Libri ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013 - METAL PROGRESSIVE ITALIANO

Libri ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013 - METAL PROGRESSIVE ITALIANO
La storia dei generi enciclopedica

sabato 27 febbraio 2021

Blind Golem

 

BLIND GOLEM – A Dream Of Fantasy
Andromeda Relix
Genere: Hard Rock
Supporto: cd – 2021




L’importanza di una copertina per un disco è notoria, non lo si scopre certamente oggi con il debutto dei Blind Golem, ma “A Dream Of Fantasy” fa scaturire inevitabilmente una considerazione: quando vedi certi disegni, si intuisce il genere di musica contenuto nel disco. Spesso le band si affidano ad alcuni disegnatori, di esempi se ne possono fare a migliaia, basti pensare ai Yes e Roger Dean, oppure i primi Marillion con Mark Wilkinson o i Genesis con Paul Whitehead etc. Questo è una sorta di biglietto di presentazione che difficilmente tradisce.
Qui è esplicativo oltremodo, di certo non lascia adito a dubbi in quanto il panorama fantastico rappresentato è un opera di Rodney Matthews, il disegnatore delle copertine degli Uriah Heep.
Guarda caso stiamo parlando proprio di Hard Rock e ancora di più, in copertina troneggia la scritta della partecipazione di un artista immenso, Ken Hensley proprio ex Uriah Heep. E non ti sbagli, il disco va dritto al bersaglio come da premessa.
I Blind Golem  si formano con il nucleo iniziale proveniente dai Forever Heep, dal nome avrete già intuito di che tribute band stiamo parlando. I cambi nella line up si susseguono sino a giungere alla formazione attuale, con Silvano Zago (chitarra), Francesco Dalla Riva (basso, voce), Simone Bistaffa (tastiere), Walter Mantovanelli (batteria) e Andrea Vilardo (voce).  
Ben quattordici i brani contenuti in “A Dream Of Fantasy”, durante i quali si estrapolano punti di riferimento riguardanti altre band altrettanto importanti come Tygers Of Pan Tang, Diamond Head, Asia, Magnum e moltissime altre che navigano su queste frequenze elettriche. Tutto testimonia il bagaglio storico degli ascolti di questi artisti, i quali riescono ad assimilare il passato e riproporlo oggi 2021 con freschezza e rispetto. Quest’ultimo lo si denota sin dall’iniziale “Devil In A Dream”, un Hard Rock melodico con coralità ben congeniate, la voce di Vilardo è pulita e saggiamente pesata, senza mai cadere nell’intricata tela dell’esagerazione, dove solitamente si è colti dal ragno della figuraccia. Questa musica ha un energia pulita, un propellente biologico che scatena dopamina nel cervello, una fase chimica che fa stare bene, ma che deve essere alla portata di chi è disposto ad amare le sonorità elettriche. Spesso il Metal o l’Hard Rock stesso viene tacciato come musica estrema, non di facile fruibilità, peccato, mi dispiace per chi non la capisce.
Un mid tempo come in “Screaming To The Stars” ti mette in pace con il mondo, una canzone diretta, semplice ma arricchita da quel solo di chitarra in chiusura che ti spettina la testa. Fanno capolino anche i Deep Purple (potevano mancare?) in “Scarlet Eyes”, ma è normale, tutto ciò risiede nel dna del genere. Granitica e apprezzatissima dal sottoscritto “Bright Light” sunto storico del genere in analisi, intanto a questo punto dell’ascolto la mente torna indietro di decenni e decenni, quando la spontaneità regnava sovrana anche nella musica, in una sorta di gara a chi aveva la personalità più marcata. Bei tempi.
Ballate ce ne sono? Certamente, “The Day Is Gone” è una di queste con un Ken Hensley in grande spolvero, oppure “Night Of Broken Dreams”, voce e piano con un avvenente solo di chitarra finale. Il pezzo più lungo del disco dura quasi otto minuti e si intitola “The Ghost Of Eveline”, qui alcune schegge di Prog Rock grazie all’uso delle tastiere. Non esulano cambi di tempo ed umorali con uno splendido Hammond  rincorso dalla chitarra. Certamente fra i brani che ho apprezzato di più. Volete un pezzo radiofonico? Ecco a voi “Pegasus”.
All’ascolto di questo debutto discografico c’è  molta carica ed adrenalina, “A Dream Of Fantasy” di certo non passerà inosservato alle orecchie del fans dell’Hard Rock, gli ingredienti ci sono davvero tutti non soltanto come dicevo per ricordare ed onorare i tempi che furono, bensì per andare ancora avanti con la staffetta, correre nell’attesa che altri domani prendano il testimone, ora ce l’ha in mano i Blind Golem ed è con orgoglio che sottolineo “sono italiani”. MS
 

