Libri ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013 - METAL PROGRESSIVE ITALIANO

Libri ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013 - METAL PROGRESSIVE ITALIANO
La storia dei generi enciclopedica

venerdì 30 luglio 2021

Platens

PLATENS – Of Poetry And Silent Mastery
Burning Minds – Atomic Stuff – Art Of Melody Music
Genere: Melodic Hard-Rock
Supporto: cd – 2021



Dietro al nome Platens c’è il cantante, produttore, polistrumentista e cantautore  Dario Grillo. Agli appassionati di Heavy Metal sicuramente il nome non risulterà nuovo, infatti Grillo ha suonato con i palermitani Thy Majestie e Violent Sun. Con “Of Poetry And Silent Mastery” trattasi di terzo disco in studio, il progetto esce dopo sette anni dal precedente “Out Of The World” e ben diciassette dal debutto di “Between Two Horizons”.
In questa ultima opera Grillo si avvale di un folto numero di special guest, Katya Miceli (voce), Gabriels (synth), Mirko Turchetta (chitarra in “Open Arms”), Dan Logoluso (chitarra in “End Of The World”), Orazio Fontes (chitarra in “Close But Far”) e Davide Perruzza (chitarra in “Paralyzed”).
Molto bello l’artwork ad opera di Antonella “Aeglos Art” Astori che accompagna l’ascolto. Le atmosfere grigie ben si adattano al suono dell’album, un tocco in più a completare anche il senso della vista oltre che quello dell’udito. Ad aprire il libretto dei testi ci sono le note introduttive a cura di Pippo “Sbranf” Marino (Metal.it).
Il tema trattato da Grillo in questo album è l’importanza di lasciare parlare la musica in maniera semplice e diretta in controtendenza con i tempi moderni dove ognuno cerca di intraprendere il mondo musicale come una trance agonistica. In effetti questo terzo album di Platens è il più diretto e a mio avviso anche il più efficace nel raggiungere le corde dell’ascoltatore.
Dei dodici brani contenuti in “Of Poetry And Silent Mastery” ad aprire c’è “Conspiracy”, subito una falciata di Power melodico con un ritornello molto ben congeniato. La voce di Grillo è in ottima forma, a mio modo di vedere una fra le migliori del nostro panorama metallico, perché malleabile e duttile a seconda delle situazioni sonore e soprattutto dentro le righe, senza mai strafare. La sua è una dote naturale credo, ma ad ascoltare l’impostazione si capisce il lavoro con cui si è portato a questi livelli. Sulla stessa riga (e ritmica) giunge “Wait For Me”, ai confini con l’AOR.
Un salto negli anni ‘80/’90 con “Easily” e le coralità a sostenere il ritornello. Brano decisamente radiofonico. A questo punto è la volta della prima semi ballata, ottimamente supportata dalle tastiere, dal titolo “The Path”, sicuramente un brano adulto, ben arrangiato e ricco di storia del genere al suo interno. Ancora tastiere in apertura di “End Of This World”, apocalisse sonora che nell’incedere ritmico si introduce in ambientazioni nebbiose e grigie proprio come l’artwor ha saputo descrivere. Una sottolineatura a parte per la batteria qui impegnata seriamente ma sempre lineare e senza sbavature. Probabilmente ci sono molti deja vu, in realtà è il genere che lo esige, questo stile è coinvolgente e dimostra comunque la buona vena compositiva di Grillo. Non mancano dunque repentini cambi di tempo.
Torna l’AOR con “Paralyzed” e la seconda semi ballata con “Winter” dove chitarre e piano giocano a staffetta per poi lasciare spazio alla voce. Bellissimo lo strumentale verso la conclusione del brano, pieno di enfasi e di una qualità sonora che evidenzia un lavoro di registrazione davvero pulito e ben bilanciato. Il ritmo si alza con “Open Arms”, uno spaccato di luce e giocosità rispetto quanto ascoltato sino ad ora, divertente e da cantare con loro. Voce e piano per “Give Or Let Go”, dritta al cuore, ma è con “Where The River Flows” che si ritorna indietro nel tempo in un AOR immortale. Chiude l’album il brano più lungo con i suoi quasi sette minuti “Close But Far”, tanta carne al fuoco e una certezza, Platens è un progetto davvero molto professionale e ricco di emozioni. La dodicesima canzone è una bonus track cantata in italiano e si intitola “Fragile”.
Poco altro da aggiungere se non che fra le note trasuda sincerità e tanto amore, una musica che non sembra voler invecchiare mai e questo accade grazie alla freschezza compositiva di questi artisti che ci fanno capire anche quanto di buono ci sia in Italia, dovremmo imparare a non piangerci sempre addosso e credere in noi stessi perché siamo davvero grandi! Consigliato. MS




domenica 25 luglio 2021

Giuseppe Calini

GIUSEPPE CALINI – Polvere, Strada e Rock’n’Roll
Music Force – Egea Music
Genere: Rock
Supporto: cd – 2021




Nel 2021ci sono Rockers moderni che portano al successo planetario il genere attraverso  vari contest e festival, anche se con molte polemiche (vedi Måneskin), e ci sono Rockers che hanno una filosofia di vita sposata alle vecchie regole del Rock. Questi ultimi stentano molto se non supportati da major importanti ma sono i puri, quelli che respirano la “polvere, strada e Rock’n’Roll”. Gli irriducibili, perché come detto vivono la musica come uno stile di vita. Vi anticipo e dico, non che i Måneskin non abbiano fatto la strada, tuttavia hanno avuto una “fortuna” differente probabilmente data dai tempi moderni in cui si è visto il Rock congelato per molti anni. Forse il ritorno come succede  in tutte le mode cicliche era già nell’aria.  Ecco dunque il segreto della formula funzionante dei giovani che fanno Rock nel 2021.  Ma io sono radicato ai ruspanti, probabilmente il fatto è dato dalla mia età con la quale ho visto nascere e crescere le più grandi realtà del genere in tempi vergini di lavagne già scritte.
E sono proprio gli artisti come Giuseppe Calini che mi danno più soddisfazioni, perché mi sento come loro e questo probabilmente può far sbilanciare la recensione verso una critica non schietta, ma tranquilli, proprio per questo motivo sarò maggiormente critico nei confronti del disco, consapevolmente sincero e non di parte.
Giuseppe Calini è dunque un duro e puro, colui che non scende a compromessi con nessuno, deciso nel procedere per la propria strada qualunque essa sia, pregi e difetti annessi, con lui la Telecaster ed il Vox AC30. Diciotto gli album registrati dal chitarrista, proprio a sottolineare l’amore per questo stile di vita, un traguardo ragguardevole che mette in evidenza anche la vena artistica nei confronti della composizione.
Dieci canzoni e come è scritto nel libretto che accompagna la musica con testi e foto “10 buoni motivi per questo disco, 10 canzoni per un augurio, 10 giorni per scriverle, 10 viaggi diversi. Polvere, strada e rock’n’roll. Sempre dalla tua parte”.
“Old Style Rock’n’Roll” ha tutto scritto nel titolo ed il riff che lo accompagna è semplice, diretto mentre il testo parla di una visione della vita moderna alquanto fredda, fra telefonini e quant’altro. Il suono è quello degli anni ’70, l’inizio di “Take Me Home, Casa Mia” è acustico così l’andamento rilassato e spazioso. I ritornelli sono una carta vincente, semplici e facili da ricordare. Alcuni accostamenti al primo Vasco Rossi sono inevitabili.
La chitarra diventa cadenzata in “Biglietto Per La Vita” per  un riff che potrebbe benissimo risiedere nella discografia di un Ivan Graziani ispirato, magia del Rock questa della condivisione di intenti.
“Ritorno In Alabama” ha molto scritto nel titolo il Rock alza la polvere, Rock & Colt ha un giro di base che ricorda i Dire Straits di “Sultans Of Swing”. “Non poteva mancare la Rue 66, omaggiata nell’allegro motivo intitolato “Good Bye Route 66”. La canzone più breve dell’album che non arriva a tre minuti è una ballata e si intitola “Guardo, Sorrido E Dico – Io Non Ho”. Prosegue il distacco di Calini nei confronti della tecnologia moderna data soprattutto da I-Phone e pc, un freddo modo di stare in comunicazione fra persone che non rende giustizia al vivere l’amicizia di prima persona. Prosegue il Rock sudista con “Viaggio Nel Mondo”, questa volta è Ligabue a fare capolino fra le note, anche se dove sottolineare lo sforzo dell’artista nel cercare di non dipendere troppo da qualcuno in particolare. Anche perché il Rock puro è questo e non lascia adito a molte scappatoie. Il disco prosegue sulla stessa riga e si conclude con il brano che personalmente ho apprezzato di più, “Spara, Spara Ancora” perché qui c’è tutto il sunto di questa recensione.
Giuseppe Calini è Rock, questo disco è Rock, non cercate fronzoli, non ci sono, qui dimora soltanto sostanza per coloro che la sanno amare e vivere. Ho detto tutto. MS




