I Miei Libri

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sabato 20 febbraio 2016

Lagartija

LAGARTIJA – Amore Di Vinile
Lizard Records
Genere: Post Rock / Prog
Supporto: cd – 2014


C’è chi sostiene che il terzo disco per una band sia quello della verità, ossia da qui in poi o sei o non sei. Non so se questa teoria sia fondata su serie basi, tuttavia è a mio avviso da verificare. Invece per chi giunge al terzo disco è sicuramente un buon traguardo. I Piacentini  tornano con “Amore Di Vinile” dopo “Particelle” del 2011, sempre fieri della propria personalità.
Il Progressive Italiano ha moltissime sfaccettature al proprio interno, spesso vetrina e sfoggio delle proprie caratteristiche e soprattutto della propria cultura  musicale. Infatti numerosi sono gli innesti e questi cambiano a seconda di chi ha assimilato gli eventi passati con la propria personalità. Le idee.
Lagartija è a mio avviso presente, passato e futuro, il sound al terzo disco è così definito, un mix di sonorità che  lasciano spazio alla melodia, supportata ancora una volta dalla bella voce di Sara Aliani (anche basso). La formazione viene completata da Michele Molinari (batteria, tromba, cori), Andrea Poggi (chitarra, organo, voce), Marco Libè (chitarre), Cristian Piga (sax) e Alessandro Austoni (chitarra).
“Amore Di Vinile” è un disco che si presenta in una confezione cartonata semplice e con otto canzoni, ad iniziare dalla title track. Brano con suoni pacati, Rock gentile e a tratti psichedelico, ma non uno psichedelico colorato, bensì sbiadito…Tenue.
Ancora più introspettivo “Ferrovia”, tanto da chiedermi se sono ammiratori dei Paatos. Musica  che emoziona e fa chiudere gli occhi per la concentrazione al suono, arricchito dall’ingresso del sax.
“Ottobre” racconta storie di vita quotidiana, cresce con l’incedere, ancora una volta per sfociare in un solo di sax. L’autunno prosegue nel brano successivo dal titolo “E’ Già Da Un Po’ Che Cadono Le Foglie”, cantato da Andrea Poggi.
Stiamo tuttavia parlando sempre di Rock, una evoluzione particolare verso sonorità malinconiche e toccanti, come in “Fermo”, dove il Prog nordico di casa Landberk fuoriesce in tutto il suo splendore. “Psiche” non cambia di una virgola il percorso, invece  “Carnale”, cantata ancora una volta da Poggi, è rilassante e soffice. Chiude l’album “Anomalie” e il tempo sembra essere volato.

I Lagartija sembrano oramai avere trovato la loro dimensione, spregiudicatamente delicata, priva di compromessi, dedita solamente all’anima.

Devo approfondire meglio la storia del terzo disco, potrebbe anche avere una sua valenza. MS

Entity

ENTITY – Il Falso Centro
Lizard Records / Locanda Del Vento
Genere: Progressive Rock Italiano
Supporto: cd – 2013



Gli Entity si formano nel 1994 nella provincia di Nuoro dalla scissione del gruppo I Teatro, da un idea di Mauro Mulas (tastiere) e Gigi Longu (basso, chitarra). Subito nel 1995 registrano un demotape dal titolo “Fantasia”. Dopo svariati cambi di line up si stabilizzano con Mauro Mulas (tastiere), Gigi Longu (basso e chitarra), Marco Panzino (batteria), Marcello Mulas (chitarre) e Sergio Calafiura (voce). Il sound proposto è influenzato dal Prog tipico degli anni ’70 e da qualche reminiscenza Jazz, ma nel debutto “Il Falso Centro” c’è molta altra carne al fuoco. Il cd contiene oltre che sette brani anche una traccia multimediale in PDF con le belle poesie liriche di Yuri P.Deriu.
Il pianoforte apre la strumentale “Davanti Allo Specchio”, atmosfere calde e di classe, lontane dalla banalità e vicine allo studio dello strumento. La qualità tecnica della proposta è certamente elevata,  e molto bello risulta l’ingresso della chitarra elettrica. Le Orme fanno capolino nella suite “Il Desiderio”, per sottolineare poi i crescendo sonori, formula che nel Prog funziona sempre alla perfezione. Le tastiere ricoprono quindi un ruolo importante nell’economia Entity. La prova vocale di Calafiura è buona, sicuramente sopra la media di questo tipo di proposte, sapete bene che la voce nel Prog italiano (salvo i soliti noti) è un problema. Segue la bellissima e poetica “Il Tempo”, qui gli Entity cullano l’ascoltatore  per poi risvegliarlo con enfasi.
“Il Trip Dell’ego” si apre ancora una volta con il piano che gioca ad inseguirsi con la chitarra. Il brano è ricercato nella struttura e nel cantato. Ma è con “Ant” che ho il piacere più elevato nell’ascolto, qui gli Entity si dimostrano maturi e  coscienziosi dei propri mezzi, anche compositivi.
“L’Armatura” è una suite all’inizio vigorosa, fra chitarra elettrica ed Hammond, in quel mondo musicale che si chiama New Prog di stile anni ’80. “La Notte Oscura Dell’Anima” chiude il disco che al suo termine lascia la bella sensazione di appagamento.
Gli Entity hanno lasciato un bel segno con questo debutto, ora spero in una successiva realizzazione, perché le basi per fare ottime cose ci sono tutte.
Se devo proprio cercare il pelo nell’uovo, oltre che magari a qualche soluzione un po’ troppo inflazionata, posso ricercarlo nel suono della batteria, non equilibrato, i piatti poi a volte quasi non si sentono, ma sono gusti personali che non vanno ad intaccare un giudizio che a mio parere è più che sufficiente. Di questi tempi non è poca cosa. MS



giovedì 18 febbraio 2016

Downlouders

DOWNLOUDERS – Arca
Lizard Records
Genere: Rock Psichedelico/ Space Rock
Supporto: cd- 2015


