori
da se stesso cose che probabilmente dentro quattro mura non sarebbero uscite
nell’ugual maniera. La natura è fonte d’ispirazione.
Tornano
i marchigiani Pellican Milk con un lavoro visionario che fuoriesce dai canoni
semplici del Rock,“La Casa Degli Artisti”.
Questo è un luogo ben preciso, compreso tra Fossombrone e Fermignano, nella
provincia di Urbino, qui nella la Valle del Metauro, la Gola del Furlo esistono
locazioni magiche dove in una di esse,
fra i boschi, risiede proprio la Casa degli Artisti. Dentro, ogni artista può
esprimere ciò che sente, poesia, scultura, musica etc. ispirato da cotanto
paesaggio.
Alex
Savelli, cantante chitarrista e bassista del progetto, nel tempo ha realizzato
collaborazioni importanti, come con Ares Tavolazzi degli Area o Paul Chain dei
Death SS. Dopo tre album in studio ritorna con questo lavoro ispirato e con
l’ausilio di importanti musicisti, il suo fido amico Terence Todaro (piano e
tastiere), Orestrane (clarino, ocarina), Guido Zenobi (basso), Elisabetta Del
Ferro (viola da gamba), Filippo Pieroni (batteria), ma soprattutto il maestro
Massimo Manzi alla batteria, vero e proprio guru ed orgoglio del nostro Jazz.
Il
paesaggio non può che ispirare ai Pelican Milk una musica psichedelica ed
improvvisata, molto vicina a quella dei Pink Floyd, ma anche epicità alla Mahavishnu
Orchestra di John Mc Laughlin.
Il
disco è suddiviso in quattordici visioni ed il libretto che accompagna il disco
descrive con dettaglio i posti, cosa è la Casa Degli Artisti e come è iniziata
questa avventura.
La
“Vision 1” si apre con l’ocarina di Ore Strane, effetti eco rimbalzano il suono
per un atmosfera bucolica ed ariosa, tutto questo serve d’accompagnamento a
“Vision 2” prima composizione dell’album ed anche la più lunga grazie ai suoi
dieci minuti. L’animo di Manzi fuoriesce grazie a quel tocco raffinato e
gentile che possiede, soprattutto nel duetto iniziale con il pianoforte di
Todaro. Quando subentra la chitarra di Alex Savelli il brano spicca il volo,
improvvisazione? Non mi è dato saperlo, tuttavia il risultato è quantomeno
piacevole, soprattutto per chi come me gode della musica anni ’70. Non mancano
neppure interventi elettronici.
Brevi
arpeggi di chitarra nella terza visione per poi arrivare a “Vision 4”, qui la
natura si fonde con le impressioni musicali ed i suoni, tutto questo è
palesemente palpabile. Brevi interventi Jazz e molta Psichedelia, musica libera
in volo.
“Vision
5” ha diversa personalità, grazie all’uso della viola da gamba di Elisabetta
Del Ferro, un atmosfera più oscura e penetrante, a tratti nebbiosa. L’incedere
è in crescendo come la forza della natura quando si prepara ad un forte
temporale. Ancora una breve visione dall’animo jazz e poi via verso “Vision 7”,
elettrica nella chitarra e Rock nell’animo. Ottimo il lavoro di Savelli.
Tintinnio di piatti per l’ottava visione, Manzi si destreggia in un approccio
ritmico suggestivo e di qualità, vetrina per le sue grandi doti.
Per
giungere a sonorità più Pinkfloydiane bisogna arrivare alla “Vision 9”, qui
Blues e Psichedelia sono uniti in un corpo solo. Impressionante viaggio
onirico.
La
decima visione è elettronica nei suoi due minuti e porta verso gli otto minuti
di “Vision 11”, dove un suono caldo del basso ci accoglie all’inizio del brano.
L’improvvisazione è evidente e spaziosa, qui gli artisti si cimentano in un
altra prestazione sopra le righe, palesando un amalgama quantomeno invidiabile.
Il disco procede fra Rock e Psichedelia sino alla conclusione.
I
Pelican Milk nel tempo mutano pelle, seppur mantenendo di base la gioia di
voler esprimere liberamente il proprio stato d’animo fra improvvisazione e
meditazione. Un risultato che lascia appagato anche l’ascoltatore. Una musica
che va ascoltata con attenzione per poterci entrare dentro, ma per quanto possa
sembrare complessa per come descritta, lascia invece entrare l’ascoltatore con
gentilezza e inattesa semplicità. Da avere. MS
SAVELLI / MANZI – Gettare Le Basi
Radici Music Records
Genere:
Jazz / Prog Rock
Supporto:
cd – 2019
Alex
Savelli e Massimo Manzi ritornano nel luogo del delitto, quel passo Del Furlo
dove la Casa Degli Artisti ha saputo ispirare la musica dei Pelican Milk.
