THE
EMERALD DAWN - The Land, The Sea, The Air (Volume II)
Worlds
End Records
Genere: Progressive Rock
Supporto: CD / Bandcamp – 2026
Nati
formalmente nel 2014 con il debutto “Searching For The Lost Key”, The Emerald
Dawn si sono progressivamente imposti all'attenzione della critica e degli
appassionati grazie a una proposta musicale fortemente atmosferica, sinfonica e
spirituale. Lontani dai cliché del Neo Prog più derivativo, nel tempo sviluppano
un suono ancestrale e fantasioso, fortemente influenzato dai paesaggi mistici,
selvaggi e nebbiosi della Cornovaglia.
Attraverso
pietre miliari come “Visions” (2017), il notturno ed elegantissimo “Nocturne”
(2019), l'acclamato “To Touch The Sky” (2021) e l'intrigante “In Time” (2023),
il gruppo ha costantemente affinato un approccio in cui la dilatazione dei
tempi, la magniloquenza delle tastiere e gli inserimenti quasi Folk o Jazz Fusion
dei fiati creano suite capaci di sospendere il tempo.
Nel
biennio 2025-2026, la band affronta in modo esplicito la tematica della crisi
ecologica globale attraverso il doppio concept “The Land, The Sea, The Air”.
La
forza e l'incredibile coesione dell'ensemble derivano da una line-up solidissima,
rimasta invariata dal 2019, Ally Carter (chitarra, sax, tastiere), Tree Stewart
(voce, tastiere, flauto), Dave Greenaway (basso a 6 corde), e Tom Jackson (batteria).
“The
Land, The Sea, The Air (Volume II)” si sviluppa, nel classico stile
magniloquente della band, su tre lunghe composizioni
epiche per un minutaggio complessivo di circa 45 minuti. Il primo volume
gettava le basi visive e spirituali del deterioramento ambientale, mentre il “Volume
II” scende nella drammaticità dell'impatto antropico, cercando però una via
finale di speranza e riconciliazione.
La
suite iniziale di oltre 21 minuti intitolata “Song Of The Rainforest”, è costruita
idealmente sul modello di grandi suite del passato come “Close To The Edge”
degli Yes (per fare un esempio). La traccia si apre con il movimento “Balance”,
dominato dalle tessiture vellutate e ariose delle tastiere di Tree Stewart e
dal flauto, evocando la sacralità incontaminata e l'equilibrio biologico della
foresta pluviale.
L'idillio
viene spezzato in “Incursions”, dove il brano subisce una brusca virata ritmica
grazie al basso di Greenaway che si fa serrato e ostinato, la batteria di Jackson
acquista altresì una spinta quasi
tribale e spigolosa, mentre Ally Carter interviene con un assolo dissonante
all'oboe e ai sassofoni. Questo segmento lambisce territori vicini alla Free Jazz
e alla scena di Canterbury, a simboleggiare la violenza della deforestazione e
l'irruzione distruttiva delle macchine umane.
Nei
movimenti finali “Loss” e “Regret”, la tensione si scioglie in una struggente
elegia malinconica, guidata da una chitarra elettrica solista dal lirismo
straziante (che ricorda il David Gilmour più ispirato) che piange la bellezza
perduta.
Il
secondo brano “Rivers Of Tears” suddiviso in due parti, unisce momenti
strumentali a una forte componente lirica. “The Natural Cycle” descrive il
fluire puro dell'acqua, sorgente di vita che scorre dalle montagne fino
all'oceano. Dal punto di vista musicale, il brano vive del continuo dialogo tra
il pianoforte e la Roli Seaboard di Tree Stewart, che crea suoni liquidi e
fluttuanti, sorretti dal calore del basso fretless di Greenaway. Con l'arrivo
della sezione “Disruption”, l'atmosfera si scurisce pesantemente. Le chitarre
si fanno pesanti, quasi Doom Prog, e il sax di Carter ruggisce cupo sopra una
ritmica spezzata. Il testo a sua volta si fa esplicito e accusatorio:
"Through the rivers flows the lifeblood of the
land,
And we inject poison into its veins."
(Attraverso
i fiumi scorre la linfa vitale della terra,
E
noi iniettiamo veleno nelle sue vene.)
La
voce di Tree Stewart, eterea ma ferma, funge da monito etico, denunciando
l'inquinamento sistematico e l'indifferenza con cui l'umanità sacrifica le
proprie risorse idriche sull'altare del profitto industriale.
L’album
si conclude con “Paradise”, anche qui la prima sezione, “Losing Paradise”, è
dominata da un senso di urgenza drammatica. I sintetizzatori disegnano
traiettorie taglienti e i testi focalizzano l'attenzione sul consumismo
sfrenato e sull'ossessione per il progresso tecnologico a discapito della
sopravvivenza del pianeta. Tuttavia, i The Emerald Dawn decidono di non
chiudere l'opera nel nichilismo. Nel secondo movimento, “Harmony Regained”, il
brano si apre a una splendida e maestosa modulazione in chiave maggiore. La
chitarra acustica a 12 corde, il flauto e un imponente arrangiamento sinfonico
di tastiere evocano una rinascita. È un finale colmo di speranza e di
spiritualità laica, un invito a riscoprire una coesistenza armonica con la biosfera
prima che sia troppo tardi.
In
conclusione, l’opera gode di coerenza artistica, e i The Emerald Dawn si
confermano maestri nel creare musica che non è solo una sequenza di note piacevoli,
ma un vero e proprio rituale sonoro che avvolge l'ascoltatore, spingendolo a riflettere
su uno dei temi più cruciali del nostro tempo attraverso la bellezza immortale
del grande Rock Progressivo. MS
PER ASCOLTO: https://theemeralddawn.bandcamp.com/album/pre-order-of-the-land-the-sea-the-air-volume-ii
Versione Inglese:


Nessun commento:
Posta un commento