I Miei Libri

I Miei Libri

domenica 26 settembre 2021

Savelli - Zanotti

SAVELLI – ZANOTTI – Italian Kidd
Radici Music Records / Associazione Le Nuvole
Genere: Rock – Rock Progressivo
Supporto: cd – 2021




La creatività non ha confini.
Non credete a coloro che vi dicono “Una volta la musica era meglio”, sono solamente persone  che si sono fossilizzate, semplicemente perché questa o quella canzone gli ricorda il periodo più bello della loro vita, la gioventù, se non i primi amori. Ci si crea quindi una bolla dalla quale non si vuole far entrare null’altro, egoisticamente solo quello che sembra opportuno. Nessuno potrà mai dissuaderli o convincerli che il mondo si evolve, che l’arte è bella in ogni periodo e che non è paragonabile con il passato semplicemente perché gli eventi che mutano la società non sono gli stessi. E’ come se noi volessimo ballare un valzer quando in realtà stanno suonando una tarantella, è semplicemente ridicolo.
La musica è ricerca, collaborazione, coraggio, cuore oltre che mille altre cose!
Alex Savelli sembra uscire dal cuore del Rock Progressivo inteso proprio come atteggiamento di ricerca, non da paragonare con il sound dei miti del passato per intenderci i Genesis, Gentle Giant etc. bensì è un ricercatore puro e semplice. Molte le realizzazioni e restando in ambito progressivo posso citare il suo progetto Pelican Milk, ma il polistrumentista è aperto a tutto, notevoli le collaborazioni nel tempo, una su tutte con il maestro batterista Massimo Manzi.
Ivano Zanotti è un batterista che definirei per approccio “ruspante”, la sua carica di energia si sprigiona nel suo drumming. Il musicista Bolognese ha studiato con il maestro Mauro Gherardi e ha frequentato il corso di percussioni nel Conservatorio G.B. Martini di Bologna. Vanta collaborazioni con artisti del calibro di Eugenio Finardi, Vince Tempera, Alan Sorrenti, Gang e moltissimi altri. Incide diversi album e partecipa anche a colonne sonore per film, oggi insegna la materia nelle scuole, insomma un artista a tutto tondo.
Parlavo precedentemente di collaborazioni, ebbene anche questo album ne è colmo con ben undici special guest che andrò a nominare durante il corso dell’ascolto. Tanti personaggi più o meno noti del mondo musicale si alternano nelle canzoni, apportando ai 70 minuti di musica un insieme di stili differenti, ecco quindi il Rock, il Jazz, il Folk, il Pop e molto altro ancora. L’artwork contiene all’interno il poster della copertina, una fotografia in bianco e nero di Manuel Magni. L’edizione è cartonata.
“Loud Mouth Went Crazy” apre con la voce di Luca Fattori, quello che subito risalta all’ascolto è l’arrangiamento curato, oltre la capacità del ritornello di restare immediatamente avvinghiato alla mente. Rock con un assolo centrale di chitarra elettrica davvero ben eseguito. Il ritmo consente anche il ballo se lo si desidera, il basso è autore di una spinta ulteriore.
Tutta altra materia “Not Alone” cantata dalla profonda voce di Luciano Luisi, un lento caldo e ruffiano. Di questo brano esiste anche la versione in lingua italiana alla fine del disco e si intitola “Non Siamo Soli”. Torna il Rock nella breve “Dogman” ed il riff sembra uscire da un disco dei Led Zeppelin, precisamente “IV”, la voce è quella di Massimo Danieli. Tanta energia e qui i nostri due artisti si divertono di cuore, e il divertimento è assolutamente contagioso! Un arpeggio di chitarra inizia “Dead End”, soave come la voce di Jeanine Heirani (Nostress), il crescendo sonoro è ipnotico mentre ancora una volta gli arrangiamenti sono buoni, in questo caso sono i cori sa spingere il brano. E come sulle montagne russe, si sale e si scende velocemente ossia ritorna il Rock  anzi, in questo caso l’Hard Rock con “Take Me Back” e la voce di Michele Menichetti (La Gabbia). Odore di cavi elettrici, pedaliere e polvere di palco.
E giù… Arpeggi alla Genesis per “Rosita” impreziosita dall’interpretazione di Teresa Iannello, testa e cuore. E su… “Spears” con la bellissima voce di Lorenzo Giovagnoli che molto abbiamo apprezzato con la sua band Progressive Rock Odessa. Provate a rimanere immobili durante l’ascolto di questo pezzo se ci riuscite. Valentina Gerometta (Zois) addolcisce le atmosfere in maniera intima di “The Shepherd”, altro frugale istante che non so il perché mi fa venire alla memoria qualcosa dei Porcupine Tree, forse anche la psichedelia che ha intrinseca, oppure la ritmica che è cara al Wilson del periodo primi anni 2000.
“NSD (Natural Space Drift)” è intensa, ricercata, diretta, e qui la mia visione dei Porcupine Tree è ancora una volta più palesata. Una Psichedelia ben arrangiata e curiosamente supportata da un cantato che in alcuni momenti sfocia nel mondo del Punk.
Adrenalina.
“The Bat From Whuan” è una rasoiata espressa da una prestazione vocale di Luca Fattori davvero sopra le righe. La batteria viaggia come deve per un brano dall’amperaggio elevato, occhio ai fusibili, una scorciatoia per l’inferno? Per sentire la voce di Alex Savelli bisogna arrivare a “Unspoken”, cadenzata e comunque granitica per indole, e vai ancora di chitarra elettrica! Francesco Grandi e Omar Macchione dei Qvintessence spettinano in “Don’t Get A Word”, la batteria sale in cattedra, Zannotti ci da del lei. Un brano che mi colpisce molto è "The Stranger", sia per gli effetti della chitarra che per il sound pachidermico cucito alla perfezione e indossato con assoluta eleganza da Frederick Livi (Crownheads), un connubio interessantissimo.
“UFG (Unidentified Flying Girl)” è un'altra piccola gemma ancora una volta con Valentina Gerometta, qui le soluzioni sono davvero giocose e bene supportate anche dai Synth e dal basso roboante.
In “Italian Kidd” ascoltate la musica, ma davvero tanta! Ancora una volta il geniaccio di Savelli fuoriesce da ogni composizione, il tutto evidenziato dalla batteria di Zannotti. Che dire…. Dategli una opportunità, non ve ne pentirete sicuramente. MS




 
 
 

Marco Nocera

MARCO NOCERA – Look Ahead
Music Force / Egea Music
Genere: Rock
Supporto: cd – 2021