L’idea ritorna nel 2017, per ripartire dalle radici, dal basso, e come
suggerisce il titolo proprio dalle basi, dove la musica fugge per tornare a
crescere e spaziare. La natura ed il luogo situato nelle Marche nel centro
Italia, hanno il loro peso per quello che concerne la creazione dei brani.
La
confezione di “Gettare Le Basi” è elegante e cartonata, con all’interno le
spiegazioni date dai due artisti e un mini poster davvero bello. Per i
collezionisti dico che la prima stampa risulta numerata in 400 copie.
Il
disco è suddiviso in undici brani, tutti abbreviati in GB (Gettare le Basi) e
fantastica è l’idea nel voler lasciare volutamente spazio di scrittura al
fianco del GB1, GB 2 etc. all’ascoltatore che ha la possibilità fisicamente di
titolare definitivamente le canzoni a proprio piacimento. Questo sta a
significare la volontà di darespazio
alla musica per darla in pasto a chi vuole farla propria, un modo di essere un tutt’uno
con l’ascoltatore.
Un
viaggio da affrontare assieme agli artisti che si coadiuvano di special guest
ad ogni brano, ancora una volta a sottolineare l’apertura totale della musica
del duo Savelli/Manzi.
In
“GB01” è la voce di Luca Fattori ad impreziosire il brano a cavallo fra Rock e
Jazz. Massimo Manzi pennella chicche mentre Savelli si impegna a riempire i
suoni con giri di basso importanti e una chitarra elettrica fresca e giocosa. “GB02”
praticamente è un brano dei Pelican Milk, visto Terence Todaro al piano, ma c’è
anche Denzel Grottoli al sax. Jazz Rock? Potremmo definirlo tranquillamente
così, tuttaviai cambi di tempo e la
chitarra spesso spostano il tiro in pieno territorio Progressive Rock.
Ritmica
alla Gentle Giant, e un Rock inaspettatamente condotto da un mandolino, quello
di Antonio Stragapede, si ascolta in “GB 03”. Il motivo è orecchiabile e
diretto sino alla metà della sua durata, per poi spezzarsi su un giro di basso
e un mid tempo piacevolmente martellante. Effetti di tastiera legano il tutto,
Prog Rock al 100%.
Assieme
al piano di Alessandra Mostacci si passa al Rock americaneggiante di “GB04”,
Manzi mostra in tutto il suo fulgore il suo lato Rock, diventando vero e
proprio propulsore del brano. Non esula il frangente più Folk, a dimostrazione
dell’apertura mentale dei singoli componenti, ci pensa la fisarmonica di
Massimo Tagliata in “GB 05”, canzone che comunque risiede sempre dentro il
sentiero Rock.
Caldo
momento di Jazz Fusion a seguire nel sesto movimento, fra basso, batteria e la
tastiera Rhodes Fender di Pippo Guarnera. Momenti di alta scuola. E via verso
“GB 07” con Todaro ed il clarinetto di Orestrane. La chitarra elettrica segna
il percorso melodico da seguire e la macchina perfettamente oliata lo percorre.
Siamo tornati ancora nel Rock (se mai lo abbiamo lasciato). Un bagno di anni
’70 con “GB 08”, ancora puntate nel Jazz e questa volta l’ausilio arriva dal
sax di Guglielmo Pagnozzi e dal flauto traverso di Carlo Maver. Un ritmo
irresistibile che difficilmente vi farà domare il movimento incondizionato del
piede. Uno dei momenti più duri dell’album risiede in “GB 09”, incalzato sia
dalla chitarra elettrica distorta che dalle percussioni di Ivano Zanotti.
Questo è uno dei pochi pezzi cantati, qui la voce è di Michele Menichetti.
In
“GB 10” ritorna il flauto traverso ed il Jazz Rock, e piacevolissimo è l’assolo
di chitarra di Savelli. L’album si chiude con “GB11” , quasi tre minuti di
oscuro Doom Psichedelico, fra grida lancinanti di chitarra elettrica.
Tanta
carne al fuoco in questo disco che si fa una vera e propria passeggiata in
tutto il movimento musicale che spazia dal Rock al Folk passando sia per la
Psichedelia che per il Jazz e nell’elettronica!
Chi
ama la musica a tutto tondo ha trovato pane per i propri denti. Fermatevi! MS
QUANAH
PARKER – A Big Francesco “LiveAt Festival Rock Progressive 2016 – 2018”
Ma.Ra.Cash
Records
Genere
Progressive Rock
Supporto: cd/dvd – 2019
Dopo
due album in studio ecco per i veneti Quanah Parker la testimonianza live. La
band del tastierista fondatore Riccardo Scivales ha alle spalle una annosa
esperienza musicale che attinge nel New Prog addirittura dagli inizi degli anni
’80.
