I Miei Libri

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domenica 10 maggio 2026

Atabasca

ATABASCA – Atabasca
Killer Groove Records
Genere: Jazz-Funk / World Music / Psichedelico
Supporto: LP / CD / Bandcamp – 2026





Gli Atabasca sono di Roma, attivi individualmente da oltre vent'anni sia sulla scena nazionale che internazionale. I tre musicisti Luca Mongia (chitarra, tasiere, voce), Paolo Mazziotti (basso, tasiere, voce), e Valerio Pompei (batteria, kalimba, voce) si sono uniti nel 2023 per creare un progetto che fonde esperienza, sperimentazione e libertà creativa. Il loro è un approccio aperto che lavora molto sull’improvvisazione, timbri acustici/elettronici e paesaggi sonori rarefatti.
Cosi’ descrivono gli artisti stessi il loro progetto: “Come un deserto che fiorisce tra le foreste sempreverdi dell'estremo nord del pianeta, un ambiente unico, alieno e dirompente.”.
Questo debutto s’intitola proprio “Atabasca” e contiene dieci brani che conducono in un percorso cinemantico in cui Funk, Psichedelia e Art Rock si fondono in una narrazione senza tempo sospesa tra ritmo e visione.
"Dune" è il brano manifesto degli Atabasca, estratto come primo singolo ed è la traccia che apre il disco. Parte con un’armonia ombrosa e malinconica su cui si posa una melodia di chitarra/breath soffiata fragile e sospesa. Il mood è intimo, rarefatto, quasi ECM. Il fischio di fondo relega il pezzo nell’ambiente cinematografico prossimo agli anni ’70. Il pezzo registrato in presa diretta in studio (come tutto l’album), prende il nome da un luogo reale, caro e familiare al trio. Diventa metafora di un territorio interiore fatto di attesa, movimento e trasformazione.
“Kundela Mawedi” ha un fascino senza tempo, la chitarra slide ne è la protagonista nella melodia gradevole e delicata.
“Paco” è ambientato in una scena Western  con basso e batteria molto secchi, che avanzano tipo cavalcata. Ancora gli anni ’70 si palesano grazie a lap steel e chitarra elettrica con riverbero alla Morricone.
Cambio di atmosfere in “Cameo”, attraverso un pattern ritmico leggero, sincopato, che richiama le musichette da carillon o le scatole musicali, dove il timbro cristallino della kalimba/piano a pollice dà quel senso di innocenza e nostalgia.
Si ritorna nel western con “Cacopulos”, in cui il titolo è un riferimento diretto al cinema: Eli Wallach nei panni di Cacopoulos nel film “I quattro dell’Ave Maria / Ace High” del 1968, spaghetti western di Giuseppe Colizzi con Terence Hill e Bud Spencer. Valerio Pompei pesta secco, tamburi molto presenti, quasi tribali. Teso, polveroso, incalzante, è il groove più dritto e aggressivo dell’album.
Ed è la volta di “Khettara”, il titolo viene da “khettara” / “qanat”, gli antichi sistemi di canali sotterranei usati in Nord Africa e Medio Oriente per portare acqua nel deserto. È già un indizio sul mood del brano. Il ritmo diventa ipnotico e circolare mentre Luca Mongia usa lap steel e chitarra con scale arabe/frigie, riverberi e delay che evocano il deserto. Prosegue il cammino in America con “Hell Dorado”, dove il titolo gioca con “El Dorado”, il mitico paese dell’oro, trasformandolo in “Hell Dorado” = l’inferno dorato. Questa è la loro lettura strumentale del sogno americano, ossia corsa all’oro, miraggi, velocità, eccesso. Dopo i deserti mediorientali di “Khettara”, qui si parte a tutta verso ovest. Il pezzo è il più Funk dell’album dove il basso di Paolo Mazziotti è in primo piano, sincopato e ciclico, con la batteria di Valerio Pompei che spinge dritta. “Funk-fueled” appunto.
In “Papambra” si possono apprezzare poliritmie, il cuore del pezzo sono gli incastri ritmici. La batteria di Valerio Pompei lavora per accenti spostati, mentre basso e chitarra costruiscono pattern che si incrociano ma non si pestano mai. Notturno, sospeso e ipnotico, il brano ha la kalimba che elargisce timbri cristallini, africani, da scatola musicale. Dal canto suo, il lap steel di Luca Mongia risponde con glissati liquidi e riverberati per un effetto finale meditativo.
A questo punto il pezzo conclusivo che s’intitola “Reprise”, lo si può ascoltare solamente nella versione digitale dell’album tratto da Bandcamp.
Di “Atabasca” esistono quindi più versioni, sia in CD che LP.
Atabasca è un atlante sonoro in presa diretta, dieci cartoline strumentali dove il deserto incontra la giungla, lo spaghetti western abbraccia l’afrobeat, e il silenzio vale quanto una nota.
Un film senza immagini, suonato dal vivo nel punto esatto dove Morricone incontra Khruangbin. MS







