I Miei Libri

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lunedì 31 marzo 2014

Riccardo Lolli

RICCARDO LOLLI – Fuori Catalogo
MP & Records
Distribuzione italiana: G.T. Music Distribution
Genere: Cantautore
Supporto: cd – 2014



L’importanza di chiamarsi Lolli.
E’ un cognome decisamente rilevante in ambito musicale italiano, Claudio ad esempio è un cantautore che di certo ha scritto pagine incidenti nella musica italiana sin dagli anni ‘70 e la cosa di rilevanza è che sono pagine di certo non banali. Questa deve essere la peculiarità di chi ha questo cognome, la forte personalità e la voglia di approfondire il proprio pensiero.
Riccardo Lolli infatti è un artista poliedrico e per chi segue il Progressive Rock italiano, non è neppure un nome nuovo, in quanto lo si scorge nel gruppo bolognese Central Unit (tastiera e voce).
Sono serviti davvero molti anni a Lolli per assimilare questo album di debutto.  Oggi  è anche grazie al sistema di crowdfunding che si riescono a fare cose che in situazioni normali cozzerebbero contro l’impedimento delle difficoltà economiche, così l’album viene completato e masterizzato negli studi storici di Abbey Road.
Artistica anche la rappresentazione visiva del cd “Fuori Catalogo”, realizzata da Stefano W. Pasquini, con un libretto interno esaustivo e per una volta tanto leggibile! Esso contiene i testi, simpatiche fotografie e la descrizione di chi suona nei singoli brani.
Attento e sagace osservatore degli eventi, Lolli apre il disco con “Dopofestival”, una canzone sicuramente diretta musicalmente parlando, con un ritornello che scalfisce la mente. Acustica “Col Caldo”, ariosa e dall’approccio Prog anche grazie al flauto di Alberto Pietropoli. Gli arrangiamenti sono importanti, così le coralità.
Decisamente unico l’approccio musicale dell’artista, un interagire con gli stili che non è comune, non è che si incontrano facilmente dischi in cui passato, presente e futuro (ricerca) si intersecano in pochi minuti. Perché “Fuori Catalogo” è questo, un raccordo fra stili e tempi.
Forse molti di voi troveranno affinità con Max Gazzè, in alcuni frangenti questo potrebbe essere anche veritiero, ma essendo il tutto molto variegato, fa si che il risultato finale non sia di facile focalizzazione.
Trovo “Me Ne Frega” intelligente sotto molti punti di vista, con annesso un bel solo di chitarra elettrica. Testi di vita quotidiana sono scritti con l’occhio di chi è maturo e saggio, descrivendo l’umanità tecnologica giovanile con sagacia ed attenzione. Un dialogo descrittivo fra la voce, quella di Lolli, ed i cori, con domanda e risposta. Di tanto in tanto fa capolino l’elettronica, tuttavia semplicemente come supporto alla melodia. Sottolineo anche “Mama” e “Fatemi Scendere” in versione unplugged.
“Fuori Catalogo” è un disco cantautorale che sicuramente fa pensare e non vorrei che questo ai tempi d’oggi fosse un impedimento. L’intelligenza di Lolli lo porta a volte anche a parlare in un linguaggio quasi Rap, proprio per essere più diretto e bypassare il problema.
Voi ascoltatelo con attenzione, mentre per Riccardo c’è da parte mia solo un aggettivo: Creativo. (MS)

giovedì 27 marzo 2014

Sondaggio ROCK & WORDS

                         SONDAGGIO ROCK & WORDS


Ciao amici, dopo il successo della conferenza con Fabio Zuffanti, Rock & Words vi chiede quale argomento vorreste fosse trattato nella prossima conferenza. Potete votare gli argomenti nel link sottostante:

Clicca qui per partecipare al sondaggio

mercoledì 26 marzo 2014

Recensioni Brevi 11

                               RECENSIONI BREVI 11

                                     JUMP - The Black Pilgrim (2013)


Forse voi amanti di New Prog di stampo Marillioniano era Fish conoscete già il gruppo inglese Jump. Hanno una nutrita discografia di album carta carbone, tutti debitori in maniera sfacciata a Fish. Non si spingono in tecnicismi, non ci sono quasi mai assolo, ma tanta melodia orecchiabile e spesso malinconica. Ci sono album davvero trascurabili nella loro discografia, ma questa volta con "The Black Pilgrim" devo fare i complimenti alla band, perché si è vero che non si muovono dai soliti cliché, però quel tocco in più di Folk con annesse strumentazioni, donano un fascino particolare al tutto. Ottima anche la scelta di renderlo principalmente acustico. Questa volta la sufficienza è guadagnata in pieno. VOTO: 6,5

                                      MIKLAGARD - Miklagard (1979)


Devo fare un mea culpa, perchè amo e seguo spesso il Prog Nordico, specialmente quello svedese, ma mi è sfuggita una perla come questo "Miklagard". Sono un trio in formazione basso batteria e tastiere, questo inevitabilmente fa venire alla mente le gesta del gruppo Emerson Lake & Palmer e anche le nostrane Orme. In effetti questo c'è, ma anche Genesis e la solita personalità nordica che contraddistingue tutte le band del periodo e del luogo. Un disco più che piacevole. Non si finisce mai di imparare.... VOTO: 7.0

                                  IHSAHN - Das Seelenbrechen  (2013)



Wow che impatto, che soluzioni...che idee! Era ora che qualcuno osasse di più e chi lo va a fare? Un metallaro, come sempre. Si amici miei, perché ricordatevi che l'odiato Metal è invece quello che spesso offre nuovi spunti. Occhio, ho detto nuovi, non migliori. E un altra considerazione visto che mi ci trovo, Il Metal Fans compra anche Prog, il Prog fans non compera Metal, raramente. Io non sarei così drastico nei confronti di questo stile. Vegard Sverre Tveitan, noto con lo pseudonimo Ihsahn, è un cantante e musicista norvegese. È stato fino al 2001 il leader della Black Metal band norvegese Emperor, scioltasi in seguito al suo abbandono, ora eccolo a stupire con mille idee. Suoni imponenti, roboanti si alternano a frangenti più pacati e poi l'incisione.... un suono coinvolgente. Un brano completamente differente dall'altro...un nuovo genio? Chissà... Voto: 8.0

