MALESH
- To The Cloud-Cuckoo Land Of Color Wheels
Autoproduzione
Genere: World Doom Progressive
Supporto: CD / Bandcamp – 2026
I
Malesh sono una delle realtà più intriganti e fuori dagli schemi del panorama
alternativo italiano contemporaneo. Nati come un progetto devoto alla
sperimentazione sonora, hanno saputo evolversi in un collettivo capace di
fondere Art-Rock, Psichedelia e influenze World Music.
Con
base a Roma, il loro album debutto "Hermitage" è stato rilasciato a
ottobre 2020, mentre nel novembre 2021 è la volta di “La Danse Des Heures”.
L’ensemble
è composto da Pablo Monterisi (chitarra, basso, mandolino, flauto, piano,
tastiere, voce) e Martino Petrella (chitarra, basso, balalaika, mandolino,
xilofono, voce), con Leonardo Pucci (batteria) e Damiano Tata (samples).
In
questo nuovo album “To The Cloud-Cuckoo Land Of Color Wheels”, Il titolo cita
la "Nubicuculia" (Cloud-Cuckoo Land) di Aristofane, un regno sospeso
tra cielo e terra, ma lo rielabora in chiave moderna. Le "Color
Wheels" (ruote dei colori) rappresentano il movimento ciclico, la percezione
visiva che diventa suono.
"In
Wanton Arethusa's Azur'd Armes" è l’incantesimo d’apertura del disco, un
brano che agisce come una soglia magica tra la realtà e il mondo onirico dei
Malesh. Con
i suoi 3 minuti e 33 secondi (una durata quasi simbolica, perfetta nella sua
brevità), non cerca la progressione epica del brano successivo, ma serve a
resettare l'udito dell'ascoltatore. Citazioni barocche e mitologiche, richiamano
la ninfa Aretusa (simbolo di trasformazione e d'acqua che scorre sotterranea
per poi riemergere) e sembra rubato a un verso di fine '500.
“The
Wyrd Canticle” invece non segue una progressione lineare, ma sembra avvitarsi
su se stesso. Inizia con un fraseggio ipnotico, quasi un mantra, che cresce
lentamente attraverso strati di feedback e percussioni. Perfettamente
incastonato nel contesto il flauto che riporta ad ambientazioni pastorali in
stile vecchi Genesis.
Segue
“Old New Sun”, il titolo è un ossimoro perfetto che suggerisce qualcosa di
ciclico, un sole che è "antico" perché eterno, ma "nuovo"
ogni volta che sorge. Coralità rilassanti accompagnano questo momento acustico
in un mare di quiete dove la chitarra è protagonista assieme allo xilofono.
In
“Archimandrite's Cantharus” persiste una densità quasi
claustrofobica, in esso c'è un senso di riverbero che suggerisce le pareti di
pietra di un monastero o di una cripta. La musica avanza con un incedere
processionale, lento ma inesorabile. Intorno alla metà del
brano, la tensione accumulata si rompe. Quel "capo dell'ovile"
(l'Archimandrita) sembra perdere il controllo della sua cerimonia. Le chitarre
si fanno più pesanti e noise, trasformando la preghiera in un baccanale
elettrico. È uno dei momenti più fisici e violenti di tutto l'album.
Invece
“Erasering” è il momento più enigmatico e destrutturato dell'intero disco. Con
una durata breve rispetto ai brani che lo precedono, agisce come un buco nero
sonoro, un atto di sabotaggio intenzionale che la band compie sulla propria
stessa opera. L'ascolto è volutamente disturbante. Crea un senso
di vuoto e di attesa, ed è quella
sensazione che si prova quando si cerca di ricordare un sogno che sta svanendo.
“Tarahumara/Rere
Beteame” è un binomio potente: i Tarahumara (o Rarámuri) sono il popolo del
Chihuahua celebre per la resistenza sovrumana nella corsa, mentre "Rere
Beteame" è un'espressione che rimanda alla profondità della terra o a chi
"vive sotto". Il pezzo è costruito su una pulsazione
percussiva incessante e ipnotica. Non è un tempo Rock standard, ma un battito
che imita la corsa di lunga durata, quella trance cinetica tipica dei
Tarahumara. È un brano che non sembra voler arrivare a una meta, ma celebra
l'atto stesso del muoversi. I Malesh qui usano strumenti che
suonano organici e legnosi. Si sentono echi di flauti processati e corde che
vibrano come se fossero fatte di tendini, il tutto immerso in un soundscape che
evoca il calore allucinogeno del deserto.
Ed
è il momento di “Piroga”, musicalmente, il pezzo è costruito su un tempo
dondolante, dove le chitarre dei Malesh abbandonano ogni spigolosità.
La
title track “To The Cloud-Cuckoo Land Of Color Wheels” è una suite tripartita con
tutte le carte che la band si trova in mano. Inizio ipnotico addolcito dal
flauto, per poi passare nella ruota dei colori dove ogni
strumento ne rappresenta uno diverso. Il finale è una lenta caduta libera, dove
la frenesia si placa e rimane un tappeto malinconico.
La
chiusura spetta a “Hay Bale Hymn” e come suggerisce il
termine "Hymn", il tono è solenne ma spogliato di ogni artificio. Il
pezzo è degno termine per uno spiraglio di luce e prosperità in cui il folclore
prende campo.
In
conclusione, i Malesh dimostrano con “To The Cloud-Cuckoo Land Of Color Wheels”
di essere una realtà dalla forte personalità in cui i suoni prendono il posto
delle parole. Da seguire attentamente. MS
Versione Inglese:


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