Libri ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013 - METAL PROGRESSIVE ITALIANO

Libri ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013 - METAL PROGRESSIVE ITALIANO
La storia dei generi enciclopedica

domenica 18 aprile 2021

Soen

SOEN – Imperial
Silver Lining Music
Genere: Post Metal
Supporto: lp/cd – 2021



Il genere Heavy Metal dal 1978 circa si è saputo evolvere nel tempo, probabilmente anche più del Rock Progressivo stesso, per antonomasia considerato quello sperimentale, ma al contempo più radicato ai suoi stilemi. Con i Dream Theater alla fine degli anni ‘80 si è ufficializzata la ricerca e il classicismo (tastiere) anche nel Metal, già tentato con successo precedentemente da band come Rush e Queensryche. Il tempo passa, i decenni si susseguono vedendosi traslare nuovi generi su nuovi generi, il Metal Prog si divide a sua volta in diversi rami al proprio interno, ma di questo ne ho parlato abbondantemente nel mio secondo libro “Metal Progressive Italiano” edito da Arcana, per i più curiosi di voi.
Si giunge dunque verso il 2020 ad un punto dove il termine “Metal Progressive” rimane stretto a molte band, figuriamoci “Heavy Metal”. Certe atmosfere malinconiche derivate da gruppi storici come Opeth, Anathema ed altre ancora porta loro distanziarsi dal suono Metal stesso, sempre presente ma soggiogato dalla melodia che risulta superiore alla distorsione dei suoni con il tempo quasi abbandonati. Questo nuovo modo di concepire il Metal viene oggi definito Post Metal. Ho citato due band come Opeth ed Anathema, ma chi porta alta la bandiera di questo filone è un'altra band svedese, precisamente di Stoccolma, essa si chiama Soen.
Più che band la definirei un supergruppo, visto che al proprio interno militano notevoli artisti del ramo come Martin Lopez (batteria ex Opeth Amon Amarth), Kim Platbarzdis (chitarre), Joel Ekelof (voce, ex-Willowtree) e Steve Digiorgio (Sadus, Testament, ex-Death, Iced Earth). Nomi altisonanti di altrettante band storiche che promettono composizioni differenti, perché distanti per molti aspetti sono i loro stili, e nell’ascolto così accade. La band ha basi nel 2004, ma si forma ufficialmente nel 2010.
Danno alla luce il formidabile debutto nel 2012 con il titolo “Cognitive” (Spinefarm Records), qui i paragoni con le band citate ma soprattutto con i Tool si sprecano, mentre qualche critico musicale grida addirittura al miracolo. Le sonorità sono ancora dure, anche se brani come “Savia” già lasciano intendere il nuovo percorso della band a venire. Molta sperimentazione nel successivo “Tellurian” (Spinefarm Records) del 2014, per la band un album di transizione ricco di cambi di tempo, atmosfere più o meno rilassate e nervose dove il brano “Tabula Rasa” fa da padrone. Ma come per tutte le band il terzo album è quello della verità, o per meglio dire della conferma, o si vola o si cade, esso si intitola “Lykaia” (UDR – 2017). Quasi un capolavoro nel suo genere, un susseguirsi di brani fra melodie più o meno pacate e Metal Prog.”Sectarian”, “Orison”, “Lucidity”, “Opal” e “Jinn”, già questi brani inanellati dal primo minuto valgono il prezzo dell’intero album, mentre i lenti dei Soen diventano un marchio di fabbrica un poco come succede con i Scorpions nel classico Heavy Metal.