                                           COLLAPSE - The Fall (2013)




Quante band stanno uscendo in campo Post Rock e quante strizzano l'occhio ai Porcupine Tree di Steven Wilson. Oramai vi sarete anche stancati a sentirvelo dire. Ma non bastano atmosfere malinconiche o arie sospese e trascinate. Servono anche tecnica e cambi di tempo, quantomeno per non tediare troppo sulle stesse note. le melodie possono anche essere giuste queste di "The Fall", ma non decolla, si resta in corsa per lo stacco dal suolo, ma non avviene. Probabilmente questo disco piacerà a molti, a me piace in parte, nell'insieme no. VOTO: 5,5

                      SPLEEN ARCANA - The Light Beyond The Shades (2014)


La Francia spessissimo fa buone sorprese, in questo caso invece sto parlando di una conferma. Già con il primo album i Spleen Arcana mi avevano colpito positivamente, qui ne ho una ulteriore conferma. Ottimo equilibrio fra melodie, tecnica, Prog e Post Rock con ambientazioni spesso malinconiche. Può mancare il Mellotron? E poi, buoni assolo e l'immancabile suite. Forse dovrebbero osare di più in personalità, ma questa vedo che già sta crescendo. Il prossimo album è quello della verità., intanto bravi. VOTO: 7.0

                              THE THIRD ENDING - Three Word Title (2014)



Discorso analogo ai Collapse, solamente che gli australiani in questione sono più furbi e mettono in pratica quello che ho sopra citato. Anche qui denoto una crescita rispetto il già buono primo album, malgrado la piccola dipendenza al genere. Ottimi compositori hanno anche una buona tecnica individuale. Anche per loro attendiamo il terzo disco. VOTO: 7.0

domenica 23 marzo 2014

Fabio Zuffanti a Fabriano Pro Musica

      RESOCONTO CONFERENZA FABIO ZUFFANTI A FABRIANO PRO MUSICA
                                                                  
                                                   22 - Marzo - 2014

Si è svolta con interesse nella sede di Fabriano Pro Musica la conferenza ascolto sul Progressive Rock e sulla carriera dell'artista Fabio Zuffanti. 70  persone che ascoltano una conferenza musicale è quantomeno un grandioso successo, del quale rendiamo semplicemente grazie all'artista ospite, che con esempi di chitarra ed i suoi aneddoti ha saputo intrattenere il pubblico. La serata presentata da Rock & Words ha doppia valenza, in quanto parlare di Rock Progressive oggi è quantomeno ostico, in una società isterica dove non ci si sofferma più ad ascoltare. Musica e cultura possono dunque convivere, specie se questo accade in una splendida cornice come Fabriano. Orgogliosi dei nostri artisti!


Il nostro personale ringraziamento va a tutti coloro che sono stati partecipi e che ci hanno onorato della loro presenza.



FABRIANO PRO MUSICA sono: Marco Agostinelli, Fabio Bianchi, Francesco Bellocchi, Renato Gasparini, Sara Palpacelli, Lamberto Di Piero, Massimo "Max" Salari con la supervisione del prezioso Paolo Del Papa.



ROCK & WORDS sono: Fabio Bianchi (sx) e Massimo "Max" Salari (dx).



Un calorosissimo Grazie alla famiglia PROFILI per la gentile ospitalità



Grazie al ristorante SBRODOVINO e al Dott. FRANCESCO BELLOCCHI


Grazie alla birra BACH di CHIARALUCE




                                                   GRAZIE FABIO

giovedì 20 marzo 2014

Gran Turismo Veloce

GRAN TURISMO VELOCE – Di Carne Di Anima
Lizard Records
Genere : Progressive Rock
Supporto: cd – 2011



Gran Turismo Veloce, gia  il nome è un richiamo al fascino della musica Prog. GTV, l’acronimo è inevitabilmente paragonabile a tanti altri usati da band storiche italiane degli anni ’70, in primis PFM, ma anche RRR (Raccomandata Ricevuta Ritorno), RAM (Reale Accademia Di Musica) e moltissime altre. Ma i GTV sono di ben altra pasta, anzi di altro “pesce”, visto lo sgombro che si aggira nell’artwork di cui il cd è il sopra della lattina da strappare.
Il quartetto si forma a Grosseto nel 2008 con l’intento di unire l’essenza del Prog anni ’70 a delle sonorità più moderne come il Metal e l’elettronica, senza disdegnare puntate verso il Jazz. Alle spalle un EP del 2009 dal titolo “In Un Solo Brivido”, poi numerose partecipazioni a concorsi e festival, fra i quali spiccano “Alternativersion” ed il festival internazionale “Emergenza”, questi ed altri espletati con successo di pubblico e critica. Ma è grazie alla web radio di Prato “Radiogas” che i GTV vengono notati da Samuele Santanna, leader dei Raven Sad, ottima band di Prog italiano, anche lei in scuderia con la Lizard Records. Una volta segnalati a Loris Furlan, direttore della casa, vengono reclutati nelle fila e proprio nel marzo del 2011 viene edito il debutto discografico dal titolo “Di Carne, Di Anima”.
Il disco è suddiviso in nove tracce per una durata di quarantasei minuti. Sotto una curata attenzione per la formula canzone, inizia “Sorgente Sonora” un mix fra semplicità e ricerca, dove il Metal fa capolino intersecandosi addirittura con una fisarmonica! Le tastiere di Claudio Filippeschi  sono presenti in equilibrio nella stesura armonica, mentre il suo approccio vocale richiama in cadenza quello dei siciliani Fiaba.
La personalità dei GTV fuoriesce in “Misera Venere”, un pezzo liricamente studiato al limite del recitato, mentre le tastiere sgocciolano in stile Orme semplici scale che fanno da trampolino di lancio a cambi strumentali. Buono l’apporto della chitarra da parte di Massimo Dolce. Il dosaggio cantautoriale è perfettamente equilibrato nell’insieme con la vena Progressiva, per un risultato gradevole e personale.
“Quantocamia” diffonde musica per la mente, la ritmica è ben oliata fra Flavio Timpanaro (basso) e Stefano Magini (batteria), uno strumentale in classico stile Prog, dove l’umore cresce e diminuisce sopra le tastiere che guidano il gioco. Spettacolare l’ingresso della chitarra, dove tutto sembra apparentemente semplice, ma qui c’è la sorpresa, i GTV cambiano nuovamente binario e stile, rivoltando il brano come un calzino.
Ancora mix fra anni ’70 ed Elettronica con “L’Artista” e di schiaffo si intravedono barlumi di Porcupine Tree, specie nell’uso della chitarra oltre che nei loop programmati. E’ difficilissimo trovare l’equilibrio fra buone melodie e la ricerca sonora, generalmente le due cose non vanno a braccetto e chi segue il genere sa benissimo cosa intendo dire, tuttavia i GTV riescono nell’intento e catturano a mio avviso l’attenzione di un pubblico molto vasto.
Ce n’è per tutti i gusti, impeti sonori come ne ”L’estremo Viaggiatore”, oppure ricercatezza strumentale nella ripresa di “Misera Venere”. Ma come in tutte le belle cose, dulcis in fundo con “L’Indice E L’Occhio”, nove minuti in cui quanto descritto è sunto con semplicità.
Un debutto notevole, una band da tenere sott’occhio e non posso che fare i complimenti anche a Santanna per la giusta intuizione. Da avere senza indugi. (MS)


