DEUS
EX MACHINA
Di Max Salari
Nel
panorama italico del Progressive Rock abbiamo ascoltato molta qualità e tanta
storia. Generalmente quando si nomina questo genere, vengono alla mente i soliti
noti degli anni ’70 che, giustamente, hanno reso questo panorama unico e
grandioso anche agli occhi del mondo. Eppure anche negli anni ’80 e ’90 abbiamo
avuto band clamorose, purtroppo il problema è che sono uscite nel momento in
cui il genere ha stentato a riprendere. Malgrado tutto si sono fatte largo a
spallate nel contesto e alcune hanno lasciato un segno indelebile, poi si sa…
Il tempo è sempre galantuomo.
Una
di queste si chiama Deus Ex Machina:
Sono
indubbiamente una delle realtà più straordinarie, colte e rigorose del panorama
Progressive e Jazz Rock italiano (e internazionale) degli ultimi trentacinque
anni. Nati a Bologna alla fine degli anni '80, hanno saputo tracciare un
percorso unico, dove la complessità strabiliante della musica si sposa
perfettamente con una scelta lirica radicale e affascinante: l'uso del latino
per tutti i loro testi.
La
formazione base è composta nel 1991 da Mauro Collina (chitarra), Alessandro
Porreca (basso), Luigi Ricciadiello (tastiere), Marco Matteuzzi (batteria,
percussioni), Alessandro Bonetti (violino), e Alberto Piras (voce).
Lungi
dall'essere un mero espediente intellettualistico o una bizzarria goliardica,
il latino nei Deus Ex Machina è uno strumento ritmico e fonetico essenziale, dove
la durezza, le inversioni e la metrica della lingua classica si incastrano alla
perfezione con i tempi dispari e le continue sincopi della loro musica, creando
un impatto espressivo primordiale e modernissimo al tempo stesso.
Definire
il loro stile semplicemente come "Prog" è riduttivo. La proposta dei
Deus Ex Machina è un Jazz Prog Fusion iper-tecnico, violentemente energetico e
totalmente refrattario alle melodie facili o rassicuranti, consigliato agli
amanti degli Area e di Frank Zappa. Piras è la ciliegina sulla torta grazie
alla sua voce poderosa e pulita. Possiede un'estensione impressionante e una
potenza drammatica fuori dal comune. Non si limita a cantare in latino, lo
declama, lo urla, lo frammenta in vocalizzi acrobatici che ricordano la libertà
espressiva di Stratos, senza mai perdere il controllo dell'intonazione su
strutture ritmiche che farebbero tremare i polsi a chiunque.
LA
DISCOGRAFIA IN STUDIO
Gladium
Caeli (Drums Edizioni Musicali / Kaliphonia – 1991 / 1994)
Pubblicato
originariamente nel 1991 questo lavoro non è semplicemente il loro album
d'esordio ma è il manifesto programmatico, un'autentica opera Rock che ha
ridefinito i confini del sinfonismo e della fusion d'avanguardia in Italia nei
primi anni Novanta.
Immaginate
una band esordiente che si presenta sul mercato con un concept strutturato,
brani dalla complessità a tratti disarmante e testi cantati interamente in
latino… Di per se un debutto incredibile. È l'album che fece gridare al
miracolo la critica specializzata dell'epoca, tracciando una linea di demarcazione
netta rispetto al Neo Prog più derivativo e romantico di quegli anni. Dal
punto di vista prettamente musicale, Gladium Caeli è un terremoto energetico.
Sebbene la componente Jazz-Rock/Fusion che caratterizzerà i lavori successivi
sia già presente (soprattutto nell'interplay funambolico tra violino e
chitarra), qui c'è una forte e drammatica componente sinfonica. Qualcuno
descrisse l'impatto di questo lavoro come se la solennità mitologica di Richard
Wagner incontrasse le asperità geometriche dei King Crimson epoca “Red”, il
tutto filtrato dall'estro ritmico di Frank Zappa.
L'uso
dei sintetizzatori d'epoca e dell'organo crea trame fitte e oscure, su cui il
violino di Bonetti disegna arabeschi impazziti e la chitarra di Collina scarica
riff taglienti.
L'album
non concede un attimo di tregua e si sviluppa attraverso pezzi lunghi e
articolati, dove i cambi di tempo e di atmosfera sono continui. Nella tracklist
spiccano veri e propri monumenti sonori fra i quali cito: “Expergi”, “Arbor”,
“Gladium Caeli”, e “Omnia Evolvitur Sed Potest Mutari”.
Deus
Ex Machina (Kaliphonia – 1992)
In
questo secondo capitolo si assiste a una mutazione genetica cruciale, la band
abbandona in parte quelle frammentazioni e quelle aperture puramente
sinfonico-romantiche dell'esordio per abbracciare un sound molto più compatto,
spigoloso e d'avanguardia. È il disco che li proietta definitivamente verso
territori Hard Fusion e Jazz Prog, con un'attitudine che scardina i cliché del
progressive classico degli anni Novanta. Dal punto di vista
della formazione, questo album segna un passaggio fondamentale, dietro le pelli
siede per la prima volta Claudio Trotta. Il suo ingresso non è un semplice
cambio di personale, ma una rivoluzione ritmica, dove la sua batteria,
precisissima ma dotata di una potenza e di un dinamismo quasi dionisiaci,
diventa il motore perfetto per assecondare le partiture sempre più geometriche
e complesse della band, creando un interplay devastante con il basso di
Alessandro Porreca.