Baro Prog-jects

 

BARO PROG-JETS – Utopie
Andromeda Relix / Ma.Ra.Cash Records
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2021




Ricordo con grande piacere e di tanto in tanto ascolto quel doppio album “Lucillo & Giada” - “Topic Würlenio” del 2019 realizzato sempre per l’Andromeda Relix dai Baro Prog-Jets, ma chi risiede dietro a questo progetto sonoro?
Alberto Molesini in arte Baro, bassista e polistrumentista, cantante e compositore. Negli anni ’70 ha fatto parte del gruppo La Sintesi, musicisti estimatori di band come King Crimson e Yes per le sonorità. Dal 2004 suona e scrive con la band Marygold, autrice anche dell’ottimo “One Light Year” del 2017. Questa volta Molesini si coadiuva  per la realizzazione di “Utopie” dell’ausilio di Gigi Murari alla batteria, Paolo Zanella al piano, Nicola Rotta alla chitarra assieme a Massimo Basaglia e Titta Donato al basso. Il disco è un concept album che tratta come argomento generale l’inganno.
Esso è suddiviso in cinque tracce, la prima “Non Sento!” risale ai tempi della band La Sintesi ed è cantata in italiano, a seguire tre suite in lingua inglese. La band si avvicina ancor più al mondo del Progressive Rock, anche nell’artwork davvero molto curato con spiegazioni dei testi  e racconto del concepimento stesso dell’opera, il tutto molto curato nella grafica e nei colori. Il lavoro è eseguito da Kellepics con le immagini di Paolo Bottaro e le foto di Lorenzo Molesini.
Effluvi di New Trolls in “Non Sento!”, canzone sia Pop che Prog anche se in senso fugace, buon refrain con coralità e un breve solo di chitarra bene eseguito a spezzare l’ascolto. Davvero orecchiabile da cantare assieme ai componenti, ed ecco che gli anni ’80 si impossessano dello stereo. La prima suite di quindici minuti si intitola “Utopia” e ci immerge in un mondo sonoro che potrei accostare a quello degli Yes o dei svedesi The Flower Kings, anche se la solarità di questa musica tradisce  mediterraneità. Le tastiere hanno un ruolo importante per l’economia dell’insieme. Giocosità, tecnica, melodia, cambi di tempo, il tutto eseguito con passione e sincerità. Trasuda da ogni nota il piacere della band  nell’eseguire questa musica. Non si captano nemmeno forzature, altro motivo che rende alta l’attenzione durante l’ascolto. Il gioco infatti risiede in questo, le suite essendo brani lunghi necessitano notoriamente di cambi di tempo per spezzare l’ascolto e questo il Progressive Rock lo sa bene, ci sopravvive, ma lo sanno anche i Baro Prog-Jects i quali si lanciano in queste performance ben calibrate, supportate da una melodia di fondo apprezzabile, altro fattore funzionale.
“Phase I (Set Your Body Free)” ha un apertura di  tastiere su una ritmica sostenuta e sincopata, ancora una volta le voci hanno buoni intrecci e per chi dovesse conoscerli li paragono a quelle elaborate degli americani Magellan. Rimanendo in territorio statunitense aggiungerei Glass Hammer e Cairo.
“Phase II (Set Your Mind Free)” è musicalmente più impegnata, il Prog che mi piace perché risiede a cavallo fra gli anni ’70 e il moderno. Suoni maestosi che si alternano a frangenti decisamente più pacati e riflessivi. Il disco si conclude con la suite “Runaways”, altra cavalcata ricca di spunti interessanti.
I Baro Prog-Jects sono bravi musicisti, preparati e immersi anima e corpo nel Progressive Rock e noi qui in Italia lo stiamo mantenendo sempre più vivo e valido che mai, sembra che stia vivendo una nuova giovinezza e questo fa ben sperare anche per il futuro. Un disco consigliato anche per chi non è avvezzo al genere, magari nasce un nuovo amore…Chissà. MS