La musica ha effetti benefici nell’uomo, lo fa stare bene.
Cerca la musica, il suono che lo tranquillizza e che lo fa emozionare, ballare, cantare e perché no, anche piangere. Se ci pensiamo bene oggi siamo fortunati a vivere in questa era, perché i metodi ed i mezzi per poter esprimere e creare suoni sono davvero molteplici. Non soltanto molti strumenti ci vengono incontro, ma anche la tecnologia che giorno dopo giorno si aggiorna e progredisce in potenzialità. Non tutti riusciamo a stare dietro alle novità, però c’è chi lo fa per noi realizzando anche lavori interessanti. Non tutti gli artisti hanno lo stesso approccio per accedere nel mondo musicale, molti passano attraverso  il conservatorio oppure semplicemente iniziano come autodidatta.
La storia di Marco Nocera risiede nel mezzo, proveniente da Brindisi comincia con la radio poi si innamora delle tastiere, degli impianti Hi-Fi, mixer e console DJ. Ecco che la voglia di migliorarsi subentra a breve e questa passione lo conduce a studiare solfeggi e canto. Nel 2007 debutta con “Hate Or Love” nella famosa emittente radiofonica brindisina Ciccio Riccio. Tuttavia il debutto vero e proprio, quello ufficiale avviene con “Homeland Atmosphere” nel 2019.
Oggi è la volta di “Look Ahead”, un contenitore ampio dove nelle nove canzoni si analizzano storie di vita quotidiana, di amori andati, ricordi, libertà e sogni. Ma non finisce qui, si aggiungono altre sei tracce fra extended version e mix.
Molta carne al fuoco dunque ed iniziamo ad assaggiarla da “Silent Emotion”, tanta elettronica ed effetti eco nella voce, il tutto a sostegno di una melodia che molto va ad attingere negli anni ’80. Ballabile e ancor più ruffiana nel senso buono del termine risulta “Escape Way To Freedom”. Mi richiama alla mente qualche passaggio dall’ultimo album di Steven Wilson “The Future Bites”, specialmente nel falsetto vocale. La breve “Without Lights” conferma le buoni doti compositive dell’autore. Il ritmo trasporta in “Busted Love” e qualcosa di New Wave aleggia nell’aria, anche Ultravox & company.
Un attimo di tregua ritmica giunge con la delicata “Spinning Doors”, cantata in italiano da Federica Cesano in maniera davvero impeccabile. Questa canzone ha decisamente alte potenzialità. Atmosfere rarefatte aprono “Look Ahed”, brano dall’ampio respiro oltre che molto orecchiabile. Adiacente giunge “Sunset Over Miami” i suoni tastieristici circondano la mente, il pezzo è strumentale e lascia adito a fantasiosi voli pindarici. La fantasia di Marco Nocera è estesa e lo si evince anche all’ascolto di “Still Here”, non è assolutamente semplice saper creare tormentoni sonori, si rischia di passare attraverso sbadigli inevitabili, qui invece gli arrangiamenti sia con il sax che con gli interventi vocali rendono il tutto molto vivace. E per finire “Nessuno C’è”, un nuovo ritorno alla formula canzone, altro giro melodico lievemente malinconico ed un ritornello indovinato.
Fa piacere ascoltare musica fresca, composta da giovani che tengono i piedi su due staffe, quelle della melodia italiana e la ricerca elettronica, innovazione e radici. Per me (come direbbe qualcuno) è un si!
La realizzazione del disco è stata possibile grazie alla collaborazione con Aerum Group, azienda coinvolta nelle attività di progettazione e produzione industriale. MS





Due Acoustic

DUE ACOUSTIC – Stop!
Music Force / Egea Music
Genere: Pop
Supporto: cd – 2021




Spesso i buoni risultati nascono esclusivamente per passione. Quando parliamo di musica si sa che il primo sogno di un artista che si getta nell’arena del mondo musicale è quello di suonare dal vivo, ossia mettere a nudo e alla prova ciò che si è. Passata questa prima soglia, il passo nel volere incidere un disco è immediato, una volta acquisita la consapevolezza dei propri mezzi si sente il bisogno di creare un qualcosa di proprio. Questa storia è comune a moltissimi artisti, ed è anche il caso del Due Acoustic proveniente da Ascoli Piceno e dintorni.
Si formano nel recente 2019 e sono composti  da Morena Contini alla voce e Sandro Di Nino alla chitarra acustica. Il bagaglio culturale dei protagonisti è ampio, varia dal Jazz al Blues sino a giungere nel cantautorato. Sandro Di Nino è chitarrista, compositore ed arrangiatore mentre Morena Contini oltre che cantante è autrice e produttrice.
Il risultato del connubio musicale viene registrato in questo album di debutto intitolato “Stop!” composto da otto brani ad iniziare da “Tu L’Albero Io Il Tuo Fiore”. Lo stile proposto è armonioso e delicato, molto vicino al mondo di Fiorella Mannoia. L’interpretazione è sentita, a tratti quasi recitata, mentre la base musicale delicatamente sembra non voler disturbare il duetto vocale. La title track “Stop” è immersa nel Blues dal sapore sudista, decisamente sensuale e genuina, difficile tenere a bada i piedi che si muovono da soli al ritmo lento dell’andamento. Gradevolissimo e centrato il breve solo di chitarra che personalmente mi emoziona facendomi ricordare il mai troppo compianto chitarrista texano Stevie Ray Vaughan. Con “Dimmi” si torna nel cantautorato, ancora una volta vestito con un velo di malinconia. Molta eleganza e sostanza.
Sale il ritmo sino al Funky a testimonianza dell’ampio spettro sonoro a disposizione del Due Acoustic in “Honey”, certamente un riff già sentito ma sempre funzionante per coinvolgenza.
La voce di Morena è decisamente duttile all’evenienza.
“Ninna Nanna” è nomen omen, sostanzialmente una dolce ballata dedicata ad un ipotetico “lui”. Si rialza il ritmo attraverso l’attuale “Donna Allo Specchio”, canzone che riesce a mixare con intelligenza il passato ed il presente. Essa è il brano più ricercato ed arrangiato dell’album con soluzioni davvero gradevoli oltre che interessanti.
Un salto nel mondo spagnolo e gitano in “Ciao Che Fai”, il pezzo mette in evidenza le buoni doti chitarristiche di Sandro Di Nino. A chiudere “Lost” con un pizzico di slide guitar, altra carezza emotiva questa volta cantata in inglese.
“Stop!” è un buon disco che in sostanza ha voluto mettere in evidenza i mondi dei due protagonisti, il classico “da dove veniamo”, ora per i prossimi passi c’è da capire quale strada si deve intraprendere perché la personalità ha bisogno del suo inevitabile cammino. Sicuramente il debutto è molto buono, dietro questa musica c’è comunque sapienza e consapevolezza oltre che effettiva capacità. MS  




sabato 18 settembre 2021

CHE STORIA! Ivan Graziani

 CHE STORIA! Ivan Graziani




Fabio Bernacconi in questo episodio di CHE STORIA, narra un mio articolo su un grande del cantautorato italiano: IVAN GRAZIANI. Emozionante e sincero, come l'amore che nutriamo nei confronti del chitarrista. Il montaggio è ad opera di Simone Moscatelli. Buon ascolto!