Ce l’abbiamo fatta! Siamo costretti ad abbandonare la terra, non più vivibile per nessuna creatura al mondo. Lo facciamo con una stramba balena /astronave, quella creata dai Downlouders. “Il trasporto è popolato da poche centinaia di persone alla ricerca di nuovi mondi abitabili in vista dell’imminente morte della Terra.”, così descrivono nel loro sito ufficiale. Viaggio cosmico nell’universo della Psichedelia dalle influenze anni ’70.
I Downlouders debuttano nel 2009 con “Haustillio” tra sonorità Soul e Rock Psichedelico, Pop, Grunge e Surf. Nel 2012 è la volta del concept album “Asimov”, proprio dedicato allo scrittore fantascientifico.
Nel 2015 scrivono questo “Arca”, altro concept suddiviso in nove canzoni, come nove sono i componenti della squadra che realizzano il disco: Andrea Cajelli (batteria, percussioni), Marco Sessa (sintetizzatori, elettronica), Enrico Mangione (chitarre, sintetizzatori, tromba, voce), Andrea Manenti (basso, voci), Yed Giordano Viganò (chitarre), Matteo Laudati (chitarre), Giandomenico Fraschini (piani elettrici, batteria), Massimo Martinenghi (cetacei, voci), Andrea Tomassini (artwork).
Ci si imbarca in “Bake Kujira”, composizione malinconica aperta ad un ampio Space Rock, familiare anche a gruppi storici come Can od Amon Duul II. Con “Moto Perpetuo” i suoni si dirigono verso la Psichedelia e non si può fare a meno di pensare ai Pink Floyd fine anni ’60. Il crescendo sonoro funziona sempre, è d’impatto ed emotivo.
I giri di basso sono importanti per la causa “Downlouders, “anche “Uno” ne è una prova tangibile. Il sound  è trascinante ed ossessivo, un trip da fare ad occhi chiusi. Gli anni ’70 strabordano da ogni dove. “FTL” ha del futuristico, uno Stargate fra passato e futuro, un suono ampio e spaziale che rende  tutto attorno a noi vuoto.
Ritorna protagonista il basso in “Deriva” ed in questo caso mi vengono alla memoria i primi Porcupine Tree, perché qui l’elettronica “spaziale” viene accantonata a favore di echi e sonorità tirate come Wilson ha ben saputo fare. Con “Metoth” siamo avanti a qualche entità aliena, sperduti nello spazio, la sensazione è questa, magari no, tuttavia  voci grevi, ritmi lenti e cadenzati, chitarre drammatiche questo fanno immaginare all’ascolto. Ma attenzione alle “Tempeste Di Meteoriti”, scampato il pericolo si viaggia alla “Velocità Di Crociera”, canzone più solare dell’intero disco, quasi serena. Il viaggio si conclude con “Spermaceti”…L’inizio di una nuova vita ed umanità? Mi auguro di si, anche perché questa a me non piace, mentre mi piace l’utopia che ho ascoltato e così questa musica che perlomeno ha avuto la gentilezza di farmi estraniare dal mondo anche se solo per pochi istanti. Grazie Downlouders, lasciatemi un posto nella vostra astronave che arrivo. MS

Anacondia

ANACONDIA – L’Orizzonte Degli Eventi
Lizard Records/ La Locanda Del Vento
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2015


Ci voleva la Lizard Records per dare voce ad una band del territorio milanese (Arese) attiva da più di venti anni. Come si dice in gergo, giustizia è fatta!
Per la serie “La Locanda Del Vento”, il disco “L’Orizzonte Degli Eventi” subentra nella cultura di quel Prog caratterizzato da testi riguardanti il sociale ed il relazionarsi. L’evoluzione rappresentata  dalla copertina di Antonio Emanuele Sergi e Massimo Valerio è emblematica, il passaggio da scimmia a scarafaggio, l’unico essere vivente che può sopravvivere nel tempo dopo una ipotetica guerra nucleare.
Gli Anacondia sono Gabriele Ramilli (voce),  Andrea Canonico (piano, tastiere e cori), Antonio Sergi (batteria, percussioni) Walter Marocchi (chitarra elettrica e cori), Vincenzo Valerio (basso) e  Nicoletta Bartola (sax, flauto, cori).
Apre l’Hard Prog di “Eroi Di Solitudine”, canzone che mette in evidenza il lavoro della chitarra e del basso. La successiva e breve “Nel Silenzio” mi piace molto, il flauto è a mio avviso uno strumento che con il Prog si sposa alla perfezione, e la struttura armoniosa che vede come punti di riferimento gruppi come La Maschera Di Cera o Finisterre di Fabio Zuffanti, conferma che anche il Prog moderno comincia a fare finalmente proseliti, esulando i soliti noti degli anni ’70.
Arioso New Prog dalle tinte Folk viene proposto nel brano “Ideale O Verità”, bene arrangiato e bene eseguito. “Come Un Fiume In Piena” lo vedo come singolo del disco (magari non lo è), per la struttura melodica e decisamente più radiofonica. Non sfugge il ritornello ruffiano con il coretto da cantare  assieme a loro.
Ritorna il Prog moderno in “Un Foglio Bianco”, buone le chitarre ritmiche sopra il piano che fa da tappeto alle voci maschili e femminili, una formula che funziona sempre. Il suono si indurisce nel granitico brano “Gerico”, le chitarre offrono passaggi più elettrici e vibrati che si alternano a frangenti più pacati.
Chiude l’album il brano che preferisco di più, “Il Colore Dell’Aria”, poetico, ammaliante e caldo, grazie anche all’uso del sax.

La carta vincente degli Anacondia è la capacità di scrivere canzoni mai uguali, a dimostrazione non solo di cultura musicale, ma anche di saggezza, infatti il risultato è che sono passati quasi 38 minuti in un battibaleno e viene subito la voglia di ripremere Play. MS

Airportman

AIRPORTMAN – David
Lizard Records
Genere:Post Rock, Alternative Ambient
Supporto: cd – 2014