L’eleganza della musica è paragonabile al portamento ed al look del loro cantante Joel, giacca cravatta, vestito di nero, orecchino, calvo e un portamento davvero signorile che ho potuto constatare ed apprezzare personalmente in sede live. L’interesse attorno alla band è a questo punto della loro carriera davvero grande, i componenti stessi sentono di aver trovato la formula vincente ed il giusto equilibrio, così si mettono alla prova con il gioiello “Lotus” (Silver Lining Music) nel 2019 con cambio annesso di casa discografica per una maggiore distribuzione. Così è, personalmente ritengo “Lotus” un capolavoro di Post Metal, un album da avere assolutamente senza se e senza ma.Opponent”, “Lascivious”,”Martyrs”, “Lotus”, “Covenant”, “Penance”, “River”, “Rival” e “Lunacy” sono tutti brani che diventano dei classici nella loro discografia. A questo punto rimane quasi impossibile superarsi e le strade sono solo due, o si continua a ripercorrere questa del distaccamento dal Metal con melodie orecchiabili, lenti e quant’altro, oppure ritornare al Metal Prog più controverso e tecnico.
Con “Imperial” la band decide di rimanere sulla formula vincente e cercare di raffinare maggiormente gli arrangiamenti e lo stile che davvero a questo punto è “signorile”. Quasi impossibile superare il precedente “Lotus”, ma credetemi che l’impresa è sfiorata, “Imperial” è un grandissimo album, non completamente costante come il precedente, ma davvero ricco di perle come ad esempio “Lumerian” ed i suoi interventi elettronici, l’orecchiabile “Deceiver” che dimostra la carta vincente dei Soen ossia i ritornelli, “Monarch” ed il suo cadenzato e massiccio incedere per poi tuffarsi nei soavi ritornelli. Il lento che ti stende è “Illusion”, la band non fa la classica ballata, ha uno stile tutto proprio per toccarti l’anima, attraverso l’eleganza e la melodia oltremodo orecchiabile e da cantare assolutamente assieme a loro. I lenti proposti scavano dentro l’ animo.
Il brano che ha aperto  l’album come singolo è l’ottimo “Antagonist”, perfetto sotto ogni punto di vista. La voce di Joel è sempre profonda e ottima interprete, non tenta nessuna vetta impossibile anche se in “Modesty” ci prova di tanto in tanto, tuttavia non serve andare su, ma colpire nel segno e Joel lo fa con stile, come quello del suo appropriato look. “Dissident” mostra nuovamente i muscoli, anche se ha qualcosa di già sfruttato, ed il disco si conclude con “Fortune”, altro frangente intenso e cadenzato che a dir poco adoro.   
Ho letto molti critici lamentarsi di questa stasi compositiva della band appollaiata sulla formula vincente, forse… Sarà anche così, ma personalmente mi interessa poco fino a che la qualità dell’album si mantiene su questi livelli emotivi.
Vi confesso una cosa, dovete sapere che se non conoscete la band in questione io già vi invidio, beati voi che andrete a scoprire questa musica, so cosa vi attende e cosa ne penserete. Godi popolo. MS