https://open.spotify.com/episode/2mXXeTJvzMDpp3IykambjT?si=fXXohgh8SVSvnheJR2y4tA&utm_source=copy-link&dl_branch=1&fbclid=IwAR0-jFC28Z5X3z6vQBceixqmXJ95fzGRONZCXZ-0UihRbAx4GqZnVYBfTic&nd=1




Noisy Diners

 

NOISY DINERS - The Princess Of The Allen Keys (The History Of Manto)
VideoRadio
Genere: Progressive Rock Italiano
Supporto: cd - 2021




Non nascondo la mia ignoranza svelandovi che ho avuto l’opportunità di conoscere Noisy Diners navigando su You Tube. Incuriosito dall’ascolto vado alla ricerca di informazioni: dietro al nome del progetto c’è Fabrizio Dossena (autore teatrale e musicista compositore) e “The Princess Of The Allen Keys (The History Of Manto) è una Rock Opera che narra della nascita della città di Mantova prendendo spunto dalla leggenda di Manto.
L’artista dice riguardo al proprio lavoro: “ Una mia intuizione è stata quella di riunire musicisti di provenienze stilistiche diverse: Ezio Secomandi (batteria) dal Punk e dall' Hard Metal, Davide Jori (chitarra solista) dal rock psichedelico, Donata Luani (voce) dal jazz, Cristiano Roversi (tastiere Chapman Stick) dal Progressive e io stesso Fabrizio Dossena (chitarra folk 12 corde) dalla musica classica. Il tutto supportato da altri musicisti di indiscusso valore come Mirko Tagliasacchi (basso), Erik Montanari (Chitarra folk) Mauro Negri (sax), ed ad altri ospiti / interpreti come Stefano Boccafoglia (Tiresia), Aran Bertetto (Caronte), Beatrice Cotifava (The Princess), e soprattutto Nad Sylvan (Agents Of Mercy, Unifaun) voce della Steve Hackett Band nei panni di Virgilio.”.
All’ascolto della musica non si può fare a meno di trovare molteplici influenze, ma quella che maggiormente si palesa è rivolta al mondo dei Genesis. L’uso delle tastiere da parte di Roversi (Moongarden e Submarine Silence), Mellotron compreso è davvero imponente, così piacevoli sono gli assolo di chitarra.
Il primo brano “Tiresias” è subito una mini suite di quasi tredici minuti composta da parti sia strumentali (come nel maestoso finale) che cantate. La voce narrante è graffiante e coinvolgente. In certi frangenti grazie all’uso della doppia voce in sottofondo, mi sembra di ascoltare “The Final Cut” dei Pink Floyd, non riguardo la musica intendiamoci.
Di poco meno la durata di “Manto And Tibrys”, dove Fabrizio Dossena palesa tutta la cultura posseduta a livello musicale. Buona la personalità che riesce ad amalgamare differenti stili. Il cantato di Donata Luani è intenso e ben eseguito, voce pulita e giustamente coinvolta. Il ritmo sale, così il coinvolgimento dell’ascolto che ancora una volta viene coccolato dalla grandezza delle tastiere. A supporto giunge anche il sax, ma notevole risulta  il finale di chitarra elettrica, ancora una volta coinvolgente ed energico. Le arie come dicevo variano dal sognante al vigoroso, passando per melodie di facile memorizzazione, un esempio lo si ha nella serie “Duel Pt1” e “Duel Pt.2” dove le voci di Sylvan e della Luani ben si incastonano. Non distante il modus operandi di “The Bad Boat”. A seguire “The Weak Fog”, qui Manto e Virgilio dialogano ancora, l’intensità del brano è coinvolgente altro piccolo gioiello dell’album che si conclude con “The Princess Of The Allen Keys”, fra sax godibilissimo, cascate di tastiere, e molto altro di ciò che si aggira nel mondo “Progressivo”.
Raccogliendo informazioni su internet “The Princess Of The Allen Keys (The History Of Manto)” sembra dover far parte di una trilogia, e questo fa ben sperare per il futuro del progetto che oggi ben si è presentato.
I Noisy Diners sono una bella sorpresa, a testimonianza del folto vivaio con cui il Rock Progressivo Italiano prosegue la sua storica esistenza. Ascoltateli! MS





giovedì 16 settembre 2021

Force Of Progress

FORCE OF PROGRESS – R3Design
Progressive Promotion Records
Distribuzione italiana: G.T. Music
Genere: Progressive Rock/Metal Progressive
Supporto: cd – 2021




Molte volte si è fatta diatriba fra Progressive Rock e Metal Progressive, spesso sono trattati come due mondi completamente differenti, chi ama il rock non gradisce eccessive distorsioni elettriche, chi invece ama il Metal si accosta con più semplicità al Rock. Ma quando l’equilibrio è perfetto allora nascono produzioni che possono lasciare esterrefatti entrambi i fans dei due generi.
Il nome di Force Of Progress non è di certo nuovo a chi vive di questa musica, band dotata di tecnica palesata nei due lavori strumentali davvero gradevoli intitolati “Calculated Risk” (Progressive Promotion Records – 2017), e “A Secret Place” (Progressive Promotion Records – 2020), recensiti anche in questa sede.
La formazione subisce un cambio passando da quattro elementi a tre, Dominik Wimmer alla batteria non è più nelle file lasciando il posto a special guest, per cui restano Hanspeter Hess (The Healing Road) alle tastiere, Chris Grundmann (Cynity) alle tastiere, chitarra e basso, e Markus Roth (Marquette, Horizontal Ascension) alle tastiere, chitarra e basso. Cambio anche nella confezione del disco, sia per tipologia di artwork, qui decisamente semplice e lineare rispetto i disegni colorati e particolareggiati precedenti, sia in tipo di confezione, non più cartonata ma di plastica.
“R3Design” racchiude sei brani per una durata di cinquanta minuti abbondanti.
Il disco parte a mille con una vetrina balistica davvero apprezzabile, “Ultra Conservation” sembra un pezzo uscito dalla discografia dei Dream Theater (quelli più in vena) ovviamente senza la voce. Qui risiede tutto quello che un fans del Metal Prog cerca, scale su scale, ritmi su ritmi. Resto colpito dai dieci minuti di “Viral Signs I – Ambassador Of Light”, come stile vuole si comincia con una bella melodia orecchiabile per poi svilupparla nel proseguo dell’andamento, il tutto condito con cambi di tempo e d’umore. Buone le chitarre che sono sia da accompagnamento che da base oltre che protagoniste di pregevoli assolo. Le tastiere risultano quelle che negli anni ci hanno fatto apprezzare personaggi come Jordan Charles Rudess o Kevin Moore, sale sulla coda del suono. Le scale sono a tratti vertiginose ma in altri momenti si gode di quiete melodiosa. Prima di giungere alla suite seconda parte di “Viral Signs” ad inframezzare c’è “Next”, composizione che si articola fra atmosfere Black e sonorità più solari il tutto in una specie di gara fra schiaffo o bacio, top l’assolo di chitarra finale. Ma il brano più bello dell’album a gusto di chi vi scrive è la suddetta suite di sedici minuti intitolata “Viral Signs II - Incident 3030”. Essa rispecchia il mio modo d’intendere il Metal Progressive ossia il giusto equilibrio a cui facevo cenno nell’inizio della recensione, fra tecnica e melodia Prog Rock. Hammond, coralità ad opera di Markus Scheley, effetti elettronici, rumoristici e un assolo di chitarra da parte di Achim Wierschem davvero godibile (Pink Floyd style).
Un lungo viaggio sulle montagne russe del pentagramma.
Dopo questa scorpacciata serve un brano più breve e meno articolato, infatti ci sono i quattro minuti di “Lady Lake” a dare al disco un piacevole break che si approssima anche alla formula canzone. Chiude “Redesign”, inizialmente composto da sonorità Yes ed Emerson Lake & Palmer, a conferma che il trio è attento anche al passato, per poi passare al lento ritmico di una ballata supportata dalla chitarra elettrica di Claus Flittiger, ma non c’è bisogno di aggiungere altro.
La qualità dell’incisione è più che buona, i suoni appaiono ben distinti e il tempo alla fine sembra essere volato. Magia della buona musica. MS