Dodicesimo lavoro per Airportman, progetto di Giovanni Risso e Marco Lamberti, musicisti di Cuneo molto attenti alla scena Post Rock.
Procede anche il sentiero minimale del gruppo, dove la struttura canzone incede solitamente in crescendo sonori a partire da suoni psichedelici. Nenie si intersecano con suoni ricercati, come il piano che sgocciola note lentamente, fra sensazioni di malessere e cori lamentosi su armonie a tratti nervose, dettate dalla chitarra  ficcante ed incalzante.
Chi è “David”? Il caso potrebbe risolversi leggendo le poesie scritte nel libretto interno di accompagnamento, fatto a forma di poster ripiegato. La lettura è apparentemente senza una logica, come fossero quadri di sensazioni random, accompagnati dalle illustrazioni di Chiara Dattola, anche loro oscure ed inquietanti.
Un unico brano suddiviso in sei movimenti, dove appunto l’inquietudine a volte lascia spazio a piccoli raggi di sole. Di certo Steven Wilson potrebbe apprezzare alcuni di questi momenti, non troppo distanti dal suo primordiale esordio. Ma è l’oscurità che vigila sovente.
L’elettronica ha la sua importanza nel contesto compositivo, tuttavia ad uscirne fuori sono sempre gli arpeggi della chitarra e i tocchi del piano, quest’ultimo non visto come mezzo di virtuosismo, piuttosto un viatico per sensazioni ammalianti e minimali. La controprova la potete avere nel movimento numero tre del disco.
Se si vuole ascoltare una ritmica quantomeno insistente bisogna giungere al quarto movimento. Quello che manca a “Davide” a mio modesto avviso, sono i ritornelli, cioè sembra un infinito refrain. Ok, quando una musica emoziona ha raggiunto il proprio scopo, ma deve anche avere almeno un qualcosa che rimanga nella mente, un momento perlomeno che esuli dalla ripetizione degli eventi sonori rappresentati. Anche la musica di ricerca a mio avviso deve avere un attimo di tregua durante l’ascolto, un qualcosa che spezzi, perché qui gli assolo strumentali, intesi come tali non ci sono, e pensare che è musica prettamente strumentale. Altrimenti si rischia di avere a che fare con musica da sottofondo.

Airportman è un progetto interessante, intimistico, valente sotto gli aspetti che ho descritto, ma che è rivolto ad un pubblico preparato, “David” è l’ennesimo tassello Ambient della loro lunga discografia. MS

giovedì 4 febbraio 2016

Steven Wilson

STEVEN WILSON – 4 ½
K Scope
Genere: Post Modern Prog
Support: mLP – 2016


Non posso certo parlare di nuovo album di Steven Wilson, in realtà non è un disco ma un mini disco della durata poco più di mezz'ora. In esso ci sono sei brani, che molti critici di settore ho visto denominare “scarti di altri album".
Non penso sia il termine giusto, non tanto per il valore delle canzoni che possono piacere o meno a seconda dei gusti, ma perché ad esempio un brano live non è lo scarto di nulla! Il brano in questione è “Don’t Hate Me” dei suoi Porcupine Tree (progetto al momento congelato), tratto dall'ottimo “Stupid Dream” del 1999,  qui cantato assieme all'israeliana Ninet Tayeb. In verità  la cantante non mi piace molto, brava per intensità e una bella voce, ma il suo forzato gridolino di “passione” mi disturba un poco, per chi legge e non ascolta posso denominarlo “cigolìo”.
Ma veniamo alla carne. Solo il primo brano “My Book Of  Regrets” vale l’acquisto di questo disco! Esso è stato scritto in due tempi, nel 2013 e nel 2015. La musica ricorda molto l’album “The Raven That Refused To Sing (And Other Stories)”, non a caso proprio del 2013. Influenze crimsoniane e tutto quello che oggi definiamo Post Prog. Sempre dalle stesse sessioni giunge la riflessiva “Year Of The Plague”, qui l’artista si funge da polistrumentista, e si fa accompagnare solo da Adam Holzman al piano. Canzone d’atmosfera, come solitamente ci ha abituato, da far sognare ad occhi aperti.
Dalle registrazioni dell’ultimo album “Hand. Cannot. Erase” giungono due canzoni, la prima dal titolo “Happiness III”, molto orecchiabile, forse troppo, nel senso che è formata da strofe e ritornelli già usati in altri brani, tuttavia molto bella, mentre la seconda si intitola “Sunday Rain Sets In”. Questa canzone è nuovamente d’atmosfera, bello il mellotron e comunque la melodia è oramai rodata, e potremmo definirla alla Wilson. L’ultimo brano del 2013 si intitola “Vermillioncore” e qui fuoriesce  il lato più aggressivo dell’artista. Rasoiate di chitarra e buoni giri di basso, fra King Crimson ed Opeth. La ritmica serrata ricopre un ruolo fondamentale e da meraviglioso sfoggio di se.
“4 1/2” è un album trascurabile della discografia di Steven Wilson? Io non lo trascurerei, come dicevo prima almeno per il brano di apertura, tuttavia se dei cinque album da studio devo scartarne uno, logicamente scarterei questo. Anche lui intelligentemente lo ha intitolato "4 1/2". Devo anche spendere parole di elogio per la produzione? Vengono da se, oramai conoscete la qualità a cui ci ha abituato.

Molti dicono che Wilson si deve prendere un momento di pausa, visto il ritmo incessante di uscite, per me no, è in un momento di grazia, lasciatelo stare, se non vi piace non comperatelo, il mondo è pieno di dischi. Io in realtà mi sono preso anche l’lp…per dire…. MS

martedì 19 gennaio 2016

Uross

UROSS – Ovunque E’ La Bellezza Che Non Vedi
Audioglobe
Genere: Rock
Supporto: cd – 2015


