I Miei Libri

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sabato 28 agosto 2021

Deafening Opera

DEAFENING OPERA – Driftwood
Autoproduzione
Genere: Hard Prog
Supporto: cd – 2021




In passato ho già avuto modo di tessere lodi a questo gruppo estrapolandone le potenzialità effettive al riguardo. Il gruppo proveniente da Monaco è composto oggi da Moritz Kunkel (chitarra, piano, cori), Thomas Moser (chitarra), Christian Eckstein (basso, cori), Adrian Daleore (voce) e Konrad Gonschorek (batteria).

Nel loro sound miscelano differenti stili, quindi in definitiva rientrano a pieni voti nel calderone del Progressive Rock. Innestano Jazz, Folk, Rock, per un risultato di ricerca ma al contempo molto orecchiabile. Uno dei pregi della musica dei Deafening Opera è proprio quello di dare rilevanza alla melodia, quindi una ricerca a favore della canzone da ricordare, da cantare e non fine a se stessa travolta da un inutile tecnicismo di base. Con “Driftwood” raggiungono il traguardo del quarto album in studio e si evince all’ascolto la maturazione artistica così come una crescita di personalità acquisita di anno in anno con consapevolezza. Vi posso assicurare che è molto più difficile scrivere canzoni che abbiano all’interno suoni che possono far cantare piuttosto che lunghe suite piene di improvvisazioni e di assolo, tuttavia questa è una scelta che può essere più o meno condivisa dagli amanti del Prog.
Nessuna suite quindi, ma otto canzoni di media durata che posso semplificare in una media di cinque minuti l’una.
Con il breve acustico strumentale “Murghab Morning” inizia il percorso immediatamente evidenziato dagli ottimi arrangiamenti e le tastiere dell’ospite Tilman Eispert che conducono a “25.000 Miles”. Bella la voce di Adrian Daleore che si avvicina molto alla teatralità del Neo Prog, qui la canzone mi fa tornare alla memoria certi giri armonici della band svedese Ritual per chi dovesse essere a loro conoscenza. Con un swing ruffiano dal profumo jazz si presenta “Snowman’s Meadow”, impossibile tenere ferma la gamba a seguito del ritmo da accompagnare. Con “Outlaw Feline” si fa un salto nel Folk sudista americano impreziosito da interventi Rock raffinati, la musica intesa come un gioco e lo scopo è il divertimento. Non manca la ballata acustica qui intitolata “As Night And Day Collide” con voce e piano, un momento toccante e allo stesso tempo riflessivo.
Alexandra Stovall è la voce femminile in “Farewell Kiss”, altro frangente dall’ampio respiro che all’ascolto fa socchiudere inevitabilmente gli occhi. Con i suoi sei minuti abbondanti “Man And Machine” è la canzone più lunga dell’album e anche la più Progressive sotto molti punti di vista, annessi i cambi di tempo, qui si sente anche un poco l’influenza di Steven Wilson, artista che con i suoi progetti Porcupine Tree, No Man, Blackfield etc. ha contaminato molto del Rock Prog moderno. Il percorso si conclude nuovamente in maniera acustica con “Little Stone”.
“Driftwood”, quando la semplicità è la carta vincente. MS
 
www.deafening-opera.de





lunedì 23 agosto 2021

Old Rock City Orchestra


OLD ROCK CITY ORCHESTRA – The Magic Park Of Dark Roses
Avanguardia Convention
Genere: Dark Prog Rock
Supporto: cd - 2018




Ho già avuto modo nel tempo e nei vari canali in cui opero,  di tessere le lodi della band orvietana Old Rock City Orchestra. Nel 2012 colpiscono l’attenzione sia della critica che del pubblico con l’ottimo album d’esordio dal titolo “Once Upon A Time” (M.P. & Records/G.T. Music), un disco dove la Psichedelia, il Blues ed il Prog si convogliano in canzoni ben interpretate dalla voce di Cinzia Catalucci. A seguire “Back To Earth” (M.P. & Records/G.T.Music) del 2015, ulteriore passo verso la maturazione artistica che generalmente per ogni artista si concretizza ufficialmente nel terzo album in  studio, in questo caso trattasi di “The Magic Park Of Dark Roses”, dunque  qui o si vola o si cade.
E allora andiamo a vedere cosa ci propongono gli Old Rock City Orchestra in questo nuovo lavoro:
La prima cosa che salta subito all’occhio è il cambiamento di stile grafico, i colori e gli spazi lasciano il posto alla ristretta oscurità gotica dei paesaggi e dei disegni, questi ad opera di Lucy Ziniac con le fotografie di Francesca Mancinetti. Anche il look del trio Cinzia Catalucci (voce), Raffaele Spanetta (chitarra, basso, tastiere) e Michele “Mike” Capriolo (batteria), non lascia adito a dubbi. Dieci canzoni per intraprendere un lungo viaggio nella fantasia musicale, dove passato e presente si incontrano saldandosi in maniera perfetta. Lo stile è ben marcato e come sempre la voce è punto di riconoscimento.
“The Magic Park Of Dark Roses” apre il disco e rilascia come in un affresco le pennellate di musica a rappresentare la sua veste immaginaria. Non è poi così oscuro il parco, ma gode di tanto in tanto di uno sprazzo di luce. Non nascondo da parte mia di scovare certi richiami sonori ai Black Widow. “Abraxas” ne è appendice.
Resto colpito da “ The Fall”, qui l’artwork si sposa alla perfezione, un andamento alla “Child In Time” sorprende all’inizio, anche se ovviamente siamo distanti dallo stile Deep Purple.  Un intercedere nel Gothic Rock monolitico, alleggerito solo dalla soavità della voce. Giunge poi un flauto, quello della ospite Chiara Dragoni ad aprire ed a stemperare l’atmosfera con “Vision”, il sound diventa improvvisamente nordico e certe lande si spalancano avanti gli occhi della nostra immaginazione.
“A Night In The Forest”  racconta sensazioni forti rilasciate da una notte nella foresta, e quello che musicalmente si estrapola è la semplicità con cui basta emozionare l’ascoltatore. Pochi tecnicismi, un riff efficace, diretto e ben arrangiato. Il canto qui è maschile. Il ritmo sale in “The Coachman”, tuttavia non muta l’essenzialità delle movenze artistiche dei strumentisti.
Rimango affascinato dalle sonorità di “A Spell Of Heart And Soul Entwined”, dove le tastiere ricoprono un ruolo fondamentale, sia per il supporto che per l’andamento dell’insieme.
“Thinkin’ Bout Fantasy” prosegue l’essenza oscura della proposta, mentre la successiva “ Soul Blues” spiazza l’ascoltatore, riportandolo a certi fasti Blues di un tempo sporcato da innesti Progressive Rock, un pezzo che nell’insieme del disco non ti aspetti. Gradevole e di classe. L’album si conclude con un brano strumentale, “Golden Dawn”, epitaffio di un bosco oscuro alla scoperta dei suoi ospiti, a partire da chiese e sentieri che donano brividi alla vista, ma anche piacevole curiosità.
Gli Old Rock City Orchestra stanno intraprendendo un percorso artistico che sentono a pelle, oggi sono così,  in questo caso la prova del terzo album è passata, anche se ho come la sensazione che il bello debba ancora venire…O divenire? MS