Questa
realizzazione prodotta dalla Ma.Ra.Cash assieme ai Quanah Parker stessi, raccoglie
le versioni audio e video di nove brani eseguiti durante i tre fortunati
Festival Rock Progressive al Teatro Metropolitano Astra di San Donà Del Piave
(Venezia) negli anni 2016, 2017 e 2018.
Da
apprezzare subito l’ottima grafica ad opera di Maurizio Sant (LS Production),
autore anche delle riprese, degli scenari e della regia.
La
band nel tempo subisce cambi di line up, in questo contesto suonano Riccardo
Scivales (tastiere), Giovanni Pirrotta (chitarra), Paolo Ongaro (batteria), Elisabetta Montino (voce),
Valentina Papa (danza e coreografie), Alessandro Simeoni (basso) ed Alberto
Palù (basso nel brano 9). Nel cd risiedono nove tracce tratte dalla loro
discografia, escluso l’inedito “Intrada – Per Le Scale, Inseguendo Le Fate!”
che farà parte del prossimo lavoro in studio su cui stanno lavorando.
Il
dvd contiene le stesse tracce del cd, con l’aggiunta di tre momenti
particolari, “Riccardo Scivales assolo di tastiere”, Giovanni Pirrotta assolo
di chitarra” e “Paolo Ongaro assolo di batteria”.
Quello
che scaturisce immediatamente all’ascolto e alla visione di “A Big Francesco” è
il raggiungimento di una macchina sonora perfettamente oliata e ricca di storia
musicale. La band nella propria musica riesce ad esprimere quello che un intero
genere musicale ha narrato negli anni, ovviamente sto parlando del Progressive
Rock.
La
qualità sonora è buona, ulteriore spinta all’intero ascolto, solo un piccolo
problema durante “Suite Degli Animali Fantastici” dove nel dvd la qualità è appunto
buona, mentre nel cd no. Il problema verrà arginato nella prossima ristampa.
Nel
dvd emozionanti e graziose sono le evoluzioni di Valentina Papa a supporto
della musica che, diciamo la verità, resta molto difficile da ballare in quanto
ricca di cambi di tempo e di umore, come il genere ci insegna. Una farfalla che
disegna geometrie nell’aria.
“Intrada-
Per Le Scale, Inseguendo Le Fate!” apre il concerto e subito salgono in cattedra
le tastiere di Scivales e la scintillante chitarra di Pirrotta in un
pirotecnico assolo. Buona la prova vocale di Elisabetta Montino, sempre
composta e mai invasiva, piuttosto elegante e dalle ampie capacità estensive.
Il
primo pezzo tratto dalla loro discografia non può che essere “A Big Francesco”,
l’indimenticato cantante del Banco Del Mutuo Soccorso, una leggenda musicale
che i Quanah Parker sanno ricordare al meglio. Nel dvd si possono apprezzare
alle spalle dei musicisti anche scenari che accompagnano l’emotività della
musica, ovviamente qui non può mancare il paffuto viso di Big Giacomo, e
l’emozione sale.
Il
brano composto da Scivales è ovviamente in stile Banco, come molti sonoi riferimenti anche in altri canzoni.
Strumentale toccante e anche in questo caso ricco di storia.
La
sezione ritmica funziona, riuscendo ad
essere perfetto motore per l’intera esibizione, senza sbavature.
Segue
un brano scritto negli anni ’80, “Death Of A Deer”, aperto dal narrato di
Elisabetta. Grande spazio alla ricerca sonora ed emotiva, brano spezzato,
aggressivo e allo stesso momento riflessivo, quasi avvolto da una nube sonora
densa come la foschia. Qui la band osa di più e ottimo risulta il colloquio
tastiera e chitarra che in un crescendo sonoro lasciano subentrare anche la
voce in maniera possente.
Un
triangolo apre “Asleep” tratto dal primo album “Quanah!” (Diplodisc) del 2012,
composizione più vicina alla formula canzone rispetto quanto ascoltato sino ad
ora, di classe e ariosa, vetrina per la voce di Montino.
A
seguire si parla del grande capo pellerossa “Quanah Parker” sempre tratto dal
loro primo album. Si naviga in “Sailor Song”, storia di un marinaio che giunge
in un isola senza tempo alla ricerca di se stesso, fra la sabbia che scivola
fra le mani. La musica è ritmata, impetuosa, con i consueti rallentamenti che
donano profondità e patos all’ascolto.
“After
The Rain” aspetta il sole e se possibile anche un bell’arcobaleno per poi
respirare l’aria pura a pieni polmoni, questa la sensazione che si ha durante
l’ascolto del brano. Più incentrata verso il New Prog “Silly Fairy Tale” ma con
puntate jazzy importanti, specie nei giochi vocali. Mi ricordano molto i
francesi Minimum Vital. E come si dice in gergo, dulcis in fundo, con la suite lunga più di trenta minuti tratta dal omonimo
disco del 2015 “Suite Degli Animali Fantastici” (M.P. Records). Qui la band fa
della musica spettacolo pirotecnico sparando tutti i propri colpi a
disposizione.