Ogni
brano si sviluppa attorno a un nucleo tematico forte, una singola idea portante
che viene poi sviscerata, decostruita e riarrangiata con una cura maniacale per
i dettagli.
Il
risultato è un disco apparentemente più ostico e dissonante al primo ascolto,
ma straordinariamente coeso. Le atmosfere si fanno più tese e scure, quasi a
lambire l'avanguardia e il rock iconoclasta degli Area o dei King Crimson più
duri.
Con
questo album, i Deus Ex Machina chiarirono al mondo che il Rock Progressivo
degli anni '90 poteva essere qualcosa di totalmente diverso, non nostalgia
degli anni '70, ma una musica proiettata nel futuro, colta, ostica, fieramente
indipendente e dotata di un'energia esecutiva quasi dionisiaca.
De
Repubblica (Kaliphonia – 1995)
Nel
1995 i Deus Ex Machina pubblicano quello che, per consenso unanime di critica e
pubblico, è considerato il loro zenit creativo e un capolavoro assoluto del
Prog moderno: “De Republica”.
Qui
la spinta Hard Fusion geometrica dell'album omonimo e la magniloquenza
sinfonica dell'esordio trovano qui una sintesi miracolosa. Non a caso è il
disco che li ha sdoganati definitivamente all'estero, consolidando la loro fama
di unici e legittimi eredi di quella stagione gloriosa e senza compromessi che
negli anni '70 fu guidata dagli Area.
Il
titolo non lascia spazio a dubbi, l'album è un concept liberamente ispirato al “De
Re Publica” di Cicerone, ma riletto con una sensibilità contemporanea. Dal
punto di vista esecutivo, De Republica è un vero e proprio saggio di bravura,
dove la sezione ritmica formata da Alessandro Porreca e Claudio Trotta, ancora
una volta compie autentici miracoli di equilibrismo su metriche impossibili e
continui stop-and-go. Sopra questo motore micidiale, le
tastiere di Luigi Ricciardiello, la chitarra di Maurino Collina e il violino di
Alessandro Bonetti tessono trame di una densità spaventosa, dialogando e
rincorrendosi in contrappunti che uniscono l'energia del Rock alla complessità
della musica d'avanguardia. Su tutto, domina la voce teatrale, stentorea e
drammatica di Alberto Piras, la cui performance in questo disco tocca vette
interpretative che ricordano la totale libertà espressiva e l'uso dello
strumento-voce tipico di Demetrio Stratos.
Equilibrismo
Da Insofferenza (Kaliphonia – 1998)
È
un album dominato, come suggerisce il titolo stesso, da un costante senso di
precarietà e di sfida, un camminare sul filo del rasoio sospesi tra un Jazz Rock
d'assalto e l'avanguardia più radicale.
Qui
risiede una parziale asciugatura delle trame tastieristiche più sinfoniche a
favore di un sound più secco, quasi "live in studio", dove ogni
strumento è esposto nella sua cruda realtà.
Non
ci sono quasi più punti di riferimento o metriche lineari a cui aggrapparsi, il
tempo viene continuamente dilatato, spezzato e ricomposto. Su questa griglia
ritmica instabile, il violino di Alessandro Bonetti e la chitarra di Maurino
Collina si muovono come lame, disegnando contrappunti sghembi, spigolosi,
debitori tanto della musica contemporanea quanto del Rock più iconoclasta (vedi
King Crimson periodo “Discipline”).
In
questo contesto di perenne "insofferenza" e tensione, la performance
di Alberto Piras si fa ancora più acrobatica ed esasperata. Il latino non è più
solo la lingua del concept colto, ma diventa pura materia fonetica da plasmare.
Piras urla, sussurra, frantuma le sillabe, si lancia in vocalizzi schizoidi che
sfidano le leggi della fisica polmonare, perfettamente integrato nei continui
stop-and-go della band.
Equilibrismo
da un'estremità all'altra è un disco fiero, ostico e spiazzante. Non è un
ascolto facile e, all'epoca della sua uscita, divise anche una parte del
pubblico Progressive più tradizionalista, ma distanza di tempo rimane una testimonianza clamorosa
di coraggio artistico. “Equilibrismo Da Insofferenza” resta un fermo immagine
di una band all'apice della propria perizia tecnica che, invece di adagiarsi
sulla formula vincente di “De Republica”, sceglie la strada più difficile,
preferendo l'instabilità del filo teso alla sicurezza del terreno conosciuto. Sicuramente
un album di puro e intransigente artigianato sonoro.