GUARDA ANCHE:

 https://nonsoloprogrock.blogspot.com/2015/05/old-rock-city-orchestra.html

https://nonsoloprogrock.blogspot.com/2012/07/old-rock-city-orchestra.html

mercoledì 11 agosto 2021

Traumhaus


TRAUMHAUS – In Oculis Meis
Progressive Promotion Records
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2020


Di certo non si può dire che il progetto tedesco Traumhaus sia prolifico, ne è passata d’acqua sotto i ponti dopo il debutto del 2001 intitolato “Traumhaus”. Ad oggi “In Oculis Meis” è il quarto album in studio, il quinto se teniamo conto dell’ep “Ausgeliefert” del 2014. Pochi album nel tempo, ma tutti di ottima qualità.
Lo stile proposto riesce ad abbracciare un ampio bacino di pubblico, spaziando dal Progressive classico supportato da grandi tastiere, a momenti psichedelici ed altri più vicini al Metal Prog.
L’album focalizza i testi attorno all’argomento società moderna e la necessità per ogni individuo di affrontare i problemi. Trattate paure inconsce e strategie individuali per preservare il proprio equilibrio interiore, il tutto osservando ciò che accade nel mondo. Ecco che per una tematica così pesante, al limite dell’oscurità, servono suoni più duri, così che “In Oculis Meis” risulta essere un album più duro rispetto al passato.
La bellissima custodia dell’album è cartonata e all’interno contiene un libretto ricco di informazioni e testi. L’artwork dello stesso leader fondatore Alexander Weyland già del suo indirizza l’ascoltatore verso la musica, molto fosco con un occhio in primo piano che osserva. I cd contenuti all’interno sono due, il primo è cantato in lingua tedesca, il secondo in inglese. Otto i brani mentre il gruppo è composto da Alexander Weyland (tastiere, voce), Tobias Hampl (chitarra), Till Ottinger (basso) e Ray Gattner (batteria).
Un piano malinconico apre le danze nei due minuti di “The Awakening” e sin da subito risalta all’ascolto l’ottima produzione sonora, con un suono profondo e distinto. Roboante la ritmica, mentre la voce ricorda quella di Peter Gabriel. Una volta rotto il ghiaccio si parte per il viaggio con “Preserve & Understand”, il sound è al confine con il Metal Prog e con i suoi otto minuti abbondanti risulta essere fra i pezzi più lunghi dell’album. Molto orecchiabile il ritornello, un raggio di luce nel corridoio buio in cui ci siamo avventurati. Alcuni momenti strumentali possono richiamare i Porcupine Tree o i Neo Prog Pallas per chi li conoscesse.
Elettronica apre “Walk On Yourself”, canzone articolata con un mix passato e presente, il presente l’ho già citato, il passato si cela fra alcune reminiscenze Genesis. L’incedere ipnotico raggiunge l’apice con l’assolo delle tastiere e a seguire della chitarra. E proprio a proposito d’ipnotismo, “Escape” si presenta in maniera psichedelica fra Pink Floyd e Porcupine Tree, a seguire “So Many Ways”, la canzone più breve dell’album in quattro minuti abbondanti.
“The New Morning” rovista sia nel panorama Metal Prog che Progressive Rock, un sottile filo sonoro li unisce facendo spaziare l’ascoltatore con la fantasia grazie all’incedere, dove la  somma dei due generi sfocia nell’AOR, specialmente nel tratto del ritornello. Quando gli assolo partono c’è di che godere. Misteriosa la strumentale “Understand & Preserve”, essa sa picchiare quando serve, l’anima più scura dei Traumhaus che nel pachidermico andamento richiama il suono nervoso di certi King Crimson, quelli più recenti. Il disco si chiude con il brano più lungo, quasi nove minuti di ottimo Prog dal titolo “X-Ray The Darkness”, anche il più sereno.
I Traumhaus fanno nuovamente centro, un disco ricco di emozioni e qualità che oramai si associa alla grandissima quantità delle produzioni edite dalla Progressive Promotion Records. Speriamo solo di non attendere altri sette anni prima di poter godere di questa maestosa musica.
Dell’album esiste anche una versione vinilica per collezionisti stampata in 250 copie. MS

venerdì 6 agosto 2021

Transatlantic

TRANSATLANTIC – The Absolute Universe/Forevermore (Extended Version)
Inside Out
Genere: Progressive Rock
Supporto 3lp+2cd – 2021




