RUSSIAN
CIRCLES – Nine
Autoproduzione
Genere:
Post Rock / Math Rock
Supporto: Bandcamp – 2026
Tre,
il numero perfetto: almeno così si dice, e spesso questa “regola” è valida
anche nel Rock.
Basso,
chitarra e batteria bastano per creare atmosfere e sonorità, se vogliamo, anche
non scontate. E quale territorio del Rock è più adatto a ipnotizzare e
destabilizzare l’ascoltatore? Ultimamente si può dire che sia il Post Rock, e
quando questo si innesta con il Math Rock, allora le sorprese sono assicurate.
Ovviamente
serve una preparazione all’ascolto differente da quella del comune amante della
musica, perché in questo settore si può essere più duri del Metal anche
semplicemente con riff martellanti e claustrofobici. In parole povere, con i
Russian Circles siamo oltre il Rock!
I
Russian Circles si formano a Chicago (Illinois) nel 2004 su iniziativa del
chitarrista Mike Sullivan e del batterista Dave Turncrantz, ai quali si unisce
inizialmente il bassista Colin DeKuiper. Fin dagli esordi, il gruppo definisce
una cifra stilistica basata sull'intreccio tra l'ampiezza atmosferica del Post
Rock, le complesse strutture metriche del Math Rock e l'impatto sonoro del Post
Metal, optando per un linguaggio esclusivamente instrumental.
Dopo
l'esordio “Enter” (2006), DeKuiper lascia la formazione. Nel 2007 subentra
stabilmente al basso e ai sintetizzatori Brian Cook (già membro di Botch e
These Arms Are Snakes). La line-up Sullivan-Turncrantz-Cook si consolida così
come nucleo inamovibile della band per i successivi vent'anni.
“Nine”
è appunto il nono album in studio e sprigiona energia e rabbia da ogni singolo
brano. Già “Borehole” traccia la tematica su cui si innestano i pattern ritmici
di Dave Turncrantz. Il brano procede con una struttura a crescendo, dove la
chitarra di Mike Sullivan sovrappone riff ansiogeni e linee in tapping,
trasformando l'introduzione in un'esplosione sonica di stampo Post Metal.
Un
altro devastante botto giunge con “Empath”: introdotto da frequenze e ronzii
elettronici, si sviluppa su un riffing serrato e aggressivo. Rispetto
all'apertura, “Empath” punta su tempi più stringenti e su una sezione ritmica
estremamente martellante, dove la sinergia tra basso e batteria assume un
carattere quasi rituale e monolitico.
Serve
un attimo di respiro e a questo ci pensa “Eluvial”, che in otto minuti presenta
un'incursione marcata nell'uso di sintetizzatori analogici intenti a disegnare
sequenze ripetitive di stampo kosmische/motorik. La matrice metallica cede
temporaneamente il passo a trame più ariose e fantascientifiche, consentendo
alle chitarre di stratificarsi progressivamente fino alla deflagrazione del
finale.
In
“E2” proseguono le esplorazioni timbriche, proponendo un incastro ritmico armonico
complesso. Le linee di chitarra adottano soluzioni articolate vicine al
Progressive Rock d'annata, sorrette da una trama ritmica sfaccettata che
combina la potenza del Math Rock con una spessa muraglia di distorsioni.
“Meridian”
gioca sul contrasto tra tensione accumulata e rilascio dinamico. Costruita su
arpeggi dilatati e sfondi ambientali, si sviluppa attraverso lunghi fraseggi di
chitarra ed ebollizioni ritmiche, mettendo in evidenza il tipico bilanciamento
del trio tra momenti di stasi e strappi rumoristici.
A
questo punto le orecchie tirano un sospiro di sollievo con il malinconico e
breve intermezzo strumentale “Arletta”, dal carattere prevalentemente acustico,
che conduce alla devastante “Seventh Seal”, chiaramente accostabile a
coordinate Doom e Sludge Metal. Si salvi chi può.
“Nine”
è un album di musica roboante, ma se siete amanti di queste sonorità allora
griderete al capolavoro, ne sono certo. Comunque siete avvisati. Dimenticavo…
Non
ci crederete, ma mi è piaciuto! MS
Versione Inglese:


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