Il Rock in Italia tiene duro, le nuove leve continuano a portare la fiaccola del genere crescendo fra mille difficoltà. Uross è il progetto RockAutorale di Giuseppe Giannuzzi di Monopoli (BA).  Ho detto crescendo perché Uross giunge con “Ovunque E’ La Bellezza Che Non Vedi” al secondo suggello discografico. Ho recensito nel 2011 quel debutto dal titolo “29 Febbraio (Lo Squilibrista)” e ho concluso dicendo che sono una promessa e che comunque l’ascolto andava spezzato magari anche con momenti più strumentali. E allora andiamo ad ascoltare i nuovi 12 brani che compongono il nuovo album cosa ci raccontano.
Apre “Tutto Tranne L’Inutile”, gli strumenti sono suonati da Giannuzzi, mentre le tastiere sono in mano ad Andrea Brunetti. La canzone è semplice e diretta, bene gli arrangiamenti, il suono pieno di certo aiuta ad accrescere l’enfasi di questo Rock popolare e radiofonico.
Il lato cantautorale di Uross esce a nudo in “La Strage Di San Valentino”, dimostrando anche una sicurezza nei propri mezzi più marcata rispetto l’album precedente. Con lui e Brunetti suonano anche Carletto Petrosillo al basso e Maurizio Indolfi alla batteria.
“Giallo” mi fa tornare alla memoria i primi Litfiba, non per il cantato ovviamente, ma per le melodie, i riff ed il ritornello. “Imparerò” con Vincenzo Perricci al basso è uno dei momenti più alti del disco, sia per le liriche che per intensità emotiva, un Uross impegnato e  referente del cantautorato che fu. Apprezzo molto anche l’acustica “Soffio Leggero”, e qui i momenti strumentali che mancavano al primo album ci sono, brevi ed intensi. “Papillon” con i suoi deja vu è semplice ed accattivante,  mentre “Madre” è una via di mezzo fra Bennato e Litfiba tanto per rendere un poco l’idea. Chitarra slide per “Komandante”, graziosa e fotografia di un soft Rock sempre funzionante per melodie ed enfasi emotiva. Bella “Silenzio In Blues”, Rock al punto giusto, mentre “Kanto Al DisinKanto” mi risulta più anonima. Non manca una cover, un bel tributo ad un grandioso artista, Luigi Tenco, sempre poco ricordato, qui “Ciao Amore Ciao” gli rende giustizia!
In conclusione troviamo “L’Ultima” e ci auguriamo che comunque così non sia, perché c’è bisogno anche della musica di Uross in un panorama sempre più banale come questo attuale.
Uross sta maturando, accresce la sua autostima e questo lo si evince dal paragone dei due album editi. Una musica fra cantautore e Rock, semplice e senza troppi orpelli, ma che fa della giusta melodia orecchiabile la propria forza. Ci sono ancora angoli da smussare, il distaccarsi un poco da certi stilemi probabilmente inflazionati, ma sono particolari che nell’insieme ne danno fastidio e ne sminuiscono l’ascolto, per cui, da parte mia…avanti cosi. MS



The D

THE D – United States Of Mind
Autoproduzione
Genere: Indie Rock
Supporto: cd – 2015


Il Rock di matrice britannica, per intenderci quello classico proposto da band come Beatles e Rolling Stones, ha illuminato la strada a band ed artisti a seguire nel tempo. Chi non ha cantato almeno una volta nella vita brani di queste band? Sono passati decenni, malgrado tutto le icone continuano a risplendere e anche da noi in Italia nel nuovo millennio continuiamo a suggere da questa fonte. Un esempio odierno sono gli avellinesi The D, formati da The Dabbler (aka Giuseppe Matarazzo) (voce chitarra, synth), The Danger (aka Ciriaco Aufiero) (chitarra, cori), The Damned (aka Vincenzo Golia D'Augè) (basso, cori) e The Dario (aka Dario Botta) (batteria, chitarra acustica, cori), sotto la supervisione del produttore Federico Carillo.
Si formano nel 2010 con un film e una lettera in mente, ovvero la D di Jack Black in Tenacius D And The Pick Of Destiny, i The D debuttano dal vivo nel 2011, nel 2012 pubblicano il primo singolo The Book of Guinness, nel 2013 il primo EP Alf (distr. (R)esisto).
“United States Of Mind” nasce grazie al crowdfunding ed è formato da undici canzoni. I suoni comunque sono moderni e rispecchiano il sound del Rock odierno, non siamo al cospetto certamente di un gruppo clone privo di personalità. Infatti i The D graffiano gli strumenti, ricercano melodie e buoni arrangiamenti, cercano di fare propria l’essenza del genere con passione e spontaneità. Questo già scaturisce all’ascolto dell’intro “Pluto”.  “USM” presenta il gruppo nella sua nudità, perché loro sono così, si propongono per quello che sono, senza falsità  ruffiane o secondi fini, la musica ascoltata questo mi racconta. Certamente le melodie spesso sono inflazionate, tuttavia le idee funzionano e i pezzi restano scolpiti nella mente. Sicuramente si adattano perfettamente alla sede live.
“Felix, Theon & Mr. Fox” e “Checkmate” si fanno apprezzare per semplicità ed elasticità strutturale (chi ha nominato gli Oasis?).
Ma il gioco diventa serio con “All Star”, dove il profumo degli anni ’60 diventa più intenso, anche grazie a sventate Led Zeppelin prima carriera. Giocosa e spensierata “6,16,26”, ci riscontro all’interno anche influenze Punk.  Con “Pete” la scena diventa più ampia, quasi Surf Rock, gradevole e ballabile. Più ruvida “The Genius”, Rock sanguigno al punto giusto, come una buona tagliata (e dai ancora con gli Oasis…chi l’ha nominati?). “Black Ants Invasion” gode della mia simpatia, perché contagiosa nella sua semplicità, pur non essendo un momento particolarmente importante. Il brano lento, spesso caro alle band Rock, qui è rappresentato da “3 Pounds”, non melenso, tuttavia morbido e garbato. Chiude l’album la massiccia e cadenzata “Glenn Matthew”.
Sicuramente  i The D sono un gruppo da seguire soprattutto dal vivo, in quanto la musica proposta è proprio contagiosa e priva di inutili orpelli, elettrica e spassosa. Da sentire ad alto volume anche in macchina…perché no? MS



Sheen

SHEEN – Absence
RDM Records
Genere: Rock & Blues/ Sperimentale
Supporto: cd – 2015