Se nel 2021 vogliamo ancora parlare di supergruppi la scelta è rimasta limitata, di certo i Transatlantic sono al momento fra i più longevi se andiamo a considerare che Neal Morse (Spock’s Beard), Roine Stolt (The Flower King), Pete Trewavas (Marillion) e Mike Portnoy (Dream Theater) si incontrano già nel 1999.
Un supergruppo a tutti gli effetti, sia per caratteristiche tecniche, tutti artisti di elevato calibro, che per la passione nei confronti del Prog logorroico composto da interminabili suite. Basta guardare la discografia passata della band, tutte canzoni di lunghissima durata escluso qualche ballata. Neal Morse alle tastiere e voce si sbizzarrisce mettendo in campo tutto il suo bagaglio culturale, ed è l’anima più melodica della formazione, non a caso il suo spirito musicale è alimentato dal mondo dei Beatles, così come quello del batterista Portnoy, non a caso assieme registrano anche un disco di cover del quartetto di Liverpool. La chitarra di Roine getta l’ascoltatore direttamente negli anni ’70, diciamo che è lo spirito vintage del gruppo, mentre il basso di Trewavas è preciso, metodico, deciso e pulito. Escluso quest’ultimo, gli altri tre sono amanti di lunghe suite e lo abbiamo anche potuto vedere nelle loro relative locazioni naturali. Ecco che dopo l’ottimo “Kaleidoscope” (2014 – Inside Out) i Transatlantic si gettano anima e corpo in questo nuovo progetto per battere un bel record, un'unica canzone lunga la bellezza di 90 minuti suddivisi in due cd. In mio possesso ho la versione triplo lp e doppio cd, questo perché sono un pazzo collezionista e mi diverto a sperperare soldi, la passione è più forte di me. Il cofanetto in vinile è ben confezionato, ricco di particolari da godere senza sforzare la vista come nei cd, mentre i suoni degli lp sono davvero curati in ogni particolare, ben distinti e puliti.
Inutile dire che l’opera in se si apre con una “Overture”, così come dire l’ascolto si sbobina fra cambi di ritmo, assolo strumentali di grande fattura e ritornelli ruffiani, oramai chi conosce i personaggi già sa. Il tutto viene registrato questa volta in Svezia.
Infatti questo nuovo disco nulla toglie e nulla aggiunge alla discografia dei Transatlantic, un opera perfettamente assemblata che fa sembrare un ora e mezza un passaggio di dieci minuti! All’ascolto ci si diverte, pochi gli sbadigli, anche se ciò potrebbe accadere inevitabilmente vista la durata del tutto. Eppure i Transatlantic hanno questa innata capacità, certo che chi non ha mai digerito i Beatles e quant’altro detto nella recensione non è che  con “The Absolute Universe/Forevermore” cambi idea, però devo ammettere che il nome “supergruppo” è davvero messo a pennello.
Curate anche le coralità ben congeniate, ogni tanto fuoriescono scorci di Pink Floyd, Genesis, Gentle Giant, King Crimson a dimostrazione che i quattro ragazzi conoscono a menadito la storia musicale Prog del passato. Comunque al riguardo non vi erano dubbi.
Questa volta i Transatlantic hanno pensato di offrire dell’opera anche una versione più breve intitolata “The Absolute Universe - The Breath of Life (Abridged Version)” concentrata (si fa per dire) in 64 minuti di musica, questo proprio per venire incontro anche a coloro che arricciano il naso nei confronti delle lunghe suite.
In poche parole questo è un altro momento musicale spensierato, fatto da professionisti che non lasciano nulla al caso e che assieme si divertono come bambini, e si sente! MS




mercoledì 4 agosto 2021

Speciale Frederick Livi & CrownHeads








CROWNHEADS – CrownHeads
LM-RECORDS/Autoproduzione
Genere: Hard Prog
Supporto: cd – 2002



Dietro al moniker Crownheads c’è il cantautore Frederick Livi, amante dell’Hard Rock e della musica in senso totale. L’incontro con Nick Ermini (basso, chitarra) ed i Pelican Milk di Alex Savelli (basso, chitarra), vecchia conoscenza del Progressive Rock Italiano, porta verso gli inizi degli anni 2.000 a concepire il primo album da studio intitolato “CrownHeads”. A seguire il lavoro nel missaggio troviamo anche Paul Chain, e l’ascolto lascia presagire atmosfere cupe e pesanti.
Così lo è in parte, Livi si lascia ispirare dalla musica in maniera travolgente, storie dure e in alcuni casi anche ballate riflessive. L’Hard Rock e le chitarre elettriche  alzano strati di polvere, gli assolo sono toccanti e diretti, come al genere piace. Il cantato è in lingua inglese.
Il disco è suddiviso in nove tracce, mentre la formazione che suona (dopo diversi assestamenti) è completata da Fabrizio (Lask) Cattalani (batteria) e Tesh Todaro (tastiere), mentre Livi canta e suona anche l’armonica a bocca.
Il disco si apre con una “liberazione”, come la copertina lascia intendere, una persona che va al bagno ad espellere i liquidi  e subito attacca la ruvida “Blue Hell”, dove fra le note elettriche fuoriesce in maniera evidente l’amore dell’artista per un certo Hard Rock dalle tinte oscure. Il riff è ruffiano e di facile presa, mentre il solo di chitarra è una bella rasoiata. In questo momento dell’ascolto appaiono avanti ad i miei occhi gli anni ’80 e la mano di Chain.
Più solare “Choose Your Evolution”, un Hard Rock intelligente che non resta avvinghiato ad un ginepraio di titoli o nomi, il genere si lascia contaminare e fuoriesce come deve essere nelle sembianze di spirito libero.
“Wake Up (Going Is A Golden Word)”, è maligna, così come la voce di Livi ed ancora una volta si torna ad un Hard Rock Dark movimentato da un riff ficcante. Il brano a metà si spezza in un approccio acustico ed introspettivo, lanciando l’ascoltatore su alti lidi soprattutto durante il solo di chitarra elettrica. Chi ama il genere mi ha capito sicuramente e già starà cercando il disco.
Più formula canzone “This Is Not Time”, un brano che coccola, caldo ed avvolgente, grazie anche all’uso degli archi che ben arrangiano il brano. L’uso del piano è perfetto, sgocciolando note delicate e di personalità. Quando i particolari sanno fare la differenza.
“Between Dark And Light” nei suoi sette minuti ci racconta molto dei CrownHead e su come intendono concepire il significato di fare Rock. Ancora una volta il piano apre il brano e le atmosfere si fanno rarefatte per poi aprirsi in maniera spaziosa nel proseguo e sappiamo bene come funzionano i crescendo sonori, il culmine lo raggiungono sempre con un assolo di chitarra e qui non si esula dal modus operandi. “Think Of My Future” è molto acustica e facile da memorizzare nel suo incedere rilassato e ponderante. Ancora formula canzone per Sail Away” più semplice nel complesso, ma nel finale mi sembra di riconoscere il suono della chitarra di Paul Chain.. Il ritmo sale con “Still Feel”, Rock sicuramente adatto per essere cantato in sede live.
Il disco si chiude con “Jesus”. Armonica a bocca e un velo di oscurità che copre il tutto.
I CrownHeads fanno Rock sincero, conservando lo spirito artistico che la musica dovrebbe avere sempre intrinseco, spazio all’arte oltre che all’adrenalina.  Il disco comprende anche una bonus track, “Child In The DarkProject” dove i proventi andranno proprio a “Child In The Dark Project” per adozioni a distanza. MS






FREDERICK LIVI & CROWNHEADS – Traveling
Contact Zone s.r.o.
Genere: Hard Rock
Supporto: cd -2016