venerdì 14 marzo 2014

Fabriano Pro Musica Intervista: Orchestra Concordia

FPM INTERVIEW: ORCHESTRA CONCORDIA

Una nuova realtà musicale sta nascendo nell'entroterra marchigiano. Una orchestra che riesce ad unire vari pezzi di puzzle musicali, senza restrizioni di genere o di sorta. Quando l'orchestra osa di più.... CONCORDIA.





giovedì 13 marzo 2014

FABIO ZUFFANTI A FABRIANO

                                         Incontro con Fabio Zuffanti









FPM INTERVIEW: FPM INTERVIEW è il canale con cui potete interagire con noi oltre che essere informati sugli eventi di Fabriano Pro Musica (FPM).Iniziamo l'attività di Fabriano Pro Musica con il primo evento Culturale/Musicale con FABIO ZUFFANTI e ROCK & WORDS. Nella conferenza ascolto, insieme a voi parleremo di musica, Progressive Rock e dell'ultimo disco di Zuffanti "La Quarta Vittima". il 22 Marzo alle ore 21.00 nella sede FPM in via Gentile Da Fabriano 13. 
Buona musica a tutti.


domenica 9 marzo 2014

Marcello Faranna

MARCELLO FARANNA – Abbaddarò
Mentalchemy Records / Autoproduzione
Genere : Cantautore/Progressive Rock
Supporto: cd – 2014



Dalla Sicilia una nuova conoscenza musicale, almeno per chi vi scrive, il cantautore e polistrumentista (tastiere e chitarra) Marcello Faranna che si mette in luce per questo esordio dal titolo “Abbaddarò”.
Tengo in primis a sottolineare che a mio avviso chi riesce ad unire il cantautorato con delle intenzioni Progressive, è senza dubbio un autore quantomeno ispirato ed amante della musica in senso generale. Risultare semplici con la voglia di contraddistinguersi, non è di certo cosa da tutti i giorni, un territorio quantomeno impervio ma che comunque a volte riesce a dare grandi soddisfazioni (Lolli, Bubbola, Rocchi, Bibbò, Finardi, Battiato, Ruggeri e molti altri ancora).
Il disco si presenta con dodici tracce ed una buona qualità di registrazione.
Il lavoro si apre con un intro sinfonico carico e toccante dal titolo “Preludio”, già dalle prime intenzioni si capisce una delle armi di Faranna, quella di saper comporre melodie intelligenti e ruffiane. Sembra di respirare gli anni ’70, quel velo che resta posato nella mente di chi come me ha vissuto quel periodo ricco di uscite in ambito italiano.
Giunge immediatamente il folklore della Sicilia ed il calore del sole con la title track “Abbaddarò”, una canzone  che mette in evidenza la voce di Faranna, impossibile non accostarla a quella di Enrico Ruggeri. La breve e dolce “Tra Un Po Sarò Là” voce, piano e violino, ci accompagna a “Stelle Di Cartone”, brano vigoroso e supportato da una buona ritmica, quella di Danilo Spinoso alla batteria.  Tutte le canzoni sono orecchiabili e potenziali hit dell’album, a testimonianza della caratura della proposta. Il polistrumentista si fa accompagnare anche da Simone Campione alla chitarra, basso e cori, Dario Di Matteo alla programmazione ed orchestrazioni, Angelo Spadafora al violino solista e da Fatima Lo Verde voce in “Quale Amore”. Proprio questo brano ci presenta un Faranna più complesso ed ispirato, un mix fra Matia Bazar e la sinfonia Rock del periodo anni ’70 italiano. E a proposito di Rock, ecco un esempio di vigorosità legata alla melodia, un connubio che funziona sempre, anche in tempi moderni, “Qualcosa Mi Dice” è il titolo.
“La Ballata Del Barcone Insanguinato” voce e chitarra, porta alla mente inevitabilmente il De Andrè  delle filastrocche, ma Faranna è se stesso, non di certo ne fa il verso.
Segnalo anche “Ho visto Un Uomo”, brano semplice e diretto ed il conclusivo “La Porta Del Futuro” che chiude il cerchio del Preludio.