I
contenuti speciali come già detto, mostrano assolo da parte dei musicisti.
I
Quanah Parker in “A Big Francesco” dimostrano tutto il proprio valore e chi non
li conosce si deve assolutamente approcciare a questo lavoro live, mostra di
grazia compositiva, strumentale e scenografica. Un bel fiore all’occhiello per
il Prog italiano di cui andarne fieri. MS
In
Italia nascono continuamente gruppi musicali legati a quel filone del Rock che
molto spesso abbiamo dato per spacciato, il Progressive Rock. Gli amanti dello
stesso, leggendo il nome della band qui in recensione già troveranno indizi
sulla direzione musicale intrapresa dal quartetto ligure in analisi, fra Gentle
Giant e Genesis. Tutto ciò sta a dimostrare che la qualità nel tempo paga
sempre. La musica quando è fatta con la mente e con il cuore non conosce
confini e neppure cessazioni d’esistenza.
I
Giant The Vine sono un gruppo che si forma nel 2014 su iniziativa di Fabio
Vrenna che attraverso un sito di annunci per musicisti incontra Fulvio Solari,
anche lui chitarrista e Daniele Riotti, batterista. Al trio si aggiunge
virtualmente Marco Fabricci, bassista di Torino che partecipa al progetto senza
comunque incontrarsi fisicamente con gli altri componenti. Alle tastiere Chico
Schoen e Ilaria Vrenna, figlia di Fabio.Antonio Lo Piparo,
bassista ventottenne, si unisce alla band con la quale si appresta ad
affrontare i prossimi eventi live.
Vista
la differenza d’età fra i singoli musicisti, si denotano nelle influenze sonore
diverse tipologie di band, a partire ovviamente dalle già citate per poi
aggiungerci Tool, e Porcupine Tree.
Il
disco che si presenta in confezione cartonata, è composto da otto brani tutti strumentali ed
inizia con “67 Ruins”, un Rock apparentemente freddo che in realtà sa sfuggire
alla routine del Prog in maniera dignitosa, e come non pensare alle band
nordiche ascoltando quel mellotron e quelle chitarre? Landberk, Anekdoten ed
Anglagard sono inevitabilmente da nominare. Ma i Giant The Vine hanno una loro
personalità ben marcata, essa fuoriesce anche dall’ascolto di “Ahimsa”,
cadenzata ed ipnotica sotto certi movimenti. Ricercate le armonie, la band da
più spazio all’emozione che alla tecnica, anche se le qualità dei singoli
componenti sono elevate. La musica è sempre enfatica, ampia e avvolta da un
velo di malinconia.Buona la qualità sonora. “The Kisser”
con le chitarre elettriche sposta le coordinate verso un Metal Prog fra Tool e
certi Porcupine Tree. Il crescendo sonoro è un arma sempre vincente, così la
semplicità con cui viene eseguito.
Un
piano apre “The Rose”, brano dalle note inizialmente centellinate che si
evolvono e si stoppano a metà del brano per poi ripartire in quelle atmosfere
che molto fanno sognare ad occhi chiusi. Inizialmente più vigorosa “Gregorius”
che potrebbe benissimo uscire da “From Within” degli Anekdoten, tuttavia la
mediterraneità nostrana non si cela dietro ad un dito, certe atmosfere e
sonorità le abbiamo intrinseche in noi e scolpite con il fuoco. Per chi vi
scrive questo è il migliore brano dell’album, o perlomeno quello che più mi ha
emozionato.
“Lost
People” entra in punta di piedi, alza la voce e se ne va come è entrata, mentre
“ A Little Something” si apre con un semplice arpeggio di chitarra e qui il
richiamo alla vecchia band di Steven Wilson è inevitabile. Altro fluire sonoro
dal grande impatto emotivo. L’album si chiude con “Past Is Over”, perfetto
sunto di quanto dimostrato sino ad ora dai musicisti.
Un
lavoro degno di nota, consigliato soprattutto a coloro che nella musica cercano
qualcosa di emozionante e non scontato. MS
Ritorna
Raoul Moretti e la sua arpa elettronica dopo il buon lavoro “Harpness” del
2016. Un ritorno questo dell’artista italo-svizzero ponderato, riflettuto. Il
concept che accompagna le quattordici tracce comprese nel disco trattano di un
viaggio introspettivo nella propria mente. L’isola (in questo caso la Sardegna)
rappresenta la metafora di noi stessi, un luogo di contemplazione per ricercare
il proprio “io”.