Nel titolo “Traveling” è intrinseco il significato di viaggio ed è proprio così che il polistrumentista e cantante Frederick Livi vuole intendere, la vita è un viaggio.
Lo ritroviamo dopo l’ottimo “CrownHeads” del 2002 con tanta carne al fuoco in questo lavoro dove risiedono dieci tracce sonore registrate nel corso di differenti anni. Con lui partecipano al progetto numerosi musicisti anche di fama mondiale, Alex Savelli (chitarra, basso), Fabrizio (Lask) Cattalani (batteria), Roberto Galletto (piano), Sabrina Bursi (piano, tastiere), M. Lucas (chitarra, basso, tastiere), Marck Eno (Marco Talevi) (batteria), Simone Oliva (chitarra) e Marco Massa (cori).
“Traveling” è un messaggio di libertà, un operazione contro i sistemi dello showbiz, lontano dai talent, tanto da portare l’autore a registrare il tutto in luoghi improvvisati per un grande guadagno in sincerità.
Ed il viaggio si apre con “I Am Your Boy (Angel Face)”, un Country di due minuti e mezzo, semplice e diretto per poi passare a “Belong To The Wind”, il Rock che ti prende. Livi muta pelle costantemente durante il proseguo dell’ascolto, ma qui si sente che è il suo territorio, quello che ci ha mostrato nel precedente album “CrownHeads”. Chitarre elettriche e buone melodie da cantare con l’artista.
“Sweet Babe” nomen omen, una semi ballata Rock a tratti avvolgente che si lascia ascoltare con piacere, il viaggio è fatto di differenti emozioni, l’importante non è la nascita o la morte, è il durante… La vita, e qui nel brano ci sono saluti per i nostri compagni di viaggio. Chitarra acustica, armonica e voce in “Down The Bridge”, un mix strano fra David Bowie, Bob Dylan ed Edoardo Bennato tanto per rendere l’idea.
Torna il Rock con “Betania” (premiata nel 2011 come miglior colonna sonora  al “Tabloid Witch Award”  Hollywood (CA) USA)  in un incedere caparbio supportato da tastiere importanti ed effetti sonori. Il pezzo potrebbe benissimo risiedere nel calderone del Progressive Rock a dimostrazione della preparazione musicale di Frederick Livi. Altro lento con “Mad Cowboy Disease”, da segnalare l’ottima intensità del cantato, sentito e ben interpretato.
Ho apprezzato molto la personalità di “Bloody Feet On The Floor”, classico brano che si può ascoltare ad occhi chiusi e che ti fa muovere in maniera incondizionata tutto il corpo. Potreste trovarvi in mezzo alla stanza a suonare la vostra chitarra invisibile, non ci sarebbe nulla di strano.
Segue “Babe Blue (Fuckin’ Lies)”, più canzone rispetto quanto ascoltato sino ad ora, molto sentita dall’artista che interpreta il brano su atmosfere molto ariose.
Il piano di Roberto Galletto è un valore aggiunto in “Child In The Dark” la voce di Livi sembra quella di Cat Stevens e tutto assume un aurea spirituale.
In chiusura l’acustica “Shining Shoes” che potrebbe benissimo risiedere nel disco “The Final Cut” dei Pink Floyd.
“Traveling” è un disco variegato, mai fermo su uno stile unico, tanto quasi da farmelo relegare nel genere Progressive Rock, ma non conta il genere conta l’essere, poi ognuno di noi la può pensare come vuole. Tuttavia il messaggio è chiaro, godersi il viaggio attraverso le esperienze, questa è la vita, e questa è la musica di Frederick Livi & CrownHeads, ascoltiamola. MS

venerdì 30 luglio 2021

Platens

PLATENS – Of Poetry And Silent Mastery
Burning Minds – Atomic Stuff – Art Of Melody Music
Genere: Melodic Hard-Rock
Supporto: cd – 2021



Dietro al nome Platens c’è il cantante, produttore, polistrumentista e cantautore  Dario Grillo. Agli appassionati di Heavy Metal sicuramente il nome non risulterà nuovo, infatti Grillo ha suonato con i palermitani Thy Majestie e Violent Sun. Con “Of Poetry And Silent Mastery” trattasi di terzo disco in studio, il progetto esce dopo sette anni dal precedente “Out Of The World” e ben diciassette dal debutto di “Between Two Horizons”.
In questa ultima opera Grillo si avvale di un folto numero di special guest, Katya Miceli (voce), Gabriels (synth), Mirko Turchetta (chitarra in “Open Arms”), Dan Logoluso (chitarra in “End Of The World”), Orazio Fontes (chitarra in “Close But Far”) e Davide Perruzza (chitarra in “Paralyzed”).
Molto bello l’artwork ad opera di Antonella “Aeglos Art” Astori che accompagna l’ascolto. Le atmosfere grigie ben si adattano al suono dell’album, un tocco in più a completare anche il senso della vista oltre che quello dell’udito. Ad aprire il libretto dei testi ci sono le note introduttive a cura di Pippo “Sbranf” Marino (Metal.it).
Il tema trattato da Grillo in questo album è l’importanza di lasciare parlare la musica in maniera semplice e diretta in controtendenza con i tempi moderni dove ognuno cerca di intraprendere il mondo musicale come una trance agonistica. In effetti questo terzo album di Platens è il più diretto e a mio avviso anche il più efficace nel raggiungere le corde dell’ascoltatore.
Dei dodici brani contenuti in “Of Poetry And Silent Mastery” ad aprire c’è “Conspiracy”, subito una falciata di Power melodico con un ritornello molto ben congeniato. La voce di Grillo è in ottima forma, a mio modo di vedere una fra le migliori del nostro panorama metallico, perché malleabile e duttile a seconda delle situazioni sonore e soprattutto dentro le righe, senza mai strafare. La sua è una dote naturale credo, ma ad ascoltare l’impostazione si capisce il lavoro con cui si è portato a questi livelli. Sulla stessa riga (e ritmica) giunge “Wait For Me”, ai confini con l’AOR.
Un salto negli anni ‘80/’90 con “Easily” e le coralità a sostenere il ritornello. Brano decisamente radiofonico. A questo punto è la volta della prima semi ballata, ottimamente supportata dalle tastiere, dal titolo “The Path”, sicuramente un brano adulto, ben arrangiato e ricco di storia del genere al suo interno. Ancora tastiere in apertura di “End Of This World”, apocalisse sonora che nell’incedere ritmico si introduce in ambientazioni nebbiose e grigie proprio come l’artwor ha saputo descrivere. Una sottolineatura a parte per la batteria qui impegnata seriamente ma sempre lineare e senza sbavature. Probabilmente ci sono molti deja vu, in realtà è il genere che lo esige, questo stile è coinvolgente e dimostra comunque la buona vena compositiva di Grillo. Non mancano dunque repentini cambi di tempo.
Torna l’AOR con “Paralyzed” e la seconda semi ballata con “Winter” dove chitarre e piano giocano a staffetta per poi lasciare spazio alla voce. Bellissimo lo strumentale verso la conclusione del brano, pieno di enfasi e di una qualità sonora che evidenzia un lavoro di registrazione davvero pulito e ben bilanciato. Il ritmo si alza con “Open Arms”, uno spaccato di luce e giocosità rispetto quanto ascoltato sino ad ora, divertente e da cantare con loro. Voce e piano per “Give Or Let Go”, dritta al cuore, ma è con “Where The River Flows” che si ritorna indietro nel tempo in un AOR immortale. Chiude l’album il brano più lungo con i suoi quasi sette minuti “Close But Far”, tanta carne al fuoco e una certezza, Platens è un progetto davvero molto professionale e ricco di emozioni. La dodicesima canzone è una bonus track cantata in italiano e si intitola “Fragile”.
Poco altro da aggiungere se non che fra le note trasuda sincerità e tanto amore, una musica che non sembra voler invecchiare mai e questo accade grazie alla freschezza compositiva di questi artisti che ci fanno capire anche quanto di buono ci sia in Italia, dovremmo imparare a non piangerci sempre addosso e credere in noi stessi perché siamo davvero grandi! Consigliato. MS