 

domenica 21 febbraio 2021

Pendragon


PENDRAGON - Love Over Fear
Toff Records
Genere: Neo Prog
Supporto: cd – 2020


Più di 40 anni di carriera alle spalle, un punto di riferimento per il Neo Prog ispirato dalle sonorità Genesis, Pink Floyd e Camel, i Pendragon hanno una forte personalità, e di certo non scendono mai a compromessi. No si può dire che siano prolifici, anche se hanno registrato tredici album in studio, diciamo che generalmente si prendono il tempo dovuto. Sono di più i live e le compilation.
Nel loro percorso nitide le caratteristiche del dna musicale esposto, tastiere importanti e onnipresenti quelle di Clive Nolan, un lavoro chirurgico al basso, quello di Peter Gee, batterista nuovo dopo l’abbandono di Craig Blundell, poi alla corte del grande personaggio Steven Wilson, sostituito dal filippino Jan-Vincent Velazco, ma fondamentali risultano essere i contributi del leader cantante e chitarrista Nick Barrett. La sua chitarra è un punto focale irremovibile, gli assolo sostenuti alla David Gilmour sono alla luce del sole, così come la voce caratteristica e quell’accento non molto facile da imitare. Nick è il timone, il compositore, la mente sempre più in evidenza rispetto all’ispiratissimo Clive Nolan, anche lui impegnato in più fronti con Arena, Shadowland, Strangers On A Train ed altri progetti ancora.
Questo nuovo album dopo sei anni dal buon “Men Who Climb Mountains” è presentato anche in versione tre cd con cd1 contenente semplicemente l’album, il cd2 con la versione acustica del tutto ed il cd 3 con quella prettamente strumentale.
Va subito detto che in esso la chitarra è sempre più protagonista rispetto alle tastiere, sempre presenti ma relegate ad un compito meno impegnativo del solito. Lo stile è sempre quello, irremovibile, granitico, in alcuni momenti quasi vicino al Metal Prog,  stoico, epico e martellante. I ritornelli facili da ricordare, un disco che sicuramente viaggia nella media delle produzioni Pendragon.
Si inizia con “Everything”, canzone Pendragon che più Pendragon non si può, una sorta di riassunto delle puntate precedenti, uno sguardo anche verso il passato non proprio recente della band. Questo è Neo Prog cristallino e puro, quello che i fans del genere si attendono da gruppi come questo, IQ, Pallas e Marillion anche se questi ultimi hanno preso dopo la dipartita di Fish una strada completamente differente.
Un piano apre la ballata “Starfish And The Moon”, quasi una novità nella discografia di Barrett e soci, nell’approccio e nella formula canzone. Prende il cuore la melodia, specialmente nell’ingresso della chitarra che senza strafare sa con le sue corde toccare quelle dell’anima di chi ascolta. Nel frattempo nel corso degli anni il lavoro di Steven Wilson sia con i suoi Porcupine Tree che come solista, è preso come riferimento da molti altri artisti, o perlomeno influenza notevolmente l’operato di molti, ciò lo si evince di tanto in tanto anche all’ascolto di “Love Over Fear”. Un altro particolare che emerge dall’ascolto è quell’abbandono alla suite, che generalmente ha fatto sempre capolino negli album Pendragon, a favore di momenti più brevi di medio lunga durata che varia dai cinque minuti al massimo di otto. Questo sta a significare un approccio più aperto alla semplice formula canzone, un messaggio sonoro diretto senza troppi fronzoli che bada alla sostanza piuttosto che all’autocelebrazione con tecniche asfissianti.