Negli
anni Moretti ha imparato ad adoperare il suono dell’arpa elettrica in maniera
del tutto personale e ricercata, come una voce per esprimere il proprio stato
d’animo. In questo terzo lavoro si avvale della collaborazione di artisti come
Michele Gazich (viola in “Nel Fluire”), Giuseppe Joe Murgia (sax soprano in “Emersioni”),
Julia Kent (violoncello ed elettronica in “Qui Dentro”), Marco Bianchi (vibrafono
e marimba in “Fragili Squilibri”) e Beppe Dettori (voce in “Identità”). Ad
accompagnare il cd un libretto da sfogliare e contemplare con fotografie, una
per ogni
traccia,
accompagnate da citazioni di scrittori, poeti, pensatori e filosofi.
Il
disco si apre con “Con-Solazione” e le atmosfere sono immediatamente rarefatte,
tuttavia solari e rilassanti. Il motivo ha il dono della mediterraneità, quella
che noi italiani portiamo intrinseca nel nostro dna.
“Nel
Fluire” lo definirei il singolo dell’album, con ospite Michele Gazich alla viola.
Del brano infatti ne scaturisce anche un videorealizzato da
Davide Manca di Fly Media Creative Drone Services, ed è un omaggio alla
bellezza dell’isola Sardegna attraverso i suoi elementi. Il suono scorre sopra
un loop ritmico ammaliante ed ipnotico. Sax soprano di Giuseppe Joe Murgia a
dialogare con l’arpa in “Emersioni”, momento più sperimentale tra loop e
freezer in presa diretta.
“Lib(e)rando”
è forte nella sua consapevolezza ritmica fatta con l’arpa in un crescendo
sonoro fra gong e cori che donano fervore all’ascolto, così l’ascoltatore viene
investito da un fiume di suoni. Si ritorna ad una meditazione più ragionata con
“Là Fuori”, breve momento costruito su di una nota in maniera psichedelica per
passare a “Qui Dentro” e alla partecipazione di Julia Kent al violoncello. Questa
è una struggente tensione emotiva e sonora dove l’artista canadese si trova
proprio a suo agio. Qui si viaggia nella mente.
La
ricerca sonora di “Vie Di Fuga” fa del brano uno dei miei preferiti, in quanto molto
Progressive nell’approccio, non mancano i loop ma neppure temi orecchiabili
quasi alla Mike Oldfield. Intrigante. In un suono registrato al contrario, si
apre “Paradiso Perduto”, uno dei brani più malinconici del disco, quasi a
rovistare nella fragilità del nostro essere, e nel mio caso ci riesce.
L’elettronica e l’arpa donano emozioni davvero inattese e quasi impalpabili
nell’apparenza quanto dure e concrete nella realtà. “Connessioni” ha un suono
scintillante, mentre si ha presa e coscienza del proprio essere nel breve
crescendo inesorabile di “E(s)enza”.
Ed
ecco dunque “Il Mondo Ritrovato”, spazioso, arioso, come il suono che lo
rappresenta, in una pace interna ed esterna in pieno equilibrio. Importante la
melodia dell’arpa.
Ma
tutto non è per sempre, alcuni equilibri possono essere precari e fragili, come
il brano “Fragili Equilibri” sta a significare.I brevi slide
del vibrafono di Marco Bianchi ci rimandano a questi squilibri.
Con
più di sette minuti di durata arriva il brano più lungo dell’album “Identità”, una
sorta di mini suite suddivisa in quattro frangenti. Inizialmente la melodia
dell’arpa è semplice ed immediata nella sua bellezza cristallina, poi il brano
si lascia stravolgere fra i giochi vocali di Beppe Dettori e tecniche inusuali
sullo strumento. L’album si chiude con “Sola-mente”, breve momento fluttuante.
Il
disco è un opera piena di significati e di suoni che a tratti ci fanno volare e
in altri riflettere. Non mancano neppure le destabilizzazioni volute per
rappresentare al meglio il concept, musica per chi ha voglia di mettersi in
gioco e per i più curiosi dello strumento, perché Raoul di certo non lo suona
in maniera convenzionale.
“Il
viaggio più difficile di un essere umano
è
quello che lo conduce dentro sé stesso alla scoperta di chi veramente egli è.” (C. G. Jung) MS
RAOUL MORETTI – Harpness
Autoproduzione - Mondisommersi2017
Genere: Folk/Sperimentale
Supporto: cd – 2016
Può
un arpa a pedali avere una tendenza Rock? Se vi siete già incuriositi avete
fatto bene, perché in questa recensione andiamo a parlare del secondo lavoro
dell’artista italo/svizzero Raoul Moretti.
