I Miei Libri

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mercoledì 28 gennaio 2015

Walls Of Babylon

WALLS OF BABYLON  - The Dark Embrace
Autoproduzione
Genere: Power Progressive Metal
Supporto: cd - 2015


Nell’entroterra marchigiano esistono moltissime band, una regione che sta crescendo musicalmente, ultimamente hanno proliferato molto anche nel fabrianese, presentando numerosi artisti anche di buona fattura. In ambito Heavy Metal a Fabriano si sono potuti apprezzare i Death Riders di Francesco Pellegrini, gruppo da molti anni in attività e autore di diversi demo oltre che di due cd ufficiali, “Through Centuries Of Dust” (2011) e “New Captivity” (2013).
Walls Of Babylon sono una creatura del chitarrista leader Francesco Pellegrini e del cantante Valerio Gaoni, una sorta di appendice alla band ufficiale, ma che non va assolutamente sminuita in quanto essa non si discosta molto dallo stile della band madre. Qui si va ad interagire con un Power più “Progressive”, dando libero sfogo alle grandi qualità vocali di Gaoni, ancora una volta in crescendo artistico e in questo caso ancor più a proprio agio. Le canzoni sembrano essergli scritte addosso come un abito, ma in “The Dark Embrace” è tutto l’insieme che funziona. I Walls Of Babylon sono formati oltre che dai citati musicisti, anche da Fabiano Pietrini alla chitarra, Matteo Carovana al basso e da Marco Barbarossa alla batteria.
Nove canzoni strabordanti di energia vigorosa, il Power è così, epico quanto basta ed adrenalinico, da godere ad alto volume. E questo io l’ho fatto ad iniziare da “A Puppet Of Lies”, dove la buona registrazione amplifica il tutto. Ricordo anche che l’album è registrato e mixato nei DR Recording Studio  proprio di Francesco Pellegrini.
Così inizia l’album, synt che elargiscono epicità per incamminarsi nel brano che potrebbe uscire benissimo dalla discografia dei grandiosi Blind Guardian. Voce pulita si incrocia di tanto in tanto con il growl per un risultato d’effetto. Cambi umorali e di ritmo rendono l’ascolto sempre vivo, così gli interventi solistici delle chitarre.
Sale ancora la voce di Gaoni in “The Deafeat” che in alcuni momenti mi rimanda ai Queensryche dei bei tempi. Traspare nella composizione una particolare attenzione al sound moderno, una ventata di freschezza che nel genere Power Prog non guasta. Con “Alone” i Walls Of Babylon tornano ad essere più crudi e derivativi ed il ritornello, come da stile, è sempre orecchiabile e da cantare a squarciagola. Buona la sezione ritmica, così l’idea di arricchire l’arrangiamento con tastiere, il pezzo è uno dei momenti più belli di “The Dark Embrace”. Sale di più il ritmo nella title track, una rasoiata epica ma allo stesso tempo aperta ad armonie ariose.
Il lato più pacato viene rappresentato da “Honor And Sorrow”, canzone di facile memorizzazione e melodica con un buon solo di chitarra a legare il tutto. Una sbirciatina anche nel mondo del Teatro Dei Sogni con “The Emperor” per poi entrare nella strumentale “A New Beginning”. Elettronica  e tastiere ancora una volta rendono l’ascolto variegato, un giusto momento di riflessione ed oscurità dal fascino irresistibile. Segue un (se vogliamo chiamarlo così) classico della band, “Revenge Of Morpheus”. Il disco si chiude con “A Warm Embrace”, brano ricercato e sunto della personalità Walls Of Babylon.
Molti grideranno alla sorpresa ascoltando questo piccolo gioiellino metallico, io invece non pecco di presunzione o altro, quando dico che me lo aspettavo. Mi baso solo su di un elemento, il lavoro ed il sudore annesso che negli anni porta sempre ad un risultato positivo. Oggi la gavetta non esiste più…. male! I Walls sono una realtà inconfutabile, che sa dare dieci giri al buon 50% del materiale analogo straniero che puntualmente ci sorbettiamo spacciato per “capolavoro”. Grandi artisti sono sotto la nostra casa e sta a noi scoprirli, io intanto seguo sempre Francesco Pellegrini, questo ragazzo sa stupirmi ogni volta di più. Alla prossima e rivado con il tasto “Play”.  MS