sabato 24 luglio 2021

Pandora

PANDORA – Alibi Filosofico
AMS Records /BTF
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd - 2013



Ho già parlato dei cuneesi Pandora nella recensione dell’album “Sempre E Ovunque Oltre Il Sogno”, disco sinfonico dalle tinte vintage. Si formano nel 2005 con l’unione di Claudio Colombo (batteria), Beppe Colombo (tastiere) e Corrado Grappeggia (tastiere). Il nome della band lascia intuire il contenitore sonoro e le sue potenzialità, infatti la musica è ispirata da artisti storici quali Genesis, EL&P, PFM, New Trolls, Gentle Giant, Orme e Dream Theater. E come ne ho parlato? Bene, perché in verità pur avendo uno stile datato, ha saputo emozionarmi, come in genere riesce il Prog tastieristico in stile anni ’70 in senso generale. Mi accingo dunque con bramosia a prendere ed ascoltare questo nuovo suggello. 
Ed ecco le prime sensazioni tatto/visive, quando mi incontro con un cd così ben rappresentato da un artwork ricco e cartonato (ad opera di Emoni Viruet), nel rispetto di chi spende la sua paghetta per onorare e seguire la nostra musica, per me è già lode. I Pandora dimostrano di avere rispetto dell’arte in senso globale e per chi la segue, questo è un fatto che tendo a sottolineare, in un momento come questo dove il nudo e freddo MP3 la fa da padrona. Ascoltare, vedere, leggere, odorare anche la stampa del libretto (lo so che lo fate anche voi) ci porta all’interno di questo mondo musicale, dentro a questo “vaso” di sonorità.
Aprendo il cartonato, ci si imbatte con una scritta che farà sobbalzare dalla poltrona i fans dei VDGG, il ringraziamento per la partecipazione alle registrazioni da parte di David Jackson. Ma gli special guest non finiscono qui, nel viaggio Progressivo si incontrano Dino Fiore dei Castello Di Atlante e l’olandese Arjen Lucassen degli Ayreon, oltre che Star One ed Ambeon.
Il trio ha una freccia a proprio favore, la possibilità di esprimersi a piacimento, in quanto tutto è autoprodotto e registrato nello studio personale.
“Alibi Filosofico” si svolge su tematiche fantasy fra cavalieri, druidi, elfi e quant’altro, in più narra del personaggio Antonio Ligabue, noto pittore dalla psiche turbata.
Lo spirito Pandora fuoriesce in tutta la sua forza sin dalla mini suite iniziale “Il Necromante, Khurastos E La Prossima Vittima”. Un approccio potente, con chitarre distorte che tuttavia sfociano nella passione e devozione verso un genere di nicchia ma pur sempre immortale, il Prog…quello vintage. C’è stato il periodo Genesis, poi quello King Crimson ed oggi sembra che in Italia la band di riferimento sia Van Der Graaf Generator, fra suoni grevi ed oscurità. Solo un appunto per le voci non registrate all’altezza dei suoni. Con la voce di Emoni Viruet si apre “Né Titolo Né Parole”, brano dedicato all’indimenticabile tastierista dei Deep Purple, Jonathan Douglas Lord. A rendergli giustizia si aggiungono gli ospiti Lucassen e Dino Fiore. Una cavalcata epica che vola sulla fantasia delle tematiche fantastiche da leggere all’interno del libretto, in quanto il pezzo a parte le coralità, è solamente strumentale. Questo accade anche con “La Risalita”, composta da tastiere e cori, brano più breve dell’intero lavoro ma anche il più introspettivo.
David Jackson ci delizia in “Apollo”, vero e proprio brano sceneggiato, bellezza e cristallinità che solamente il genere Prog può regalare. Personalmente riscontro anche frammenti di Gentle Giant ed Area. Una prerogativa di questo nuovo disco dei Pandora è la potenza, l’epicità relegata al servizio del mutamento strutturale e sonoro tipico del genere, risultando tutto più scorrevole e fondamentalmente ricco di sorprese.
Per descrivere un pittore come Ligabue, fra follia e pittura, serve altrettanta instabilità e fantasia, “Tony Il Matto” ospita nuovamente Jackson e la struttura canzone va a farsi un giro anche nei meandri cari a Frank Zappa.
La luce di una persona non si spegne mai, neanche dopo la sua scomparsa, questa è la forza dell’amore descritta in “Sempre Con Me”, una verità che trova riscontro anche nella famosa frase “una persona muore soltanto quando nessuno la ricorda più”. Musicalmente un classico Prog vintage. Si chiude l’album con la title track “Alibi Filosofico”, undici minuti di Hard Prog ben eseguito e scorrazzante nel tempo.
I Pandora ritornano con un passo in avanti rispetto al pur valido predecessore, comunque mi sento di consigliare loro di stare più attenti alle voci. Un disco che deve far parlare di se in quanto ricco di idee e buone intuizioni, variegato e scorrevole. Non mancatelo, non inventatevi Alibi Filosofici, per voi già ci hanno pensato i Pandora, da avere e basta. (MS)


giovedì 22 luglio 2021

Venegoni & Co.