domenica 25 luglio 2021

Giuseppe Calini

GIUSEPPE CALINI – Polvere, Strada e Rock’n’Roll
Music Force – Egea Music
Genere: Rock
Supporto: cd – 2021




Nel 2021ci sono Rockers moderni che portano al successo planetario il genere attraverso  vari contest e festival, anche se con molte polemiche (vedi Måneskin), e ci sono Rockers che hanno una filosofia di vita sposata alle vecchie regole del Rock. Questi ultimi stentano molto se non supportati da major importanti ma sono i puri, quelli che respirano la “polvere, strada e Rock’n’Roll”. Gli irriducibili, perché come detto vivono la musica come uno stile di vita. Vi anticipo e dico, non che i Måneskin non abbiano fatto la strada, tuttavia hanno avuto una “fortuna” differente probabilmente data dai tempi moderni in cui si è visto il Rock congelato per molti anni. Forse il ritorno come succede  in tutte le mode cicliche era già nell’aria.  Ecco dunque il segreto della formula funzionante dei giovani che fanno Rock nel 2021.  Ma io sono radicato ai ruspanti, probabilmente il fatto è dato dalla mia età con la quale ho visto nascere e crescere le più grandi realtà del genere in tempi vergini di lavagne già scritte.
E sono proprio gli artisti come Giuseppe Calini che mi danno più soddisfazioni, perché mi sento come loro e questo probabilmente può far sbilanciare la recensione verso una critica non schietta, ma tranquilli, proprio per questo motivo sarò maggiormente critico nei confronti del disco, consapevolmente sincero e non di parte.
Giuseppe Calini è dunque un duro e puro, colui che non scende a compromessi con nessuno, deciso nel procedere per la propria strada qualunque essa sia, pregi e difetti annessi, con lui la Telecaster ed il Vox AC30. Diciotto gli album registrati dal chitarrista, proprio a sottolineare l’amore per questo stile di vita, un traguardo ragguardevole che mette in evidenza anche la vena artistica nei confronti della composizione.
Dieci canzoni e come è scritto nel libretto che accompagna la musica con testi e foto “10 buoni motivi per questo disco, 10 canzoni per un augurio, 10 giorni per scriverle, 10 viaggi diversi. Polvere, strada e rock’n’roll. Sempre dalla tua parte”.
“Old Style Rock’n’Roll” ha tutto scritto nel titolo ed il riff che lo accompagna è semplice, diretto mentre il testo parla di una visione della vita moderna alquanto fredda, fra telefonini e quant’altro. Il suono è quello degli anni ’70, l’inizio di “Take Me Home, Casa Mia” è acustico così l’andamento rilassato e spazioso. I ritornelli sono una carta vincente, semplici e facili da ricordare. Alcuni accostamenti al primo Vasco Rossi sono inevitabili.
La chitarra diventa cadenzata in “Biglietto Per La Vita” per  un riff che potrebbe benissimo risiedere nella discografia di un Ivan Graziani ispirato, magia del Rock questa della condivisione di intenti.
“Ritorno In Alabama” ha molto scritto nel titolo il Rock alza la polvere, Rock & Colt ha un giro di base che ricorda i Dire Straits di “Sultans Of Swing”. “Non poteva mancare la Rue 66, omaggiata nell’allegro motivo intitolato “Good Bye Route 66”. La canzone più breve dell’album che non arriva a tre minuti è una ballata e si intitola “Guardo, Sorrido E Dico – Io Non Ho”. Prosegue il distacco di Calini nei confronti della tecnologia moderna data soprattutto da I-Phone e pc, un freddo modo di stare in comunicazione fra persone che non rende giustizia al vivere l’amicizia di prima persona. Prosegue il Rock sudista con “Viaggio Nel Mondo”, questa volta è Ligabue a fare capolino fra le note, anche se dove sottolineare lo sforzo dell’artista nel cercare di non dipendere troppo da qualcuno in particolare. Anche perché il Rock puro è questo e non lascia adito a molte scappatoie. Il disco prosegue sulla stessa riga e si conclude con il brano che personalmente ho apprezzato di più, “Spara, Spara Ancora” perché qui c’è tutto il sunto di questa recensione.
Giuseppe Calini è Rock, questo disco è Rock, non cercate fronzoli, non ci sono, qui dimora soltanto sostanza per coloro che la sanno amare e vivere. Ho detto tutto. MS




sabato 24 luglio 2021

Pandora

PANDORA – Alibi Filosofico
AMS Records /BTF
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd - 2013