Contatti: walls_of_babylon@yahoo.com

https://www.facebook.com/pages/Walls-of-Babylon/317090131766967?sk=timeline

Enten Hitti

ENTEN HITTI  - Fino Alla Fine Della Notte
Aliodie
Genere: Sperimentale
Supporto: cd - 2013





Si può musicare il limbo? Che suono ha un viaggio onirico sospeso nel sonno dalla mezzanotte all’alba? Una energia muove tutto questo, l’atmosfera delle notti consiglia in pratica la musica degli Enten Hitti. Il risultato si intitola “Fino Alla Fine Della Notte”.
Pierangelo Pandiscia (polistrumentista) e Gino Ape (polistrumentista) sono le menti creatrici del progetto Enten Hitti, dedito a musica ricercata e sperimentazione, legata anche ad influenze sonore tratte dall’ascolto di gruppi come Pink Floyd, Greateful Dead e dal Krautrock di Popol Vuh. L’esperienza ventennale in ambito musicale si fa notare nelle sette composizioni dell’album, un percorso fatto assieme a Gianpaolo Verga (violino), Afra Crudo (voce), Adriana Puleio (voce), Enya Daniela Idda (voce), Lorenzo Pierobon (canto armonico), Lello Cassinotti (voce), Vincenzo Zitello (arpa bardica) ed Alio Die (Guzheng e suoni naturali). Alcuni di voi si chiederanno se Zitello è colui che ha collaborato anche con Battiato, la risposta è si e fa parte del gruppo Telaio Magnetico.
L’esperienza che caratterizza questa composizione musicale, deriva dalla Sleeping Concert, esercizio performativo che si ispira alle pratiche di veglia sonora tipiche di alcune tradizioni mistiche Tibetane e Sufi. L’intento è quello di evocare ricordi ed immagini sul filo della dormiveglia. I concerti iniziano alle 24.00 fino al sorgere del sole e tutti i musicisti suonano ininterrottamente anche utilizzando strumenti a suono indeterminato (campane di cristallo, campane tibetane, lastre di pietra etc.) e strumenti tradizionali come il violino, l’oboe o l’arpa celtica, tutto questo fino a raggiungere uno stato ipnotico. I concerti hanno la performance di quattro musicisti ed una attrice di Teatro sensoriale e si suddividono in cinque atti: Purificazione e accoglimento, l’inizio del viaggio, moto perpetuo, il sogno ed il risveglio dell’alba.
L’album si apre con “Inizia Il Viaggio”, musica scaccia spiriti con conchiglie e zucche tromba. Subentrano le percussioni che hanno la solennità di una sorta d’ iniziazione. Il battere continuo sembra ricordare che comincia la mezzanotte… si parte. Uso sperimentale delle voci, concepite a strumento, come oggi sanno fare molto bene anche Claudio Milano in arte Nickelodeon e Gianni Venturi nel suo Vuoto Pneumatico e nel gruppo Altare Thotemico. Il suono che ne scaturisce è atavico, intrinseco nel dna dell’uomo, solamente celato dalla paura del lasciarsi trasportare dalle proprie sensazioni, perché spesso nel buio del nostro essere, di questo si ha paura. “Nelle Terre Di Mezzo” giungono strumenti più tradizionali, il suono prende forma seppure sempre in maniera eterea ed ipnotica, tutto sembra avvolgere l’ascoltatore di una coperta di nebbia colorata. Breve la vocale “Un Canto Solitario”, interpretata da Afra Crudo e da Adriana  Puleio, per poi giungere a “Respira”. La notte è nel proprio pieno e sopraggiungono immagini ariose all’ascolto, sensazioni dettate dai suoni pacati che compongono il brano, come in un respiro si alzano e si abbassano. Ed eccoci finalmente “Dentro Il Sogno” dove l’acqua purifica il nostro essere, dove la soavità dei suoni acustici  coccolano e rassicurano. Il tempo passa velocemente quando si è  leggieri e sognanti, “Prima Dell’Alba” sembra sgranchirci con i suoni del violino e del piano. Il risveglio definitivo è dato da “Ho Visto Anche Dei Funghi Felici”, con il canto solare di Crudo e Puleio. 
“Fino Alla Fine Della Notte”, musicalmente parlando, è una esperienza unica, forte e realistica, dove l’ascoltatore non è più parte passiva di essa, bensì ne è complice. Lasciare andare la propria fantasia durante questa esperienza, porta a stare bene con noi stessi, a non avere più paura del lasciarsi andare, in parole povere insegna ad ascoltare, termine che oggi purtroppo viene sempre più soppresso dal più superficiale “sentire”. MS