giovedì 15 aprile 2021

Marco Sonaglia

MARCO SONAGLIA – Ballate Dalla Grande Recessione
Vrec / Audioglobe distribuzione
Genere: Cantautore
Supporto: cd – Spotify – 2021




Oramai Marco Sonaglia è un nome radicato nel mondo del cantautorato italiano, quello più impegnato come soleva essere negli anni ’70 nel momento del massimo splendore. Chi non dovesse essere ancora a conoscenza della musica del cantautore marchigiano, è consigliabile iniziare l’approfondimento a partire dal suo primo album “Il Pittore E’ L'unico Che Sceglie I Suoi Colori” del 2012, e a seguire l’ottimo “Il Vizio Di Vivere” (2015).
Sonaglia è sempre attento al sociale, al folk, agli avvenimenti storici e con una cultura al riguardo davvero invidiabile, si supporta di influenze artistiche derivanti da musicisti quali Francesco Guccini, Fabrizio De Andrè, Nomadi,  Modena City Ramblers, Claudio Lolli, Massimo Bubbola, The Gang e molti altri ancora, in breve la crema del parterre in questione. Infatti vado a sottolineare che il cantautore ed insegnante Marco Sonaglia apre nella sua carriera anche i concerti di Claudio Lolli, Massimo Bubola e Modena City Ramblers.
In questo interminabile periodo restrittivo il settore musicale è quello che ha subito più danni dalla pandemia, forzando l’arresto delle esibizioni live e presentazioni varie. Una condizione davvero penalizzante e proibitiva per chi ne fa un mestiere e deve pur vivere, dire anche che in tempi migliori non è che si sia mai navigato in grandi mari. Tuttavia questa condizione porta molti artisti, cantautori in primis, a riflettere e creare nuovo materiale con relativa calma e maggiore ponderatezza, approfondendo al meglio argomenti seguendo con attenzione gli avvenimenti quotidiani. Si può con certezza affermare che per fortuna questa pandemia giunge in un momento di buona levatura tecnologica, dove internet comunque sia ci tiene uniti ed in contatto, questo anche per presentare e vendere nuovi dischi. Ma non è tutto oro quello che luccica, questa snervante situazione “di reclusione” porta ad un inevitabile mutamento mentale sino a mostrare un lato differente del nostro essere, quello che non ti aspetti, aggressivo, basato su una crescita esponenziale dettata soltanto da informazioni sbagliate lette qua e là nella suddetta tecnologia mediatica. Un divenire “leone da tastiera” spaventato da tutto ciò che è potenzialmente dietrologia rendendo l’individuo insicuro e quindi aggressore prima di aggredito. Ed ecco che un cantautore sagace e pungente, analizzatore di fatti come Marco Sonaglia ne trae ispirazione creando “Ballate Dalla Grande Recessione”, perché di questo si sta trattando: Recessione.
L’album è anticipato dal singolo “Primavera A Lesbo”, una ballata in stile francese con la collaborazione del suo amico Salvo Lo Galbo, giornalista e poeta. Nel disco suonano Paolo Bragaglia (tastiere ed elettronica), Julius Cupo (violoncello) e quindi Marco Sonaglia (voce e chitarra), mentre i testi sono scritti da Salvo Lo Galbo.
Dieci le ballate contenute, ad iniziare proprio da “Primavera A Lesbo”, dove il cantante da voce a migliaia di profughi maltrattati e pestati che fuggono nell’isola dai bombardamenti delle dittature baathiste e panturchiste. Qui vengono falciati anche dalla morte per denutrizione sotto lo sguardo indifferente (e complice) del mondo. Arpeggio malinconico e voce perentoria, una sferzata a questo sistema malato dove i musicali anni ’70 sembrano risiedere ancora nel quotidiano. La descrizione dei fatti è quantomeno chirurgica, tanto da far trovare l’ascoltatore partecipe con la fantasia nei luoghi narrati.
In ambienti sociali come questi descritti nel disco, non possono mancare neppure i riferimenti a Cuba, al capitalismo durante e dopo Castro, argomenti sempre cari a questo tipo di cantautorato in senso generale. Il brano è reso particolarmente folk grazie all’uso dell’armonica a bocca. Una ballata è dedicata a Stefano Cucchi (“Ballata Per Stefano”) ed il suono diviene maggiormente duro grazie alla chitarra elettrica distorta, come una lama scalfisce sotto le parole sottolineandole. La musica è solo un evidenziatore ai testi anche per “Ballata Per Claudio”, essenziali note malinconiche gettate giù in diretta nel giorno della morte del grande cantautore Lolli. Un omaggio sentito da parte di Sonaglia ad un collega a cui deve moltissimo. “Ballata Della Vecchia Antropofoga” narra della società capitalistica e del suo cannibalismo, l’artista è immerso in questa descrizione sociale dove una riflessione è quantomeno obbligatoria.
Ritorna la ballata per la memoria, “Ballata Per Una Ballerina” questa volta rivolta alla ventiseienne Lola Horovitz prigioniera deportata nel campo di concentramento di Auschwitz dove decide di morire combattendo. Mimmo Lucano è il destinatario per la “Ballata Dello Zero”, mentre “Ballata Per Sacko” dona voce all’ingiustizia per l’uccisone avvenuta nel 2018  di Sacko Soumaila, sindacalista e bracciante che cerca di dare giaciglio ai suoi colleghi in un deposito abbandonato, una triste storia che non ha mai ricevuto giusta luce su di se. Altra morte importante, anche se qui vista in maniera metaforica, è quella dell’articolo 18, in “Ballata Dell’Articolo 18” l’argomentazione viene gestita in versione valzer. La conclusiva “La mia Classe” è un amara considerazione sull’attuale classe operaia, solo ombra di se stessa. La recessione.
Per fortuna anche nel 2021 esistono artisti che portano alta la bandiera della cultura nel cantautorato italiano, quelli che ci fanno pensare, riflettere e capire.
“Ballate Dalla Grande Recessione”, quando la musica diventa una macchina fotografica. MS





sabato 10 aprile 2021

GiuliaLuz

 

