I Miei Libri

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venerdì 3 luglio 2026

Campo Di Marte

CAMPO DI MARTE – Campo Di Marte
United Artists /Mellow Records / AMS Records
Genere: Rock Progressivo
Supporto: LP / CD / Digital – 1973




Quello dei Campo di Marte è uno dei più affascinanti e clamorosi "one-shot" (un solo album e poi lo scioglimento) della gloriosa stagione del Progressive Rock italiano degli anni '70. Pubblicato nel 1973 dalla United Artists, l'album omonimo è un mezzo capolavoro concettuale interamente ideato, scritto e arrangiato dal chitarrista Enrico Rosa.
È un disco figlio di un paradosso e di un pasticcio discografico, ma dotato di una forza espressiva straordinaria. Curiosamente, la casa discografica dell'epoca stravolse completamente l'ordine dei brani sulla prima stampa in vinile rispetto a come la band lo eseguiva dal vivo e lo aveva concepito.
Il nome della band e dell'album non è solo un omaggio al noto quartiere di Firenze, ma evoca direttamente Marte, il dio della guerra. I testi sono molto scarni, quasi ermetici e l'intero concept dell'album sono una durissima critica alla follia della guerra e alla violenza militare.
L'artwork di copertina è iconico e spiega visivamente il messaggio, un antico disegno raffigura dei mercenari turchi nell'atto di ferirsi da soli con delle lame per dimostrare al proprio comandante il loro coraggio e la resistenza al dolore, tutto al solo scopo di ottenere una paga più alta. Un'analogia potente di come l'umanità si autodistrugga per scopi futili o per assecondare i potenti.
I testi appaiono come flash poetici, immagini frammentate e dolorose che ricordano la poesia di Giuseppe Ungaretti, in particolare “San Martino del Carso”. Il contrasto tra la bellezza della natura e l'orrore del conflitto è il perno lirico dell'opera:
"Ricordo quel prato... coperto di fiori. Correvo felice... alla luce del sole chissà. Rivedo quel luogo... migliaia di croci.".
La distruzione si contrappone al desiderio di pace, alla riflessione interiore e infine a una sorta di catarsi.
Tra sinfonismo, Hard Rock e fiati, musicalmente i Campo di Marte si distinguevano dalla massa dei gruppi Prog coevi per una cura strumentale eccellente e un bilanciamento perfetto tra momenti Hard Rock aggressivi e aperture pastorali e sinfoniche.
La formazione vantava una particolarità notevole, la doppia batteria (Mauro Sarti e Carlo Felice Marcovecchio) che dava una spinta ritmica e un dinamismo pazzeschi, permettendo inoltre a Sarti di staccarsi liberamente per suonare il flauto. Un altro elemento unico era la presenza del polistrumentista Alfredo Barducci, che oltre alle tastiere suonava il corno francese, donando al disco un respiro epico e orchestrale rarissimo nel Rock dell'epoca.
I brani non hanno titoli classici ma sono suddivisi in "Tempi" (o movimenti), proprio come una composizione di musica classica.
Il “Primo Tempo” si apre con un riff di chitarra elettrica ruvido e Blues Rock, dominato dall'organo Hammond. Quando entra la voce, l'atmosfera si fa cupa e intimista, per poi aprirsi in un meraviglioso intermezzo di flauto traverso che smorza la tensione Rock.
Il “Secondo Tempo” è un gioiello acustico e bucolico. Qui la chitarra classica di Enrico Rosa e il flauto di Barducci dialogano in modo sublime, creando atmosfere che ricordano i primi Genesis di “Trespass”.
Il “Terzo Tempo” è considerato da molti il vertice del disco. Un brano schizofrenico e geniale in cui una chitarra elettrica quasi "acida" e distorta aggredisce l'ascoltatore, alternandosi a stacchi di pianoforte classico sbalorditivi. Rappresenta musicalmente il caos e l'orrore del conflitto.
Nel “Quinto Tempo” spuntano cori Folk quasi fiabeschi (un leggero "lalala" che spezza la tensione), mentre il “Sesto Tempo” è puro Prog sinfonico dove il corno francese fa la sua comparsa solenne, evocando un richiamo militare che si fonde con tappeti di Mellotron e improvvise fiammate Hard Rock.
Nonostante il valore immenso dell'opera, l'album soffrì di una promozione praticamente inesistente. La band si sciolse quasi contemporaneamente all'uscita del disco, frustrata dai tempi lunghi della burocrazia discografica e dalla mancanza di supporto.
Oggi, “Campo Di Marte” è considerato a tutti gli effetti un piccolo classico del Rock Progressivo Italiano (RPI), riscoperto e venerato dagli appassionati di tutto il mondo per la sua capacità di far convivere la delicatezza del flauto e l'impeto della chitarra elettrica sotto un unico, grande manifesto pacifista. Da rispolverare assolutamente per capire al meglio la nostra storia. MS 