Un prodotto poliedrico, ricco di sonorità e fluido, molto fluido, grazie a ritornelli indovinati ed arrangiamenti importanti. Un artista da ricercare, non può restare nell’indifferenza, non capita spesso di imbattersi in un prodotto del genere, professionale e pulito. Cercatelo e poi mi direte. (MS)

Season Of Time

SEASONS OF TIME – Closed To Open Plains
Progressive Promotion Records
Genere: New Prog
Supporto: cd – 2014



La buona musica ha sempre uno sciame di proseliti, cambiano i tempi, evolvono le tecnologie, ma chissà come mai il Rock degli anni ’70 è sempre preso come punto di riferimento. Nel caso dei tedeschi Seasons Of Time l’analisi si sposta anche agli inizi degli anni ’80, con uno sguardo alla scena New Prog inglese. Per essere più chiaro, i parametri in cui si adoperano vanno dai Genesis ai Pink Floyd, fino ai Marillion.
La storia dei Seasons Of Time parte da lontano, inizia nel 1993 e dopo alcuni cambi di line up, la band si stabilizza e riesce a produrre il primo album dal titolo “Behind The Mirror” nel 1997. Nel 2010 il gruppo subisce una grave scissione, il batterista ed il tastierista abbandonano il gruppo, così Dirk Berger (basso, tastiere e voce), ne prende le redini e ne prosegue il cammino, perlomeno in studio. Assieme a Malte Twarloh (voce, chitarra, tastiere), Florian Wenzel (chitarra) e Marco Gruhn (batteria), realizzano questo nuovo album dal titolo “Closed Doors To Open Plains”. In effetti è proprio vero, quando si chiude una porta a volte si aprono  immense distese.
Il disco si presenta molto bene, in una lussuosa confezione cartonata, con all’interno il libretto avente i testi e le foto sempre ad opera di Dirk Berger, qui coadiuvato da Kai Perkuhn. La registrazione effettuata negli studi The Circle è discreta. Capeggia all’interno una frase storica di Charlie Chaplin che dice: “L’avidità ha avvelenato l’anima degli uomini”.
Venendo alla musica, i sedici brani si aprono con il consueto preludio, qui dal titolo “An Overture In My Head”, frammento Psichedelico cantato da uccelli. Si comincia con la potenza delle chitarre elettriche in “Expectations 1”, per poi lasciare campo a voce e piano. Immediatamente collegata (come tutto il resto del disco) “Someone”, perché c’è sempre qualcuno che ha fatto qualcosa. Le chitarre Hard si intersecano con le tastiere che ricordano molto i passaggi dei Marillion, quando ancora Fish stupiva per teatralità. La cosa ha ancora più rilevanza nella strumentale “Bite The Bullet”, uno dei punti più interessanti dell’intero lavoro, sicuramente sarà apprezzato da molti nostalgici. Da Nostalgici a romantici in “Closing Doors”, sopra tastiere che potrebbero ricordare anche i Supertramp. Quello che comunque si evince nell’ascolto è la cura per le melodie, una necessità più marcata della tecnica. La Psichedelia di tanto in tanto fa capolino, così il suono Hard vicino al Metal. Una ritmica semplice e cadenzata, comunque di potenza, si presenta in “Fuzz & Buzz”, mentre le chitarre introducono la vigorosa “A Step A Head Behind”, questo uno dei momenti più arrabbiati dei Seasons Of Time. Davvero molti i cambi umorali nel percorso di “Closed Doors To Open Plains”, di certo l’ascolto ne giova in fluidità. Altro buono assolo di chitarra protagonista lo si trova nella strumentale “The Station At The Border Of The Mind”. La band in effetti riesce a comunicare meglio le emozioni quando si esprime soltanto con gli strumenti, non perché la voce non sia buona, solamente per un discorso di pathos, anche perché quando suona il sound si avvicina soprattutto a quello dei Pink Floyd. Nel disco ci sono anche due ospiti, Kelly Bell alla voce e Pete Harrison al corno nella beatlesiana “There Are Times”.

Certamente in questo lavoro c’è molta carne al fuoco, cibo per molte menti “Progressive” e questo fa onore sicuramente all’attenta Progressive Promotion, ma soprattutto a questi artisti che comunque mettono tutta la loro passione nella loro buona musica. Non un must, ma sicuramente da ascoltare più volte senza problemi di noia. (MS)

sabato 1 marzo 2014

Aisles

AISLES – 4:45 AM
Presagio Records
Genere: New Progressive
Supporto: cd – 2013



Ritornano all’attenzione dei Prog fans i cileni Aisles a quattro anni di distanza da “In Sudden Walks”. Si formano nel 2001 grazie ad un idea dei fratelli Vergara, Germàn (chitarra) e Luis (tastiere). Sembra già molto lontano l’esordio datato 2005 di “The Yearning”, oggi “4.45 am” è il terzo lavoro in studio e con esso proseguono il cammino intrapreso nel filone New Prog fra Marillion e Genesis. Ad oggi la band viene completata da Felipe Candia (batteria), Sebastian Vergara (voce, tastiere), Daniel Baird-Kerr (basso), Rodrigo Sepulveda (chitarre e cori) e Alejandro Melendez (tastiere e synth).
“4:45 am” si presenta molto bene, con l’artwork curato e descrittivo nei disegni di Omar Galindo e nei testi annessi. La qualità sonora è più che sufficiente, considerando anche la complessità degli equilibri strumentali, dettati da numerose varianti. Questo a causa di variegate strumentazioni, ed all’ausilio di special guest come i String Quintet ed i loro archi, Nelson Arrigada al contrabbasso e costanza Maulen alla voce. Addirittura nel corso dell’ascolto ci si imbatte in elettronica e nel sound caldo e giocoso del classico stile latino.
Avrete capito dunque che “4:45 am” è davvero ricco di sonorità, così è, non c’è tempo di soffermarsi su uno stile predefinito, l’ascolto scorre velocemente grazie anche alla brevità dei brani proposti, in controtendenza agli stilemi del genere. Non suite, ma brani di media durata calcolabili in cinque minuti, esclusa la conclusiva mini suite “Melancholia”.
E’ ancora presente l’impronta New Prog rivolta ai Marillion, resta il fatto che gli Aisles hanno una propria peculiarità, una su tutte l’amore per le buone melodie. La title track che apre il disco è proprio il sunto di questo genere che vuole a tutti i costi dimostrare di non essere scalfito dal tempo. Buona la sezione ritmica. Chitarra alla Steve Hackett nella canzone “Gallarda  Yarura”, strumentale che dimostra come si possa fare musica colta senza struggere l’ascoltatore con inutili tecnicismi. La tecnica è alta ma non invasiva, per lasciare spazio alle giuste soluzioni melodiche qui dallo stampo prettamente latino. Pur nella brevità delle canzoni, i cambi di tempo sono presenti. Il sound si concilia con la New Wave degli anni ’80 in “Shallow And Daft”, grazie anche a sonorità più elettroniche. Il brano vene anche annunciato in lingua italiana da “Radio DJ” come carica mattutina, ed un buon cappuccino. Ma si ritorna nel Prog con “Back My Strenght”, una semi ballata classica per i teneri d’ animo. Una chitarra acustica apre “The Sacrifice”, alto momento emotivo e la semi ballata diventa ballata a tutti gli effetti. Torna l’elettronica ricca di effetti nella strumentale “Intermission”, mentre “Sorrow” è uno dei momenti più alti del disco, fra classe, tecnica e melodia. I colpi migliori gli Aisles se li lasciano al termine, nell’ennesimo pezzo strumentale questa volta intitolato “Hero” e nella mini suite conclusiva “Melancholia”.
Quando ci deliziano con gli arpeggi, si toccano veramente alti vette, la sensibilità degli Aisles è davvero una carta che sanno giocare e che non lascia indifferenti.
“4.45 am” è un disco che ha tutto quello che può piacere ad una vastità differente di ascoltatori, fruibile e scorrevole, grazie all’ampiezza di idee e sonorità. Non sarà semplice togliersi dalla mente alcuni fraseggi e soprattutto l’ultimo brano, vero e proprio esempio di New Prog.