Ho già parlato dei cuneesi Pandora nella recensione dell’album “Sempre E Ovunque Oltre Il Sogno”, disco sinfonico dalle tinte vintage. Si formano nel 2005 con l’unione di Claudio Colombo (batteria), Beppe Colombo (tastiere) e Corrado Grappeggia (tastiere). Il nome della band lascia intuire il contenitore sonoro e le sue potenzialità, infatti la musica è ispirata da artisti storici quali Genesis, EL&P, PFM, New Trolls, Gentle Giant, Orme e Dream Theater. E come ne ho parlato? Bene, perché in verità pur avendo uno stile datato, ha saputo emozionarmi, come in genere riesce il Prog tastieristico in stile anni ’70 in senso generale. Mi accingo dunque con bramosia a prendere ed ascoltare questo nuovo suggello. 
Ed ecco le prime sensazioni tatto/visive, quando mi incontro con un cd così ben rappresentato da un artwork ricco e cartonato (ad opera di Emoni Viruet), nel rispetto di chi spende la sua paghetta per onorare e seguire la nostra musica, per me è già lode. I Pandora dimostrano di avere rispetto dell’arte in senso globale e per chi la segue, questo è un fatto che tendo a sottolineare, in un momento come questo dove il nudo e freddo MP3 la fa da padrona. Ascoltare, vedere, leggere, odorare anche la stampa del libretto (lo so che lo fate anche voi) ci porta all’interno di questo mondo musicale, dentro a questo “vaso” di sonorità.
Aprendo il cartonato, ci si imbatte con una scritta che farà sobbalzare dalla poltrona i fans dei VDGG, il ringraziamento per la partecipazione alle registrazioni da parte di David Jackson. Ma gli special guest non finiscono qui, nel viaggio Progressivo si incontrano Dino Fiore dei Castello Di Atlante e l’olandese Arjen Lucassen degli Ayreon, oltre che Star One ed Ambeon.
Il trio ha una freccia a proprio favore, la possibilità di esprimersi a piacimento, in quanto tutto è autoprodotto e registrato nello studio personale.
“Alibi Filosofico” si svolge su tematiche fantasy fra cavalieri, druidi, elfi e quant’altro, in più narra del personaggio Antonio Ligabue, noto pittore dalla psiche turbata.
Lo spirito Pandora fuoriesce in tutta la sua forza sin dalla mini suite iniziale “Il Necromante, Khurastos E La Prossima Vittima”. Un approccio potente, con chitarre distorte che tuttavia sfociano nella passione e devozione verso un genere di nicchia ma pur sempre immortale, il Prog…quello vintage. C’è stato il periodo Genesis, poi quello King Crimson ed oggi sembra che in Italia la band di riferimento sia Van Der Graaf Generator, fra suoni grevi ed oscurità. Solo un appunto per le voci non registrate all’altezza dei suoni. Con la voce di Emoni Viruet si apre “Né Titolo Né Parole”, brano dedicato all’indimenticabile tastierista dei Deep Purple, Jonathan Douglas Lord. A rendergli giustizia si aggiungono gli ospiti Lucassen e Dino Fiore. Una cavalcata epica che vola sulla fantasia delle tematiche fantastiche da leggere all’interno del libretto, in quanto il pezzo a parte le coralità, è solamente strumentale. Questo accade anche con “La Risalita”, composta da tastiere e cori, brano più breve dell’intero lavoro ma anche il più introspettivo.
David Jackson ci delizia in “Apollo”, vero e proprio brano sceneggiato, bellezza e cristallinità che solamente il genere Prog può regalare. Personalmente riscontro anche frammenti di Gentle Giant ed Area. Una prerogativa di questo nuovo disco dei Pandora è la potenza, l’epicità relegata al servizio del mutamento strutturale e sonoro tipico del genere, risultando tutto più scorrevole e fondamentalmente ricco di sorprese.
Per descrivere un pittore come Ligabue, fra follia e pittura, serve altrettanta instabilità e fantasia, “Tony Il Matto” ospita nuovamente Jackson e la struttura canzone va a farsi un giro anche nei meandri cari a Frank Zappa.
La luce di una persona non si spegne mai, neanche dopo la sua scomparsa, questa è la forza dell’amore descritta in “Sempre Con Me”, una verità che trova riscontro anche nella famosa frase “una persona muore soltanto quando nessuno la ricorda più”. Musicalmente un classico Prog vintage. Si chiude l’album con la title track “Alibi Filosofico”, undici minuti di Hard Prog ben eseguito e scorrazzante nel tempo.
I Pandora ritornano con un passo in avanti rispetto al pur valido predecessore, comunque mi sento di consigliare loro di stare più attenti alle voci. Un disco che deve far parlare di se in quanto ricco di idee e buone intuizioni, variegato e scorrevole. Non mancatelo, non inventatevi Alibi Filosofici, per voi già ci hanno pensato i Pandora, da avere e basta. (MS)


giovedì 22 luglio 2021

Venegoni & Co.

VENEGONI & CO. – Canvas
CVS/Ma.Ra.Cash Records
Genere: Jazz Rock
Supporto: 2cd – 2017


