LALU - A Mythmaker’s Demise
Frontiers Music Srl
Genere: Metal Progressive /
Progressive Rock
Supporto: CD / Digital – 2026
I
francesi Lalu sono una delle mie band preferite d’oltralpe, vuoi per le
sonorità moderne e elettriche, ma soprattutto perché hanno saputo nel tempo
assimilare la lezione dei gruppi del passato.
“A
Mythmaker’s Demise” celebra i 20 anni di storia della band, iniziata nel 2005
con il disco d'esordio “Oniric Metal”. Nascono come creatura intellettuale di
Vivien Lalu, figlio d'arte (i suoi genitori facevano parte della progressive
band francese Polène) e tastierista di grande talento. Vivien è noto anche per
la sua militanza nei supergruppi Progressive Metal A-Z (insieme a Ray Alder dei
Fates Warning) e per aver collaborato negli anni con musicisti del calibro di
Jordan Rudess, Virgil Donati e James LaBrie. Da qui si può già evincere l’orientamento
stilistico.
Il
quarto album in studio “The Fish Who Wanted To Be King” (2023) denota già una
svolta verso sonorità più calde, vicine al Progressive Rock classico alla Yes,
Rush, Genesis e Marillion. Per questo album celebrativo,
Vivien Lalu ha riunito una formazione d'eccezione: Martin LeMar (Mekong Delta,
Tomorrow's Eve), lo storico cantante dei primi lavori torna alla voce con
interpretazioni evocative. Joop Wolters,
l’inseparabile chitarrista e bassista, co-autore degli arrangiamenti. Simon Phillips, leggendario batterista
(ex-Toto, Protocol), la cui batteria è stata registrata dal vivo in presa
diretta senza campionamenti né correzioni artificiali e Jens Johansson, ospite
speciale alle tastiere in diversi assoli (Stratovarius).
L'album
riflette sul mancato spazio per l'immaginazione e la mitologia umana nell'era
dell'Intelligenza Artificiale. La splendida copertina illustrata da Mattias
Norén ritrae uno scrittore e creatore che muore alla sua scrivania mentre le
sue creature mitiche cercano di fuggire verso un mondo che non le celebra più.
Ma
veniamo alla musica, “Tears Of The Muse” simboleggia proprio il lamento della
Musa ispiratrice dimenticata, attraverso un brano che riesce a bilanciare
tratti oscuri a cambi di tempo dinamici. Nel testo, la Musa piange perché non
trova più menti disposte ad ascoltarla o a sognare.
Nel
brano “EKO” la band gioca sul concetto di "eco" stesso. Il testo
denuncia una società in cui l'arte e la comunicazione non sono più originali,
ma semplici rimbombi e riproduzioni di idee già esistenti. Apre il piano e il
phone voice di Martin Lemar il quale lascia la scena ad un bellissimo seppur
breve assolo di chitarra. Si evincono sprazzi di Queensryche prima era.
In
“I Am The One” la melodia sale in cattedra fra cambi di tempo e una ritmica
serrata che riporta la mente verso gli anni ‘80. È uno dei brani più personali
del disco e racconta il contrasto stridente tra la routine diurna (lavori
d'ufficio, schemi rigidi, aspettative sociali) e l'anima notturna dell'artista.
A questo punto c’è un momento strumentale dal titolo “Mayacama” che mette in
luce tutte le qualità balistiche dei singoli strumentisti, soprattutto le
partiture di chitarra e il dialogo fra il basso ed i synth.
Interessante
“Prince With The Swift Warning”, dove ancora una volta il lavoro alla batteria
di Simon Phillips sorprende per tecnica e fluidità. Il movimento è a tratti
sognante, alternando la formula “schiaffo e bacio”.
“Learning
To Fly” non è quella dei Pink Floyd, ma una mini suite delicata a tratti
prossima ai passaggi di alcuni Marillion di mezza era discografica. La
canzone riflette sulla volontà di superare i propri limiti intellettuali e
spirituali. Si parla della paura di cadere ma anche dell'inevitabile spinta
umana a voler spiccare il volo.
Segue
un altro strumentale dal titolo “A Drop Of Water”, un breve intermezzo acustico
che simboleggia la semplicità, la purezza e la fragilità dell'ispirazione: una
singola goccia d'acqua in un deserto di tecnologia.
Si
ritorna al Rock con “Fhloston Paradise”, la voce ricorda nuovamente quella di
Geoff Tate (Queensryche) e racconta la tentazione di rifugiarsi in un
"paradiso virtuale" perfetto e patinato, scoprendo però che si tratta
di una prigione dorata priva di vere emozioni, imperfezioni e umanità. Uno dei
momenti maggiormente Metal Prog.
Fra
le mie preferite c’è “Cordal Weaves”, un perfetto bilanciamento fra sensazioni
differentemente marcate, ritmicamente variegata e ottimamente arrangiata. Qui la
narrazione si sposta dall'individuo alla collettività ed è una dichiarazione
d'amore verso la musica come filo invisibile che unisce le anime degli uomini
attraverso le generazioni.
Chiude
“Midnight Ink”, il momento in cui l'autore ripone la penna, consapevole che il
suo tempo è finito, ma trova la pace nel sapere di aver dato tutto ciò che
poteva. Una perla sonora.
"A
Mythmaker’s Demise è molto più di un eccellente disco di Progressive Rock, è
una lettera d'amore alla fragilità dell'ispirazione umana e al coraggio di
sognare in un mondo che sembra aver dimenticato come si fa. Musica per tutti i
padiglioni auricolari. MS
Versione Inglese:


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