VENEGONI & CO. – Canvas
CVS/Ma.Ra.Cash Records
Genere: Jazz Rock
Supporto: 2cd – 2017


La storia artistica di Luigi "Gigi" Venegoni parte lontana, dagli anni ‘70 e molti di voi amanti del Progressive Rock italiano avrete già avuto modo di apprezzare la sua musica. Incomincia suonando la chitarra con il gruppo Jazz Rock, Arti & Mestieri di Beppe Crovella per poi lanciarsi nella carriera solista in un contenitore denominato appunto Venegoni & Co, nel quale si vedono passare e collaborare nel tempo numerosi artisti del settore come i sassofonisti Claudio Pascoli e Maurizio Gianotti. I primi due album per la Cramps si muovono sulle orme di Arti & Mestieri, “Rumore Rosso” (1977) e “Sarabanda” (1979). La carriera musicale di Venegoni prosegue nel tempo, registrando altri cinque dischi (fra studio e live) ed inoltre spicca il ritorno con Arti & Mestieri nel 2001 grazie all’album “Murales”. Nel 2007, con “Planetarium”, il gruppo Venegoni & Co. si ricostituisce con i musicisti della prima formazione e dieci anni dopo eccolo per celebrare gli onorevoli quaranta anni di carriera. Questo detto tutto molto brevemente.
“Canvas” ha avuto una gestazione di due anni, per poi essere racchiuso in due cd con l’ausilio importante del compositore e pianista Francesco Sappino.
Molti ospiti dicevo e il disco si apre con il calore di una bossa, grazie al piano di Jason Rebello, noto jazzista inglese che ha collaborato anche con Sting e Jeff Back, il brano si intitola “Il Sarto Di Rio”. Con loro ci sono Alessandro Maiorino al basso e Enzo Zirilli alla batteria. Il calore resta anche nella successiva canzone, ma questa volta è quello avvolgente della nostrana mediterraneità che si può godere nel lento “Le Lune E Il Falò”. Con Venegoni suonano Piero Mortara al piano, Roberto Puggioni al basso e Federico Ariano alla batteria. La morbidezza dei suoni è esaltata dall’equilibrio della registrazione sonora. Profondità e pulizia rendono l’ascolto stereofonico ancor più gradevole. Il ritmo sale con “Anies”, una ballata dai spunti Folk supportata dalla fisarmonica di Piero Mortara. Momenti più ricercati ricadono su “Canvas 01: Train De Vie”, melodie sempre in evidenza ed un approccio più scherzoso. Segue “May Be”, probabilmente fra i frangenti che più mi hanno colpito dell’intero disco, per intensità ed equilibro, fra Jazz e formula canzone. Qui ritorna Jason Rebello al piano. Cresce il ritmo in un altro momento sud americano dal titolo “Inzolia Bajon” scritto da Piero Mortara qui al piano. Avvolgente “Finisterre” e di classe “Santa Fe”, l’animo caldo del Jazz italiano. Breve la seconda parte di “Canvas” dal titolo “Lullaby” e  il primo cd si conclude con il brano più lungo grazie ai quasi nove minuti dal titolo “Cafè”.Qui suonano Venegoni, Rebello, Diego Borotti al sax soprano, Mauro Battisti al basso acustico e Enzo Zirilli alla batteria.
La fisarmonica apre il secondo disco in “Kaleidomar”, altro esempio di suono mediterraneo, di ricercatezza riguardante il legame fra gli strumenti che si ascoltano e si supportano a vicenda nel sostenere la fisarmonica che in successione lascia voce anche alla chitarra. Le percussioni non sono mai invasive, piuttosto sussurrate e delicate, a tessere un degno tappeto d’accompagnamento. Con “Balòn” il discorso mi viene analogo a “May Be”, classe e padronanza.
“Tiritera” gioca sul pianoforte di Mortara, mentre il brano è scritto da Venegoni. Segue “Sweet Song”, nomen omen. Tanta carne al fuoco, tante le emozioni che si susseguono grazie anche ad un attento equilibrio fra brani vivaci e lenti, “Frances Theme” è un mix del concetto, il pezzo scritto da Sappino è più vicino alla formula canzone e ben si lascia ascoltare. Il sax di Diego Borotti apre “Palhaco”,  caldo come la brace sotto la cenere, apparentemente spenta ma che in realtà scalda con tepore. Altro momento ritmato è “Toninho” ed il titolo anche questa volta indica dove si va a parare.
C’è anche una cover, quella del capolavoro della “futura” Psichedelia dal titolo “Norvegian Wood” concepita dai Beatles. Ovviamente qui rivisitata in maniera totale e con una vena Jazz. Il secondo disco si conclude con “La Scintildanza” e ci si rende conto in maniera convinta che Venegoni è un patrimonio della musica italiana.

Faccio notare che “Canavas” è un doppio cd completamente strumentale (escluso qualche coro di accompagnamento), una scena che non sempre capita di incontrare nel mondo della musica moderna, un passo coraggioso ma anche necessario perché è la musica di Venegoni & Co. che lo richiede ad alta voce, un bel regalo che ti scalda il cuore, da avere e da fare. Musica con la “M” maiuscola. MS 

domenica 18 luglio 2021

Speciale Mostly Autumn

 SPECIALE MOSTLY AUTUMN

Di Massimo Salari



I Mostly Autumn i fondano nel 1995 come tribute band dei connazionali Pink Floyd con il nome One Stoned Snowman da un idea del chitarrista leader Bryan Josh, per poi mutare in Mostly Autumn. La band si completa con Heather Findlay (voce, tamburello, chitarra acustica a 6 corde), Iain Jennings (tastiere, voce), Liam Davison (chitarra elettrica, voce, chitarra acustica a 6 e 12 corde), Bob Faulds (violini), Stuart Carver (basso), Kev Gibbons (feadòg) e Allan Scott (batteria).




L’ex chitarrista Liam Davison muore nel 2017 per cause ancora sconosciute. Fa parte della line up iniziale nel 1995 e partecipa al loro album di debutto del 1998. Lascia la band per un breve periodo nel 2007 per uscire definitivamente dopo la registrazione di DRESSED IN VOICES nel 2014. Pubblica da solista l’album A TREASURE OF WELL SET JEWELS (2011 - Wymer Records). Heather Findlay entra a far parte del progetto Ayreon di Arjen Anthony Lucassen, interpretando il personaggio di "Love" nel disco THE HUMAN EQUATION (2004 - Inside Out Music). Nel 2010 Heather Findlay lascia la band e viene sostituita da Olivia Sparnenn, che dopo un anno diventa la moglie di Bryan Josh.





MOSTLY AUTUMN - For All We Shared...

Cyclops
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd - 1999



I Pink Floyd sono nel loro dna, questo lo si evince dall’ascolto dei lunghi ed incredibili assolo di chitarra proprio in stile David Gilmour, e per dirla tutta con punto di riferimento Comfortably Numb.
L’esordio che risale al 1998 è composto da dieci canzoni con la caratteristica di elargire atmosfere decisamente bucoliche, questo sia grazie all’uso del violino che delle chitarre acustiche, ma anche alle voci soavi che si alternano di Heather e di Bryan. i brani sono di medio lunga durata, adoperando a volte suoni della natura stessa, come ad esempio il vento, proprio come è capitato fare anche ai loro maestri Pink Floyd ad esempio in One Of These Days.
Melodie di facile fruizione, in un mix fra formula canzone e ricerca folk sin dall’iniziale Nowhere To Hide (Close my Eyes). Tutte le canzoni si possono cantare  in coralità semplici, ed inesorabili lasciano nella fantasia dell’ascoltatore panorami boschivi con tanto di fiumi e nebbia.
I brani che ritengo capolavori in questo album sono due, il primo si intitola The Last Climb, devastante crescendo emotivo, con l’ingresso del violino che fa staffetta nel finale con la chitarra di Josh, uno dei momenti più importanti della loro carriera in quello stile da me descritto poco sopra, ossia di Pinkfloydiana memoria. Le atmosfere iniziali con il cinguettio di un uccello sopra arpeggi di chitarra e tastiere fanno venire i brividi. La seconda è la conclusiva The Night Sky, altro loro classico sempre presente in tutti i concerti e qui l’assolo di chitarra finale è ancora più devastante, mentre l’album si chiude come si è aperto, ossia con il sottofondo del vento. Questo a sua volta apre il disco successivo, ancora una volta di notevole valore dal titolo THE SPITIT OF AUTUMN PAST. 