domenica 12 settembre 2021

Playlist Rock Progressive Nordico

 LA PLAYLIST DI MASSIMO "MAX" SALARI SUL PROG NORDICO


Sperando di aver fatto cosa gradita, questa è la mia playlist riguardante il PROGRESSIVE ROCK NORDICO. Non tutto ovviamente, ma una grande fetta. Trattasi di Norvegia, Finlandia, Svezia e Danimarca. Qui vi risparmiate di andare a cercare nel web sull'argomento, diciamo che è una ottima scorciatoia per conoscere queste band. Buona scoperta e buon ascolto.


https://www.youtube.com/watch?v=yDafT7st-uU&list=PLpblr4wcA1FRbz4q81YypiWAdRESkvEKb







giovedì 9 settembre 2021

Nichelodeon - InSonar & Relatives

NICHELODEON/INSONAR & RELATIVES – Incidenti, Lo Schianto
Snowdonia
Distribuzione: Adioglobe
Genere: Avanguardia – Sperimentale
Supporto: cd – 2021




Ricercare, osare, isteria, sarcasmo, l’essere se stessi fino all’estremo, tutto questo può bastare per definirsi dei folli? Ma cosa è in realtà la follia? E’ uno stato di alienazione mentale determinato dall'abbandono di ogni criterio di giudizio; pazzia, demenza. Si ha paura della follia, essa destabilizza perché non sai mai cosa  riserva. Eppure nella musica c’è bisogno di follia come l’aria, perché l’evoluzione passa attraverso la trasgressione della regola. Immaginatevi voi se non ci fosse chi osa, ancora oggi saremmo qui a battere un ramo su di un tronco vuoto.  Tuttavia la follia non porta sempre a risultati positivi, anzi spesso deraglia nell’estremismo incompreso, ma anche in esso si celano idee che magari un altro artista nel tempo estrapola e migliora (fosse la prima volta che accade). Questo è l’habitat in cui notoriamente opera il cantante Claudio Milano in arte Nichelodeon. Esso respira l’arte e l’assorbe assimilandola per poi vomitarla addosso al pubblico senza mezzi termini con veemenza.
Sono serviti sette anni per la realizzazione di “Incidenti – Lo Schianto”, e sto parlando del quarto lavoro in studio (sesto se si considera il progetto InSonar) dopo il buon “Bath Salts” (Lizard Records). Un lavoro granitico suddiviso in 17 tracce denominate “Senza Valore” dove l’autore compositore e cantante  si coadiuva della collaborazione di ben 44 musicisti dai nomi più o meno noti nel circuito come Paolo Tofani, Vincenzo Zitello, Laura Catrani, Vittorio Nistri, Mauro Corvaglia, Luca Olivieri etc.
La musica espressa non segue uno stile unico, anche se essenzialmente gira attorno al dialogo fra il violino di Erica Scherl e i fiati di Evaristo Casonato, coesistono orchestrazioni e un insieme di generi come l’Avant-Metal, il Folk medievale ed il Jazz. L’artwork contenuto nel formato cartonato è ad opera dello stesso Milano, con la partecipazione dei grafici Paolo Rosset e Marco Latagliata. Esso è composto da quattro dipinti in bianco e nero che ben trasudano il lavoro sonoro contenuto all’interno definito dallo stesso autore “Un monolite oscuro ma dalle tante sfaccettature”. Ci sono anche quattro stick questa volta a colori che praticamente rovesciano in maniera ironica il significato della copertina accompagnando l’ascoltatore verso la follia, a voi il piacere di scoprirli, su questo non vi rovino la sorpresa.
Il soprano Laura Catrani incomincia il viaggio nel suono decantando le parole con intensa veemenza attraverso una impostazione più che esemplare, conducendo verso un suono psichedelico ed oscuro ricolmo di rumoristica.
L’oscurità ammanta la mente.
Il basso roboante di Andrea Grumelli si staglia all’inizio di “How Hard Tune!”, un breve concerto cameristico avvolto da un gioco di voci al limite del logico, la follia comincia a prende piede. Il passo è breve, il fatto si compie con “Variations On The Jargon”, uno dei brani più interessanti che mi sia capitato di ascoltare in questo 2021, denso di ricerca vocale, Metal in stile Celtic Frost periodo “Into The Pandemonium” il tutto sopra una ritmica free style. Milano con la voce fa ciò che vuole.
Ne “Il Barbiere Degli Occhi” si apprezzano i testi visionari come ad esempio in questo estratto:
 
Fuori dalle scuole,
nei luoghi di culto,
per pozzi sì bui,
sono il Creatore più grande,
chi confonde le mappe
di astri e labirinti,
delle vene e dei geni,
delle frecce scoccate
da Dèi troppo stanchi.
 
Ma le parrucche le più richieste sono,
arcobaleni di fogge oblique e rette,
a caccia di
consolazioni dolci,
allucinazioni selvagge,
un collasso di gioia.
 