GIULIALUZ – Cambio Canale
Music Force / Egea Music
Genere: Cantautore
Supporto: cd – 2021




E’ bello incontrare nuovi artisti che si affacciano nel mondo del cantautorato, la musica italiana ne ha bisogno, soprattutto in questo momento di stallo creativo dove tutto sembra essersi standardizzato.
Con “Cambio Canale” si fa la conoscenza di una cantante romana che ha alle spalle un lungo periodo di onorevole gavetta, GiuliaLuz.  La musica polifonica è una delle passioni, i cori fanno parte del suo background culturale. Prima di tutto lo studio, la cantante frequenta la Scuola Di Teatro e Musical diretta da Giampiero Ingrassia per poi passare a differenti stage tra cui il “Musical Theatre Masterclass Weekend” dell’American Musical Theatre Academy London. Poi passa alla scena artistica romana proponendo pezzi propri a spettacoli teatrali  fino partecipare ad alcuni musical. Non mancano esperienze live nei locali grazie al progetto in duo, voce e chitarra esibito sempre a Roma cantando cover di brani italiani. A seguire dal 2015 al 2020 è corista e voce anonima in molti altri progetti musicali italiani. La gavetta come dicevo è molta e l’artista oggi si sente matura per una esposizione nazionale.
Dietro a GiuliaLuz c’è l’importante apporto sia produttivo che compositivo del cantante e produttore Aleco, punta di diamante della Music Force. Il risultato dunque è “Cambio Canale”, un disco composto da otto brani accompagnati da un libretto interno curato, solare e colorato, contenente testi e informazioni varie come un disco richiede.
La solarità è ben riposta anche nella musica, lo si evince subito dall’ascolto di “Oggi Mi Chiamo Giulia”, orecchiabile, diretta e intensa come solo noi italiani sappiamo caricare. La voce di GiuliaLuz è bella per pulizia, equilibrata in tutte le tonalità che variano da basse ad alte con sorprendente semplicità. Non da meno l’importanza dell’interpretazione, qui supportata della voce di Aleco. Un brano molto sentito dagli autori e il risultato si dimostra contagioso. La cantante è immersa nel cantautorato italiano classico, quello che si distingue al mondo per le dolci melodie con le quali viene strutturato. Amore per la musica e voglia di trasmettere emozioni anche per la title track “Cambio Canale” e guardate che scrivere canzoni melodiche non è semplice per niente perché serve sia cultura che sensibilità, due fattori indissolubili se si vuole giungere ad un risultato perlomeno apprezzabile.
Più sbarazzina “Flirt”, aggressiva al punto giusto accompagnata da buoni arrangiamenti di tastiere, qui GiuliaLuz è sempre a suo agio a dimostrazione che la gavetta passata è stata metabolizzata in tutto e per tutto. Tornano le arie toccanti in “Sembra Assurdo”, altra canzone che riesce a narrare storie d’amore con sentimento e sincerità. “Sale Addosso” è il pezzo più breve dell’album con la durata di due minuti e mezzo, qui  ritorna la giocosità solare, il mare, la spiaggia e la voglia di ballare, il brano potrebbe benissimo risiedere nella discografia di Alex Britti.
“Sempre Unico” è un'altra vetrina per la voce di GiuliaLuz, tutte le caratteristiche sono messe in luce. Gradevole anche il breve assolo di chitarra elettrica verso il finale.
Ritorna Aleco in “Due Cose” mentre il disco si chiude con “Ballata Del Mare”, elemento fulcro della musica di GiuliaLuz.
In effetti si ha bisogno di mare, di sole, di fuggire dalla realtà e scappare dalla reclusione che questo maledetto periodo storico ci impone. “Cambio Canale” è assolutamente un momento in cui possiamo evadere e finalmente sorridere, fino a sentire i raggi del sole scaldarci la pelle. Musica contagiaci! MS




venerdì 9 aprile 2021

Nuovo album per Mirko Jymi

                   

 