DISCOGRAFIA IN STUDIO:

 

FOR ALL WE SHARED (1999 – Cyclops)

THE SPIRIT OF AUTUMN PAST (1999 – Cyclops)

THE LAST BRIGHT LIGHT (2001 – yclops)

MUSIC INSPIRED BY THE LORD OF THE RINGS (2001 - Legends Records)

PASSENGERS (2003 - Classic Rock Legends)

STORMS OVER STILL WATER (2005 - Autumn Records Ltd)

HEART FULL OF SKY (2006 - Mostly Autumn Records)

GLASS SHADOWS (2008 - Mostly Autumn Records)

GO WELL DIAMOND HEART (2010 - Mostly Autumn Records)

THE GHOST MOON ORCHESTRA (2012 - Mostly Autumn Records)

DRESSED IN VOICES (2014 - Mostly Autumn Records)

SIGHT OF DAY (2017 - Mostly Autumn Records)

WHITE RAINBOW (2018 - Mostly Autumn Records)




sabato 17 luglio 2021

Amedeo Giuliani

AMEDEO GIULIANI – Il Viaggio Di Chinook
Music Force – Egea Music
Genere: Cantautore
Supporto: cd – 2021




E’ sempre un piacere nel 2021 ascoltare un cantautore. Dopo aver passato anni di crisi profonda il genere sembra in questi ultimi periodi scrollarsi di dosso quella polvere gettata dai cambiamenti musicali dettati dai tempi moderni. Il cantautore spesso è impegnato, ha qualcosa che vuole esternare e condividere, relegando il concetto voluto in diverse formule che possono variare dalla poesia (vedi De Andrè e moti altri) al linguaggio popolare duro e diretto come spesso sanno fare i più Rocker (vedi Ivan Graziani). Quante perle negli anni abbiamo ascoltato e soprattutto cantato con loro.
Questa musica fa pensare, al di la di ogni pretesto. E’ coraggiosa perché mette alla luce l’anima di un artista che non esita a darsi in pasto al pubblico, tanto grande è la voglia di dire ciò che si pensa che sovrasta la timidezza. Nulla ferma colui che crede in ciò che dice e che “è”, perché l’”essere” è più forte dell’illusorio “apparire”.
Amedeo Giuliani è di Pescara, il suo curriculum è davvero invidiabile, nel 2000 vince il Festival Musica La Vita Live e nel 2009 porta a casa il premio nazionale La Canzone Del Sole nella categoria “Premio migliore musica” con un certo Mogol alla giuria. Dunque è chiaro che siamo al cospetto di un musicista che non soltanto dedica anima  e corpo alla causa, bensì dalle grandi qualità compositive. Certamente nascono da un attento ascolto rivolto al passato, a quei cantautori che già ho accennato, ma evidentemente la personalità qui gioca un ruolo importante.
Nel 2008 esordisce con l’album “Il Fantasma Del Buio” (Wide Production/Music Force), nel 2010 è la volta del concept “Monadi” (Wide Production) e oggi a dodici anni di distanza ritorna con “Il Viaggio Di Chinook”.
Il disco è accompagnato da un libretto esaustivo per testi e spiegazioni oltre che di immancabili foto che ritraggono l’artista con la sua chitarra. Dieci le canzoni contenute, suonate assieme a Adriano Guarino (chitarre, basso, batteria, tastiere), Fabio Petrella (organo in “La Gabbia Di Vetro”), Alessandra De Luca (pianoforte in “Vorrei Essere Il Mare”), Francesco Marranzino (contrabbasso in “Luna Cubana”), Cinzia Carla’ (voce in “Non Aver Paura”), Francesco Mazzeo (percussioni in “Mela Acerba”) e Fernando Giuliani (voce in “Non Aver Paura”).
Ma chi è questo Chinook che intraprende il viaggio (e che viaggio!)? E’ il pesce salmone, la sua è una odissea titanica, sin da giovane parte dal fiume per poi raggiungere le acque del Mare Del Nord. Dopo una esistenza in queste gelide acque ritorna a ritroso nel fiume, faticando controcorrente per raggiungere i luoghi natii. Qui Giuliani ne trae una metafora di vita per l’essere umano il quale come un salmone lotta contro vicissitudini, travagli e disavventure varie. Il Chinook si sposa alla perfezione alla causa.
Venendo alla musica  “Gabbia Di Vetro” è in qualche modo legata al cantautorato classico a cavallo fra gli anni ’70 ed ’80, mentre il testo ci ragguaglia sul fatto che  “C’è sempre un biglietto pagato e una valigia pronta alla porta, una stazione  e un treno che ti aspetta per portarti via”. Quello che tengo a sottolineare di questo brano molto orecchiabile è l’assolo di chitarra nel finale, finalmente qualcuno che impreziosisce sa valorizzare, usanza nel cantautorato purtroppo sempre meno adoperata. La dolcezza de “Il Casellante” è una ballata nostalgica avvolta in vecchi ricordi. Il ritmo sale con “Figlio Di Un’Idea” , qui tutta la crème de la crème riguardo il cantautorato impegnato degli anni ’70, ed un pizzico di Folk che rende tutto canticchiabile in perfetto stile Stefano Rosso. Gli arpeggi di chitarra aprono “Neve”, tassello ancora da cantare con Giuliani. Basta tanto poco per emozionare, ma attenzione all’interno convivono notevoli accenni storici a testimonianza che l’autore ha vissuto la materia in prima persona, più che studiata. “Luna Cubana” è un'altra ballata che mette in mostra le capacità tecniche nei dolci arpeggi, il calore delle note avvolge. “Artista Di Strada” alza la voce, l’argomento è molto sentito e così la musica perfettamente si adegua alla situazione. L’artista di strada è colui che suona ciò che gli pare, un anticonformista, trapela nel brano per certi versi un poco d’invidia ma ancora una volta è l’assolo di chitarra elettrica a centrare il bersaglio.
“Mela Acerba” volge lo sguardo nel mondo di Angelo Branduardi, mentre “Codice A Barre” fa capolino nel Rock, “siamo un avatar digitale” e a seguire un breve assolo di matrice Pinkfloydiana. Il mare di Pescara è in apertura di “Non Aver Paura”, coccola sonora per tranquillizzare, a chiudere “Vorrei Vedere Il Mare”, l’anima del cantautore è nuda e Amedeo Giuliani non ha paura di lasciarsi guardare.
Viva la musica italiana, viva la musica che ti fa cantare, ma soprattutto pensare. Bellissimo raffinato disco, dategli una chance. MS




 

sabato 10 luglio 2021

Metamorphosis

METAMORPHOSIS – I’m Not A Hero
Progressive Promotion Records
Distribuzione: G.T. Music
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2021




