ATABASCA – Atabasca
Killer Groove Records
Genere:
Jazz-Funk / World Music / Psichedelico
Supporto:
LP / CD / Bandcamp – 2026
Gli
Atabasca sono di Roma, attivi individualmente da oltre vent'anni sia sulla scena
nazionale che internazionale. I tre musicisti Luca Mongia (chitarra, tasiere,
voce), Paolo Mazziotti (basso, tasiere, voce), e Valerio Pompei (batteria,
kalimba, voce) si sono uniti nel 2023 per creare un progetto che fonde
esperienza, sperimentazione e libertà creativa. Il loro è un
approccio aperto che lavora molto sull’improvvisazione, timbri
acustici/elettronici e paesaggi sonori rarefatti.
Cosi’
descrivono gli artisti stessi il loro progetto: “Come un deserto che fiorisce
tra le foreste sempreverdi dell'estremo nord del pianeta, un ambiente unico,
alieno e dirompente.”.
Questo
debutto s’intitola proprio “Atabasca” e contiene dieci brani che conducono in
un percorso cinemantico in cui Funk, Psichedelia e Art Rock si fondono in una
narrazione senza tempo sospesa tra ritmo e visione.
"Dune"
è il brano manifesto degli Atabasca, estratto come primo singolo ed
è la traccia che apre il disco. Parte con un’armonia ombrosa e malinconica su
cui si posa una melodia di chitarra/breath soffiata fragile e sospesa. Il mood
è intimo, rarefatto, quasi ECM. Il fischio di fondo relega il pezzo nell’ambiente
cinematografico prossimo agli anni ’70. Il pezzo registrato in presa diretta in
studio (come tutto l’album), prende il nome da un luogo reale, caro e familiare
al trio. Diventa metafora di un territorio interiore fatto di attesa, movimento
e trasformazione.
“Kundela
Mawedi” ha un fascino senza tempo, la chitarra slide ne è la protagonista nella
melodia gradevole e delicata.
“Paco”
è ambientato in una scena Western con basso
e batteria molto secchi, che avanzano tipo cavalcata. Ancora gli anni ’70 si
palesano grazie a lap steel e chitarra elettrica con riverbero alla Morricone.
Cambio
di atmosfere in “Cameo”, attraverso un pattern ritmico leggero, sincopato, che
richiama le musichette da carillon o le scatole musicali, dove il timbro
cristallino della kalimba/piano a pollice dà quel senso di innocenza e
nostalgia.
Si
ritorna nel western con “Cacopulos”, in cui il titolo è un riferimento diretto
al cinema: Eli Wallach nei panni di Cacopoulos nel film “I quattro dell’Ave
Maria / Ace High” del 1968, spaghetti western di Giuseppe Colizzi con Terence
Hill e Bud Spencer. Valerio Pompei pesta secco, tamburi
molto presenti, quasi tribali. Teso, polveroso, incalzante, è il
groove più dritto e aggressivo dell’album.
Ed
è la volta di “Khettara”, il titolo viene da “khettara” / “qanat”, gli antichi
sistemi di canali sotterranei usati in Nord Africa e Medio Oriente per portare
acqua nel deserto. È già un indizio sul mood del brano. Il ritmo diventa
ipnotico e circolare mentre Luca Mongia usa lap steel e chitarra con scale
arabe/frigie, riverberi e delay che evocano il deserto. Prosegue il cammino in
America con “Hell Dorado”, dove il titolo gioca con “El Dorado”, il mitico
paese dell’oro, trasformandolo in “Hell Dorado” = l’inferno dorato. Questa è la
loro lettura strumentale del sogno americano, ossia corsa all’oro, miraggi,
velocità, eccesso. Dopo i deserti mediorientali di “Khettara”, qui si parte a
tutta verso ovest. Il pezzo è il più Funk dell’album dove
il basso di Paolo Mazziotti è in primo piano, sincopato e ciclico, con la
batteria di Valerio Pompei che spinge dritta. “Funk-fueled” appunto.
In
“Papambra” si possono apprezzare poliritmie, il cuore del pezzo sono gli
incastri ritmici. La batteria di Valerio Pompei lavora per accenti spostati,
mentre basso e chitarra costruiscono pattern che si incrociano ma non si
pestano mai. Notturno, sospeso e ipnotico, il brano ha la kalimba che elargisce
timbri cristallini, africani, da scatola musicale. Dal canto suo, il lap steel
di Luca Mongia risponde con glissati liquidi e riverberati per un effetto
finale meditativo.
A
questo punto il pezzo conclusivo che s’intitola “Reprise”, lo si può ascoltare
solamente nella versione digitale dell’album tratto da Bandcamp.
Di
“Atabasca” esistono quindi più versioni, sia in CD che LP.
Atabasca
è un atlante sonoro in presa diretta, dieci cartoline strumentali dove il
deserto incontra la giungla, lo spaghetti western abbraccia l’afrobeat, e il
silenzio vale quanto una nota.
Un
film senza immagini, suonato dal vivo nel punto esatto dove Morricone incontra
Khruangbin. MS
Versione Inglese:


Gentilmente caro Max, giacché hai riproposto gli Aria Palea, lavoro importante della mini rinascita Prog italiana. Se ti va, quando hai tempo, sarebbe cosa buona e giusta, ricordare due band dei primi anni 2000, che pubblicarono CD dal valore eccelso, quasi sfiorando il capolavoro. Mi riferisco all' unico CD dei Pugliesi Floating State del 2004 che in quegli anni consumai per lo stupendo prog rock che proposero, con sassofoni, oboe e flauto e una voce stranamente molto bella, anche se la pronuncia in inglese difettava. Nel lavoro come ovviamente saprai è presente una mega suite di 44 minuti. E poi sicuramente i miei amici di Pescara gli Areknames soprattutto il loro secondo lavoro.con atmosfere cupe e rimandi a Gnidrolog, Catapilla e VDGG. Purtroppo, si sono sciolti da anni, provai a convincere il leader e compositore a non abbandonare il progetto, e la sera lo ossessionavo. Un grande compositore, grazie soprattutto al padre che lo ha cresciuto con i dischi più introvabili dell' underground inglese, che mi veniva l' acquolina alla bocca nel vedere, appunto i dischi originali dei Catapilla, Out of Focus, Jan Dukes de Grey e tante altre perle.
RispondiEliminaGli Areknames non lo dico perché sono di parte, ma hanno creato qualcosa che in quegli anni che non si era mai sentito.
Entrambe le band le ho citate e approfondite allora nei miei libri. Gli Areknames poi sono ECCEZIONALI!
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