Diplomato
al Conservatorio di Musica“G.Verdi” di Como nel 1999, Moretti collabora con
numerose orchestre fra le quali l’Orchestra a Fiati della Svizzera Italiana,
l’Orchestra dell’Insubria, Orchestra Sinfonica di Lecco e l’Orchestra Stabile
di Como. E’ ideatore anche di progetti musicali comeVibrarpa con M. Bianchi, (arpa e vibrafono),
il progetto Blue Silk con M. Giudici (elettroharp e chitarra elettrica) ed
Essential Duo con Tullia Barbera (voce pop e arpa elettroacustic). La voglia di
sperimentare giunge sino al suo strumento,quindi come solista
intraprende un percorso di ricerca sull’arpa elettrica e l’utilizzo
dell’elettronica. Intraprende così un percorso avanguardistico toccando
numerosi stili musicali quali l’avant-garde, il pop-rock, la world music, l’elettronica,
la nu-dance, la classica e l’improvvisazione. Le date mondiali per i festival
internazionali di arpa sono numerose, Francia, Belgio, Croazia, Cina, Paraguay,
Cile, Messico, Venezuela, Brasile e Australia. E ancora molto altro. Tuttavia
noi in questa sede andiamo a focalizzare questo progetto datato 2016 dal titolo
“Harpness”, si presenta in una edizione cartonata ed è composto da diciassette
branicon la collaborazione di
personaggi come Michele Bertoni, Erica Scherl & Valerio Corzani, Diego
Soddu, WalterDemuru, Gianluca Porcu e
Marco Tuppo.
“Sharpness”
apre il disco e la musica si fa immediatamente immagine. Gocce sonore piovono
in maniera delicata su un tappeto psichedelico per sfociare nella World Music.
La sensazione di benessere e spaziosità è intrinseca dell’ascolto. Violino
basso ed arpa nella breve “Das Unheimlich” per un suono che trasporta,
inevitabilmente il tutto avviene ad occhi chiusi. Musica che scava dentro, come
nella successiva “Mi Alma Viajera”, un racconto fatto di scale semplici, quasi
minimaliste, ricercando l’anima di chi ascolta. Gli stili mutano brano dopo
brano, “Near Death Experience” inizia quasi come un organo da chiesa tanto da
rendere tetra e lugubre l’atmosfera. Loop sonori che aleggiano sopra territori
psichedelici si lasciano trasportare anche da eco d’effetto.
E
l’ascolto diventa ancora più sperimentale e toccante in “A Kaleidoscoping
Mind”, nomen omen. Il rapporto di Raoul con il proprio strumento è fisico,
forte ma allo stesso tempo delicato, l’arpa viene toccata in maniera inusuale,
fra rispetto e desiderio di pizzicarla forte. Ma quello che interessa a Moretti
è il suono che ne scaturisce e questo non è decisamente usuale. Se andiamo a
cercare monoliti del Rock potremmo avvicinarlo per tendenza a “Ummagumma” dei
Pink Floyd, ascoltate “The Black Swan” per credere.
Torna
la calma con “Universi Paralleli” ed il suono è davvero cosmico, lento e senza
gravità, come dicevo in precedenza, la musica diventa immagine. Suoni grevi e
sostenuti, l’arpa non sembra quasi essere più uno strumento inteso per come è
stato creato, ma un mezzo con cui creare situazioni astruse e affascinanti.
Ancora suoni eterei in “Obliviousness”, rilassanti e scevri di ogni etichetta.
“Reflections” ha una vibrazione silente, ossia che ti entra dentro la testa
apparentemente a basso volume, ma che in realtà ti fa vibrare fortemente il
cervello. “Breakaway” è un movimento più ritmato e semplice, tanto che potrebbe
scaturire anche da un album dei teutonici Kraftwerk. Tutto muta in “Harpness”,
nulla è mai lo stesso, l’arpa sembra gridare dolore in “Sharp-Eyed Man”, un giro
armonico pregno di sofferenza ed oscurità grazie anche al suono straziante del
violino. L’arpa ritorna a fare l’arpa in “Sweetly Violent”, ma è un breve
istante per poi passare al suono minimale di “Violently Sweet”, brano in
crescendo tanto da diventare infine Post Rock. In alcuni passaggi ho sensazioni
che riportano la mia memoria al Fripp dei King Crimson, quello che spesso in
sede live riesce a cucire momenti sperimentali al suono dei strumenti. Ricerca
è la parola d’ordine. E così via fino a giungere a “Rebirth”, che per chi vi
scrive è un piccolo capolavoro e non a caso è anche il brano più lungo
dell’album con i suoi quasi otto minuti, ed il tempo sembra fermarsi.
In
conclusione “Harpness” è un disco rilassante, scostante, nervoso, calmo, sereno
e nuvoloso, il tutto con un filo
conduttore, la mente di chi ascolta, perché ognuno di questi suoni fanno
vibrare in noi posti differenti del nostro cervello e si sa che ogni mente non
è mai uguale ad un'altra. Per cui se siete curiosi lasciatevi travolgere da
questa musica. Osate!
Per
chi lo conoscesse il disco è consigliato anche ai sostenitori dello
statunitense Rafael Anton Irisarri. MS
Con
temi Noise e Psichedelici da Cervia giunge il trio Onioroshi, qui al proprio
debutto discografico. Sono composti da Manuel Fabbri (basso, voce), Enrico
Piraccini (batteria, voce) e Matteo Sama (chitarra).