Sheen è il progetto scaturito dall’unione di due artisti, la cantante Romina Daniele ed il polistrumentista (basso e chitarra) Lorenzo Marranini. Marranini proviene da un percorso Rock, e Folk/Blues, mentre Romina Daniele la conosciamo già come cantante e sperimentatrice del suono umano, non a caso è vincitrice anche del Premio Internazionale Demetrio Stratos, tanto per citarne uno. Assieme fondano nel 2010 la RDM Records.
Il connubio da alla luce questo album d’esordio dal titolo “Absence”, composto da nove tracce, tutte dallo stesso titolo, solo differenziato da un numero crescente. “Absence” è un prodotto che guarda lontano, cantato in inglese (escluso il pezzo “Absence 8”) e che non si ferma avanti alla formula canzone, qui lontana anni luce. “Absence” è il titolo della poesia di Romina pubblicata nel 2011 con la raccolta “Poesie 1995 – 2005” da RDM. Essa è la mancanza di autenticità nel mondo dinanzi alla quale la ricerca più propria è urgente e necessaria (cosi’ narra la biografia).
L’elettronica ricopre un ruolo importante nella riuscita dell’insieme, a volte oscura  ombra che insegue il suono, a volte tappeto sonoro che mette in evidenza la voce di Daniele. Acuti, parti recitate, versi, interpretazioni recitate si alternano a vocalizzi a volte anche polifonici.
“Absence 2” è tratto dalla poesia “L’Occhio Che Ascolta” ed è strutturato su una ritmica  ossessiva, vicina anche a un sound che potrebbe uscire dalla discografia di Paolo Catena.
Cadenzato e ancora oscuro è il brano “Absence 3”, tratto proprio dalla poesia “Assenza (O Soglia Del Mio Dolore)”, qui bene interpretato dal suono e dalla voce. La sensazione che provo all’ascolto è come uno scivolare in una caduta libera nell’oscurità e senza un appiglio, il tutto sembra non avere un fondo. Notevole. Il risveglio mi giunge solamente quando intervengono le schitarrate Pinkfloydiane, degne compagne di un percorso sia psichedelico che poetico.
“Absence 4” è greve e sprigiona dolore, lento agonizzare che porta immediatamente alla successiva fase dal titolo “Absence 5”. Ancora dolore, ancora oscurità.  Con “Absence 6” si arriva ad un anthem spettrale e greve, al limite del Doom dove il lavoro della chitarra è ottimo. “Absence 7” gioca sulla sovra incisione di voci, mentre “Absence 8” è quantomeno spettrale, Antonius Rex se  stai leggendo, contattali! La conclusiva “Absence 9” è una suite di quasi diciannove minuti, essa è un lungo viaggio spaventoso, a mezz’aria, sospesi nel vuoto.
Questo è un disco che esula da ogni parametro logico di struttura musicale, almeno per come la si intende generalmente.
Da ascoltare soprattutto al buio… se ne avete il coraggio! MS



Romina Daniele

ROMINA DANIELE – Spannung
RDM Records
Genere: Blues / Sperimentale
Supporto: 3cd – 2015


Dopo otto anni da “Aistànomai, Il Dramma della Coscienza”, ritorna a registrare Romina Daniele, artista sperimentale in ambito vocale oltre che pittrice, poeta e fotografa. Ritorna carica di esperienza, accresciutasi nelle numerose date live ricavate nel tempo e con una vena Blues che non ti aspetti.
La cantante ha registrato le sue capacità, riuscendo in questo suntuoso triplo cd a dimostrare che la sperimentazione vocale si può anche sposare con la musica in senso melodico. Un poco come è accaduto agli Area di Demetrio Stratos, quando con “Gli Dei Se Ne Vanno, Gli Arrabbiati Restano” stavano riuscendo a fondere sperimentazione vocale con la formula canzone, solo una prematura fine di Demetrio ci ha potuto privare di chissà quali altri risvolti. Ma non voglio accostare banalmente Daniele a questo contesto, perché l’artista comunque sia riesce a fare delle sue doti vocali uno strumento a personalità ben definita, guidata dalla propria esperienza.
“Spannung” è accompagnato da un esaustivo e corposo libretto contenente frasi delucidanti riguardante il percorso emotivo dell’ascolto. In esso oltretutto si può anche godere delle foto che mettono in risalto il bel volto sensuale della cantante, oltre che l’aurea speciale che circonda l’espressione del viso e del corpo. Musica e essenza corporea, ricerca e dedizione al Blues, anche di classici, il tutto sotto una veste curata. Si evince anche un altro particolare, il colore rosso che circonda ogni immagine e che dona vigore in tutta la sua passionalità.
“Spannung” contiene canzoni registrate dal 2009 al 2015 ed inizia con ”Dasein I.I”, esso lo ritroveremo in tutti e tre i dischi, come un filo conduttore che si differenzia solamente dal titolo in crescendo numerico (Dasein I.II, Dasein I.III etc.etc.). Elettronica e voce, vibrato e  acuto, un intro che lascia presagire un percorso sonoro corposo e ricercato. Colpisce l’interpretazione di “Summertime”, rivisitata e corretta dalla corposità irruenta dell’uso vocale sopra ad una base ancora una volta elettronica. Il soul caldo di “Sycamore Trees” scritto da Angelo Badalamenti e David Lynch trova in questa nuova veste una freschezza moderna, accompagnata da sovra incisioni vocali che donano all’ascolto profondità. “Outside Me” è la nuova versione del brano scritto dall’artista stessa “All’Esterno Di Me”, più ricca ed enfatica. Il lato più ricercato ed introverso dell’essenza musicale e vocale, continuiamo a ritrovarlo nei successivi “Dasein”. Spesso la musica trasmette angoscia e lo riesce a fare non solo con i suoni, ma anche attraverso interpretazioni care al “Teatro Della Voce”.
Segue Blues che riscalda il cuore  attraverso il classico “Blue Spirit Blues” del 1930. Uno dei momenti più interessanti del disco a gusto di chi scrive, è la poesia “Assenza (O Soglia Del Mio Dolore)”, dove la cantante in questo caso anche narratrice, è accompagnata da Emanuele Cutrona al basso. Leggendo il libretto del cd durante l’ascolto, ci si incontra spesso con lo sguardo di Romina, intenso e profondo come la sua musica.
Il secondo cd si apre con un tradizionale, “Oh Rosie” registrato nel 2011. Il Folk fa capolino nel  background dell’artista, a dimostrazione dell’ampia visuale ed esperienza acquisita nel tempo. Bellissima anche la cover di Frank Sinatra “I Am A Fool To Want You (Take II)” dove non si trasporta il sound verso il melenso, ma si cerca di donargli intensità ed impeto,  quasi a cercare di profanarlo, spolpandolo e gridandolo.
Altro classico del Blues è “Backwaters Blues” di Bessie Smith, Romina Daniele fa capire quanto importante sia la base della musica moderna. Qui alla chitarra c’è Luca De Maio, mentre al basso Luca Caiazza. Altro brano tradizionale rivisitato e stravolto è “I Went To That Place Alone”, per poi tornare nel Blues con “Timber” di Odetta Holmes. C’è anche un pezzo con la band, compresa batteria, quella di Manuel Taranto, e si intitola “I Put A Spell On You”, intenso, sentito e  graffiante.  La seconda dedica al the Voice Frank, si intitola “I Am A Fool To Want You (Take I)”, rivoltata come un calzino, caracollante, finestra per un wah wah vocale al limite fra il provocatorio, lo sbadiglio e lo sberleffo.
Il terzo cd è composto da due brani, “La Natura Assente (III)”, lugubre palestra di suoni vibrati e ricercati, e la lunga suite “Dasein III”, a sua volta oscura presenza di vibrazioni spettrali.

