MARIANO
BULLIGAN - VII Stazione – Hiroshima
Lizard
Records / The Jellyfish Label
Genere: Contemporanea / Rock
Progressivo
Supporto: CD / Bandcamp – 2026
È
bello imbattersi ancora in lavori in cui la mente può volare alta e ammirare
panorami incredibili.
In
un mondo "mordi e fuggi" è davvero un’isola felice quella in cui ci
conduce Mariano Bulligan con il suo “VII Stazione – Hiroshima”. L’album giunge
dopo “Cybele & Attis” del 2024 e “Saudade” del 2025, ma attenzione: non si
tratta di un nuovo lavoro, bensì della consacrazione in CD di un’opera
realizzata digitalmente nel 2023.
Il
disco nasce come colonna sonora dell'omonimo mediometraggio uscito nel 2021. Non
è un semplice accompagnamento, ma un progetto autonomo che rielabora la
tragedia atomica attraverso il legame tra Giappone e Friuli (terra d'origine di
Bulligan).
Mariano
Bulligan è un violoncellista e cantante che utilizza un set strumentale molto
particolare per evocare atmosfere sospese tra memoria e distruzione:
violoncello e violoncello elettrico, i Gong di Hiroshima (sculture sonore in
bronzo create dallo scultore Luciano Ceschia nel 1961, che conferiscono al
disco una vibrazione ancestrale e metallica), elettronica, lo Shakuhachi e i
flauti suonati dalla polistrumentista Veronika Vitazkova, che aggiungono il
tocco tradizionale giapponese.
L’artwork
è di Gabriele Donada, mentre il libretto è a cura dello stesso Bulligan.
I
due minuti e mezzo di “Good Morning Hiroshima & Nagasaki” immergono
immediatamente l’ascoltatore in quel mondo fatto di colori e sensazioni, grazie
a strumentazioni world, flauto compreso. Atmosfere pacate sono la base di
questo movimento particolarmente toccante.
“It's a Long Way To Hiroshima (feat. Massimo
Somaglino)” è un breve vocale di quaranta secondi che conduce a “Anime E Sensi,
Di Colpa / Souls And Feelings, Of Guilty (feat. Veronika Vitazkova)”. Il titolo
stesso suggerisce una riflessione profonda sul peso della coscienza umana di
fronte alla distruzione. Qui la polistrumentista slovacca interviene con i suoi
flauti etnici, in particolare lo Shakuhachi (il flauto d'ebano giapponese). Il
timbro soffioso e ancestrale di questo strumento trasporta immediatamente
l'ascoltatore nelle atmosfere del Giappone post-bellico, creando un ponte
sonoro tra l'Occidente e l'Oriente.
In
“Submersus Jacet Japhaon”, Mariano Bulligan compie un’operazione di
"archeologia sonora" audace, unendo tre mondi apparentemente
inconciliabili: la tradizione corale cristiana, la spiritualità giapponese e
l'avanguardia violoncellistica. Qui il violoncello viene utilizzato con arcate
lunghe e profonde che richiamano il lamento, creando un tappeto sonoro ipnotico
e quasi rituale in un atto di sofferenza universale.
In
“No Perdonin / We Don't Forgive”, l’autore adotta nel titolo il linguaggio
friulano con le sue sonorità aspre e concrete, le quali conferiscono al
messaggio un'urgenza e una verità che l'italiano o l'inglese difficilmente
avrebbero restituito con la stessa forza. È il lamento di una terra (il Friuli)
che parla a un'altra terra martoriata (il Giappone).
“La
Scala / The Stairs” è un altro breve interludio che conduce a “Kokura Rain”, il
brano più lungo dell’album grazie agli abbondanti otto minuti di durata. È uno
dei momenti più narrativi e, paradossalmente, inquietanti dell'intero album. Il
titolo fa riferimento a uno dei "quasi" della storia: Kokura era
infatti l'obiettivo primario designato per lo sgancio della seconda bomba
atomica, ma a causa delle avverse condizioni meteorologiche e della scarsa
visibilità (la "pioggia" e le nubi sopra la città), l'equipaggio del
B-29 dirottò verso l'obiettivo secondario, Nagasaki. Il violoncello lavora su
frequenze medio-alte, quasi a simulare un lamento sottile che si confonde con
il rumore bianco di fondo.
L’album
si conclude con “Mr. Bulligun - Floating on a Sunken Sign”; a differenza di
altre tracce dal sapore più "artigianale" e radicato nel territorio
friulano, il pezzo vanta una cura sonora di respiro globale. Mixato a Londra da
Marc Urselli, ingegnere del suono vincitore di tre Grammy (noto per le sue
collaborazioni con icone dell'avanguardia come John Zorn, Laurie Anderson e Lou
Reed), il brano risulta di una spazialità incredibile, dove ogni vibrazione e
ogni riverbero elettronico sono definiti con estrema precisione. Inatteso il
finale allegro con più voci ed effetti eco.
Non
manca una bonus track, qui intitolata “Kimono Under My Skin”.
Bulligan
ha la capacità di trasformare un evento tragico in un'esperienza estetica
elevata; non è Prog nel senso classico dei tempi dispari o dei virtuosismi
tecnici fini a se stessi, bensì si tratta di musica totale, dove
l'improvvisazione controllata e la ricerca timbrica servono a narrare una
storia. Un requiem elettroacustico di rara potenza che fonde il lamento del
violoncello friulano con il respiro ancestrale del Giappone, trasformando le
ceneri di Hiroshima in una preghiera d'avanguardia universale. MS
Versione Inglese:


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