La Svizzera ha una bellissima tradizione di ottime band dedite al Rock Progressivo, la lista sarebbe molto lunga però mi soffermerei semplicemente al Neo Prog, quello più vicino ai nostri tempi, qui esistono ottimi esecutori a partire dai “marillioniani” Deyss ai Clepsydra, Cosmos e Shakary per fare alcuni nomi.
Il connubio Rock sinfonico e psichedelico porta ad alti risultati, quando i Genesis si sposano con i Pink Floyd le emozioni sono davvero importanti. Bisogna ascoltare con attenzione per poter entrare in questo mondo sonoro dalle mille sfaccettature, come amo spesso dire qui siamo in presenza di musica da ascoltare e non da sentire.  I tempi comunque cambiano, così le influenze e gli innesti  che si danno staffetta di momento in momento, la tecnologia avanza ed i suoni si migliorano, la cura per certi particolari è scrupolosa, raramente lasciata al caso o alla superficialità. C’è anche un fattore molto importante, fra il Neo Prog e il Prog odierno c’è un passaggio che ha lasciato un segno indelebile, quello dei Porcupine Tree di Steven Wislon. Fanno da spartiacque fra coloro che restano avvinghiati al passato e quelli che amano sentire nuove sonorità, pur sempre rimanendo nei paraggi del genere. Nella musica della band Svizzera dunque ci sono frangenti psichedelici ma trattati con i guanti, non lasciati abbandonati a se stessi nell’improvvisazione, piuttosto invece riguardosi della formula canzone.
I Metamorphosis con “I’m Not A Hero” giungono al sesto album in studio, e sembrano già molto lontani i tempi del buon debutto intitolato “After All These Years” nel 2002. Oggi il gruppo è un trio composto da  Jean-Pierre Schenk (voce, tastiere), Olivier Guenat  (chitarre, basso) e Alain Widmer (batteria). “I’m Not A Hero” è formato da nove canzoni per una durata totale di cinquantasei minuti.
“Dark World” inizia fra interventi di elettronica e classica cavalcata chitarristica, voci filtrate, insomma quello che la band di Wilson ha spesso elargito negli anni. E la componente Prog? Tranquilli, il Mellotron appare improvvisamente e ci prende a schiaffi, soprattutto nel sopraggiungere della ritmica e della chitarra elettrica. Magniloquenza.
Congiunta arriva la title track “I’m Not A Hero”, il suono si erge nuovamente, sembra che il trio mostri i muscoli nel tentativo di dire si, siamo in tre ma sentite che cosa facciamo. E a proposito di Porcupine Tree, ecco che anche le argomentazioni si sposano alla causa, il titolo “Little Stars Desintegrate” se non dice tutto, dice molto. Il cantato richiama la cadenza “Pinkfloydiana” mentre le chitarre si induriscono sino ad arrivare al confine del Metal Progressive.
Vetrina per la chitarra elettrica ed il basso è “When Life Starts Again”, strumentale spazioso ed etereo proveniente dal passato ma suonato con le caratteristiche dei nostri tempi. Uno dei momenti più belli dell’intero album. “More Is Less” scivola nel cuore di chi è portato ad ascoltare questo genere sonoro. “I Will Leave Tonight” è il motivo più sinfonico ed anche il mio preferito, qui molta storia passata arricchita di personalità sfoggiata con sicurezza e naturalezza. Passaggio nel Neo Prog con “Leftovers”, mi ritornano in mente i Chandelier  e lo dico solo per chi li conosce. Sale il ritmo in “So Now What”, canzone destabilizzante (amo questo atteggiamento) che inizia con un ritmo da discoteca per poi sbattere nel muro delle chitarre distorte. Il tutto poi converge nel Pop, semplice musica da cantare, un vero divertimento per le orecchie. A chiudere “So Hard's The Road”  con un atteggiamento fra lo psichedelico ed il romantico.
Chi lo ha detto che per volare servono le ali? Qualche volta basta chiudere gli occhi ed alzare il volume, magari perché no, ascoltando un disco dei Metamorphosis. MS




domenica 4 luglio 2021

Presentazione libro NEO PROG

 PRESENTAZIONE LIBRO NEO PROG




ANTEPRIMA NAZIONALE:

Venerdì 9 luglio alle ore 18.00 presso la libreria PANDORA di Orazio Dell’Uomo a Fabriano (AN) in Via Giuseppe Verdi, 3, avverrà la presentazione del libro NEO PROG Storia e Discografia (Arcana Edizioni) relazionata dall’autore fabrianese Salari Massimo.
La presentazione sarà aperta dall’introduzione di Fabio Bianchi (Fabriano Pro Musica, Orchestra Concordia).
Il libro parla di un genere musicale mai trattato in editoria, il Neo Prog, un approfondimento da parte di Salari attraverso la storia e la discografia delle band più importanti. Inoltre al suo interno una carrellata mondiale divisa per nazioni delle band di maggiore successo, analizzandole brevemente a loro volta nella storia e nella discografia. La presentazione sarà completata da brevi esempi sonori per approfondire ulteriormente i concetti relazionati.
Se siete amanti di band come Pink Floyd, Genesis, Camel, King Crimson, Yes etc. è una occasione immancabile ed un opera tutta da scoprire.
NEO PROG è il terzo lavoro editoriale del critico musicale fabrianese, il primo si intitola ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 – 2013 (Arcana) con il quale consegue il premio “Macchina Da Scrivere 2018” alla voce Migliore Enciclopedia Dell’Anno. Il secondo si intitola METAL POGRESSIVE ITALIANO (Arcana), anche con questa opera enciclopedica vince il premio “Macchina Da Scrivere nell’anno 2019.


venerdì 2 luglio 2021

Stratovarius, il Power di classe

 STRATOVARIUS

Di Massimo Salari




 

Si fondano ad Helsinki nel 1984 con il nome iniziale Black Water grazie al batterista e cantante Tuomo Lassila, il chitarrista Staffan Stråhlman e il bassista John Vihervä. Agli esordi risultano essere ancora lontani i riferimenti power metal, la band è piuttosto vicina al sound dei Black Sabbath e in particolare  a quello di Ozzy Osbourne. Diversi i cambi di line up, sino all’arrivo importante di Timo Tolkki, chitarrista e cantante influenzato dallo stile musicale di Ritchie Blackmore. Nel 1987 la band registra il suo primo demo, contenente le tracce Future Shock, Fright Night e Night ScreamerCon l’album FRIGHT NIGHT, i Stratovarius si fanno conoscere dal grande pubblico e proprio grazie a questo partono per un importante tour mondiale. Subiscono negli anni molti cambi di formazione e conoscono una crisi momentanea  nel 2008, Tolkki se ne va e lascia la chitarra a  Matias Kupiainen. I loro dischi sono sempre presi come punto di riferimento per il genere. La formazione storica è composta da Timo Tolkki (chitarra), Timo Kotipelto  (voce), Jens Johansson (tastiere), Jari Kainulainen (basso) e Jörg Michael (batteria). Timo Tolkki è anche l'autore della maggior parte delle musiche e dei testi.