venerdì 23 gennaio 2015

Sinagoga Zen

Sinagoga Zen - Sinagoga Zen
Digital Midiatec Comercio Fonografico / CNPJ
Genere: Rock Progressive
Supporto: cd - 2014




In Brasile esiste un posto magico, culturalmente parlando, una sinagoga dove l'arte ne è l'arredamento. Essa è un laboratorio "utopico" dove all'interno si possono incontrare musica, teatro, studio e poesia, in parole povere Multi Art. Qui c'è il risultato della comunione di tutte le persone che hanno frequentato e vissuto la sinagoga in questione, perché i membri hanno anche fondato scuole rinnovandone l'educazione musicale. "Sinagoga Zen" è in sintesi la celebrazione di dieci anni di esperienza e maturità musicale. Il gruppo è formato da Alison Seben (batteria e percussioni), Felipe C. Taborda (chitarra, basso, viola e violoncello), Giulia F. Dall'Oglio (voce), Rafael Vignatti (tastiere) e Wilian M. Baldasso (basso, chitarra, viola e violino). I generi musicali che si incrociano all'interno del disco sono numerosi, in quanto i singoli componenti provengono da una cultura a se stante, ecco allora incrociare la Psichedelia con il Blues, oppure riff pesanti alla Black Sabbath, ma anche Piazzolla, Miles Davis, Pink Floyd, King Crimson e Stockhausen solo per dare alcuni nomi di riferimento. Ma il mondo musicale più rappresentato dal combo va ricercato nel Rock anni '70. Il disco lascia in me un segno particolare, cinque composizioni differenti che godono di una personalità alquanto marcata, quella che manca spesso agli autori odierni, questo fa si che la mia memoria cataloghi Sinagoga Zen come progetto interessante e da seguire anche nel futuro, almeno con attenzione e curiosità. Già la lunga suite "Modanca Dos Tempos" manifesta un insieme di sonorità che fanno capo comunque ad un substrato di Jazz e Rock. E mi vien da sorridere quando il motivo si placa, aprendo ad orizzonti settantiani a confermare il mio pensiero sulla globalizzazione dettata dal fenomeno internet, il motivo che si ascolta è infatti contaminato dall'atmosfera nord europea, cara a paesi come la Svezia. Perla Prog mutevole e fluttuante, a volte non tattile in quanto eterea e sfuggevole. Cosa dire dei passaggi di piano, della voce di Giulia e del violino? Spettacolo. "2014" è raffinata, ricolma di sonorità degne dei migliori Paatos, ma questa volta con una solarità maggiore, più consona alle terre della Sinagoga Zen. Ancora la veste anni '70 per "Presenca", buona ritmica sostenuta dalle tastiere e da una metrica strutturale vicina alla formula canzone, ben orecchiabile. Mai banali, proseguono il cammino sonoro andando a pescare anche in territori Blues in stile Stevie Ray Vaughan, questo accade in "Abdu Pensante", ma è un attimo perché appena riesci a metabolizzare, i ragazzi sono già nel mondo New Prog. Il disco si conclude con i dieci minuti e mezzo di "Instante De Velejar", dove la sperimentazione si lascia guidare dalle percussioni ricche di solarità, compreso l'uso dello xilofono. Il Brasile non è nuovo nello stupire l'ascoltatore mondiale di Progressive Rock e non venitemi a dire che il genere è morto, per favore, non ci crederò mai e questo grazie anche a realtà come i Sinagoga Zen.