Non ho scovato particolari difetti, mi sono solamente lasciato andare nell’ascolto, magari con qualche sospiro di nostalgia per quel suono che a volte mi ricorda gli anni ’80 del Prog, quando lo stesso rialza la testa. (MS)

giovedì 27 febbraio 2014

Karmamoi

KARMAMOI – Odd Trip
Crisalide Music/ G.T. & Music Distribution
Genere: Psichedelic Prog
Supporto: cd – 2013



Roma è stata da anni il trampolino di lancio di un genere prettamente di nicchia, lo Psichedelico che strizza l’occhio al Prog. E’ accaduto per i Porcupine Tree, per i nostrani No Sound e mi auguro che questo accada anche per i capitolini Karmamoi. Il quintetto composto da Serena Ciacci (voce), Daniele Giovannoni (batteria), Fabio Tempesta (chitarra), Alex Massari (chitarra) e da Alessandro Cefalì (basso) con “Odd Tip” intraprende un viaggio interstellare. Si formano nel 2008 da un idea del batterista Giovannoni e della cantante Serena Ciacci. Dopo un singolo dal nome “Venere”, registrato nel 2009, è la volta del debutto “Karmamoi” nell’anno 2011. Il 2012 lo vivono come un anno transitivo, congiunto solamente da un ep intitolato “Entre Chien Et Loup”. Con “Odd Trip” danno una svolta stilistica, avvicinando il sound al Prog e tentando la strada del cantato in inglese. La confezione cartonata, rappresenta la visuale da un pianeta arido, probabilmente un satellite di Giove, vista la vicinanza con il pianeta gassoso.
Dodici le tracce, ad iniziare dall’introduttiva  “Oxigen (Interlude1)” , per una durata totale di cinquanta minuti di musica. La voce di Serena Ciacci  si esibisce fra sonorità Hard con sottofondi Psichedelici. Ritmiche degne di nota, spezzate, affiatate e precise rendono l’ascolto costantemente interessante. La formula canzone è comunque in prima linea, la melodia resta sempre in primo piano, malgrado i Karmamoi vadano a parare in territori astrusi. Esempio ne è “Labyrinth”, dove il concetto si divide in due, una parte melodica e la seconda più tecnica, quella strumentale. Ci si addentra in una sorta di New Prog nella semi ballata “If I Think Of The Sea”, sicuramente uno dei momenti più toccanti dell’intero lavoro.
Facile accostare certe soluzioni a quelle della band di Steven Wilson (Porcupine Tree), ma probabilmente il paragone non è del tutto giustificato, in quanto nel suono riscontro anche la nostrana mediterraneità. Anche nei frangenti più “scuri” si denotano raggi di sole, tuttavia è innegabile una  presenza di Psichedelia decadente. Ottima la strumentale  “Samvega”, una licenza alla mente di poter dileguarsi in fantastici territori. Resta più anonima “Yours”, soltanto perché è circondata da deja vu sonori, anche se melodicamente ruffiana. Decisamente più nordica la title track ”Odd Trip”, dove l’enfasi interpretativa trova livelli più alti rispetto alla media degli ascolti sin ora avvenuti. Nella strumentale  “5+” si aleggia in piena Psichedelia  e nella discografia dei Porcupine Tree, brano che potrebbe benissimo risiedere nell’album “Signify”. Altra ballata è “Lost Days”, semplice e diretta, mentre a concludere c’è “Aria”, canzone nella norma senza infamia e ne lode. 

Quello che si estrae dall’ascolto di “Odd Trip” è semplicemente piacere, un disco che dimostra una crescita di personalità. Mutano, ma sono ancora un ibrido, probabilmente anche per i Karmamoi vale la legge del terzo disco, solitamente da questa regola non scritta ma funzionale, non si sfugge. Li si avrà il verdetto…o forse no? Intanto sono sicuro che voi amanti del genere avete già segnato il nome nel taccuino dei “preferiti”. Fatto bene. (MS)

mercoledì 26 febbraio 2014

Superdrama

SUPERDRAMA – The Promise
Progressive Promotion Records
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2014