Dopo così tanti anni, Romina Daniele non può lasciare indifferenti gli ascoltatori, ecco dunque un suntuoso lavoro dove ricerca, angoscia, ed anima si incontrano in un risultato lontano dallo scontato dei prodotti odierni. Musica e suoni per pensare, per urtarsi i nervi, per rilassarsi, per spaventarsi, per stupirsi, per imparare, per riscaldarsi, per gelarsi, per…. (MS)

lunedì 11 gennaio 2016

lunedì 4 gennaio 2016

Martigan

MARTIGAN – Distant Monsters
Progressive Promotion Records
Distribuzione italiana: G.T. Music Distribution
Genere: New progressive Rock
Supporto: cd – 2015


Sinceramente avevo perso speranza nel riascoltare i Martigan, buona band della Germania dalle influenze IQ, Pendragon , Jadis, Pallas, Marillion tanto per indicarvi l’area in cui operano. Li avevo lasciati nel 2009 con l’ottimo “Vision”, un album che allora reputai fra i migliori usciti in quel periodo.
Probabilmente sulla scia di un ritorno inaspettato al successo del genere, i Martigan oggi hanno preso nuova linfa e si gettano nuovamente in pasto agli amanti del New Prog.
“Distant Monsters” è il quinto album da studio senza considerare live o raccolte. Iniziano la carriera discografica nel 1995 con “Stolzenbach”,  crescendo disco dopo disco, e giungono a noi oggi con la formazione modificata solamente al basso che non è più in mano a Peter Kindler ma a Mario Koch. Completano Bjorn Bisch (chitarra), Oliver Rebhan (tastiere), Kai Marckwordt (voce) e Alex Bisch (batteria).
Ritornano con ben 75  minuti di musica, New Prog sinfonico e altresì variegato, con tematiche  favolistiche inerenti a mostri di pietra ben descritte nei testi contenuti all’interno del cd, in un libretto d’accompagnamento ricco e particolareggiato. Otto tasselli sonori suddivisi fra canzoni di media, breve e lunga durata.
Apre “Theodor’s Walls” con un suono ben registrato, colpisce subito il piano e il greve incedere delle strumentazioni a seguire, con la chitarra e la batteria in evidenza. Il cantato in inglese dalla voce di Kai, descrive l’enfasi misteriosa ed epica della storia. Il ritornello è decisamente ispirato allo stile Pendragon. Elettronica nella parte centrale del brano con assolo di chitarra d’effetto che nel susseguirsi lascia spazio anche ad interventi Metal. Le tastiere fanno da sfondo come il genere ci insegna per un risultato sicuramente d’effetto ed emozionante.
Nel New Prog  c’è una caratteristica predominante, l’inciso ha la stessa valenza del ritornello, entrambi i particolari sono curati in forma melodica nell’eguale maniera, questo lo si evince anche dall’ascolto di “Lion (White, Wild & Blind)”. Altro fattore che troviamo spesso, anche in tutto il disco, è l’uso degli assolo di chitarra, come facevano i Marillion, Pendragon ed IQ, quei momenti ariosi che danno respiro all’intero brano, mostrando di se oltre che la capacità compositiva, anche la parte tecnica.
“Simplicius” è un brano introspettivo, “Complicius” gioca sulle ritmiche, ma il livello sale ancora con la suite “The Lake”, sunto di un intero genere oltre che dello stile Martigan. “On Tiptoe” richiama l’intro di “Theodor’s Walls”, canzone che si basa molto sull’enfasi dell’esecuzione, la più breve dell’album con i suoi cinque minuti e mezzo. “Fire On The Piper” è un'altra mini suite, carica di energia e ben strutturata. Chiude a mio avviso la canzone più bella dell’intero disco, “Take Me Or Leave Me”, forse perché anche io sono un inguaribile romantico per quello che concerne il New Prog, mi ricordano i migliori Pallas.

“Distant Monsters” dopo l’ascolto non può lasciare indifferenti nessuno, figuriamoci un amante del New Prog, qui troverete acqua con cui dissetarvi. Fa piacere vedere nel 2015 che ancora  il genere gode di buona salute. Ben tornati Martigan. MS

sabato 26 dicembre 2015

Sonaglia Marco

MARCO SONAGLIA – Il Vizio Di Vivere
Accademia Cantautori Di Recanati
Genere: Cantautore
Supporto: cd – 2015