sabato 10 gennaio 2015

Franck Carducci

FRANCK CARDUCCI – Torn Apart
Autoproduzione
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2014


Sono già passati tre anni da quel debutto interessante dal titolo “Oddity”, dove il polistrumentista Franck Carducci ha dato sfoggio delle sue qualità tecniche e compositive. Conclusi allora la recensione dicendo che il disco era piacevolmente scorrevole e  consigliatissimo ai fans di band come Pendragon, ma anche dicendo che mi aspettavo un passo in avanti nei confronti della personalità.
Intanto però andiamo ad analizzare come si presenta il nuovo “Torn Apart”, l’artwork di Casoli e Corinne Vignal, compare creativo, fumettistico e profondamente  comunicativo, esso è anche ricco di particolari all’interno, fra foto e dettagli brano per brano su chi ci suona ed ovviamente anche nei testi. Salta all’occhio la nutrita serie di artisti che coadiuvano il disco, a partire dall’onnipresente chitarrista Steve Hackett (Genesis), l’amico Roy Van Oost al flauto e Michael Strobel alla chitarra solo per fare alcuni nomi.
Nove canzoni ad iniziare dai dieci minuti della title track “Torn Apart”. Ciò che mi accoglie è un muro sonoro che vibra a suon di organo e di chitarra elettrica, il profumo di Rock & Blues passato e metabolizzato, godibile nei solo di chitarra e diretto. Musica per il corpo e per la mente senza tempo. Ma ancora territori Prog veri e propri non sono stati visitati, ci pensa la successiva “Closer To Irreversible” a farci capolino, lento di matrice Pendragon, anche se il fattore Rock & Blues è ancora molto marcato. Buono l’uso della voce e degli effetti, mentre Steve Hackett si lancia in un assolo devastante. Il disco va in crescendo, “Journey Throught The Mind” è all’inizio New Prog anni ’80 e potrebbe benissimo uscire dalla discografia dei Marillion, per poi mutare verso il Folk Rock. Dopo la breve  “Artificial Love”, dove alla chitarra Mathieu Spaeter è più Hackett di Hackett, si passa alla bellissima suite “A Brief Tale Of Time”. Tutti gli ingredienti al posto giusto per un fans Prog, dai cambi umorali e tematici ai ricchi assolo, compreso un richiamo ai Pink Floyd. Altro breve frangente, voce e piano con “Girlfriend For A Day” ed è la volta di “Mr Hyde & Dr Jekyll”. Torna dunque il Rock vigoroso ed il suo strascico di Blues. Torna anche la suite, ancora più lunga (quattordici minuti), con “Artificial Paradise”, fra Genesis e quant’altro il genere sa elargire. Questo è il brano che preferisco, anche se una classifica definita è impossibile da stilare, e che chiude l’album. Nella versione in mio possesso si può godere anche della bonus track “School”, la cover del classico dei Supertramp tratta dal monumentale “Crime Of The Century”.