La storia artistica di Luigi "Gigi" Venegoni parte lontana, dagli anni ‘70 e molti di voi amanti del Progressive Rock italiano avrete già avuto modo di apprezzare la sua musica. Incomincia suonando la chitarra con il gruppo Jazz Rock, Arti & Mestieri di Beppe Crovella per poi lanciarsi nella carriera solista in un contenitore denominato appunto Venegoni & Co, nel quale si vedono passare e collaborare nel tempo numerosi artisti del settore come i sassofonisti Claudio Pascoli e Maurizio Gianotti. I primi due album per la Cramps si muovono sulle orme di Arti & Mestieri, “Rumore Rosso” (1977) e “Sarabanda” (1979). La carriera musicale di Venegoni prosegue nel tempo, registrando altri cinque dischi (fra studio e live) ed inoltre spicca il ritorno con Arti & Mestieri nel 2001 grazie all’album “Murales”. Nel 2007, con “Planetarium”, il gruppo Venegoni & Co. si ricostituisce con i musicisti della prima formazione e dieci anni dopo eccolo per celebrare gli onorevoli quaranta anni di carriera. Questo detto tutto molto brevemente.
“Canvas” ha avuto una gestazione di due anni, per poi essere racchiuso in due cd con l’ausilio importante del compositore e pianista Francesco Sappino.
Molti ospiti dicevo e il disco si apre con il calore di una bossa, grazie al piano di Jason Rebello, noto jazzista inglese che ha collaborato anche con Sting e Jeff Back, il brano si intitola “Il Sarto Di Rio”. Con loro ci sono Alessandro Maiorino al basso e Enzo Zirilli alla batteria. Il calore resta anche nella successiva canzone, ma questa volta è quello avvolgente della nostrana mediterraneità che si può godere nel lento “Le Lune E Il Falò”. Con Venegoni suonano Piero Mortara al piano, Roberto Puggioni al basso e Federico Ariano alla batteria. La morbidezza dei suoni è esaltata dall’equilibrio della registrazione sonora. Profondità e pulizia rendono l’ascolto stereofonico ancor più gradevole. Il ritmo sale con “Anies”, una ballata dai spunti Folk supportata dalla fisarmonica di Piero Mortara. Momenti più ricercati ricadono su “Canvas 01: Train De Vie”, melodie sempre in evidenza ed un approccio più scherzoso. Segue “May Be”, probabilmente fra i frangenti che più mi hanno colpito dell’intero disco, per intensità ed equilibro, fra Jazz e formula canzone. Qui ritorna Jason Rebello al piano. Cresce il ritmo in un altro momento sud americano dal titolo “Inzolia Bajon” scritto da Piero Mortara qui al piano. Avvolgente “Finisterre” e di classe “Santa Fe”, l’animo caldo del Jazz italiano. Breve la seconda parte di “Canvas” dal titolo “Lullaby” e  il primo cd si conclude con il brano più lungo grazie ai quasi nove minuti dal titolo “Cafè”.Qui suonano Venegoni, Rebello, Diego Borotti al sax soprano, Mauro Battisti al basso acustico e Enzo Zirilli alla batteria.
La fisarmonica apre il secondo disco in “Kaleidomar”, altro esempio di suono mediterraneo, di ricercatezza riguardante il legame fra gli strumenti che si ascoltano e si supportano a vicenda nel sostenere la fisarmonica che in successione lascia voce anche alla chitarra. Le percussioni non sono mai invasive, piuttosto sussurrate e delicate, a tessere un degno tappeto d’accompagnamento. Con “Balòn” il discorso mi viene analogo a “May Be”, classe e padronanza.
“Tiritera” gioca sul pianoforte di Mortara, mentre il brano è scritto da Venegoni. Segue “Sweet Song”, nomen omen. Tanta carne al fuoco, tante le emozioni che si susseguono grazie anche ad un attento equilibrio fra brani vivaci e lenti, “Frances Theme” è un mix del concetto, il pezzo scritto da Sappino è più vicino alla formula canzone e ben si lascia ascoltare. Il sax di Diego Borotti apre “Palhaco”,  caldo come la brace sotto la cenere, apparentemente spenta ma che in realtà scalda con tepore. Altro momento ritmato è “Toninho” ed il titolo anche questa volta indica dove si va a parare.
C’è anche una cover, quella del capolavoro della “futura” Psichedelia dal titolo “Norvegian Wood” concepita dai Beatles. Ovviamente qui rivisitata in maniera totale e con una vena Jazz. Il secondo disco si conclude con “La Scintildanza” e ci si rende conto in maniera convinta che Venegoni è un patrimonio della musica italiana.

Faccio notare che “Canavas” è un doppio cd completamente strumentale (escluso qualche coro di accompagnamento), una scena che non sempre capita di incontrare nel mondo della musica moderna, un passo coraggioso ma anche necessario perché è la musica di Venegoni & Co. che lo richiede ad alta voce, un bel regalo che ti scalda il cuore, da avere e da fare. Musica con la “M” maiuscola. MS 

domenica 18 luglio 2021

Speciale Mostly Autumn

 SPECIALE MOSTLY AUTUMN

Di Massimo Salari



I Mostly Autumn i fondano nel 1995 come tribute band dei connazionali Pink Floyd con il nome One Stoned Snowman da un idea del chitarrista leader Bryan Josh, per poi mutare in Mostly Autumn. La band si completa con Heather Findlay (voce, tamburello, chitarra acustica a 6 corde), Iain Jennings (tastiere, voce), Liam Davison (chitarra elettrica, voce, chitarra acustica a 6 e 12 corde), Bob Faulds (violini), Stuart Carver (basso), Kev Gibbons (feadòg) e Allan Scott (batteria).




L’ex chitarrista Liam Davison muore nel 2017 per cause ancora sconosciute. Fa parte della line up iniziale nel 1995 e partecipa al loro album di debutto del 1998. Lascia la band per un breve periodo nel 2007 per uscire definitivamente dopo la registrazione di DRESSED IN VOICES nel 2014. Pubblica da solista l’album A TREASURE OF WELL SET JEWELS (2011 - Wymer Records). Heather Findlay entra a far parte del progetto Ayreon di Arjen Anthony Lucassen, interpretando il personaggio di "Love" nel disco THE HUMAN EQUATION (2004 - Inside Out Music). Nel 2010 Heather Findlay lascia la band e viene sostituita da Olivia Sparnenn, che dopo un anno diventa la moglie di Bryan Josh.





MOSTLY AUTUMN - For All We Shared...

Cyclops
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd - 1999



I Pink Floyd sono nel loro dna, questo lo si evince dall’ascolto dei lunghi ed incredibili assolo di chitarra proprio in stile David Gilmour, e per dirla tutta con punto di riferimento Comfortably Numb.
L’esordio che risale al 1998 è composto da dieci canzoni con la caratteristica di elargire atmosfere decisamente bucoliche, questo sia grazie all’uso del violino che delle chitarre acustiche, ma anche alle voci soavi che si alternano di Heather e di Bryan. i brani sono di medio lunga durata, adoperando a volte suoni della natura stessa, come ad esempio il vento, proprio come è capitato fare anche ai loro maestri Pink Floyd ad esempio in One Of These Days.
Melodie di facile fruizione, in un mix fra formula canzone e ricerca folk sin dall’iniziale Nowhere To Hide (Close my Eyes). Tutte le canzoni si possono cantare  in coralità semplici, ed inesorabili lasciano nella fantasia dell’ascoltatore panorami boschivi con tanto di fiumi e nebbia.
I brani che ritengo capolavori in questo album sono due, il primo si intitola The Last Climb, devastante crescendo emotivo, con l’ingresso del violino che fa staffetta nel finale con la chitarra di Josh, uno dei momenti più importanti della loro carriera in quello stile da me descritto poco sopra, ossia di Pinkfloydiana memoria. Le atmosfere iniziali con il cinguettio di un uccello sopra arpeggi di chitarra e tastiere fanno venire i brividi. La seconda è la conclusiva The Night Sky, altro loro classico sempre presente in tutti i concerti e qui l’assolo di chitarra finale è ancora più devastante, mentre l’album si chiude come si è aperto, ossia con il sottofondo del vento. Questo a sua volta apre il disco successivo, ancora una volta di notevole valore dal titolo THE SPITIT OF AUTUMN PAST. 