Ritorno con estremo piacere a parlare del chitarrista Marco Sonaglia, mio concittadino fabrianese dell’entroterra marchigiano. Il fatto di giocare in casa, nella realtà porta in me il dovere di essere più obiettivo possibile, e lo sarò in quanto mentire o per meglio dire enfatizzare un qualcosa che potrebbe non essere, farebbe solo del male ad un artista e ad un amico oltre che alla mia credibilità critica. Per cui il mio pensiero è qui ancora una volta disinteressato e sincero come sempre e più che mai!
 Detto questo c’è da iniziare analizzando la realtà dei fatti in ambito “cantautori”, in Italia sono sempre di meno e meno impegnati non tanto per loro colpa, ma in quanto la società è cambiata, sempre più mordi e fuggi, non propensa a soffermarsi ad ascoltare e soprattutto a pensare. Il coraggio di dire ciò che si pensa, magari anche con ironia, analizzare la vita quotidiana, lo stato sociale, alcuna letteratura, è fatto oramai raro. 
Sonaglia con il secondo album dopo il buon “Il Pittore E’ L’'Unico Che Sceglie I Suoi Colori” datato 2013, ritorna in versione acustica e in formazione trio. “Il Vizio Di Vivere” sceglie  questo tipo di percorso sonoro in quanto volenteroso di dare risalto ai testi di Giorgio Tintino e Francesco Urbinati, e ci riesce  in maniera garbata e molto spesso con classe. Sonaglia è amante del cantautorato anni ’70, spazia da Guccini a Lolli, passando anche per Nomadi, questo lo si evince spesso dall’ascolto dei brani dell’album di esordio. E dopo due anni?
 Ma andiamo con ordine, Sonaglia si coadiuva del pianista ed arrangiatore milanese Onofrio Laviola e del chitarrista Edoardo Marani. Ci sono riferimenti di letterati al riguardo, con una scansione del secolo che passa attraverso Cesare Pavese e Franco Fortini, procedendo per un analisi a tratti malinconica e  drammatica. Questa viene bene rappresentata anche in copertina dall’opera di Roberto Stelluti “Francesco Sulle Carcasse” del 1978. Una pila di auto rottamate in un precario equilibrio con uno scenario oscuro, sporco, trasandato, e sopra un bambino che guarda di sotto, e che  non vuol cadere, destinato metaforicamente a un presente di certo non roseo. Ma anche in questo caso c’è un segnale di speranza, il bambino è circondato di luce, uno squarcio nel cielo plumbeo  probabilmente  di ottimistico auspicio.
Ed ecco il Marco che non ti aspetti, nei sette brani dell’album (esclusa l’ottava bonus track) l’autore fa capolino fuori del proprio guscio “Gucciniano”, mettendo a nudo anche altre sue  predilezioni musicali, si fa coraggio e prende possesso delle proprie capacità e della personalità, amalgamando il tutto con garbo. In questo bel viaggio sonoro ho riscontrato molti particolari che possono condurre ad artisti come Banco Del Mutuo Soccorso (grazie agli arrangiamenti delle tastiere), Ivan Graziani (per alcune metriche liriche), Mario Castelnuovo, Francesco De Gregori, Fabrizio De Andrè, Claudio Lolli, Giorgio Gaber e anche del cantautorato francese. Davvero un calderone culturale elevato ed impegnativo.
 Dopo ripetuti e ripetuti ascolti non riesco a estrapolare una canzone sopra le righe, il livello è notevole, sopra la media del genere in analisi, ed ecco che “Emilio”, La Luna E Il Falò” e “Nella Terra Di Nessuno” ti scaldano la mente ed il cuore. “Il Buongustaio” è allegramente cinica, diretta, ruvida nella sua semplicità nell’esprimere il concetto di umanità: “Io sono un buongustaio, e alla crema della società preferisco come sapore la feccia dell’umanità”.
“Il Grande Inquisitore” è ottimamente arrangiata e si stampa facilmente in mente, con il suo clamoroso profumo anni ’70. Gradevole “L’Altro Saluto”, ancora una volta bene arrangiato da Laviola. Più Prog nell’intento è “Nella Terra Di Nessuno”, qui se posso sbilanciarmi in un consiglio vedo una buona strada per il futuro musicale di Marco, quando sarà definitivamente uscito a nudo con coraggio. Dolcissima e commovente “Vice Veris”.
Chiude la bonus track “Le Intermittenze Del Cuore”, omaggio a Claudio Lolli, unico brano non acustico dell’intero album, qui in versione più elettronica.
La direzione artistica è a cura di Lucia Brandoni, il progetto grafico è di Raffaello Cardinaletti,  mentre la registrazione negli studi Klangstrm di Recanati, sotto la cura di Paolo Bragaglia rende giustizia all’intero lavoro con il suo suono caldo.
 Ci si chiede all’interno del booklet se è ancora possibile un incontro fra musica popolare e poesia, la mia risposta è si, perché…perché voglio credere ancora che sia così, almeno il tempo di un album come questo. Il resto è consuetudine. MS




MARCO SONAGLIA – Il Pittore E’ L’Unico Che Sceglie I Suoi Colori…
Ars Live Records
Genere: Cantautore
Supporto: cd – 2013


A chi ha una certa età come la mia, quando si dice “cantautore”, vengono alla mente artisti come Fabrizio De Andrè, Lucio Battisti, Lucio Dalla, Eugenio Finardi, Ivan Graziani e così via, la crema degli anni ’70 a venire. Perché questo preambolo? Semplicemente per rimarcare l’impegno che questi musicisti mettono nei testi e nelle musiche. Spesso con loro si pesca nel sociale, come con De Andrè o Guccini. Quest’ultimo è anche punto di riferimento di molti cantautori a venire, anche dei nostri tempi e chi ne è rimasto colpito, ci resta indelebilmente legato.
Uno di questi è Marco Sonaglia, giovane cantautore marchigiano che nutre passione ed ideologia nei confronti di un maestro come Francesco Guccini (ma non solo).
“Il Pittore E’ L’Unico Che Sceglie I Suoi Colori…” è un album che vive proprio a cavallo dei due contesti e ciliegina sulla torta, resta appunto la bonus track de “Il Vecchio E Il Bambino”, dove tutto lo spirito Gucciniano fuoriesce nel suo splendore.
Ma partiamo dall’artwork che mette in luce la creatività non solo di chi propone, ma anche di chi acquista l’opera e spiegherò il perché. Sotto il titolo si evince una virtuale tavolozza di colori ed una palla di cartapesta e DAS in bianco e nero. Essa rappresenta alcuni passaggi del disco, come il brano “Hanno Rubato L’Urlo Di Munch”, proprio con il famoso volto gridante al centro della palla. All’interno del disco c’è un poster che rappresenta la copertina con la quale si può colorare la palla a proprio piacimento, magari proprio mentre si ascolta la musica, così da essere interattivi con l’arte di Sonaglia. La scultura si chiama “Il Mondo Di Sonny” ed è di Nikla Cingolani, anche fotografa assieme a Paolo Farina. Nel corso del disco, l’autore si coadiuva di numerosi special guest, per fare alcuni nomi Marino e Sandro Severini dei Gang, Gastone Pietrucci (La Macina), Michele Gazich al violino e Massimo Priviero alla voce.
Le tracce sono dieci e si comincia con “Gauguin Drogato”, una vera ballata che ricorda Francesco De Gregori ed il ritmo è quello di un treno in corsa. Un malinconico violino apre “Il Piccolo Soldato” assieme alla fisarmonica di Giuliano Stacchiotti. Veli di nostalgia si alternano a giocose ballate su testi importanti e descrittivi in stile De Andrè. Amara descrizione del razzismo in “Mississippi 6 Luglio 1873”, conclusa su un bel solo di chitarra elettrica. “Mamma Ro” è un equilibrio emotivo fra sensazioni Castelnuovo/De Andrè, giornate raccontate in maniera approfondita e fotografica. Le parole di Sonaglia infatti sono piccole fotografie di vita, ma viste con l’ottica del fotografo professionista, cogliendo particolari che altri non vedono. Il ritmo sale in “2004 (Circa)”, dura ed amaramente sarcastica, un buon duetto di chitarra acustica ed elettrica la impreziosisce.
Più ricercata “La Festa Di San Giovanni” con la tromba di Samuele Garofoli a fare da intramezzo ai testi, mentre “Gli Occhi Di Lucia” è una dolce ballata, uno dei momenti più belli del disco grazie anche ad un buon arrangiamento di piano e violino e con un ritornello toccante. “Hanno Rubato L’Urlo Di Munch” è per tendenza un brano in stile Graziani, non per l’opera rubata che nel caso del teramano è la Monna Lisa, piuttosto come metrica lirica non del tutto convenzionale, quella di “Scappo Di Casa”. Chiude ufficialmente l’album un'altra dolce ballata, “Stasera La Luna”.
Musica che dona riflessione, profondità poetica ed emotività questa di Marco Sonaglia, un debutto che un fans del vecchio cantautorato e dei nomi citati in precedenza non si deve lasciar sfuggire. In un mondo musicale dove tutti gridano e corrono, c’è anche un attimo per fermarsi a riflettere, o per meglio dire…. Ad ascoltare. (MS)