Nell’album
proposto dal titolo “Beyond These Mountains” ci sono quattro canzoni di lunga
durata che variano dagli undici minuti ai venti. Il sound è greve, ricolmo di
riff a tratti granitici ed in altri frangenti più ad ampio respiro. La sezione
ritmica è pressoché perfetta in intesa e in supporto ad una chitarra che disegna
le melodie dei brani. Influenze Tool sono evidenti, ma soprattutto quelle dei
nordici Motorpsycho.
Il
cantato come si evince già nel primo brano “Devilgrater” è onirico e breve. La
musica degli Onioroshi fa socchiudere gli occhi e mostra avanti a noi
sensazioni di volo, viaggi che spesso sorvolano le montagne, quelle che hanno
ispirato il concept dell’album. Si, perché la musica è contagiosa, il
divertimento del trio si trasmette anche durante l’ascolto.
“Locusta”
è greve e caracollante all’incedere iniziale, per poi portare l’ascoltatore
verso un trip psichedelico di notevole valenza spirituale.
“Socrate”
ha uno sguardo verso il Rock Progressivo, altro genere che di tanto in tanto
trapela fra le note del disco. Più ricerca sia strutturale che sonora con
rumoristica e soluzioni emotive ed alternative. Il discorso si eleva al
quadrato con i venti minuti conclusivi di “Eternal Snake (Mantra)”, vera
vetrina per un genere che non cede un passo al commerciale ma che vive di luce
propria e senza compromessi.
L’incisione
non è malvagia, supera di certo la media di questo tipo di prodotti. Per
cercare le pecche bisogna andare a parare in ambiti di gusti personali, ossia
ad esempio a mio gusto avrei tagliato alcune ripetizioni per lasciare l’ascolto
più fluido, tuttavia questo genere è fatto di lunghi trip, per cui il mio è
probabilmente un appunto sbagliato.
Gli
Onioroshi sono una piacevolissima sorpresa che grida una volta di più la
volontà italiana di uscire dall’anonimato e da questa esterofilia che ci
stordisce. Qui molto materiale per gli addetti ai lavori che potrebbero esserne
interessati, dategli un ascolto ed una possibilità, la meritano. MS
Con
i tedeschi Seven Steps To The Green Door ho rischiato nelle mie passate
recensioni di non essere del tutto obbiettivo, in quanto ho sempre amato la
loro musica che rispecchia molto il mio modo di concepire il Progressive Rock,
fatto di ricerca ma soprattutto di buone melodie. Ebbene si, sono sincero, ma
questa volta giuro resto giudice imparziale, anche se già il libro che
accompagna la loro ultima fatica dal titolo “The? Lie” contenente testi e
spiegazione dell’opera, da solo vale già il prezzo del disco!
“The?
Lie” è il quinto album in studio ed è anche la seconda parte di una trilogia
iniziata nel 2011 con “The? Book” ma non proseguita con l’ottimo “Fetish” del
2015. Oggi si torna a discutere sulla religione ed il fanatismo attraverso la
visione di una famiglia, dove l’autore delle liriche George Andrade è ispirato da testi tratti dalla storia di
Thoraff Koss.
Uno
sforzo artistico molto grande questo di “The? Lie”, una grande produzione con
moltissimi ospiti che partecipano alla realizzazione dell’opera Rock. Peter Jones (Tiger Moth Tales, Camel, Francis Dunnery
Band) voce (Padre), Luke Machin (Maschine, The Tangent, Damanek) chitarre
elettriche, Steve Unruh (Resistor, The Samurai of Prog, UPF)violino, Michael Schetter basso, Andreas
"Eddy" Gemeinhardt (ex-Seven Steps to the Green Door) chitarre acustiche,
basso, Denis Strassburg (Cyril) basso,Jason
Melidonie (Cytotoxin) assolo di chitarra, Susan Kammler oboe,
Gerd Albers (Project: Patchwork) chitarra Acustica,Sören Flechsig voce (Noah), Annemarie Schmid voce
e Amelie Hofmann voce (Crying Child), mentre il gruppo è composto da Ulf
Reinhardt batteria, Marek Arnold (Toxic Smile, UPF, Cyril, Flaming Row, Stern
Combo Meissen) piano, organo, tastiere, soprano e sassofono contralto,
clarinetto, Lars Köhler voce (Samuel), Anne Trautmann voce (Lover / Samuel's
Girlfriend),Stephan Pankow chitarre
elettriche e Jana Pöche voce (Madre). Undici
composizioni legate anche da momenti di narrazione, e il tutto lo si può
seguire leggendo il libro d’accompagnamento.
Tre
minuti di prologo narrato e si parte con “Salvation”, Prog ampio con tanto di
clarinetto, un suono eccellente a dimostrazione di una produzione adeguata
all’ambizioso progetto.