 
 
DISCOGRAFIA IN STUDIO
 
FRIGHT NIGHT (1989 – CBS)
II (1992 - Bluelight Records)
TWILIGHT TIME (1992 - Shark Records)
DREAMSPACE (1994 - T&T Records)
FOURTH DIMENSION (1995 - T&T Records)
EPISODE (1996 - T&T Records)
VISIONS (1997 - T&T Records)
DESTINY (1998 - T&T Records)
INFINITE (2000 - Nuclear Blast)
ELEMENTS PT.1 (2003 - Nuclear Blast)
ELEMENTS PT.2 (2003 - Nuclear Blast)
STRATOVARIUS (2005 - Sanctuary Records)
POLARIS (2009 – earMUSIC)
ELYSIUM  (2011 – earMUSIC)
NEMESIS (2013 – earMUSIC)
ETERNAL (2015 – earMUSIC
)






 

STRATOVARIUS - Visions
T&T
Genere: Power Metal
Supporto: cd - 1997


 


 
Il genere Power Metal ricordo negli anni ’80 dicevano sia i critici musicali che i media tv, avrebbe dovuto avere vita breve. Ed invece mai previsioni furono così sbagliate, anche oggi nel 2020 ci sono proseliti e band nobili. Negli anni ’90 altro boom, con formazioni della Finlandia in prima linea, il genere soprattutto si arricchisce di classicismi e di invidiabile tecnica strumentale, basti pensare alla carriera di J.Y. Malmsteen, soprannominato il Paganini della chitarra elettrica.
I Stratovarius hanno una carriera invidiabile al riguardo, anche se negli anni al proprio interno non sono mancati importanti screzi personali, soprattutto fra il chitarrista Timo Tolkki ed il cantante Timo Kotipelto. Il carattere particolare del chitarrista ed il suo esaurimento nervoso non ha di certo giovato al quieto vivere della band, tuttavia ha portato ad una sana competizione interna e disco dopo disco la qualità accresce, sino raggiungere vette molto elevate con questo "Visions" nel 1997.
Almeno tre i classici contenuti in questo album concept che narra la vita di Nostradamus, The Kiss Of Judas, Black Diamond, e Paradise.
"Visions", sesto album della carriera dei Stratovarius,  raggiunge il quinto posto delle classifiche finlandesi, mentre in Italia si piazza al numero ventisei, per un disco prettamente metal è un risultato, specie da noi in Italia, ragguardevole. In Finlandia riesce a raggiungere le 20.000 copie vendute, assegnandosi il disco d’oro.
The Kiss Of Judas ci spara addosso tanta carica Power, in riff granitici ma eleganti, così la voce convince per estensione e modulazione. Il ritornello è quantomeno contagioso in quelle coralità portate al successo da band analoghe come gli Europe di The Final Countdown. Le tastiere a modo di Mellotron esibiscono epicità.
Black Diamond è aperto da un movimento barocco delle tastiere per poi lanciarsi un una sorta di Speed Metal song. Importanti i brevi e fulminanti assolo di chitarra che si passa la staffetta con le tastiere, la formula in questo genere è testata e funziona.
Una menzione a parte per la lenta Before The Winter, elegante nella struttura e ben interpretata.
Un disco godibile per la sua interezza, mai un momento di calo emotivo. MS







sabato 26 giugno 2021

Time Haven Club

TIME HAVEN CLUB – Gathered At Dusk
M.P. & Records
Distribuzione: G.T. MUSIC
Genere: Neo Prog
Supporto: cd – 2021





Non finirò mai di stupirmi sulla quantità di band italiane che suonano Rock Progressivo di buona fattura. Questo poi accade in un momento in cui tanti critici o semplici affezionati all’ascolto si lamentano del decadimento della musica o addirittura si auto confinano negli anni ’70 pensando che il mondo sia terminato li. No, il Prog è sempre andato avanti, evolvendo con i tempi e gli avvenimenti, questo possa piacere o meno ai fans di vecchia data. Non è vero che la qualità è decaduta, diciamo che negli anni ’70 la lavagna era ancora molto da scrivere, decisamente più pulita, oggi resta difficile inventarsi un qualcosa di nuovo per stupire ulteriormente.
Ma se andiamo ad analizzare, c’è necessariamente sempre il bisogno di eccellere o a volte basta realizzare semplicemente buona musica? La società di oggi ci insegna che basta poco per stare bene, è un mordi e fuggi che tuttavia non si addice al Progressive Rock che invece per antonomasia necessita di attenti ascolti. Potrei portare migliaia di esempi di Prog orecchiabile e non sperimentale, quello che alla fine ti fa canticchiare anche quando il brano è finito, in parole povere grazie a Dio nella musica c’è veramente di tutto e per tutti, dal complesso al semplice. Il Prog si è adeguato anche a questo.
Time Haven Club è un posto magico, dove fermarsi a riflettere è d’obbligo, questo è il significato del nome attribuitogli dalla band estrapolandolo da un racconto fantasy mai completato da Enzo “Jester” Somma  e Marcello Romeo. Qui il tempo è rappresentato da un vecchio con un grande cappello in testa. Il gruppo, si forma nel 2015 dalle ceneri della band Golconda (anche se negli anni ’90 vede già fare i primi passi) ed oggi è composto da Enzo Somma (chitarra, voce), Marcello Romeo (basso), Salvo Savatteri (chitarra), Gino Asero (tastiere) e Concetto Santonocito (batteria). Con loro le voci femminili nel disco sono di Valeria Ronsisvalle e Chiara Monaco. La band catanese compone negli anni materiale proprio, ma è solo nel 2017 che debutta con l’ep “Despite All This Darkness”, disco accolto molto bene sia dal pubblico che dalla critica. Nella propria musica i Time Haven Club mettono in pratica il sapere estrapolato dai gusti personali di ogni singolo componente, ecco l’imbatterci dunque in sonorità Pink Floyd oppure in quelle Genesis passando per Marillion, Mike Oldfield, Iron Maiden, Dream Theater e musica classica.
I testi trattati in “Gathered At Dusk” sono cantati in lingua inglese e parlano di battaglie introspettive contro i propri demoni, per raggiungere nel finale una rinascita dettata dalla nuova consapevolezza, tutto ciò suddiviso in otto tracce di medio e lunga durata come il Progressive Rock richiede.
I più arguti di voi e seguaci di questo genere già avranno dedotto viste le influenze musicali che variano dal Prog allo psichedelia e all’Hard Rock, alcune affinità con gruppi Neo Prog importanti come Pendragon ed Arena, in effetti all’ascolto le somiglianze che affiorano sono numerose. Veniamo dunque ai brani, il disco si apre con “Black Dot”,  il basso apre le porte dell’ascolto accompagnandoci dentro il muro sonoro dimostrante una band coesa e perfettamente oliata in ogni reparto. La voce di Enzo “Jester” Somma è romanziera degli eventi, duttile e malleabile a seconda delle esigenze del caso. In poco più di nove minuti si espongono tutte le caratteristiche sonore che il gruppo possiede e sono davvero molteplici. Ovviamente all’interno coesistono cambi di ritmo il tutto a favore della fluidità dell’ascolto. Le tastiere trascinano la band nel mondo Neo Prog a tutti gli effetti, in più personalmente gradisco molto l’assolo di chitarra e lo dico perché oggi sempre di più questo aspetto viene tralasciato da molti musicisti ed è un vero peccato perché qualifica il pezzo, è la classica ciliegina sulla torta per far si che ci sia un elemento in più da ricordare a fine ascolto.
“Dance Of Krample” ha un alone che si sposta sopra gli anni ’80 quando il Prog con insistenza e parsimonia tenta la strada della resurrezione. Ritmo sostenuto e come si dice in gergo calcistico “palla lunga e pedalare”. La prima mini suite di dodici minuti si intitola “Despite All This Darkness” proprio tratta dal loro ep, una gemma sonora che spazia in ogni lato della musica ed è impreziosita da un assolo di chitarra in pieno stile Pink Floyd.
Un tappeto di tastiere introduce “Untold Memories”, un mid tempo più scuro di quanto ascoltato sino ad ora, anche se nell’assolo di chitarra e successivamente in quello dei tasti d’avorio si può godere di squarci di sole.
Vengo ora al brano che ho apprezzato maggiormente, “Seas Of Prayer”, qui davvero in quasi sette minuti è racchiusa l’intera anima della band. La cadenza massiccia del sound in una sorta di caracollare motorio porta l’ascolto in ambienti Hard e psichedelici oltre che Neo Prog (chi ha detto Pendragon?).
Un piano apre “Almost Me”, canzone di cinque minuti e quindi più breve dell’intero album. Qui si può godere della voce di Valeria Ronsisvalle e di Chiara Monaco. All’ascolto mi ritornano in mente alcune ballate dei Queensryche e scusate se dico poco. Il ritmo ritorna a salire con “The White Page”, altro abito che cade a pennello in stile Time Haven Club mentre il disco si conclude con la seconda mini suite intitolata ”Gathered At Dusk”, altra vetrina per le doti tecniche della band, queste  però ci tengo a sottolinearlo, sono al servizio della melodia e non viceversa.
Questa volta voglio chiudere la recensione con le parole della band scritte all’interno del disco, esse sono migliori di quanto io possa dire:
 