Già noto l’arpeggio che apre “Truth And Lies”, ovviamente i deja vu ci sono e questo è inevitabile, comunque encomiabile lo sforzo compositivo di Barrett nel non apparire troppo ripetitivo, anche se sempre la cosa non riesce. Siamo al cospetto di un'altra semi ballata d’effetto, quella che quando parte la chitarra elettrica ti spettina. Prima ti stampano in mente un motivo ridondante e circolare, quando questo ti è entrato dentro quasi stancandoti è la volta di partire con l’assolo imponente. Questo modo di operare nel caso loro ha sempre funzionato e ne sono fra i maestri (Pink Floyd docet). In poche parole si è avanti ad  una sorta di “Break In The Spell” per farmi intendere meglio dai fans, e scusate se è poco!
“360 Degrees” mostra il lato più Folk del gruppo, quasi Marillioniano era Fish per alcuni versi. Violini, mandola, tanto sapore british e non nascondo che personalmente tutto questo mi mette molta nostalgia, facendomi riaffiorare alla memoria alcuni dei momenti più belli degli anni ’80 quando il Neo Prog sfondava il mio cuore. Con “Soul And The Sea” ritornano i Pendragon più canonici anche se il violino resta. Gli arpeggi di chitarra persistono insistentemente fra i brani dei Pendragon, così i classici crescendo. Qui i deja vu mi portano verso “Indigo”. Durante l’ascolto gli occhi si chiudono, il respiro diventa più ampio mentre i peli del mio braccio si alzano, a testimonianza che  qualcosa funziona a dovere. Tanti Genesis, specialmente nel finale.
Ricordate quando accennavo a Steven Wilson? Eccolo in “Eternal Light”. “Water” invece conduce verso il sound della metà carriera della band, si comincia ancora una volta con pacatezza per poi andare in crescendo. Tanta carne al fuoco in questo frangente sonoro sicuramente ben riuscito, sarò ripetitivo, ma voglio che passi bene questo concetto, Barrett e i suoi assolo sono qualcosa di grande! Vorrei non finissero mai.
Tastiere aprono “Whirlwind” in sospensione, leggere e riflessive, cinque minuti di forti melodie per la seconda ballata dell’album che si conclude con il sax. Adiacente, per meglio dire collegata, giunge “Who Really Are We?”, altra gemma elettrica invidiabile. Si chiude con “Afraid Of Everything” con la speranza di non attendere altri sei anni per il seguito di cotanto materiale.
Per quello che concerne l’artwork questa volta è ad opera di Liz Saddington. Rispetto al precedente “Men Who Climb Mountains” sicuramente un passo in avanti.
Questo è il disco che mi aspetto dai Pendragon, non altro, inutile che si dice “E’ la solita minestra”, “Sono ripetitivi”… Il mondo è vasto, specialmente quello sonoro quindi potete andare ad ascoltare milioni di altre cose, ma si deve aver rispetto di chi vive di Neo Prog e di cotanta musica davvero umana, prerogativa oggi sempre meno presente. Chi non conosce i Pendragon può benissimo iniziare anche da questo bellissimo album. Non capolavoro, ma senza dubbio professionale e duraturo nel mio stereo. Già lo so. MS