Carducci cresce, questo mi attendevo e ci speravo, cresce in personalità ed in tecnica. Le composizioni si reggono bene perché ben strutturate e l’ascolto scivola via che è un piacere, non esistono momenti di stasi. A questo punto è ufficiale, Franck Carducci non è più una promessa ma una realtà.  MS

venerdì 2 gennaio 2015

Light Damage

LIGHT DAMAGE – Light Damage
Progressive Promotion Records
Distribuzione italiana: G.T. MUSIC Distribution
Genere: Neo Progressive Rock
Supporto: cd – 2014



Un cd con una copertina nera rappresentata da stracci manipolati attira la mia attenzione. Se li guardo bene cambiano significato a seconda della mia fantasia e si presentano a me con differenti soluzioni. Da musicologo amante del Prog ci scorgo in alto a sinistra un camaleonte, è la mia mente distorta dall’amore per i Marillion o è qualcos’altro che coglie l’attenzione? Non lo so, fatto sta che mi ha fregato, il disco oramai è nelle mani. A presentare il prodotto è la label tedesca Progressive Promotion Records, ultimamente anche sinonimo di qualità, il gioco si fa sempre più interessante. I musicisti sono i lussemburghesi Light Damage.
Si formano  nel settembre del 2005 durante lo Spirit of ’66 a Verviers in Belgio grazie all’incontro fra Sébastien De Landtsheer (primo batterista della band) e Stèphane Lecocq (chitarre). Assieme nutrono l’amore per questo genere musicale dal nome Progressive Rock, assieme ne parlano tornando a casa e realizzano il progetto ad oggi completato da Frèdèrik Hardy (basso e voce), Nicholas John (voce e chtarra) e Thibaut Grappin (batteria). Inizialmente suonano cover dei Genesis per poi diventare nel tempo band tribute dei Pink Floyd. Ma tutto questo resta stretto alla band, che con anni di esperienza alle spalle sente di dire qualcosa di differente, con la maturità nasce l’esigenza di creare materiale proprio. Il risultato è “Light Damage”.
L’album è ben registrato, i suoni sono puliti ed equilibrati (basta ascoltare il suono della bacchetta che tintinna sui piatti per farsene un idea) ed è formato da sei canzoni di breve, media e lunga durata, come un album Prog esige. Raccontano  la storia di una persona che perde qualcuno, chi? Nessuno lo sa, ma è una persona cara di sicuro.
”Eden” apre l'album, è il giorno della perdita ed un ragazzo va a piedi attraverso la città , verso la strada di casa. Si sente il rumore della pioggia e delle campane. Il brano di quasi dieci minuti fa intendere con l’intro che i ragazzi amano si Pink Floyd ma anche il suono New Prog, impreziosito da un giro armonico ripetitivo in stile Goblin. Per il resto il brano è legato alla formula canzone e ben cantato. Il camaleonte che intravedevo fra gli stracci a questo punto non credo che sia li messo a caso, specialmente per l’uso delle chitarre e delle tastiere d’accompagnamento. In " Empty" , il personaggio principale è tornato a casa e si sente triste, inutile e vuoto dentro . Beve da solo finché non si addormenta e sogna. Le chitarre ritornano protagoniste, così gli arpeggi inconfondibili di matrice New Prog, un velato senso di malinconia accompagna l’ascolto rendendolo intrigante e rappresentativo del testo.
Un sogno molto intenso, il tipo di sogno dal quale solitamente si desidera svegliarsi, perché è davvero sgradevole, ma, allo stesso tempo, si vorrebbe sapere come va a finire, anche se ti spinge alla follia e questo si chiama “The Supper Of Cyprianus”. Non è la prima volta che il cantato resta in bilico fra lo stile fino ad ora nominato ed il Post Rock di Radiohead e Muse. Le parti strumentali danno una carica in più al brano, fra brevi assolo e cambi di ritmo. Si arriva ad “Heaven”, un paradiso falso, quello del cervello del protagonista alterato anche da farmaci e droghe. La musica descrive le sensazioni, pur restando sempre gradevole ed ancorata alle melodie, arma vincente dei Light Damage. In “F.H.B. (For Helpful Buddies)” si vive la sospensione del tempo, in cui il ragazzo protagonista ricorda tutti gli amici che lo hanno aiutato ad uscire da questa brutta esperienza di vita. Le atmosfere si placano, le chitarre sono più sospese per poi crescere nell’insieme del brano e per chi vi scrive, questo è uno dei momenti più belli dell’intero lavoro. Infine si ritorna con i piedi per terra ed il brano “Touched” avvisa di questo, il ragazzo seppur triste torna alla realtà. Nuovamente cambi di tempo e crescendo accompagnano l’ascolto e terminano questo debutto che di certo non passerà inosservato.