sabato 19 dicembre 2015

Lola Stonecracker

LOLA STONECRACKER – Doomsday Breakdown
This Is Core Records
Genere: Post Grunge - Hard Rock
Supporto: cd – 2015


Come sta l’Hard Rock in Italia? Ha sempre proseliti oppure naviga in acque torbide? Per quanto non sia mai stato un genere che ha fatto alta classifica, è comunque sempre costantemente vivo e vegeto. I seguaci appassionati gli relegano affetto e un forte “credo”, quello che ad esempio ha sempre unito anche il popolo “metallaro” in senso generale. Inutile sottolineare che esso è anche per chi lo suona uno stile di vita. In definitiva, nel nostro paese l’Hard Rock è presente e seguito, le molteplici band che si formano alacremente sono li a dimostrarlo.
E andiamo allora a conoscerne una ruspante…stradaiola nell’andamento, libera di uscire fuori allo scoperto e di affrontare la vita di tutti i giorni: i Lola  Stonecracker. Si formano nel bolognese nel 2009 e il loro amore per l’Hard Rock e per il Grunge è il propellente su cui far viaggiare i testi. La carica che riescono a trasmettere dalle canzoni è contagiosa, essa scaturisce anche da una forte esperienza live maturata dalla collaborazione con differenti gruppi, ad esempio dal 2011 al 2013 hanno suonato assieme a Gilby Clarcke (ex Guns ‘N Roses), Reckless Love, Adler’s Appetite e John Corabi. Questa esperienza amalgama la formazione composta da Alex Fabbri (voce), Lorenzo Zagni (chitarra), Giovanni Taddia (chitarra), Diego Quarantotto (basso) e Christian Cesari (batteria). Pier Mazzini (tastiere), Roberto Priori (chitarra) e Ace Von Johnson (chitarra) invece compaiono come ospiti speciali nella registrazione di questo album d’esordio dal titolo “Doomsday Breakdown”.
Il cd  si presenta con una buona grafica (Elton Fernandes) ed un libretto di accompagnamento esaustivo, peccato solo per la scritta dei testi molto piccola, probabilmente imputabile alla mia veneranda età e al problema annesso di diottrie. Le fotografie sono di Ely Garbo.
Il cd è composto da quindici brani diretti, senza inutili orpelli, diretti e ben registrati. Si bada all’essenza e alla giusta armonia, canzoni che si ascoltano piacevolmente e che in alcuni casi restano anche facilmente memorizzati.
“Jigsaw” è un pezzo che sicuramente in sede live “spacca” di brutto, la voce di Fabbri mi ricorda in alcuni frangenti quella di Zachary Stevens (Savatage). La versatilità vocale di Fabbri la si può constatare anche in “Generation On Surface”. La sezione ritmica è efficace, cosi la chitarra in alcuni frangenti degli assolo, seppur brevi. Le tastiere molto spesso fanno da tappeto riempiendo il suono rendendolo più maestoso.
I Lola Stonecracker sono godibili anche nei frangenti più intimistici, come nel caso di “Secret For A Universe”, “All This Time” e “Shine”.
Ma l’adrenalina scorre a profusione durante le altre canzoni, da ascoltare anche in macchina ad alto volume.

Band intelligente, capace di unire giuste armonie orecchiabili con lo spirito degli anni ’70 e l’impatto Grunge degli anni ’90, cosa non semplice e dal risultato quantomeno spettacolare. Bravi, bravi. MS

martedì 8 dicembre 2015

Buone Feste di Natale 2015


Perché fare buone Natale e come?




Si avvicina nuovamente Natale (per chi crede), festa tradizionale che sempre ha riunito famiglie sia in chiesa, sia avanti ad una buona tavola imbandita, che al grido dei ragazzi intenti a scartare i regali. 
Negli anni la magia sembra essere inossidabile. Chi ne parla bene, chi ne parla male, ma alla fine la notte del 24 Dicembre, a tutti sale un groppo alla gola, siano credenti o meno.

Oggi dove tutto è “virtuale”, dove le amicizie si trovano dentro ad un telefonino o ad un computer, c’è ancora più bisogno di Natale,  di contatto, di profumi e sapori, di famiglia o amicizia. Questo Natale diventa simpatico anche a chi non crede, perché almeno tenta di stanarci da questo ghiaccio virtuale.

Perché fare buone Natale?  Perché si fa “reset” con il mondo e le sue avversità. Perché per un istante si ama e ci si ritaglia un momento per stare assieme. Chi è solo per riflettere.

Come? Con semplicità perché la vita è fatta solo di momenti, basta crearseli.


Da parte di NONSOLO PROGROCK... Buone Feste a tutti voi