mercoledì 17 febbraio 2021

Mesmerising

MESMERISING – The Clutters Storyteller
Lizard Records
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2020



Dietro il nome Mesmerising c’è Davide Moscato, giovane autodidatta amante del piano. Classe 1977 si adopera nel mondo della musica sin dalla fine degli anni ’90, lavorando nei locali  con il suo pianobar. Malgrado la giovane età, le soddisfazioni ed i progetti si susseguono, passando anche per Sanremo Rock. Con Mental Maze ottiene due Akademia Music Awards in Florida per i singoli “Crossing The Infinity” e “From The Ashes” oltre al premio della radio statunitense LJDNRadio come miglior video clip nella categoria Pop, per “From The Ashes”.
Ma lasciatemi subito dire una cosa che non esterno da anni: Finalmente una bella voce nel Prog Italiano!
L’artista ligure è dedito sia al Prog degli anni ’70 con piccole fughe nel mondo delle Orme, e a quello più moderno. Con lui grandi artisti dell’ambito, la ZBand in grande spolvero con Fabio Zuffanti (basso, produttore artistico), Martin Grice (anche Delirium ai fiati), Giovanni Pastorino (tastiere), Paolo Tixi (batteria) e Simone Amodeo (chitarra).
Il risultato si intitola “The Clutters Storyteller”, contenente dieci canzoni per un totale di 43 minuti di musica.
Il disco comincia con un breve intro intitolato “Feel..” che porta all’adiacente “..My Dream” aperta da un breve solo di chitarra già da brivido. Il mondo delle Orme lascia spazio ad un Prog arioso e legato alla melodia in maniera forte. La voce è malleabile, si plasma a seconda della necessità e si alterna alla chitarra elettrica. Personalmente ci colgo affinità con gli ultimi The Pineapple Thief, lo dico per chi li dovesse conoscere. Effetti sonori di tastiere aprono “Ballad Of A Creepy Night”, un brano dall’incedere deciso impreziosito dai fiati di Martin Grice. Sale il ritmo con “Slave Of Your Shell”, in un mix fra Marillion e Blackfield, un brano gradevole e raffinato nella sua semplicità.
Il cantato lo avrete capito è in lingua inglese. “Underground” è il pezzo più lungo dell’album con sei minuti e mezzo. Il pianoforte accompagna sempre le melodie, a tratti anche il Mellotron e l’Hammond, il Prog è sempre presente e garbato. Gli assolo di chitarra di Simone Amodeo sono un piacere per l’anima e quando parte della ZBand nel finale si scatena, c’è di che godere.
Segue “The Vortex” che ha molta storia nel pentagramma, addirittura una cadenza Beatlesiana. Ancora una volta il flauto dona all’insieme il profumo vintage, così il sax. Non manca la ballata voce, basso, flauto e piano qui dal titolo “False Reality”, così la bella voce di Davide tira fuori il meglio di se. Un momento intimistico che non sfigurerebbe nella discografia dei Queen.
“In A Different Dimension” è un altro brano d’atmosfera di quasi due minuti, aperto alla coralità strumentale in crescendo come un certo Neal Morse sa fare, esso accompagna a “The Man Who's Sleeping”.
L’ultimo brano “The Last Time You Called My Name” mi fa scorrere qualche brivido sulla pelle delle braccia, ciò sta a significare che l’obbiettivo è raggiunto.
Davide Moscato fa della semplicità la carta vincente, si ai cambi umorali, si agli assolo, alle fughe, ma tutto  l’insieme è sempre legato dal Pop, il che fa delle canzoni frangenti da ricordare, fischiettare e cantare.
Bella musica che potrete anche ascoltare e prendere su Bandcamp all’indirizzo 

https://davidemoscato.bandcamp.com/album/the-clutters-storyteller MS




martedì 9 febbraio 2021

Raven Sad

RAVEN SAD - The Leaf And The Wing
Lizard Records
Genere: Rock Progressive / Psichedelico
Supporto: cd – 2021