I Light Damage ci hanno raccontato una storia attraverso le proprie corde sentimentali, le loro esperienze e le caratteristiche che li contraddistinguono, di certo saranno di gradimento a tutti coloro che seguono con il cuore e la mente i generi da me sottolineati. Buon debutto ed aspettiamo ulteriori sviluppi, intanto personalmente rischiaccio il tasto play. Prog e non solo. (MS)

L'uomo e la musica attraverso il suono

UOMO E MUSICA
Di Massimo Salari


La musica nasce con l’uomo, lo accompagna dai tempi dei tempi, è l’udito che ha fatto il suo naturale percorso. In fondo, il primo suono ritmico che ascoltiamo è già nella pancia della nostra mamma…. il suo cuore. Una volta nati viene il suono, ossia il riconoscere ed associare un oggetto, o una azione a quanto ascoltato. Esso ha una frequenza nel tempo.


Per l’uomo primitivo, l’associazione di suoni è poi d’ importanza vitale, il riconoscere ad esempio le situazioni di pericolo o versi di alcuni animali pericolosi. Nasce anche la necessità di esprimersi a suoni, anche per lunghe distanze, il suono come mezzo di comunicazione, far viaggiare il suono al posto delle persone, molto più veloce e sicuro. Molte tribù comunicavano fra di loro percuotendo oggetti, come ad esempio tronchi vuoti o quant’altro. Si riunivano, descrivevano situazioni di pericolo o di allarme, ma a volte anche di festa. Il tronco vuoto percosso lascia così adito anche all’interpretazione del gusto personale, al piacere del movimento, perché il suono ritmico è anche rassicurante. Tutto si riallaccia al ritmo del cuore, quello che abbiamo sentito da sempre, sopra di esso come intensità, il suono ci invita a situazioni di euforia o di agitazione, più lento invece a situazione di tranquillità, calma o di riflessione. Non è naturale e quantomeno non usuale, adoperare ritmi veloci per momenti di meditazione, salvo alterazioni mentali dovute ad altre sostanze esterne. E’ nella nostra natura.
Nasce dunque la musica, per definizione così descritta: “La musica (dal sostantivo greco μουσική) è l'arte dell'organizzazione dei suoni nel corso del tempo e nello spazio.
Si tratta di arte in quanto complesso di norme pratiche adatte a conseguire determinati effetti sonori, che riescono ad esprimere l'interiorità dell'individuo che produce la musica e dell'ascoltatore; si tratta di scienza in quanto studio della nascita, dell'evoluzione e dell'analisi dell'intima struttura della musica. Il generare suoni avviene mediante il canto o mediante strumenti musicali che, attraverso i principi dell'acustica, provocano la percezione uditiva e l'esperienza emotiva voluta dall'artista.”.
La musica così si sviluppa, nel tempo cambiano i supporti per crearla, l’arte subentra già nell’era primitiva, quando al suono di percussioni si affinano strumenti appositi, magari anche nati casualmente, ma nel tempo modificati e resi funzionali all’uopo. Un esempio un bastoncino vuoto che soffiandoci dentro produce un suono, in seguito migliorato facendo su di esso dei buchi. Un piffero. Chiudendo i fori con le dita, i suoni cambiano. Ecco il suono al servizio del piacere umano.
La musica viaggia soprattutto nel sistema limbico del cervello e scatena la dopamina, vera e propria droga.


