venerdì 20 gennaio 2017

Eveline's Dust

EVELINE’S DUST – The Painkeeper
Lizard Records
Genere: New Prog
Supporto: cd – 2016


Prosegue imperterrito e senza sosta il numero delle band che in Italia suonano Progressive Rock. Credo che oramai scrivere ancora che questo genere sia morto o moribondo sia obsoleto e fuori da ogni realtà. Ma di quale tipo di Progressive Rock si sta parlando? Il più gettonato è sempre quello dedito agli anni che furono ma con uno sguardo anche al moderno. Nascono dei connubi spesso e volentieri che hanno da dire cose interessantissime, equilibrando tecnica a melodie. King Crimson, Pink Floyd, Banco Del Mutuo Soccorso, Genesis, IQ, Arena, Pallas  ed altro, vanno ad infondersi con il Prog moderno di Steven Wilson e Porcupine Tree, questo accade anche nel sound dei pisani Eveline’s Dust.
La band formata da Lorenzo Gherarducci (chitarra), Nicola Pedreschi (tastiere, voce), Marco Carloni (basso) e Angelo Carmignani (batteria), con “The Painkeeper” giunge alla seconda registrazione in studio dopo l’ep “Time Changes” del 2013.Un album formato da nove canzoni e con un artwork simpatico, fresco e giovane ad opera di Francesco Guarnaccia.
“The Painkeeper” è un concept album cantato in inglese dedicato alla poesia “Il Custode Dei Dolori” di Federico Vittori.
Il disco si apre vigorosamente con l’intro “Awake”, breve ma efficacie, dove le carte si mettono subito in tavola ed il linguaggio della band è già forte e chiaro. Tastiere e chitarra in evidenza, ma anche una ritmica potente e pulita. Si arriva a “The Painkeeper”, nel suo dna c’è tanto materiale, molto di quello che ho già nominato prima, ma soprattutto buona personalità. Otto minuti fra arpeggi e buon solo di chitarra elettrica. Giochi di voce ad aprire “NREM”, strumentale si malinconico, ma dai squarci solari dettati dal suono caldo dell’ospite al sax, Federico Avella.
Fanno capolino i suoni nervosi dei King Crimson in “Clouds”, il tutto miscelato con i Porcupine Tree ed ovviamente alla personalità degli Eveline’s Dust. Carolina Paolicchi presta di tanto in tanto la sua voce per delle coralità, altra ospite di riguardo nella riuscita dell’album.
“Joseph” si apre con dei bellissimi arpeggi di chitarra per poi svilupparsi in un delicato crescendo sonoro, nei suoi otto minuti inevitabili i cambi di tempo. Questi sono i brani che un Prog fans vorrebbe ascoltare spesso. Un giro di basso apre “A Tender Spark Of Unknow”, canzone dai risvolti anche Jazz che comunque apre ad arie delicate, ancora una volta impreziosite dal sax soprano. In “Vulnerable” è il piano a salire in cattedra ed il brano è connesso al successivo “HCKT”, fra le composizioni più Prog dell’album nel vero senso del termine. A sua volta giunge la conclusiva “We Wont Regret”, semi ballata dall’ ampio respiro grazie soprattutto agli interventi della chitarra elettrica.

Qui signori miei, con “The Painkeeper” siamo a livelli alti e chi mi conosce sa che quando dico questo, un fondo di verità c’è sempre. MS

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