Ho seguito nel tempo le gesta del chitarrista e cantante pratese Samuele Santanna nella sua evoluzione musicale, sin dagli esordi che sono tracciabili al 2005. L’artista non ha mai celato l’amore per certi Pink Floyd e Porcupine Tree nelle celestiali partenze sonore e psichedeliche, queste sono per lui base su cui costruire il bagaglio musicale oltre che nel Prog anni ‘70. L’esordio ufficiale del progetto inizialmente one man band è datato 2008 con quel “Quoth” già notato dalla casa discografica Lizard. Suoni semplici, minimali con un cantato etereo che fa venire alla mente anche certi lavori dei nostrani No Sound di Giancarlo Erra. Ma è solo l’inizio, con il tempo ed altri due album l’artista si circonda di una vera e propria band sino a giungere ad oggi con il quarto lavoro in studio intitolato “The Leaf And The Wing”.
La formazione è composta da Samuele Santanna (chitarra elettrica, chitarra acustica), Marco Geri (basso), Fabrizio Trinci (tastiere, voci), Francesco Carnesecchi (batteria) e Gabriele Marconcini (voce).
Samuele dimostra  ancora una volta attraverso la musica un animo gentile, sognatore ma non lasciamoci trarre in inganno, perché attraverso l’ascolto del disco si evince all’interno una cultura musicale non indifferente. L’artista ha assimilato la storia del genere e l’ha filtrata attraverso la propria personalità. Il passato per andare nel futuro.
Il disco è composto da otto tracce, l’artwork contiene la foto di Jos/attheparkinglot mentre la grafica è a cura del tastierista Fabrizio Trinci. Il cielo è sempre protagonista delle copertine Raven Sad, questo è sinonimo di musica spaziale, aperta e dall’ampio respiro. I brani rispetto al passato sono più lunghi e aggiungerei maggiormente Progressive Rock in senso generale, ad iniziare dalla breve “Legend#1” che fa da apri pista alla successiva “The Sadness Of The Raven”. Da ricordare anche per le origini del nome della band che The Raven è una poesia di Edgar Allan Poe del 1845.
Il pianoforte che accompagna il brano riporta con la mente indietro nel tempo sui dischi dei Pink Floyd come “Meddle”, questo nei frangenti più intimi. Buona l’interpretazione vocale senza sforzi inutili verso chissà quali vette, anche perché la musica non lo richiede. Quando la chitarra di Santanna parte c’è di che godere, l’artista toccato nell’animo da certi ascolti, riversa nella sua musica il meglio dei fattori emozionali memorizzati. Sto ovviamente parlando di note sostenute e trascinate a dovere. Si denota da subito la crescita compositiva dei Raven Sad che album dopo album suonano in maniera sempre più professionale.
“City Lights And Desert Dark” mostra un approccio ulteriormente Rock, all’inizio molto vicino al mondo dei svedesi Soen. Il brano nei suoi quasi dieci minuti è ovviamente composto da stop & go come il Prog Rock esige, una gemma sonora ancora una volta brillante, gioia degli amanti del genere. Buoni gli arrangiamenti dei cori. Il brano più lungo dell’album si intitola “Colorbox” con tredici minuti di musica immaginifica. Cori e piano aprono su una ritmica tastieristica ipnotica ed onirica per lasciare spazio alla partenza verso territori Genesis o per i più giovani di voi dico IQ/Pendragon. Ritengo personalmente a mio gusto “Colorbox” uno dei momenti più alti dell’intero lavoro. Trovo la voce di Marconcini molto simile a quella di Martin Eden della band Neo Prog tedesca Chandelier.
Buona la sezione ritmica che dimostra pulizia sia di suono che d’intenti, senza sbavature. Il ritornello si stampa immediatamente nella mente dell’ascoltatore, pregio non da poco perché ritengo che la musica al termine dell’ascolto deve sempre e comunque lasciare un segno del suo passaggio. Inutile sottolineare i brevi assolo di chitarra di Santanna, orami vero e proprio Nick Barrett della situazione o se volete Gilmour, ma qui non è questione di paragoni forzati, il mio intento non è comparare le capacità balistiche degli artisti, bensì dare un percorso netto a chi legge su che cosa stiamo ascoltando.
“Approaching The Chaos” mostra i muscoli in un ambientazione maggiormente incisiva, il merito va soprattutto alle tastiere. Si decolla, lo strumentale porta in spazi Porcupine Tree. “Ride The Tempest”, nomen omen, è un crescendo dalle caratteristiche eleganti, una formula che funziona sempre per impatto emotivo.
“Absolution Trial” necessita di ascolto ad occhi chiusi mentre lo strumentale “Legend#2” in cinque minuti chiude l’album come meglio non si potrebbe, grazie ancora ad un assolo di chitarra da pelle d’oca.

Ricordo Samuele quando nei primi anni del 2000 iniziava a comporre e condividere con i suoi amici gli arpeggi ancora acerbi anche su facebook, essi già palesavano un animo gentile. Ecco, questo si è poi materializzato nella musica dei Raven Sad, album dopo album, un crescendo che porta in alto la fantasia, proprio in quei cieli rappresentati nelle copertine. Un consiglio quindi, la prossima dovrà essere incentrata nello spazio, perché la colpa è solo vostra cari Raven Sad, ci avete abituati troppo bene e quindi esigiamo sempre di più, oltre la stratosfera. Peccato per chi non apprezza questo genere e non ce l’ha nel sangue, mi dispiace davvero tanto…. MS 




lunedì 8 febbraio 2021

Aurora Lunare


AURORA LUNARE – Translunaggio (Nove tributi al Rock Progressivo)
Lizard Records
Genere: Rock Progressivo
Supporto: cd – 2018