                  MIRKO JIMI Artista a 360 gradi



                                          Ricevo dall'artista la seguente news: 

Salve Amici Questo è il mio nuovo CD Moments of Reflection New, scritto arrangiato e registrato tra Roma, e Salvador De Bahia, Sao Paulo, Brasile. Un album differente dal Planets, con questo album ho voluto riabbracciare il prog anni 70- 80-90 fino ad oggi. Ma nell'album non mancano brani Ambient, Jazzrock che sono le mie radici. E che da tempo porto avanti nei miei progetti musicali. L'album uscirà in versione Digipack stampa Brasiliana. E poi spero per fine anno di stampare una tiratura in Vinile.


        Qui il nuovo video: 



lunedì 5 aprile 2021

Transatlantic

TRANSATLANTIC – The Absolute Universe/Forevermore (Extended Version)
Inside Out
Genere: Progressive Rock
Supporto 3lp+2cd – 2021




Se nel 2021 vogliamo ancora parlare di supergruppi la scelta è rimasta limitata, di certo i Transatlantic sono al momento fra i più longevi se andiamo a considerare che Neal Morse (Spock’s Beard), Roine Stolt (The Flower King), Pete Trewavas (Marillion) e Mike Portnoy (Dream Theater) si incontrano già nel 1999.
Un supergruppo a tutti gli effetti, sia per caratteristiche tecniche, tutti artisti di elevato calibro, che per la passione nei confronti del Prog logorroico composto da interminabili suite. Basta guardare la discografia passata della band, tutte canzoni di lunghissima durata escluso qualche ballata. Neal Morse alle tastiere e voce si sbizzarrisce mettendo in campo tutto il suo bagaglio culturale, ed è l’anima più melodica della formazione, non a caso il suo spirito musicale è alimentato dal mondo dei Beatles, così come quello del batterista Portnoy, non a caso assieme registrano anche un disco di cover del quartetto di Liverpool. La chitarra di Roine getta l’ascoltatore direttamente negli anni ’70, diciamo che è lo spirito vintage del gruppo, mentre il basso di Trewavas è preciso, metodico, deciso e pulito. Escluso quest’ultimo, gli altri tre sono amanti di lunghe suite e lo abbiamo anche potuto vedere nelle loro relative locazioni naturali. Ecco che dopo l’ottimo “Kaleidoscope” (2014 – Inside Out) i Transatlantic si gettano anima e corpo in questo nuovo progetto per battere un bel record, un'unica canzone lunga la bellezza di 90 minuti suddivisi in due cd. In mio possesso ho la versione triplo lp e doppio cd, questo perché sono un pazzo collezionista e mi diverto a sperperare soldi, la passione è più forte di me. Il cofanetto in vinile è ben confezionato, ricco di particolari da godere senza sforzare la vista come nei cd, mentre i suoni degli lp sono davvero curati in ogni particolare, ben distinti e puliti.
Inutile dire che l’opera in se si apre con una “Overture”, così come dire l’ascolto si sbobina fra cambi di ritmo, assolo strumentali di grande fattura e ritornelli ruffiani, oramai chi conosce i personaggi già sa. Il tutto viene registrato questa volta in Svezia.
Infatti questo nuovo disco nulla toglie e nulla aggiunge alla discografia dei Transatlantic, un opera perfettamente assemblata che fa sembrare un ora e mezza un passaggio di dieci minuti! All’ascolto ci si diverte, pochi gli sbadigli, anche se ciò potrebbe accadere inevitabilmente vista la durata del tutto. Eppure i Transatlantic hanno questa innata capacità, certo che chi non ha mai digerito i Beatles e quant’altro detto nella recensione non è che  con “The Absolute Universe/Forevermore” cambi idea, però devo ammettere che il nome “supergruppo” è davvero messo a pennello.
Curate anche le coralità ben congeniate, ogni tanto fuoriescono scorci di Pink Floyd, Genesis, Gentle Giant, King Crimson a dimostrazione che i quattro ragazzi conoscono a menadito la storia musicale Prog del passato. Comunque al riguardo non vi erano dubbi.
Questa volta i Transatlantic hanno pensato di offrire dell’opera anche una versione più breve intitolata “The Absolute Universe - The Breath of Life (Abridged Version)” concentrata (si fa per dire) in 64 minuti di musica, questo proprio per venire incontro anche a coloro che arricciano il naso nei confronti delle lunghe suite.
In poche parole questo è un altro momento musicale spensierato, fatto da professionisti che non lasciano nulla al caso e che assieme si divertono come bambini, e si sente! MS




domenica 4 aprile 2021

Khadavra

KHADAVRA - Hypnagogia
Black Widow Records
Genere: Psychedelic/Space Rock
Supporto: 2lp - 2019