La musica per noi è un traguardo lontano.
Le nostre teste pulsano doloranti fino a quando
Dal caos arriva la creazione,
pur sapendo che tutto andrà perduto.
Ma i fardelli diventano lievi.
Le chitarre sono asce, i tamburi
Sono cuori che pompano sangue,
i tasti d’avorio, fieri alfieri del libero arbitrio,
le voci, gole che urlano “Sono vivo”.
Restateci accanto, affinché questo non sia una “Vigilia della fine”,
vi ripagheremo, il tempo sarà clemente.
Esiliati, nel rifugio del tempo,
ritorneremo e ci incontreremo al crepuscolo. Ancora una volta”
 
E’ proprio così. Complimenti per l’esordio ufficiale ed ora resto in attesa di nuovi passi che sono sicuro porteranno in altri sentieri. Potere della musica dei Time Haven Club. MS
 





Il disco si può acquistare su G.T.MUSIC Distribution: https://www.gtmusic.it/it/compact-disc/4289-time-haven-club-gathered-at-dusk-cd-8001902100944.html

Nicola Alesini - Saro Cosentino

 

NICOLA ALESINI / SARO COSENTINO  – Cities
M.P. & Records
Distribuzione: G.T. MUSIC
Genere: Electronic, Jazz
Supporto: cd – 2021




Le caratteristiche che contraddistinguono la musica italiana sono ben note a tutti, la melodia che nasce dalla musica napoletana si districa nel tempo in una vera e propria carta d’identità che tutto il mondo ci invidia, sintetizzabile nei termini “mamma, sole, cuore, amore” come molto spesso amano etichettarci dall’estero. In realtà il nostro parterre artistico è ben più esteso, noi italiani siamo molto attenti alla creazione e quindi all’arte pura dettata anche dall’improvvisazione, arma che solo i grandi musicisti sanno mettere bene in pratica. Ma anche l’ascoltatore è predisposto ad accettare nuove sonorità o idee, basti solamente pensare che negli anni ’70 i successi di band sperimentali inglesi quale i Genesis o i Gentle Giant vengono raggiunti grazie all’acquisto dei dischi di noi italiani. Siamo sempre all’avanguardia nel saper accettare le novità e dimostriamo di saperle apprezzare e comprenderle.
La sperimentazione se poi è concatenata alla nostra mediterraneità porta a risultati che esulano dal linguaggio musicale comune. Credo che questo preambolo possa benissimo adattarsi a Nicola Alesini, sanremese amante dei strumenti a fiato, ricercatore di nuove sonorità ed amante del Jazz. La creatività negli anni si palesa in dischi come “Mediterranea” del 1988 realizzato in collaborazione con Andrea Alberti e Gianluca Taddei ed in altre forme artistiche come la danza, il teatro e la poesia.
Ma veniamo all’altro grande artista che contribuisce in ugual maniera alla creazione di “Cities”, ossia Saro Cosentino. Il polistrumentista nasce a Roma ma si trasferisce a Milano negli anni ’70 per suonare musica acustica della tradizione popolare nord-americana e Blues. Nel 1979 crea l’ensemble Saro Cosentino Entertainment Blues Band di cui fanno parte anche Fabio Treves e Maurizio Angeletti. Da qui anche per lui vale il discorso della passione sperimentale, tanto da portarlo a collaborare con il mai troppo compianto Franco Battiato. Ma i nomi degli artisti con cui ha lavorato sono davvero molteplici, Morgan, Milva, Alice, Mino Di Martino, Ivano Fossati, Peter Gabriel, Peter Hammill Tony Levin, Gavin Harrison e molti altri ancora. E poi dischi solisti e colonne sonore tanto per sottolineare la caratura del musicista quale è.
Per la realizzazione di “Cities” si avvalgono della collaborazione di Massimiliano Di Loreto, altro grande polistrumentista e batterista mentre la realizzazione è in mano a Vannuccio Zanella per M.P. & Records.
Più che tracce che compongono l’opera opterei per sensazioni, in quanto esse scaturiscono dalla visione di determinate città, vissute e visitate, ad ogni brano corrisponde dunque un luogo per un totale di sette frangenti sonori. Ed il disco inizia con “Genova (Per Carlo)” fra l’odore salmastro dei vicoli stretti che raccolgono un mix formato da fragranza di cucine, panni stesi e mare. Facile recepire questo stato di appartenenza, una quiete magica suggerita dai strumenti musicali trattati con delicatezza ed amore, quasi sfiorati per non urtare il quadro emotivo. Il sax è voce, le parole non servono, mentre il basso fa da spina dorsale supportando come un genitore pieno di esperienza il proprio figlio.
“Istanbul” ha un andamento simile ma leggermente orientaleggiante, leggiadro e quasi impalpabile.
“Lisbon” si affaccia sul mare, anche in questo caso le atmosfere di quiete vengono filtrate attraverso il sax di Alesini riportando alla mente i colori e la mediterraneità che ci accomuna. Viene naturale all’ascolto di socchiudere gli occhi.  Ma veniamo in Italia e più precisamente andiamo a  “Palermo” dove la musica acquisisce connotati che fanno tornare alla memoria antiche sigle di documentari o sceneggiati anni ’70. Ed ecco subentrare anche  la ritmica, lieve, educata, coadiuvata da altre percussioni il tutto ad impreziosire le atmosfere narrate. “Praga” ha un bellissimo andamento tracciato dalle linee di basso protagonista sino all’innesto del giro armonico delle chitarre, al solo di sax e della batteria sempre gentile e riguardosa dell’andamento proposto. Uno dei momenti più alti di “Cities” almeno per il gusto personale di chi vi scrive.
La capitale “Roma” è suonata come fosse vista di notte, quando le luci ed i colori prendono il sopravvento e la conclusiva “Venezia” fa l’occhiolino fra le calle. 