La storia dei livornesi Aurora Lunare affonda le proprie radici nel lontano 1978, quando il genere in Italia sta dando gli ultimi colpi di coda. Una lunga storia che porta la band a fare musica controcorrente e a sciogliersi nel 1991 per poi riformarsi nel 2003, grazie al ritorno dell’interesse attorno al Prog “risorto”. Ciò che lasciano come testimonianza di quegli anni è un live datato 1980 dal titolo “Concerto Della Goldonetta”.
Una volta riformatisi, registrano l’album d’esordio in studio “Aurora Lunare” (Locanda Del Vento)  nel 2013, accolto dalla critica e dal pubblico in maniera favorevole.
L’amore per il Prog è davvero grande, così la voglia di gridare a tutti le proprie radici e dimostrare come si è formata la passione per suonare, così l’idea nel 2018 di registrare un album di cover, vero omaggio ad alcuni autori e musicisti Prog. In realtà a parte due brani, questa non è altro che una raccolta di brani già editi in altre compilation in tempi differenti, ma per questo c’è l’esaustivo libretto di accompagnamento al cd che chiarisce ogni dubbio.
Come dice il sottotitolo, in “Translunaggio” risiedono nove brani, e per la realizzazione  gli Aurora Lunare si avvalgono della presenza di special guest come Daniele Pistocchi (chitara), Greta Merli (voce), Valentina Cantini (violino), Alessandro Corvaglia (voce), Ares Tavolazzi degli Area (basso), Gianluca Milanese (flauto traverso), Giuseppe Tonetti (chitarra) e Marco Severa (flauto traverso).
Invece la band ad oggi è formata da Mauro Pini (voce, tastiere), Stefano Onorati (tastiere, chitarra), Luciano Tonetti (basso, chitarra) e Marco Santinelli (batteria).
Le cover dei brani godono tutti di buoni arrangiamenti e di personalità, gli artisti non si sono fermati a fare il compitino, bensì hanno donato loro nuova veste e stile.
Si apre con la voce di Corvaglia a cantare uno dei brani più importanti per la nascita del genere, quel “A Whiter Shade Of Pale” dei Procol Harum, brano proto Prog del 1967. Notevole l’assolo di tastiere annesso.
Sono felice per il tributo ad uno dei più grandi maestri che abbiamo avuto in Italia negli anni ‘60/ ‘70, Enrico Simonetti (si, il padre di Claudio dei Goblin), con Greta Merli alla voce. Il brano è estratto dalla compilation “Cani Arrabbiati Opening Themes… A Tribute” della Musea Records. Omaggio a Francesco Di Giacomo del Banco con il brano “Fino Alla Mia Porta”, e a proposito di grandi indimenticabili, a seguire “Hommage A Violette Nozières” degli Area e Demetrio Stratos. Al basso elettrico c’è lo stesso Ares Tavolazzi (Area) e nell’intro già si provano brividi. La prova vocale di Pini è notevole, così come gli arrangiamenti del brano, flauto compreso. Vengono omaggiati anche i maestri Yes con “Don’t Kill The Whale” tratto dalla compilation della Mellow Records “Tales From The Edge A Tribute To The Music Of Yes” del 2012. Ho citato prima I Goblin ed eccoli qua con “Connexion”, pezzo magistralmente arrangiato fra tastiere e violino. Se si parla di Prog non possono mancare i Genesis qui ricordati con il brano non scontato “Lorenzo” del 1996, scelta alquanto particolare. Un passaggio anche nel New Prog proprio per dare continuità al genere e per questo servono i mostri sacri Marillion ed il brano “The Party”, per giungere ai giorni nostri con i svedesi The Flower Kings del chitarrista Roine Stolt ed il brano “Trading My Soul” del 2007. 
Sono già passati quasi 50 minuti, il tributo ha raggiunto il suo scopo in maniera molteplice, sia per aver dato lustro ad un genere mai domo, sia per avermi fatto passare un ora di bella musica in totale rilassatezza. Complimenti Aurora Lunare. MS