Tutto è recitato, narrato, cantato, accennato, sussurrato dalla voce malleabile dell’artista.
“Con Dedica” è arrangiata assieme a Stefano Giannotti e Gianni Lenoci, coesistono richiami al passato sia nella musica che nel canto. Il flauto in conclusione dona una parvenza di serenità al tutto ma è una breve illusione, “Senza Ritorno” si palesa in una sequenza di coralità tonali decisamente non convenzionali. Apprezzabile il gioco degli effetti stereo che dona all’ascolto un piacere in più.
“La Scatola” possiede una metrica lirica ricercata su di una musica orchestrata e bene arrangiata da Andrea Quattrini, Stefano Ferrian, Stefano Giannotti e Ulisse Tonon. Facile avere visioni all’ascolto, la musica porta a questo, le immagini oniriche trasportano dentro il racconto. A questo punto dell’album si può dire che l’ascoltatore comincia a socializzare con la follia che sembra divenire sempre più normalità.
Che la bestia non sia poi così nera?
“L’Ultima Sigaretta (Fantasmi Ad Argun)” è diabolica, le voci che circondano il nostro cervello preso d’assalto brandiscono sembianze di un nuvolo di zolfo più che di fumo, questo grazie ai tornelli di voce. Fa capolino anche il Mellotron, suonato da  Marco Lucchi. Le atmosfere si quietano con “Idiota/Autoritratto (Tadzio’s Death)”, melodicamente più presente rispetto al materiale ascoltato sino ad ora. La breve durata lascia subito spazio alla sarcastica ed aritmica “Ho Gettato Mio Figlio Da Una Rupe Perché Non Somigliava A Fabrizio Corona)”, canzone geniale nella sua complessa semplicità, nenia annessa, si non ho sbagliato a scrivere perché il sentiero dell’ascolto una volta intrapreso mi conduce a questa riflessione. Ed ecco una citazione di “Mamma Mia Dammi Cento Lire” che rende il tutto decisamente paradossale, ciò avviene in “PT II: Cento Vite”. Nella terza parte del brano intitolata “Il Coro Dei Critici All’Ultima Sponda Del Commiato” ci si sente circondati e tutto comincia a ruotare intorno a noi, voci, suoni, imitazioni (Maurizio Costanzo compreso), ma la musica?  Ce la possiamo anche dimenticare, al contesto non serve. La voce protagonista in tutto e per tutto ribolle in ogni dove fra genio e sregolatezza. La destabilizzazione raggiunge vette elevate anche in “Sabbia Scura”, impreziosita dai testi di Salvatore Lazzara.
“Del Mondo Gli Occhi (New Moses)” è breve, ma poco più di un minuto basta per apprezzare ancora una volta la voce di Laura Catrani. Nobili citazioni in “Nyama (Gettarsi Oltre)”, quelle tratte da “Una Strana Zingarella” di Dino Campana e “Profezia” di Pier Paolo Pasolini, il violino di Erica Scherl pensa al resto, tanto da sembrare dotato di parola. Oboe e fiati aprono “La Montagna E Il Trono” in un gioco di percussioni burlesco, un ambito solo in apparenza sgraziato ma che nell’insieme ha una sua armonia logica, qui Milano ancora una volta tesse una tela di voci che cattura noi povere prede. A chiudere “Out Let – Viae Di (S) PHjga”, di certo l’ironia non manca, ma con queste atmosfere c’è poco da ridere.
Tantissime le sorprese, di certo non ve le ho svelate tutte perché “Incidenti, Lo Schianto” è un vero e proprio caleidoscopio sonoro. Alla fine dell’ascolto si esce storditi, sfiniti, Nichelodeon ci ha condotto nel suo mondo sonoro e se non gli tenete la mano rischiate seriamente di perdervi all’interno, la follia va condivisa, ma mai restare soli… Guai!
 
 
Ogni brano è dedicato a una persona, mentre l’intero album è rivolto al ricordo del suo amico e maestro Gianni Lenoci e al giornalista di Rockerilla Enrico Ramunni.
 
INFO: A dicembre 2021 uscirà una versione vinilica limitatissima in 10 copie (ma pur disponibile in formato digitale su Bandcamp e Spotify).
Il lato A presenta:
"Ho Gettato mio Figlio da una Rupe perché non Somigliava a Fabrizio Corona" (extended version)
 
Videoclip/performance: https://www.youtube.com/watch?v=h11J8C86vuk
 
Il lato B:
"Ho Gettato Fabrizio Corona da una Rupe perché non Somigliava a mio Figlio"
 
La composizione è tale affinché le due tracce siano concepibili come consecutive in un unico ciclo indefinito pari ad una lunga suite di 26 minuti divisa in due capitoli, ciascuno da 13 in modo speculare.
MS




sabato 28 agosto 2021

Deafening Opera

DEAFENING OPERA – Driftwood
Autoproduzione
Genere: Hard Prog
Supporto: cd – 2021




In passato ho già avuto modo di tessere lodi a questo gruppo estrapolandone le potenzialità effettive al riguardo. Il gruppo proveniente da Monaco è composto oggi da Moritz Kunkel (chitarra, piano, cori), Thomas Moser (chitarra), Christian Eckstein (basso, cori), Adrian Daleore (voce) e Konrad Gonschorek (batteria).

Nel loro sound miscelano differenti stili, quindi in definitiva rientrano a pieni voti nel calderone del Progressive Rock. Innestano Jazz, Folk, Rock, per un risultato di ricerca ma al contempo molto orecchiabile. Uno dei pregi della musica dei Deafening Opera è proprio quello di dare rilevanza alla melodia, quindi una ricerca a favore della canzone da ricordare, da cantare e non fine a se stessa travolta da un inutile tecnicismo di base. Con “Driftwood” raggiungono il traguardo del quarto album in studio e si evince all’ascolto la maturazione artistica così come una crescita di personalità acquisita di anno in anno con consapevolezza. Vi posso assicurare che è molto più difficile scrivere canzoni che abbiano all’interno suoni che possono far cantare piuttosto che lunghe suite piene di improvvisazioni e di assolo, tuttavia questa è una scelta che può essere più o meno condivisa dagli amanti del Prog.
Nessuna suite quindi, ma otto canzoni di media durata che posso semplificare in una media di cinque minuti l’una.
Con il breve acustico strumentale “Murghab Morning” inizia il percorso immediatamente evidenziato dagli ottimi arrangiamenti e le tastiere dell’ospite Tilman Eispert che conducono a “25.000 Miles”. Bella la voce di Adrian Daleore che si avvicina molto alla teatralità del Neo Prog, qui la canzone mi fa tornare alla memoria certi giri armonici della band svedese Ritual per chi dovesse essere a loro conoscenza. Con un swing ruffiano dal profumo jazz si presenta “Snowman’s Meadow”, impossibile tenere ferma la gamba a seguito del ritmo da accompagnare. Con “Outlaw Feline” si fa un salto nel Folk sudista americano impreziosito da interventi Rock raffinati, la musica intesa come un gioco e lo scopo è il divertimento. Non manca la ballata acustica qui intitolata “As Night And Day Collide” con voce e piano, un momento toccante e allo stesso tempo riflessivo.
Alexandra Stovall è la voce femminile in “Farewell Kiss”, altro frangente dall’ampio respiro che all’ascolto fa socchiudere inevitabilmente gli occhi. Con i suoi sei minuti abbondanti “Man And Machine” è la canzone più lunga dell’album e anche la più Progressive sotto molti punti di vista, annessi i cambi di tempo, qui si sente anche un poco l’influenza di Steven Wilson, artista che con i suoi progetti Porcupine Tree, No Man, Blackfield etc. ha contaminato molto del Rock Prog moderno. Il percorso si conclude nuovamente in maniera acustica con “Little Stone”.
“Driftwood”, quando la semplicità è la carta vincente. MS
 
www.deafening-opera.de





lunedì 23 agosto 2021

Old Rock City Orchestra


OLD ROCK CITY ORCHESTRA – The Magic Park Of Dark Roses
Avanguardia Convention
Genere: Dark Prog Rock
Supporto: cd - 2018