Il Mellotron, tastiera dalla personalità importante, un suono che ti getta immediatamente dentro gli anni ’70, il tempo si piega su se stesso mentre la fantasia di chi ascolta riesce anche a captare gli odori dei momenti vissuti. Si, perché la musica ha anche questa capacità, di farti rivivere le sensazioni passate come se fossero presenti in questo istante, magari ascoltando ad occhi chiusi.
Durante si presentano luoghi, azioni, sapori e tutto quello che la musica riesce a narrarti.
Il sound del Progressive Rock scandinavo è ben definito, con una storia alle spalle davvero importante, i Khadavra sono svedesi e pur essendo una band odierna fondatasi negli anni ‘2000 ha nel proprio bagaglio culturale la storia passata, mista fra Psichedelia e Prog, un connubio fra Pink Floyd e King Crimson. Questo è nelle caratteristiche di moltissime altre band svedesi, il sound è subito riconoscibile, grazie alle atmosfere oscure che molto spesso accompagnano le note, ma come sempre sono circondate da grandi melodie. 
Il cantato in lingua madre rende l’ascolto leggermente più ostico, ma in realtà trattasi soltanto di brevi episodi in quanto la musica è la protagonista principale dell’intero disco. “Hypnagogia” è il secondo album della band dopo il buon esordio del 2014 intitolato “A True Image Of The Infinite Mind”.
Il gruppo è formato da Sebastian Eriksson (chitarra, sitar, didgeridoo, voce), Nils Erichson (tastiere, organo da chiesa, pianoforte, chitarra, voce), Jón Klintö (basso, corno francese) e Alexander Eriksson (batteria, percussioni, marimba, voce). L’artwork di Sebastian Eriksson è davvero bello, Psichedelico il giusto per rappresentare al meglio la musica contenuta nel disco. Il doppio lp è gatefuld e ha al proprio interno un pregevole libretto con tanto di foto, testi e disegni, anche il look della band getta l’ascoltatore indietro nel tempo, capelli lunghi compresi (escluso il caso del tastierista Nils). E’ bello nel 2021 incontrarsi ancora in vinili curati nei particolari e devo dire anche nel suono  che rispecchia in tutto e per tutto quello degli anni ’70. I brani contenuti sono sei, fra mini suite e composizioni medio lunghe.
Viene naturale fare il paragone con band del calibro di Anglagard, Sinkadus, oppure con i storici Trettioariga Kriget per chi li conoscesse (altrimenti consiglio di rimediare), eppure i Khadavra hanno una magia tutta loro pur avendo molti punti in comune con le band ora citate. Ecco, forse il termine più appropriato è “magia”, quella che scaturisce ogni volta che un suono ti tele trasporta e aiuta far sognare.
Non esiste all’interno dell’intero album un brano più importante dell’altro, questo a conferma della compattezza qualitativa delle composizioni. Se dovessi scegliere a mio gusto personale forse nominerei “Down The Rabbithole” nei suoi dieci minuti di Space Prog.
Esiste sempre la musica che sa toccarti dentro, che ti fa vibrare con le proprie corde in ogni periodo della nostra esistenza, e qui chiudo come ho aperto, grazie soprattutto al Mellotron, strumento magico che ti rigetta addosso quintali di suoni magniloquenti, ma tutta la band è ad alti livelli sonori, basti pensare che all’interno ci sono anche assolo di batteria e addirittura il sitar!
Complimenti alla ligure Black Widow Records per l’attenzione che mette nella ricerca di gruppi più o meno underground, una scommessa che riempie il cuore dei fans di gioia, perché il piacere del bello significa che anche oggi esiste, grazie a Dio. MS