“A
Price To Pray I” ha una fuga strumentale che si potrebbe avvicinare allo stile Dream
Theater, anche se ovviamente meno metallico. Nel frattempo il libro narra dove
si trovano i protagonisti e cosa fanno in quel determinato momento, una sorta
di lettura ed ascolto che esula dalla solita banalità di leggere un testo di
una canzone, qui è un vero e proprio discorso interattivo.
Progressive
Rock pacato e ricco di buoni arrangiamenti in “A Dream That Strayed I”.
Fra
richiami di motivi passati arriva “A Price To Pray II”, ed il gioco incomincia
a farsi duro con incedere più profondo ed intenso, addirittura un breve momento
di cantato growl. Ma ecco un violino portare tutto verso un sound in stile PFM.
Come avrete potuto capire tanta carne al fuoco! Voce femminile quella di Anne
Trautmann che duetta con Lars Kohler in “A Dream That Strayed II” per poi
giungere a chitarre elettriche oniriche di stampo pinkfloydiano.Coralità in “Heaven”, composizione ariosa ed
aperta che potrebbe molto piacere a Neal Morse dei Spock’s Beard. Ma i veri
capolavori del disco sono lasciati per ultimo, un trittico che spazza via il
buon 90% delle realizzazioni di quest’anno in ambito progressive Rock, “The
Word Made Flesh”, “Hear My Voice Tonight” e “ Come To You Father”.
Si,
sono stato anche un poco di parte come dicevo all’inizio, non riesco a non
esserlo, ma questo è un gran disco che si candida sicuramente ad essere uno dei
migliori in questo 2019.
Malgrado
duri più di cinquanta minuti, la voglia di riascoltarlo immediatamente è
inesorabile. MS
Se
non avete avuto mai modo di ascoltare la musica dei tedeschi Cyril, potete
sempre rimediare cercandovi il primo album datato 2013 dal titolo “Gone Through
Years”, oppure il secondo album “Paralyzed” del 2016 entrambi editi dalla
Progressive Promotion Records. Che musica è? Semplicemente Rock Progressivo
melodico, con brevi influenze Metal.
La
band formata da Manuel Schmid (voce, tastiere), Marek Arnold (tastiere, sax),
Dennis Strassburg (basso), Ralf Dietsch (chitarra), Clemens Litschko (batteria)
e Larry B. (voce), trova la strada per un nuovo concept album, questa volta scritto
dal grande artista Guy Manning (The Tangent, Parallels Or 90 Degrees). Quello
che ne scaturisce si intitola “The Way Through” ed è composto da sette canzoni
tutte di medio/lunga durata. Il disco narra di un paziente in terapia intensiva
tra la vita e la morte, una lotta contro il coma vista da un mondo parallelo.
La
band si coadiuva dell’ausilio di alcuni special guest, Guy Manning stesso
(narrazione), Andrea Strassburg (voce), Martin Schnella (chitarra) e Robert
brenner (basso).
Il
disco si apre con “The Gate” e quello che risalta al primo ascolto è l’ottima
qualità sonora, cristallina e ben definita.Il Progressive dei Cyril è semplice e diretto, avvinghiato al Rock e
alla melodia facile, anche se alcuni richiami ai Genesis sono evidenti.
Ovviamente cambi di tempo e di umore si alternano durante il corso dei brani.
Importante nella valenza dell’insieme, il lavoro delle tastiere che fanno da
sottofondo rendendo l’ascolto più pieno e gradevolmente arrangiato.
“My
Own Reflection” ha dentro di se un insieme di influenze che vanno ricercate
anche negli anni ’90, nel New Prog e in certo AOR. Un solo di sax spacca in due
il brano molto orecchiabile, dandogli una marcia in più, per sorprendere spesso
basta la semplicità. I crescendo finali funzionano sempre, così il brano resta già
uno dei momenti più interessanti del disco. Arpeggio di chitarra e tastiere
aprono “First Love (A Lullaby)”, brano di quasi nove minuti molto popolare
nelle scelte melodiche, anche troppo insistente.
Più
o meno della stessa durata “Get Up High”, canzone con tutti gli ingredienti
Prog al posto giusto con un sound di classe davvero avvenente. Da metà brano
parte uno strumentale ricercato fra chitarre elettriche, tastiere molto
muscoloso e diretto per poi pacarsi come il genere spesso richiede.
New
Prog per “A Sign On The Road”, personalmente ho qualche brivido anni ’80. Una
ballata intensamente armoniosa dal forte pathos. Il cuore Cyril è soffice.
Giochi
di elettronica aprono “The Wasteland – Home Again” e si ritorna a creare
melodie popolari seppur sempre di classe. Il disco si conclude con “The Way
Through?” che da solo vale il prezzo del disco, uno strumentale in crescendo
senza troppi fronzoli, caldo e rilassante.
E’
sempre un piacere ascoltare un disco dei Cyril, chi ama la musica in senso
generale deve dare almeno una opportunità a questa band che sembra non
sbagliare mai un colpo. MS