CAMPO DI MARTE – Campo Di Marte
United
Artists /Mellow Records / AMS Records
Genere:
Rock Progressivo
Supporto: LP / CD / Digital – 1973
Quello
dei Campo di Marte è uno dei più affascinanti e clamorosi "one-shot"
(un solo album e poi lo scioglimento) della gloriosa stagione del Progressive Rock
italiano degli anni '70. Pubblicato nel 1973 dalla United Artists, l'album
omonimo è un mezzo capolavoro concettuale interamente ideato, scritto e
arrangiato dal chitarrista Enrico Rosa.
È
un disco figlio di un paradosso e di un pasticcio discografico, ma dotato di
una forza espressiva straordinaria. Curiosamente, la casa discografica
dell'epoca stravolse completamente l'ordine dei brani sulla prima stampa in
vinile rispetto a come la band lo eseguiva dal vivo e lo aveva concepito.
Il
nome della band e dell'album non è solo un omaggio al noto quartiere di
Firenze, ma evoca direttamente Marte, il dio della guerra. I testi sono molto
scarni, quasi ermetici e l'intero concept dell'album sono una durissima critica
alla follia della guerra e alla violenza militare.
L'artwork
di copertina è iconico e spiega visivamente il messaggio, un antico disegno
raffigura dei mercenari turchi nell'atto di ferirsi da soli con delle lame per
dimostrare al proprio comandante il loro coraggio e la resistenza al dolore,
tutto al solo scopo di ottenere una paga più alta. Un'analogia potente di come
l'umanità si autodistrugga per scopi futili o per assecondare i potenti.
I
testi appaiono come flash poetici, immagini frammentate e dolorose che
ricordano la poesia di Giuseppe Ungaretti, in particolare “San Martino del
Carso”. Il contrasto tra la bellezza della natura e l'orrore del conflitto è il
perno lirico dell'opera:
"Ricordo
quel prato... coperto di fiori. Correvo felice... alla luce del sole chissà.
Rivedo quel luogo... migliaia di croci.".
La
distruzione si contrappone al desiderio di pace, alla riflessione interiore e
infine a una sorta di catarsi.
Tra
sinfonismo, Hard Rock e fiati, musicalmente i Campo di Marte si distinguevano
dalla massa dei gruppi Prog coevi per una cura strumentale eccellente e un
bilanciamento perfetto tra momenti Hard Rock aggressivi e aperture pastorali e
sinfoniche.
La
formazione vantava una particolarità notevole, la doppia batteria (Mauro Sarti
e Carlo Felice Marcovecchio) che dava una spinta ritmica e un dinamismo
pazzeschi, permettendo inoltre a Sarti di staccarsi liberamente per suonare il
flauto. Un altro elemento unico era la presenza del polistrumentista Alfredo
Barducci, che oltre alle tastiere suonava il corno francese, donando al disco
un respiro epico e orchestrale rarissimo nel Rock dell'epoca.
I
brani non hanno titoli classici ma sono suddivisi in "Tempi" (o
movimenti), proprio come una composizione di musica classica.
Il
“Primo Tempo” si apre con un riff di chitarra elettrica ruvido e Blues Rock,
dominato dall'organo Hammond. Quando entra la voce, l'atmosfera si fa cupa e
intimista, per poi aprirsi in un meraviglioso intermezzo di flauto traverso che
smorza la tensione Rock.
Il
“Secondo Tempo” è un gioiello acustico e bucolico. Qui la chitarra classica di
Enrico Rosa e il flauto di Barducci dialogano in modo sublime, creando
atmosfere che ricordano i primi Genesis di “Trespass”.
Il
“Terzo Tempo” è considerato da molti il vertice del disco. Un brano
schizofrenico e geniale in cui una chitarra elettrica quasi "acida" e
distorta aggredisce l'ascoltatore, alternandosi a stacchi di pianoforte
classico sbalorditivi. Rappresenta musicalmente il caos e l'orrore del
conflitto.
Nel
“Quinto Tempo” spuntano cori Folk quasi fiabeschi (un leggero
"lalala" che spezza la tensione), mentre il “Sesto Tempo” è puro Prog
sinfonico dove il corno francese fa la sua comparsa solenne, evocando un
richiamo militare che si fonde con tappeti di Mellotron e improvvise fiammate
Hard Rock.
Nonostante
il valore immenso dell'opera, l'album soffrì di una promozione praticamente
inesistente. La band si sciolse quasi contemporaneamente all'uscita del disco,
frustrata dai tempi lunghi della burocrazia discografica e dalla mancanza di
supporto.
Oggi,
“Campo Di Marte” è considerato a tutti gli effetti un piccolo classico del Rock
Progressivo Italiano (RPI), riscoperto e venerato dagli appassionati di tutto
il mondo per la sua capacità di far convivere la delicatezza del flauto e
l'impeto della chitarra elettrica sotto un unico, grande manifesto pacifista.
Da rispolverare assolutamente per capire al meglio la nostra storia. MS
Versione Inglese:


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