Ho già avuto modo nel tempo e nei vari canali in cui opero,  di tessere le lodi della band orvietana Old Rock City Orchestra. Nel 2012 colpiscono l’attenzione sia della critica che del pubblico con l’ottimo album d’esordio dal titolo “Once Upon A Time” (M.P. & Records/G.T. Music), un disco dove la Psichedelia, il Blues ed il Prog si convogliano in canzoni ben interpretate dalla voce di Cinzia Catalucci. A seguire “Back To Earth” (M.P. & Records/G.T.Music) del 2015, ulteriore passo verso la maturazione artistica che generalmente per ogni artista si concretizza ufficialmente nel terzo album in  studio, in questo caso trattasi di “The Magic Park Of Dark Roses”, dunque  qui o si vola o si cade.
E allora andiamo a vedere cosa ci propongono gli Old Rock City Orchestra in questo nuovo lavoro:
La prima cosa che salta subito all’occhio è il cambiamento di stile grafico, i colori e gli spazi lasciano il posto alla ristretta oscurità gotica dei paesaggi e dei disegni, questi ad opera di Lucy Ziniac con le fotografie di Francesca Mancinetti. Anche il look del trio Cinzia Catalucci (voce), Raffaele Spanetta (chitarra, basso, tastiere) e Michele “Mike” Capriolo (batteria), non lascia adito a dubbi. Dieci canzoni per intraprendere un lungo viaggio nella fantasia musicale, dove passato e presente si incontrano saldandosi in maniera perfetta. Lo stile è ben marcato e come sempre la voce è punto di riconoscimento.
“The Magic Park Of Dark Roses” apre il disco e rilascia come in un affresco le pennellate di musica a rappresentare la sua veste immaginaria. Non è poi così oscuro il parco, ma gode di tanto in tanto di uno sprazzo di luce. Non nascondo da parte mia di scovare certi richiami sonori ai Black Widow. “Abraxas” ne è appendice.
Resto colpito da “ The Fall”, qui l’artwork si sposa alla perfezione, un andamento alla “Child In Time” sorprende all’inizio, anche se ovviamente siamo distanti dallo stile Deep Purple.  Un intercedere nel Gothic Rock monolitico, alleggerito solo dalla soavità della voce. Giunge poi un flauto, quello della ospite Chiara Dragoni ad aprire ed a stemperare l’atmosfera con “Vision”, il sound diventa improvvisamente nordico e certe lande si spalancano avanti gli occhi della nostra immaginazione.
“A Night In The Forest”  racconta sensazioni forti rilasciate da una notte nella foresta, e quello che musicalmente si estrapola è la semplicità con cui basta emozionare l’ascoltatore. Pochi tecnicismi, un riff efficace, diretto e ben arrangiato. Il canto qui è maschile. Il ritmo sale in “The Coachman”, tuttavia non muta l’essenzialità delle movenze artistiche dei strumentisti.
Rimango affascinato dalle sonorità di “A Spell Of Heart And Soul Entwined”, dove le tastiere ricoprono un ruolo fondamentale, sia per il supporto che per l’andamento dell’insieme.
“Thinkin’ Bout Fantasy” prosegue l’essenza oscura della proposta, mentre la successiva “ Soul Blues” spiazza l’ascoltatore, riportandolo a certi fasti Blues di un tempo sporcato da innesti Progressive Rock, un pezzo che nell’insieme del disco non ti aspetti. Gradevole e di classe. L’album si conclude con un brano strumentale, “Golden Dawn”, epitaffio di un bosco oscuro alla scoperta dei suoi ospiti, a partire da chiese e sentieri che donano brividi alla vista, ma anche piacevole curiosità.
Gli Old Rock City Orchestra stanno intraprendendo un percorso artistico che sentono a pelle, oggi sono così,  in questo caso la prova del terzo album è passata, anche se ho come la sensazione che il bello debba ancora venire…O divenire? MS

GUARDA ANCHE:

 https://nonsoloprogrock.blogspot.com/2015/05/old-rock-city-orchestra.html

https://nonsoloprogrock.blogspot.com/2012/07/old-rock-city-orchestra.html

mercoledì 11 agosto 2021

Traumhaus


TRAUMHAUS – In Oculis Meis
Progressive Promotion Records
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2020