Questa non è utile per l’evoluzione della specie, ma fa piacere, come mangiare la cioccolata o fare sesso. Il cervello imparando a concentrarsi sull'ascolto si droga ed inganna il corpo, come ad esempio la masturbazione, essa non serve alla riproduzione della specie, ma la si fa ugualmente per il piacere proprio  (non si sta in effetti copulando).
Quindi la musica non è indispensabile per i termini biologici, ossia non allunga la vita, si può vivere benissimo anche senza, tuttavia è adatta a stuzzicare le nostre capacità mentali.
Per questo esiste anche la musicoterapia, perché riesce a lenire del 15% il dolore fisico (esperimenti fatti sulle persone, con  mani immerse nel ghiaccio o ferro ardente che si scalda nella mano, dimostrano che chi ascolta musica resiste un poco di più al dolore). Con il tempo ci si accorge che esiste anche l’Amusia, ossia l’incapacità di ascoltare la musica e di memorizzarla, in fin dei conti è come la dislessia nella lettura. Grazie ad essa, si è capito che musica e linguaggio sono due cose ben distinte nel nostro cervello.
Amusici sono il 5% della popolazione mondiale.



Altro fenomeno è la Sinestesia ossia la capacità di associare colori, sapori ed odori alla musica.



Nel tempo le strumentazioni rendono la musica più articolata e complessa, adatta a tutte le esigenze e nasce anche quella di scriverla per dettargli delle regole univoche per tutti.
I gusti della popolazione all’ascolto della musica, sono generalmente legati agli eventi della vita, ai singoli episodi stessi i quali modificano l’esistenza ed il modo di pensare, di conseguenza, essendo la musica un linguaggio anche scritto, è dunque cronaca del periodo.
Un esempio per far capire il concetto, la musica ed i testi di Bob Dylan non sarebbero stati tali senza la “Guerra in Vietnam”.
Tuttavia la musica ritmata per il ballo, ossia quella meno destabilizzante in quanto più ripetitiva, è quella che nei secoli va per la maggiore. La massa in essa si riconosce e si rassicura, nascono per questo anche i balli di gruppo. Si costruiscono posti dove poterla vivere al meglio, come balere e discoteche, dove la musica alta subentra nell’individuo rendendolo euforico e felice, portandolo al ballo liberatorio.
L’uomo mette necessariamente del tempo ad adattarsi ai mutamenti delle cose, c’è chi più degli altri si spinge alla ricerca ed alla sperimentazione, ma in generale questo individuo all’inizio viene emarginato e messo in una bolla precauzionale di indifferenza dalla massa, proprio come per un virus. Eppure è colui che progredisce e fa migliorare il nostro stile di vita, in effetti tutto questo viaggia  nella normalità dell’evoluzione della specie.
La musica “complessa” dunque esiste, necessariamente supportata da una tecnica importante, la ricerca di nuove soluzioni, nuovi suoni e situazioni, fanno dell’ascoltatore attento un  individuo che gode a pieno della musica, come un prolungamento del suo essere. C’è chi ama trovarsi destabilizzato, ossia che viene portato in nuovi ed inesplorati limbi sonori, e chi invece di tutto questo ne trae fastidio. Non esiste una regola precisa per tutti, resta il fatto che colui che modifica le regole, nel tempo e solo nel tempo, convince la massa che in qualche modo si adegua all’evoluzione stessa, facendola propria e riportandola nei canoni della stabilità, magari con qualche piccola variante. Ognuno per la causa mette del proprio.
Nascono necessariamente i nomi dei generi musicali, questo per dare punti di riferimento all’ascoltatore. Essi sono relegati agli stili ed ai ritmi, ma anche in base alle strumentazioni. Esiste la musica Classica, il Blues, il Rock, il Folk, il Metal, il Reggae, l’elettronica e decine e decine di altri generi.
La musica psicologicamente riesce a modificare anche i nostri gesti quotidiani, per esempio fa spendere di più un acquirente nei negozi, specie quella classica, in cui inconsciamente ci fa sentire degli intenditori (ad esempio, si compera lo champagne più caro rispetto quello che costa di meno). Viceversa, una musica forte e ritmata o elettrica, spinge l’acquirente verso la cassa. La musica classica è anche adoperata da repellente per i vandali nelle metropolitane di Londra, non è musica cool e non piace al vandalo. Anche gli animali pur non componendo musica, hanno comunque differenti sensazioni all’ascolto, ad esempio, la mucca con Simon & Garfunkel fa più latte, mentre le galline fanno più uova con i Pink Floyd.