Non è facile parlare di argomentazioni metafisiche e spirituali su musica Rock, non facendo passare il tutto per un pappone pesante. Il Prog si presta anche a questo, disegna con il suono quello che spesso le parole non riescono a spiegare. I tedeschi Superdrama sono legati allo stile Prog dei tempi che furono, si evincono gli Yes, ma anche della Psichedelia. Ritmi intricati, performance vocali emotive e testi importanti. In “The Promise” ci si interroga dove può arrivare l’uomo, da dove viene, cosa è il bene ed il male, perché non riusciamo a rispettare la natura, dove andremo a finire… In definitiva quelle domande che non hanno tempo. I Superdrama lo fanno guardando al cielo, come direbbero le nostrane Orme, dando  “Uno Sguardo Verso il Cielo”, in cerca di una risposta che puntualmente non arriva, perlomeno non in maniera fisica. Dio ha la risposta.
L’artwork è curatissimo, a partire dalla confezione cartonata con all’interno un nutritissimo libretto descrittivo di 30 pagine! Scritto con testi in inglese (così il cantato), si accompagna con descrizione anche in lingua tedesca. La Nasa ha fornito le foto all’interno davvero mozzafiato, quasi da sembrare il cosmo un luogo finto e cinematografico.
Nella musica si punta anche alla melodia di facile presa, non solo scorribande sonore, certamente i cambi repentini non mancano, ma restano dosati in maniera saggia. Nel concept composto da sette brani, ci sono quelli di breve durata (se 5 minuti vogliamo considerarli brevi) e della medio-lunga, sfiorando anche i 12 minuti.
“Chance Of A Lifetime” ha un buon ritornello, “Evening The Odds” è più Prog, così lo è ancora di più “Turn The Stone”, qui la band adopera tutte le armi a disposizione. In stile Kaipa o Tangent “In Love For A Day”, canzone con buone melodie ed una ritmica a singhiozzo accattivante e suadente. Le tastiere spesso ricoprono un ruolo importante, lo si capisce anche in “Beyond The Edge”.
Una chitarra in stile The Flower Kings apre “Healing Earth”, fra Genesis e Pink Floyd. Ma la chicca è al termine, la title track “The Promise” da sola vale l’acquisto del cd. Certamente i Superdrama non si inventano nulla di nuovo, anzi, suonano il classico Prog Rock con tutti i suoi stilemi annessi, ma lo fanno dannatamente bene!

Quindi chiudo consigliando l’ascolto preventivo per tutti coloro che non sono avvezzi al genere trattato e presentando i bravi autori di questo disco: Robert Gozon (voce, tastiere), Robert Stein-Holzheim (batteria), Michael Hahn (chitarre), Thomas Klarmann (basso, flauto) e Thilo Braun (organo). (MS). 

martedì 25 febbraio 2014

Ultime Uscite

                                  LE ULTIME USCITE

In rapida successione andiamo a vedere le uscite discografiche più interessanti del momento ad iniziare dai svedesi A.C.T. . 
L’album si intitola “Circus Pandemonium” ed è un gradito ritorno dopo quasi otto anni di latitanza da studio. Lo stile è sempre  lo stesso, fra Hard Prog, sinfonia ed AOR. Non sfuggiranno ai più attenti di voi i riferimenti Queen. Un album che gioca molto sulle giuste melodie e coralità, con ritornelli che si stampano facilmente alla memoria.
Con un nome alquanto logorroico i The National Orchestra Of The United Kingdom Of Goats si fanno conoscere con “Vaaya And The Sea”. 


 Un album a cavallo fra Post Rock e quella Psichedelia cara ai Porcupine Tree, oggi vero e proprio punto di riferimento della maggior parte delle band adoperanti nell’ambito. Buone certe soluzioni, tuttavia mancano i solo che lasciano il segno, non sempre bastano atmosfere malinconiche o toccanti per destare l’interesse dell’ascoltatore, serve spezzare e questo è un difetto che hanno troppe band italiane. Ma è un album che nell’insieme convince e che si lascia ascoltare con piacere.
Ritornano i tedeschi Frequency Drift con “Over” 

ed anche qui va aperta una parentesi, quella della qualità dei gruppi germanici. Tutti sono bravi, precisi, puliti, sempre ad un passo dal capolavoro che non giunge quasi mai. Impossibile trovare un disco Prog tedesco che sia brutto, impossibile trovare un disco Prog tedesco che sia un vero capolavoro. Come diciamo noi in Italia, sono quadrati e precisi. Così è la loro musica, professionale, gradevole, ben eseguita, ma esente dal quel passo in più che farebbe fare loro la differenza. Violino, violoncello, arpa, flauto, tastiere, chitarre, molti gli ingredienti del disco, compresa la bella voce di Isa Fallenbacher.
Una band che vedo in continuo crescendo è quella americana Deluge Grander. 

Crescono in professionalità con “Heliotians”, classico Prog che sicuramente piace al fans del genere.  Crescono in capacità e qualità, pur restando ancora distanti dal capolavoro. Un disco buono, dalle mille sfaccettature, ma anche pregno di soluzioni inflazionate. Ma la strada è quella giusta.
Per chi segue il Metal Prog, segnalo il disco dei danesi Incessant “New Chapter”.
Completamente strumentale, riesce a colpire a tratti per le buone melodie sorrette soprattutto dalla chitarra elettrica. Tuttavia alla lunga  risulta essere un poco ripetitivo e stucchevole. La sufficienza è garantita, ma serve anche pazienza.
Ritorna il supergruppo Transatlantic, attesissimo dai fans delle relative band Marillion, Spock’s Beard, The Flower Kings e Dream Theater. 

Il disco si intitola “Kaleidoscope” ed in effetti la sensazione all’ascolto è proprio quella di mille colori sfaccettati che mutano in continuazione. Un passino più avanti rispetto “The Whirlwind”, ma distante dai due dischi d’esordio. Le soluzioni sono finite, la miscela Genesis, Beatles, King Crimson etc. sembra satura e Morse, vera mente compositiva del gruppo, sembra a volte tirare il fiato. Meglio nei momenti più brevi. Infatti nell’album ci sono nuovamente suite di mezz’ora, precisamente due, che comunque non convincono del tutto. Un album però discreto e consigliato a chi ama il genere. Nella versione de luxe il consueto cd inutile di cover.

Altra band che ha debuttato a mille sono gli olandesi Sky Architect 

che nel 2010 con “Excavations Of The Mind” ha stupito sia il fans Metal Prog che quello semplicemente Prog, in una miscela di grande personalità. Il successivo “A Dying Man's Hymn” è pure buono, ma meno effetto sorpresa ed oggi “A Billion Years Of Solitude” mostra una band che è cresciuta in amalgama ed in esperienza, ma che proprio per questo si è stabilizzata nel sound standard del genere. Un peccato perché sembravano promettere ben altre cose. Comunque un buon disco che consiglio assolutamente .

lunedì 24 febbraio 2014

La Società Virtuale

                        Lettera alla Società Virtuale
                                                                  Di Massimo Salari

                              (Anomalia odierna, un uomo che non chatta!)