Una citazione di merito a OndemediE che si occupa dell'artwork, in esso foto suggestive impreziosite da citazioni poetiche come ad esempio quella di Italo Calvino tratto da Isidora: "All' uomo che cavalca lungamente per terreni selvatici viene desiderio di una città".
Musica per staccare la spina dopo una settimana stressante, musica semplicemente per stare bene, da ascoltare, non da sentire. E reset sia. MS





Il disco si può acquistare su G.T.MUSIC Distribution: 

https://www.gtmusic.it/it/compact-disc/4307-nicola-alesini-saro-cosentino-cities-cd-8001902100951.html

 

venerdì 25 giugno 2021

Landberk

 LANBERK - il freddo del nord che riscalda

(Di Massimo Salari)


CHI SONO I LANDBERK

 


Si formano nel 1992 con Patric Helje (voce), Reine Fiske (chitarra), Stefan Dimle (basso), Simon Nordberg (tastiere) e Jonas Lidholm (batteria). Sono dediti ad un rock progressivo dal suono essenziale, quasi magnetico. Gli strumenti vengono appena sfiorati e raramente aggrediti. Mancano dunque lunghe suite nei loro dischi, mancano i cambi di tempo, ma in controparte hanno un carisma al di fuori della norma. C’è tristezza, religiosità, delicatezza nei brani, sin dall’iniziale cd d’esordio RIKTIGT ÄKTA (1992 Landberk/ 1995Record Heaven). Il cantato in lingua madre non rende il disco molto fruibile, ma la musica ossessiva e delicata riesce ugualmente a cogliere l’animo di chi ascolta. Nello stesso anno i Landberk registrano nuovamente il disco con il canto in inglese ed il titolo è LONELY LAND  (1992 - The Laser Edge) logicamente per tentare di accalappiare l’attenzione di un pubblico più vasto. Le potenzialità a loro disposizione fuoriescono nel 1994, nel capolavoro ONE MAN TELL’S ANOTHER  (1994 - Megarock Records) eletto dalla critica disco Prog dell’anno. In esso c’è magia, una magia che sfiora ed ammalia, anche i King Crimson hanno la loro influenza, come in Time e Kontiki. La band parte per diverse date live e toccano anche il nostro suolo. La testimonianza sonora dell’evento è intitolata UNAFFECTED (1995 - Melodie & Dissonanze). Le canzoni sono registrate alcune all’Usignolo Di Castelnuovo Del Garda ed altre il giorno dopo in Germania. Bella la cover iniziale dei Van Der Graaf Generator Afterwards. I Landberk si congedano dalle scene con un disco di una bellezza cristallina dal titolo INDIAN SUMMER (1996 - Record Heaven), proprio per questo che il rammarico per la scissione è ancora più doloroso. Nel 1998 Stefan Dimle e Reine Fiske si fondono con Nicklas Berg e Peter Nordis degli Anekdoten per dar luce ad un breve progetto dal titolo Morte Macabre, Il risultato è il buon SYMPHONIC HOLOCAUST, lavoro dalle ovvie tonalità oscure ma carente dell’energia madre che caratterizzano le due band.

 

 

DISCOGRAFIA IN STUDIO

 

 

RIKTIGT ÄKTA (1992 Landberk/ 1995Record Heaven)

LONELY LAND (1992 - The Laser's Edge)

ONE MAN TELL'S ANOTHER (1994 - Megarock Records)

INDIAN SUMMER (1996 - Record Heaven Music)





LANDBERK – Indian Summer 
Record Heaven

Genere: Progressive Rock
Supporto: cd - 1996




 

Ci sono dischi che vorremmo non finissero mai. Musica rassicurante, che coccola l’anima, quella che fa stare bene, quasi come trovarsi nel grembo materno, nuotare nel liquido amniotico, i svedesi Landberk con questa ultima loro fatica in studio lo testimoniano anche nella copertina rappresentante un corpo di una donna in dolce attesa.
In questo caso si rientra in un genere che potremmo definire sia progressive rock che post rock, la musica dei Landberk sfiora i King Crimson e gode di personalità importante. Gli strumenti vengono spesso accarezzati, quasi sfiorati , come se si volesse chiedere scusa del disturbo. La voce è sognante, così come le esibizioni live che elargiscono nel tempo rappresentazioni spirituali con tanto di candele accese. La band fa parte del filone della rinascita del progressive rock anni ’90 in compagnia dei connazionali The Flower Kings, Anekdoten, Anglagard e Sinkadus. Non sono autori di molti dischi, solo cinque in studio ma tutti di elevata fattura tecnica ed emotiva. INDIAN SUMMER è il loro ultimo disco come ho avuto modo di dire, e lascia ancor più l’amaro in bocca in quanto rappresentante del crescendo qualitativo del gruppo, chissà cosa avrebbero potuto produrre visto il miglioramento artistico in divenire.
In questo album non esistono momenti di calo, tutte le canzoni prendono l’ascoltatore dal primo all’ultimo istante, ad iniziare da Humanize. La chitarra sfiorata di Reine Fiske (Morte Macabre, Paatos, Motorpsycho, Elephant9 e Träd, Gräs & Stenar.) inizia il brano che si apre in un giro ritmico molto blando ed un Mellotron che riporta l’ascoltatore indietro negli anni ’70. Le melodie sono semplici, dirette traghettate dalla bella e sentita voce di  Patric Helje. Musica per alcuni versi ipnotica nell’incedere. La sensazione di fluttuare nel liquido che ci circonda è amplificata dal brano ancora più lento All Around Me. Una sensazione che travalica nell’onirico, sopraggiunge una quiete appagante anche se non mancano frangenti più nervosi dettati proprio dall’influenza dei King Crimson, compresa nella voce filtrata.
Un momento più rock, ma anche quello più breve con i tre minuti e poco più, lo si ascolta in 1st Of May, frazione stranamente più solare rispetto all’andamento del disco, il tutto comunque sempre in maniera pacata ed elegante. Uno dei capolavori si intitola I Wish I Had A Boat, momento quasi in punta di piedi, un giro di basso ancora ipnotico accompagna l’ascolto in un percorso dove si può incontrare un sussurrato Mellotron, una ritmica minimale e una chitarra cortese. La voce inutile sottolinearlo è la protagonista per patos. Il ritmo torna a salire con Dustgod, vero e proprio potenziale singolo di INDIAN SUMMER con un ritornello a dir poco orecchiabile. Dreamdance è ancora più ritmata, insistente ma anche soave, essa accompagna all’ascolto di un altro capolavoro dell’album, Why Do I Still Sleep. La mente viene rapita fra echi e voci femminili a supporto della lirica mentre la chitarra  si limita a fare da guida. Ecco uno di quei momenti che vorresti non finissero mai.
INDIAN SUMMER si chiude con la title track, uno dei brani più lenti che io abbia ascoltato in vita mia, a questi livelli neppure i Radiohead. Una minimal-song assoluta, dove spazio e tempo sembrano immersi nel liquido amniotico dell’inizio della vita. Chitarra arpeggiata, quasi sfiorata e voce in fievole sussurro lamentoso. Tutto intorno a noi sparisce. Quando la musica è arte.