Cinque
(Cuneiform Records – 2002)
La
grande novità di questo album risiede nell'arricchimento della tavolozza sonora.
Accanto al nucleo storico formato da Alberto Piras (voce), Maurino Collina
(chitarra), Alessandro Bonetti (violino), Claudio Trotta (batteria) e Alessandro
Porreca (basso), fa il suo ingresso stabile alle tastiere Fabrizio Puglisi,
musicista di estrazione squisitamente jazzistica.
Ma
il vero valore aggiunto è la presenza di una vera e propria sezione fiati (con
ospiti al sax e alla tromba). Questo inserimento sposta l'asse del sound
strizzando l'occhio ai grandi ensemble della Scena di Canterbury come i
National Health o i Hatfield And The North e al Frank Zappa orchestrale di “Grand
Wazoo”. Di conseguenza il sound si fa più ricco, stratificato, accattivante e
dinamico.
Si
può godere altresì della voce di Alberto Piras che compie un lavoro
straordinario, pur mantenendo i suoi proverbiali acuti e la declamazione
teatrale in latino, si concede linee melodiche più aperte, quasi liriche,
assecondando la natura più solare e d'ampio respiro dei brani. L'interplay tra
il violino di Bonetti, la chitarra di Collina e i nuovi ricami pianistici di
Puglisi crea un tessuto fusion di eleganza sopraffina.
“Cinque”
è il disco che ha consacrato i Deus Ex Machina oltreoceano. La distribuzione e
la promozione della Cuneiform Records permisero alla band di essere invitata
come nome di punta al NEARfest nel 2002 (uno dei festival di Progressive Rock
più importanti al mondo, negli Stati Uniti), dove la loro esibizione lasciò il
pubblico americano letteralmente sbalordito.
Imparis (Cuneiform Records – 2008)
E’
un progetto ibrido (CD + DVD) concepito per catturare la band in una dimensione
a loro congeniale, quella del live, arricchita però da materiale d'archivio
inedito e da nuove registrazioni in studio. Il titolo stesso, “Imparis”, gioca
sulla natura asimmetrica dispari della loro musica e sulla straordinarietà di
questa pubblicazione.
La
parte audio è un vero e proprio gioiello per i collezionisti e gli
appassionati, il nucleo centrale è costituito dalle registrazioni live
effettuate durante il loro trionfale tour in Giappone nel 2005, precisamente al
Taro Mitani.
Il
DVD allegato è un documento storico di valore inestimabile e contiene la
ripresa integrale del concerto al NEARfest 2002 negli Stati Uniti, estratti del
concerto in Giappone e interviste e filmati di backstage che svelano il lato
più umano, ironico e zappiano dei musicisti bolognesi, da sempre lontani dagli
atteggiamenti divistici.
Devoto
(Cuneiform Records – 2016)
Con
“Devoto” si chiude (almeno per il momento) la parabola discografica dei Deus Ex
Machina. Esso è una sontuosa sintesi di trent'anni di carriera e dimostra come
il tempo non abbia minimamente scalfito l'ardore e l'intransigenza artistica
della band, capace di tornare sulle scene con una freschezza, una potenza e una
lucidità compositiva che hanno lasciato sbalorditi critica e appassionati.
L’album compie
una decisa inversione di rotta dal punto di vista degli arrangiamenti, a
sorpresa si presentano meno fiati.
Alle
tastiere, come ospite d'eccezione, troviamo il prezioso apporto di Stefano
Passini, ma il baricentro del sound si sposta nuovamente verso un'attitudine
marcatamente Rock, elettrica e dinamica. C'è meno opulenza orchestrale e molta
più corda, pelle e legno, un sound asciutto, potente, dove ogni strumento
viaggia a livelli di interplay spaventosi. Il termine
"Devoto" racchiude in sé l'essenza profonda di questa band, è la
devozione totale, la fedeltà assoluta a un'idea di musica colta, artigianale,
priva di compromessi con le mode o con il mercato.
Nel
mezzo di questa carriera i Deus Ex Machina escono con due altri lavori: l’EP “Diacronia
Metronomiche” (Kaliphonia – 1996) e l’LP ad edizione limitata “Non Est Ars Quae Ad Effectum Casus Venit”
(Kaliphonia Records – 1997).
Quando
la band si scioglie, i singoli membri non restano con le mani in mano, il
batterista Claudio Trotta, ad esempio, è da sempre iperattivo nel panorama Jazz,
d'avanguardia e nella musica contemporanea (ha suonato con i Testadeporcu,
ensemble di sonorizzazioni di film muti e collaborato con diverse formazioni
Jazz/Core), così come gli altri musicisti continuano a coltivare la propria immensa
tecnica in contesti paralleli, fusion o d'insegnamento.
I
Deus Ex Machina rappresentano l'anima più fiera, intransigente e colta del Rock
Progressivo italiano, una band che non ha mai accettato compromessi commerciali
e che ha dimostrato come una lingua "morta" possa diventare straordinariamente
viva, pulsante e Rock. MS
Versione Inglese:











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