Nella società “virtuale” di oggi, dove è più facile chattare con uno sconosciuto piuttosto che parlare di persona con il tuo amico di fianco, ci sono cose che veramente non capisco. Con internet abbiamo il mondo a casa, tutte le enciclopedie, la discografia mondiale, l’informazione in diretta… eppure non sappiamo. Non ci ascoltiamo, ci nascondiamo dietro ad un nick name per dire cose che non ci rappresentano. Facebook è un luogo di spionaggio su realtà che non esistono. Tutti filosofi… Italiani popolo di filosofi, peccato solamente che lo sono con le frasi degli altri.
C’è Sanremo? Facile…fa schifo, boicottiamolo! (lo dicevano negli anni ’70 anche quando vincevano i Matia Bazar, figuriamoci oggi). Scrivono su Facebook: C’è il calcio? Non dobbiamo guardarlo! Fa schifo, troppi soldi! C’è X Factor? Solo i stupidi lo guardano, è la morte dell’arte! Boicottiamolo! C’è Il Grande Fratello? Peggio che peggio.
MA… ecco il MA… alla fine tutti guardano questi programmi o eventi. MILIONI di ascolti!!!
La politica? Tutto va male, io spacco questo, io spacco quello…BASTA! E’ ORA DI CAMBIARE. Poi non si fa nulla. Mai!
L’Italia è ridotta ad un feudalesimo becero e squallido, dove ognuno pensa esclusivamente al proprio orticello, fregandosene sempre di colui che è in difficoltà, pensando semplicemente: “A me non capita”, l’orto è il suo. Non si è capito che stare comodi nella cabina del capitano, quando la nave affonda si muore ugualmente. Quando si affonda, si affonda.
Tutto questo accade nella società “virtuale”, dove con un clic hai tutto. Dove a casa non arrivi a fine mese, ma hai l’I Phone. Che strano, funzionavano meglio i ciclostili negli anni ’70, con il volantinaggio, si comunicava meglio…molto strano.Avevano anche la App. Si chiamavano “allegati”.
Sento parlare molto male dei giovani. Mi dispiace, perché in realtà potenzialmente sono meglio delle generazioni passate, in quanto più informati. Io credo in loro.. credo più in loro che nei miei coetanei, fautori del bell’orticello feudale. Le scuole non gli sono di grande aiuto, perché un governo che toglie soldi all’educazione dei propri figli, non è composto da un popolo civile. Ma tant’è.
In questa società “virtuale” l’arte e la cultura è agonizzante, c’è una gara a chi la fa gratis. Con la scusa che non ci sono soldi i locali ed i comuni o chiamano dj, Karaoke o cover band  a quattro soldi oppure per  un piatto di pasta. L’artista vero è tagliato fuori. Questi signori sono gli stessi che dicono “Sanremo fa schifo”, “In Italia non ci sono più artisti di una volta”. Non è vero! Sono loro che li uccidono. La cultura è questa. Va bene il dj, va bene la cover band… però perché almeno per una volta non va bene anche un artista con del materiale proprio? Se la risposta è “non porta clienti” allora è la società “virtuale” che culturalmente è morta, la paura del nuovo che destabilizza la massa. Pecore.
Ho visto artisti spostare marchingegni e service da cinquanta mila euro per suonare a 200 euro!
Schifo dite voi? E allora, perché dire solo “schifo” e non cambiare?
Questa lettera è uno sfogo, solo per far riflettere per un attimo, ma non voglio avere ragione, anzi, rispondetemi e spiegatemi dove sbaglio, perché io spero di sbagliare nella mia ignoranza. Spiegatemi perché nell’era della comunicazione, non ci capiamo.
Aveva ragione Sigmund Freud, tutto gira attorno al sesso, anche oggi nel 2014. Chi guadagna alla grande su internet è solo You Porn. Si nutre non il cervello…ma un altro muscolo.

Voglio vedere fra poco tempo ai nostri figli cosa daremo da mangiare, una bambola gonfiabile?



sabato 22 febbraio 2014

Addio Francesco

"Non mi svegliate...Ve ne prego...Ma lasciate che io dorma questo sonno" (Francesco Di Giacomo)
La tua guerra è finita...vecchio soldato,
buon viaggio "scimmione senza ragione". Ti voglio bene. (Max)

martedì 18 febbraio 2014

SuperPusher

SUPERPUSHER – Nighting
Autoproduzione
Genere: Stoner/Psichedelia
Supporto: ep – 2013