Versione Inglese:


ATABASCA – Atabasca
Killer Groove Records
Genre: Jazz-Funk / World Music / Psychedelic
Format: LP / CD / Bandcamp – 2026






Atabasca are from Rome, individually active for over twenty years on both the national and international scenes. The three musicians Luca Mongia (guitar, keyboards, vocals), Paolo Mazziotti (bass, keyboards, vocals), and Valerio Pompei (drums, kalimba, vocals) came together in 2023 to create a project that merges experience, experimentation, and creative freedom. Theirs is an open approach that leans heavily on improvisation, acoustic/electronic timbres, and rarefied soundscapes.
This is how the artists themselves describe their project: “Like a desert blooming within the evergreen forests of the planet’s far north, a unique, alien, disruptive environment.”
This debut is titled Atabasca and contains ten tracks that lead you through a cinematic journey where Funk, Psychedelia, and Art Rock fuse into a timeless narrative suspended between rhythm and vision.
“Dune” is Atabasca’s manifesto track, released as the first single and the album opener. It starts with a shadowy, melancholic harmony over which a fragile, suspended breath/guitar melody settles. The mood is intimate, rarefied, almost ECM. The background whistle places the piece in a cinematic space close to the 1970s. The track, recorded live in the studio (like the entire album), takes its name from a real place, dear and familiar to the trio. It becomes a metaphor for an inner territory made of waiting, movement, and transformation.
“Kundela Mawedi” has a timeless charm; the slide guitar leads with a pleasant, delicate melody.
“Paco” is set in a Western scene with very dry bass and drums that advance like a horseback ride. The ’70s reappear again thanks to lap steel and electric guitar with Morricone-style reverb.
The atmosphere shifts in “Cameo,” through a light, syncopated rhythmic pattern that recalls music-box or carillon tunes, where the crystalline timbre of the kalimba/thumb piano adds a sense of innocence and nostalgia.
We return to the western with “Cacopoulos,” whose title is a direct cinema reference: Eli Wallach as Cacopoulos in the 1968 spaghetti western I quattro dell’Ave Maria / Ace High by Giuseppe Colizzi with Terence Hill and Bud Spencer. Valerio Pompei hits hard, drums very present, almost tribal. Tense, dusty, driving—it’s the straightest, most aggressive groove on the album.
Then comes “Khettara.” The title comes from “khettara” / “qanat,” the ancient underground canal systems used in North Africa and the Middle East to bring water to the desert. It’s already a clue to the track’s mood. The rhythm becomes hypnotic and circular while Luca Mongia uses lap steel and guitar with Arabic/Phrygian scales, reverbs, and delays that evoke the desert.
The journey continues to America with “Hell Dorado,” where the title plays on “El Dorado,” the mythical city of gold, turning it into “Hell Dorado” = the golden hell. This is their instrumental reading of the American dream: gold rush, mirages, speed, excess. After the Middle Eastern deserts of “Khettara,” here we take off full speed toward the west. The piece is the funkiest on the album, with Paolo Mazziotti’s bass front and center, syncopated and cyclical, and Valerio Pompei’s drums pushing straight ahead. “Funk-fueled,” indeed.
In “Papambra” you can appreciate polyrhythms; the heart of the piece is the rhythmic interplay. Valerio Pompei’s drums work with displaced accents, while bass and guitar build patterns that intersect without ever stepping on each other. Nocturnal, suspended, and hypnotic, the track features the kalimba delivering crystalline, African, music-box timbres. Luca Mongia’s lap steel answers with liquid, reverberated glissandos for a final meditative effect.
At this point, the closing piece titled “Reprise” can only be heard on the digital version of the album from Bandcamp.
So, multiple versions of Atabasca exist, both on CD and LP.
Atabasca is a live-recorded sonic atlas: ten instrumental postcards where desert meets jungle, spaghetti western embraces afrobeat, and silence is worth as much as a note.
A film without images, played live at the exact point where Morricone meets Khruangbin. MS






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