DISCOGRAFIA IN STUDIO:

 

FOR ALL WE SHARED (1999 – Cyclops)

THE SPIRIT OF AUTUMN PAST (1999 – Cyclops)

THE LAST BRIGHT LIGHT (2001 – yclops)

MUSIC INSPIRED BY THE LORD OF THE RINGS (2001 - Legends Records)

PASSENGERS (2003 - Classic Rock Legends)

STORMS OVER STILL WATER (2005 - Autumn Records Ltd)

HEART FULL OF SKY (2006 - Mostly Autumn Records)

GLASS SHADOWS (2008 - Mostly Autumn Records)

GO WELL DIAMOND HEART (2010 - Mostly Autumn Records)

THE GHOST MOON ORCHESTRA (2012 - Mostly Autumn Records)

DRESSED IN VOICES (2014 - Mostly Autumn Records)

SIGHT OF DAY (2017 - Mostly Autumn Records)

WHITE RAINBOW (2018 - Mostly Autumn Records)




sabato 17 luglio 2021

Amedeo Giuliani

AMEDEO GIULIANI – Il Viaggio Di Chinook
Music Force – Egea Music
Genere: Cantautore
Supporto: cd – 2021




E’ sempre un piacere nel 2021 ascoltare un cantautore. Dopo aver passato anni di crisi profonda il genere sembra in questi ultimi periodi scrollarsi di dosso quella polvere gettata dai cambiamenti musicali dettati dai tempi moderni. Il cantautore spesso è impegnato, ha qualcosa che vuole esternare e condividere, relegando il concetto voluto in diverse formule che possono variare dalla poesia (vedi De Andrè e moti altri) al linguaggio popolare duro e diretto come spesso sanno fare i più Rocker (vedi Ivan Graziani). Quante perle negli anni abbiamo ascoltato e soprattutto cantato con loro.
Questa musica fa pensare, al di la di ogni pretesto. E’ coraggiosa perché mette alla luce l’anima di un artista che non esita a darsi in pasto al pubblico, tanto grande è la voglia di dire ciò che si pensa che sovrasta la timidezza. Nulla ferma colui che crede in ciò che dice e che “è”, perché l’”essere” è più forte dell’illusorio “apparire”.
Amedeo Giuliani è di Pescara, il suo curriculum è davvero invidiabile, nel 2000 vince il Festival Musica La Vita Live e nel 2009 porta a casa il premio nazionale La Canzone Del Sole nella categoria “Premio migliore musica” con un certo Mogol alla giuria. Dunque è chiaro che siamo al cospetto di un musicista che non soltanto dedica anima  e corpo alla causa, bensì dalle grandi qualità compositive. Certamente nascono da un attento ascolto rivolto al passato, a quei cantautori che già ho accennato, ma evidentemente la personalità qui gioca un ruolo importante.
Nel 2008 esordisce con l’album “Il Fantasma Del Buio” (Wide Production/Music Force), nel 2010 è la volta del concept “Monadi” (Wide Production) e oggi a dodici anni di distanza ritorna con “Il Viaggio Di Chinook”.
Il disco è accompagnato da un libretto esaustivo per testi e spiegazioni oltre che di immancabili foto che ritraggono l’artista con la sua chitarra. Dieci le canzoni contenute, suonate assieme a Adriano Guarino (chitarre, basso, batteria, tastiere), Fabio Petrella (organo in “La Gabbia Di Vetro”), Alessandra De Luca (pianoforte in “Vorrei Essere Il Mare”), Francesco Marranzino (contrabbasso in “Luna Cubana”), Cinzia Carla’ (voce in “Non Aver Paura”), Francesco Mazzeo (percussioni in “Mela Acerba”) e Fernando Giuliani (voce in “Non Aver Paura”).
Ma chi è questo Chinook che intraprende il viaggio (e che viaggio!)? E’ il pesce salmone, la sua è una odissea titanica, sin da giovane parte dal fiume per poi raggiungere le acque del Mare Del Nord. Dopo una esistenza in queste gelide acque ritorna a ritroso nel fiume, faticando controcorrente per raggiungere i luoghi natii. Qui Giuliani ne trae una metafora di vita per l’essere umano il quale come un salmone lotta contro vicissitudini, travagli e disavventure varie. Il Chinook si sposa alla perfezione alla causa.
Venendo alla musica  “Gabbia Di Vetro” è in qualche modo legata al cantautorato classico a cavallo fra gli anni ’70 ed ’80, mentre il testo ci ragguaglia sul fatto che  “C’è sempre un biglietto pagato e una valigia pronta alla porta, una stazione  e un treno che ti aspetta per portarti via”. Quello che tengo a sottolineare di questo brano molto orecchiabile è l’assolo di chitarra nel finale, finalmente qualcuno che impreziosisce sa valorizzare, usanza nel cantautorato purtroppo sempre meno adoperata. La dolcezza de “Il Casellante” è una ballata nostalgica avvolta in vecchi ricordi. Il ritmo sale con “Figlio Di Un’Idea” , qui tutta la crème de la crème riguardo il cantautorato impegnato degli anni ’70, ed un pizzico di Folk che rende tutto canticchiabile in perfetto stile Stefano Rosso. Gli arpeggi di chitarra aprono “Neve”, tassello ancora da cantare con Giuliani. Basta tanto poco per emozionare, ma attenzione all’interno convivono notevoli accenni storici a testimonianza che l’autore ha vissuto la materia in prima persona, più che studiata. “Luna Cubana” è un'altra ballata che mette in mostra le capacità tecniche nei dolci arpeggi, il calore delle note avvolge. “Artista Di Strada” alza la voce, l’argomento è molto sentito e così la musica perfettamente si adegua alla situazione. L’artista di strada è colui che suona ciò che gli pare, un anticonformista, trapela nel brano per certi versi un poco d’invidia ma ancora una volta è l’assolo di chitarra elettrica a centrare il bersaglio.
“Mela Acerba” volge lo sguardo nel mondo di Angelo Branduardi, mentre “Codice A Barre” fa capolino nel Rock, “siamo un avatar digitale” e a seguire un breve assolo di matrice Pinkfloydiana. Il mare di Pescara è in apertura di “Non Aver Paura”, coccola sonora per tranquillizzare, a chiudere “Vorrei Vedere Il Mare”, l’anima del cantautore è nuda e Amedeo Giuliani non ha paura di lasciarsi guardare.
Viva la musica italiana, viva la musica che ti fa cantare, ma soprattutto pensare. Bellissimo raffinato disco, dategli una chance. MS