La cittadina marchigiana Fabriano (AN), è in un periodo di notevole fermento musicale, con esordi e conferme davvero numerose, a partire dai Soundsick, per poi ascoltare anche Death Riders, Marco Sonaglia, Quintetto Petrov, Agorà, Black Mirrors ed altre ancora. La cosa non sorprende più di tanto, in quanto rispecchia la media nazionale di uscite underground, soprattutto grazie ad internet ed alla sua magica condivisione culturale. Da sempre la città della carta è stata ricercatrice di arte musicale, meno di frequentazione della stessa se proposta da persone locali. Molti creano, pochi partecipano, vale il detto “Nemo propheta in patria”.  Città anomala, avversa al fenomeno e quantomeno riservata. Per questo a volte ci si stupisce quando ci si imbatte in una realtà come questa dei SuperPusher. Sono formati da Antonio Del Basso (voce), Samuel Boldrini (chitarra e voce), Giulio Passeri (basso) e Andrea Antognoli (batteria). Giovane l’età dei ragazzi, ma la proposta è di gran lunga ricca di esperienza e di personalità. La militanza dei singoli musicisti in altre differenti realtà locali quali Empty Dialogue e Charles Bontafuzzi and His Orchestra, ha la propria valenza. Psichedelia e Stoner emergono dal sound del gruppo e “Nighting” nei quattro brani, trasuda in cultura musicale. Dimostrano di aver saputo ascoltare ed assimilare molto di quello che la storia del Rock e perché no, anche del Prog, ha dato negli anni, e qui mi riallaccio al discorso di internet.
Si formano nel 2012 e come ricordano nella loro biografia “Allo scopo di creare la colonna sonora di una horror-web series ambientata nella loro città di provenienza”. L’attività live è alquanto intensa e non priva di soddisfazioni, come la vittoria nella settima edizione dell’Homeless Rock Fest di Macerata. Ma veniamo all’ep.
Il primo brano “Slugworm”  circonda inizialmente l’ascoltatore con della Psichedelia eterea, un approccio quantomeno emotivo e coinvolgente. Radiohead affiorano nella destabilizzante rabbia Post Punk che si sviluppa nel percorso sonoro lungo quasi dieci minuti. Buono il lavoro alla batteria da parte di Antognoli, mentre le parti strumentali restano alquanto semplici e lineari, puntando molto sul lato coinvolgente dell’ascolto. Nel finale, incedere granitico ed ossessivo come il sound nervoso dei King Crimson ci insegna. Collegata giunge “Seasick”, un ibrido fra Porcupine Tree primo periodo e Police. Il solo di chitarra di Boldrini è orecchiabile e spezza l’ascolto arricchendo il brano di questo valore aggiunto, apparentemente scontato ma che così in realtà non è, in quanto oggi le giovani band commettono quasi tutte l’errore di non esprimere mai un assolo strumentale. Limite che invece i SuperPusher dimostrano di non avere. Per gli appassionati di Stoner Rock consiglio di alzare il volume in “Blind Giants”, canzone che mette anche in evidenza le buone doti di Del Basso e che comunque gioca con l’ascoltatore in una sorta di schiaffo o bacio. Gli anni ’70 sono nell’aria.
Angoli da smussare ce ne sono, ad esempio l’uso della voce che è si buona , ma che va registrata in tonalità. Chiude l’ottima “Malfour” ed il suo wah, qui meglio le linee vocali. Ma ancora una volta protagonista indiscussa è la musica, grazie ad un riff di chitarra elegante che personalmente mi riporta alla memoria lavori di band come i svedesi Landberk, sicuramente fatto non voluto questo della band, ma le atmosfere oscure e l’intercalare della chitarra è comunque di matrice Crimsoniana, per questo riconducibile anche alla band di Fiske e soci.
I SuperPusher hanno personalità da vendere, le idee ci sono e quello che più ho apprezzato in “Nighting” è la voglia di suonare per il piacere di suonare, non badando a mode o stilemi inflazionati. Questo denota cultura e vero amore per la musica. Credo proprio che se la strada intrapresa è questa, di questi quattro ragazzi ne sentiremo parlare ben presto. Ovviamente non a Fabriano, anzi consiglio ai fabrianesi di non ascoltare assolutamente questo ep… Esso è privo di armonie melodiche inflazionate e di superficialità. La chiamereste “musica strana”, non vi piacerà sicuramente. (MS)





martedì 11 febbraio 2014

Phaedra

PHAEDRA – Ptah
Phaedra Music
Genere: Rock Progressive
Supporto: Cd – 2010



Claudio Bonvecchio (Basso) e Stefano Gasperetti (Chitarra e tastiere) hanno dato l’anima per comporre questo esordio musicale. La band trentina si forma nel lontano 1993 e sin da subito focalizza le proprie forze nella realizzazione di questa Opera Rock. Tempo ed energie per credere in un progetto coadiuvato anche da molti altri artisti, perché in effetti i Phaedra sono un settetto. La visione che hanno della musica è globale, le influenze quindi sono numerose e variano dai Genesis, King Crimson, PFM  e Moody Blues fino ai Vanilla Fudge. Per questo si incontrano strumentazioni acustiche, flauti, violini, mandolini e molto altro, in parole povere tutto quello che serve a fare un buon disco di Progressive Rock. In effetti così è, perché l’opera in se è curata sotto molti aspetti, perfino grafici. Il foglio che accompagna il cd è molto dettagliato, ricco di narrazioni e particolari.
Essendo un opera, ci deve essere un tema, in questo caso essa ci parla dell’uomo e delle proprie manifestazioni e problematiche. Ma non solo, a tratti si viaggia anche nel mondo fantastico della fantascienza.
Non si poteva aprire il concept che con una “Ouverture”, acustica ed emotiva, un perfetto assist per la successiva “Dicono”. La cura per gli arrangiamenti è in evidenza, il piano narra di storie musicali dal profumo anni ’70. La voce di Claudio Granatiero è molto alta e in certi aspetti si può avvicinare (anche nel contesto musicale) a quella di Luciano Regoli dei Raccomandata Ricevuta Ritorno.
Il ritornello si stampa facilmente nella memoria di chi ascolta, mentre il violino accompagna il tutto assieme a flauti e tastiere. Nel “Il Cielo Stellato” vengono alla mente gli arpeggi di chitarra alla Hackett , quando i Genesis suonavano rannicchiati sui propri strumenti al cospetto delle mascherate esibizioni del maestro Gabriel.
“Il Reietto” propone la voce che sale ancora di più, così come il ritmo e c’è un piccolo e momentaneo distacco dagli anni ’70, filo conduttore di tutta l’Opera. Questa è una mini suite comunque ricca di idee e cambi umorali. Tornano i giri acustici delle chitarre a sei ed a dodici corde di Stefano ed il flauto di Fabrizio Crivellari in “Un Mondo Nuovo”. Importante il lavoro dei violini di Elisabetta Wolf ed Antonio Floris. Una nenia da culla introduce “Come Un Bambino”, che in realtà si anima inaspettatamente e fa un balzo nel New Prog. Ciò che lo rende particolarmente interessante è l’uso della fisarmonica di Andrea Anderle. A questo punto avrete capito che si tratta a tutti gli effetti di uno sforzo creativo davvero fuori del comune, non a caso la band ci ha messo più di dieci anni per realizzarlo. Le tracce che lo compongono sono ben quattordici e mi sembra sminuente andarvele a raccontare tutte, perché è come se vi svelassi il finale di un bel libro!
Personalmente resto colpito da questo esordio e mi chiedo perché la musica di qualità in Italia non debba mai essere presa abbastanza in considerazione. Complimenti, ma vi prego, non fateci attendere altri dieci anni per ascoltarvi nuovamente e questo ve lo chiede uno che di musica anni ’70 ne ha mangiata tanta e che ancora, troppo spesso, gli manca. (MS)