Di certo non si può dire che il progetto tedesco Traumhaus sia prolifico, ne è passata d’acqua sotto i ponti dopo il debutto del 2001 intitolato “Traumhaus”. Ad oggi “In Oculis Meis” è il quarto album in studio, il quinto se teniamo conto dell’ep “Ausgeliefert” del 2014. Pochi album nel tempo, ma tutti di ottima qualità.
Lo stile proposto riesce ad abbracciare un ampio bacino di pubblico, spaziando dal Progressive classico supportato da grandi tastiere, a momenti psichedelici ed altri più vicini al Metal Prog.
L’album focalizza i testi attorno all’argomento società moderna e la necessità per ogni individuo di affrontare i problemi. Trattate paure inconsce e strategie individuali per preservare il proprio equilibrio interiore, il tutto osservando ciò che accade nel mondo. Ecco che per una tematica così pesante, al limite dell’oscurità, servono suoni più duri, così che “In Oculis Meis” risulta essere un album più duro rispetto al passato.
La bellissima custodia dell’album è cartonata e all’interno contiene un libretto ricco di informazioni e testi. L’artwork dello stesso leader fondatore Alexander Weyland già del suo indirizza l’ascoltatore verso la musica, molto fosco con un occhio in primo piano che osserva. I cd contenuti all’interno sono due, il primo è cantato in lingua tedesca, il secondo in inglese. Otto i brani mentre il gruppo è composto da Alexander Weyland (tastiere, voce), Tobias Hampl (chitarra), Till Ottinger (basso) e Ray Gattner (batteria).
Un piano malinconico apre le danze nei due minuti di “The Awakening” e sin da subito risalta all’ascolto l’ottima produzione sonora, con un suono profondo e distinto. Roboante la ritmica, mentre la voce ricorda quella di Peter Gabriel. Una volta rotto il ghiaccio si parte per il viaggio con “Preserve & Understand”, il sound è al confine con il Metal Prog e con i suoi otto minuti abbondanti risulta essere fra i pezzi più lunghi dell’album. Molto orecchiabile il ritornello, un raggio di luce nel corridoio buio in cui ci siamo avventurati. Alcuni momenti strumentali possono richiamare i Porcupine Tree o i Neo Prog Pallas per chi li conoscesse.
Elettronica apre “Walk On Yourself”, canzone articolata con un mix passato e presente, il presente l’ho già citato, il passato si cela fra alcune reminiscenze Genesis. L’incedere ipnotico raggiunge l’apice con l’assolo delle tastiere e a seguire della chitarra. E proprio a proposito d’ipnotismo, “Escape” si presenta in maniera psichedelica fra Pink Floyd e Porcupine Tree, a seguire “So Many Ways”, la canzone più breve dell’album in quattro minuti abbondanti.
“The New Morning” rovista sia nel panorama Metal Prog che Progressive Rock, un sottile filo sonoro li unisce facendo spaziare l’ascoltatore con la fantasia grazie all’incedere, dove la  somma dei due generi sfocia nell’AOR, specialmente nel tratto del ritornello. Quando gli assolo partono c’è di che godere. Misteriosa la strumentale “Understand & Preserve”, essa sa picchiare quando serve, l’anima più scura dei Traumhaus che nel pachidermico andamento richiama il suono nervoso di certi King Crimson, quelli più recenti. Il disco si chiude con il brano più lungo, quasi nove minuti di ottimo Prog dal titolo “X-Ray The Darkness”, anche il più sereno.
I Traumhaus fanno nuovamente centro, un disco ricco di emozioni e qualità che oramai si associa alla grandissima quantità delle produzioni edite dalla Progressive Promotion Records. Speriamo solo di non attendere altri sette anni prima di poter godere di questa maestosa musica.
Dell’album esiste anche una versione vinilica per collezionisti stampata in 250 copie. MS

venerdì 6 agosto 2021

Transatlantic

TRANSATLANTIC – The Absolute Universe/Forevermore (Extended Version)
Inside Out
Genere: Progressive Rock
Supporto 3lp+2cd – 2021




Se nel 2021 vogliamo ancora parlare di supergruppi la scelta è rimasta limitata, di certo i Transatlantic sono al momento fra i più longevi se andiamo a considerare che Neal Morse (Spock’s Beard), Roine Stolt (The Flower King), Pete Trewavas (Marillion) e Mike Portnoy (Dream Theater) si incontrano già nel 1999.
Un supergruppo a tutti gli effetti, sia per caratteristiche tecniche, tutti artisti di elevato calibro, che per la passione nei confronti del Prog logorroico composto da interminabili suite. Basta guardare la discografia passata della band, tutte canzoni di lunghissima durata escluso qualche ballata. Neal Morse alle tastiere e voce si sbizzarrisce mettendo in campo tutto il suo bagaglio culturale, ed è l’anima più melodica della formazione, non a caso il suo spirito musicale è alimentato dal mondo dei Beatles, così come quello del batterista Portnoy, non a caso assieme registrano anche un disco di cover del quartetto di Liverpool. La chitarra di Roine getta l’ascoltatore direttamente negli anni ’70, diciamo che è lo spirito vintage del gruppo, mentre il basso di Trewavas è preciso, metodico, deciso e pulito. Escluso quest’ultimo, gli altri tre sono amanti di lunghe suite e lo abbiamo anche potuto vedere nelle loro relative locazioni naturali. Ecco che dopo l’ottimo “Kaleidoscope” (2014 – Inside Out) i Transatlantic si gettano anima e corpo in questo nuovo progetto per battere un bel record, un'unica canzone lunga la bellezza di 90 minuti suddivisi in due cd. In mio possesso ho la versione triplo lp e doppio cd, questo perché sono un pazzo collezionista e mi diverto a sperperare soldi, la passione è più forte di me. Il cofanetto in vinile è ben confezionato, ricco di particolari da godere senza sforzare la vista come nei cd, mentre i suoni degli lp sono davvero curati in ogni particolare, ben distinti e puliti.
Inutile dire che l’opera in se si apre con una “Overture”, così come dire l’ascolto si sbobina fra cambi di ritmo, assolo strumentali di grande fattura e ritornelli ruffiani, oramai chi conosce i personaggi già sa. Il tutto viene registrato questa volta in Svezia.
Infatti questo nuovo disco nulla toglie e nulla aggiunge alla discografia dei Transatlantic, un opera perfettamente assemblata che fa sembrare un ora e mezza un passaggio di dieci minuti! All’ascolto ci si diverte, pochi gli sbadigli, anche se ciò potrebbe accadere inevitabilmente vista la durata del tutto. Eppure i Transatlantic hanno questa innata capacità, certo che chi non ha mai digerito i Beatles e quant’altro detto nella recensione non è che  con “The Absolute Universe/Forevermore” cambi idea, però devo ammettere che il nome “supergruppo” è davvero messo a pennello.
Curate anche le coralità ben congeniate, ogni tanto fuoriescono scorci di Pink Floyd, Genesis, Gentle Giant, King Crimson a dimostrazione che i quattro ragazzi conoscono a menadito la storia musicale Prog del passato. Comunque al riguardo non vi erano dubbi.
Questa volta i Transatlantic hanno pensato di offrire dell’opera anche una versione più breve intitolata “The Absolute Universe - The Breath of Life (Abridged Version)” concentrata (si fa per dire) in 64 minuti di musica, questo proprio per venire incontro anche a coloro che arricciano il naso nei confronti delle lunghe suite.
In poche parole questo è un altro momento musicale spensierato, fatto da professionisti che non lasciano nulla al caso e che assieme si divertono come bambini, e si sente! MS




mercoledì 4 agosto 2021

Speciale Frederick Livi & CrownHeads








CROWNHEADS – CrownHeads
LM-RECORDS/Autoproduzione
Genere: Hard Prog
Supporto: cd – 2002