Versione Inglese: 


CAMPO DI MARTE – Campo Di Marte
United Artists / Mellow Records / AMS Records
Genre: Progressive Rock
Format: LP / CD / Digital – 1973




Campo di Marte's self-titled release is one of the most fascinating and striking "one-shots" (a single album followed by disbandment) from the glorious era of 1970s Italian Progressive Rock. Released in 1973 by United Artists, this eponymous album is a conceptual near-masterpiece entirely conceived, written, and arranged by guitarist Enrico Rosa.
The record is the product of a paradox and a record-label blunder, yet it is endowed with extraordinary expressive power. Curiously, the record company at the time completely shuffled the tracklist on the first vinyl pressing, changing it entirely from how the band performed it live and originally conceived it.
The name of both the band and the album is not only a tribute to the well-known neighborhood in Florence, but also directly evokes Mars, the god of war. The lyrics are very sparse, almost hermetic, and the entire album concept stands as a harsh critique of the madness of war and military violence.
The cover artwork is iconic and visually conveys this message: an ancient drawing depicts Turkish mercenaries in the act of self-inflicting wounds with blades to prove their courage and pain tolerance to their commander, all for the sole purpose of receiving higher pay. It is a powerful analogy of how humanity destroys itself for futile reasons or to please those in power.
The lyrics appear as poetic flashes—fragmented and painful images reminiscent of Giuseppe Ungaretti's poetry, particularly “San Martino del Carso”. The contrast between the beauty of nature and the horror of conflict is the lyrical centerpiece of the work:
"I remember that meadow... covered in flowers. I ran happily... in the sunlight who knows. I see that place again... thousands of crosses."
Destruction is juxtaposed with the desire for peace, inner reflection, and ultimately, a sort of catharsis.
Blending symphonism, Hard Rock, and wind instruments, Campo di Marte stood out musically from the crowd of contemporary Prog groups due to their excellent instrumental craftsmanship and a perfect balance between aggressive Hard Rock moments and pastoral, symphonic openings.
The lineup boasted a remarkable feature: a dual-drum setup (Mauro Sarti and Carlo Felice Marcovecchio) that provided an insane rhythmic drive and dynamism, while also allowing Sarti to freely step away to play the flute. Another unique element was the presence of multi-instrumentalist Alfredo Barducci, who played the French horn in addition to keyboards, giving the album an epic and orchestral breath very rare in the rock music of that era.
The tracks do not have traditional titles but are divided into "Tempi" (or movements), just like a classical music composition.
“Primo Tempo” opens with a gritty, Blues Rock electric guitar riff, dominated by the Hammond organ. When the vocals enter, the atmosphere becomes dark and intimate, before opening up into a wonderful concert flute interlude that softens the Rock tension.
“Secondo Tempo” is an acoustic and bucolic gem. Here, Enrico Rosa’s classical guitar and Barducci’s flute engage in a sublime dialogue, creating atmospheres reminiscent of early Genesis from “Trespass”.
“Terzo Tempo” is considered by many to be the peak of the album. A schizophrenic and brilliant track where an almost "acid" and distorted electric guitar assaults the listener, alternating with stunning classical piano breaks. It musically represents the chaos and horror of conflict.
In “Quinto Tempo”, almost fairytale-like Folk choirs emerge (a light "lalala" that breaks the tension), while “Sesto Tempo” is pure symphonic Prog where the French horn makes its solemn appearance, evoking a military call that blends with layers of Mellotron and sudden bursts of Hard Rock.
Despite the immense value of the work, the album suffered from virtually non-existent promotion. The band disbanded almost simultaneously with the record's release, frustrated by the long delays of record-label bureaucracy and a lack of support.
Today, “Campo Di Marte” is considered in all respects a minor classic of Italian Progressive Rock (RPI), rediscovered and revered by fans worldwide for its ability to bring together the delicacy of the flute and the impetus of the electric guitar under a single, great pacifist manifesto.
An absolute must-revisit to fully understand our musical history. MS



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