Dietro al moniker Crownheads c’è il cantautore Frederick Livi, amante dell’Hard Rock e della musica in senso totale. L’incontro con Nick Ermini (basso, chitarra) ed i Pelican Milk di Alex Savelli (basso, chitarra), vecchia conoscenza del Progressive Rock Italiano, porta verso gli inizi degli anni 2.000 a concepire il primo album da studio intitolato “CrownHeads”. A seguire il lavoro nel missaggio troviamo anche Paul Chain, e l’ascolto lascia presagire atmosfere cupe e pesanti.
Così lo è in parte, Livi si lascia ispirare dalla musica in maniera travolgente, storie dure e in alcuni casi anche ballate riflessive. L’Hard Rock e le chitarre elettriche  alzano strati di polvere, gli assolo sono toccanti e diretti, come al genere piace. Il cantato è in lingua inglese.
Il disco è suddiviso in nove tracce, mentre la formazione che suona (dopo diversi assestamenti) è completata da Fabrizio (Lask) Cattalani (batteria) e Tesh Todaro (tastiere), mentre Livi canta e suona anche l’armonica a bocca.
Il disco si apre con una “liberazione”, come la copertina lascia intendere, una persona che va al bagno ad espellere i liquidi  e subito attacca la ruvida “Blue Hell”, dove fra le note elettriche fuoriesce in maniera evidente l’amore dell’artista per un certo Hard Rock dalle tinte oscure. Il riff è ruffiano e di facile presa, mentre il solo di chitarra è una bella rasoiata. In questo momento dell’ascolto appaiono avanti ad i miei occhi gli anni ’80 e la mano di Chain.
Più solare “Choose Your Evolution”, un Hard Rock intelligente che non resta avvinghiato ad un ginepraio di titoli o nomi, il genere si lascia contaminare e fuoriesce come deve essere nelle sembianze di spirito libero.
“Wake Up (Going Is A Golden Word)”, è maligna, così come la voce di Livi ed ancora una volta si torna ad un Hard Rock Dark movimentato da un riff ficcante. Il brano a metà si spezza in un approccio acustico ed introspettivo, lanciando l’ascoltatore su alti lidi soprattutto durante il solo di chitarra elettrica. Chi ama il genere mi ha capito sicuramente e già starà cercando il disco.
Più formula canzone “This Is Not Time”, un brano che coccola, caldo ed avvolgente, grazie anche all’uso degli archi che ben arrangiano il brano. L’uso del piano è perfetto, sgocciolando note delicate e di personalità. Quando i particolari sanno fare la differenza.
“Between Dark And Light” nei suoi sette minuti ci racconta molto dei CrownHead e su come intendono concepire il significato di fare Rock. Ancora una volta il piano apre il brano e le atmosfere si fanno rarefatte per poi aprirsi in maniera spaziosa nel proseguo e sappiamo bene come funzionano i crescendo sonori, il culmine lo raggiungono sempre con un assolo di chitarra e qui non si esula dal modus operandi. “Think Of My Future” è molto acustica e facile da memorizzare nel suo incedere rilassato e ponderante. Ancora formula canzone per Sail Away” più semplice nel complesso, ma nel finale mi sembra di riconoscere il suono della chitarra di Paul Chain.. Il ritmo sale con “Still Feel”, Rock sicuramente adatto per essere cantato in sede live.
Il disco si chiude con “Jesus”. Armonica a bocca e un velo di oscurità che copre il tutto.
I CrownHeads fanno Rock sincero, conservando lo spirito artistico che la musica dovrebbe avere sempre intrinseco, spazio all’arte oltre che all’adrenalina.  Il disco comprende anche una bonus track, “Child In The DarkProject” dove i proventi andranno proprio a “Child In The Dark Project” per adozioni a distanza. MS






FREDERICK LIVI & CROWNHEADS – Traveling
Contact Zone s.r.o.
Genere: Hard Rock
Supporto: cd -2016


Nel titolo “Traveling” è intrinseco il significato di viaggio ed è proprio così che il polistrumentista e cantante Frederick Livi vuole intendere, la vita è un viaggio.
Lo ritroviamo dopo l’ottimo “CrownHeads” del 2002 con tanta carne al fuoco in questo lavoro dove risiedono dieci tracce sonore registrate nel corso di differenti anni. Con lui partecipano al progetto numerosi musicisti anche di fama mondiale, Alex Savelli (chitarra, basso), Fabrizio (Lask) Cattalani (batteria), Roberto Galletto (piano), Sabrina Bursi (piano, tastiere), M. Lucas (chitarra, basso, tastiere), Marck Eno (Marco Talevi) (batteria), Simone Oliva (chitarra) e Marco Massa (cori).
“Traveling” è un messaggio di libertà, un operazione contro i sistemi dello showbiz, lontano dai talent, tanto da portare l’autore a registrare il tutto in luoghi improvvisati per un grande guadagno in sincerità.
Ed il viaggio si apre con “I Am Your Boy (Angel Face)”, un Country di due minuti e mezzo, semplice e diretto per poi passare a “Belong To The Wind”, il Rock che ti prende. Livi muta pelle costantemente durante il proseguo dell’ascolto, ma qui si sente che è il suo territorio, quello che ci ha mostrato nel precedente album “CrownHeads”. Chitarre elettriche e buone melodie da cantare con l’artista.
“Sweet Babe” nomen omen, una semi ballata Rock a tratti avvolgente che si lascia ascoltare con piacere, il viaggio è fatto di differenti emozioni, l’importante non è la nascita o la morte, è il durante… La vita, e qui nel brano ci sono saluti per i nostri compagni di viaggio. Chitarra acustica, armonica e voce in “Down The Bridge”, un mix strano fra David Bowie, Bob Dylan ed Edoardo Bennato tanto per rendere l’idea.
Torna il Rock con “Betania” (premiata nel 2011 come miglior colonna sonora  al “Tabloid Witch Award”  Hollywood (CA) USA)  in un incedere caparbio supportato da tastiere importanti ed effetti sonori. Il pezzo potrebbe benissimo risiedere nel calderone del Progressive Rock a dimostrazione della preparazione musicale di Frederick Livi. Altro lento con “Mad Cowboy Disease”, da segnalare l’ottima intensità del cantato, sentito e ben interpretato.
Ho apprezzato molto la personalità di “Bloody Feet On The Floor”, classico brano che si può ascoltare ad occhi chiusi e che ti fa muovere in maniera incondizionata tutto il corpo. Potreste trovarvi in mezzo alla stanza a suonare la vostra chitarra invisibile, non ci sarebbe nulla di strano.
Segue “Babe Blue (Fuckin’ Lies)”, più canzone rispetto quanto ascoltato sino ad ora, molto sentita dall’artista che interpreta il brano su atmosfere molto ariose.
Il piano di Roberto Galletto è un valore aggiunto in “Child In The Dark” la voce di Livi sembra quella di Cat Stevens e tutto assume un aurea spirituale.
In chiusura l’acustica “Shining Shoes” che potrebbe benissimo risiedere nel disco “The Final Cut” dei Pink Floyd.
“Traveling” è un disco variegato, mai fermo su uno stile unico, tanto quasi da farmelo relegare nel genere Progressive Rock, ma non conta il genere conta l’essere, poi ognuno di noi la può pensare come vuole. Tuttavia il messaggio è chiaro, godersi il viaggio attraverso le esperienze, questa è la vita, e questa è la musica di Frederick Livi & CrownHeads, ascoltiamola. MS