Il suono è dunque parte fondamentale della nostra esistenza e per vivere meglio, dovremmo dedicarci di più ad ascoltare che a sentire, perché ascoltare è dedicare l’attenzione a quel suono, mentre il sentire è un ascolto distratto senza concentrazione (ad esempio sentiamo passare una macchina ma non memorizziamo, in quanto suono già conosciuto). La nostra evoluzione passa anche attraverso l’ascolto, così la nostra cultura ed il benessere che ne traiamo, sforziamoci a capire per trarne vantaggio.

martedì 30 dicembre 2014

PROG ZONE 2015


“PROG ZONE – Il prog in Concerto”, una rassegna live di musica progressive/alternative rock nata da un’idea di Daniele Giovannoni, batterista dei Karmamoi ( www.karmamoi.it ), band progressive rock italo-inglese con all’attivo due album (“Karmamoi” del 2011 e “Odd Trip” del 2013) e un terzo” Solitary Binary System” in uscita a Giugno 2015, anticipato dal singolo “Sirio”. I Karmamoi, già protagonisti dell’Eurosonic Showcase Festival di Groningen (Olanda, 2011) e di numerosi live, tra i quali l’opening act al Borderline di Londra per gli storici Curved Air, condivideranno il palco con due band della scena prog emergente: Jade Vine e Old Rock City Orchestra.

I greco-londinesi Jade Vine (www.jadevineuk.com), attualmente impegnati nelle registrazioni del loro secondo album, hanno intrapreso nel 2013 un tour in Inghilterra e in Grecia come opening act degli Anathema, nota prog band di fama internazionale. Nello stesso anno Daniel Cavanagh, chitarrista degli Anathema, ha co-prodotto il loro primo lavoro dal titolo “Nothing Can Hide From Light”. 

Gli Old Rock City Orchestra (www.oldrockcityorchestra.com), anch’essi impegnati nell’uscita del loro secondo album, sono stati protagonisti nel 2013 di un tour europeo che ha toccato Inghilterra, Francia, Belgio, Olanda e Bulgaria. Il disco d’esordio “Once Upon A Time” è uscito nel 2012 per l’etichetta indipendente M.P. & Records, già in collaborazione con artisti nazionali e internazionali come Rick Wakeman (YES), Sonja Kristina (Curved Air) e, tra gli altri, Bernardo Lanzetti (PFM), voce storica del progressive rock italiano, con il quale la band umbra ha condiviso il palco lo scorso luglio 2014.

PROG ZONE gode del supporto mediatico di distribuzioni, radio, webradio e magazine del settore e sarà replicato nel corso del 2015 anche in Gran Bretagna. 




sabato 27 dicembre 2014

Daal

DAAL – Dances Of The Drastic Navels
Agla Records
Genere: Progressive Rock/Avantgarde
Supporto: cd – 2014


Il Progressive Rock Italiano si sta basando su nomi oramai importanti, ci sono artisti che con il duro lavoro e la perseveranza, hanno dato uno stile ben riconoscibile al nostrano genere d’avanguardia. Alfio Costa lo troviamo alle tastiere in numerosi progetti, Prowlers, Tilion, Colossus Project, ha collaborato con Malaavia, Ars Nova, The Samurai Of Prog solo per fare alcuni nomi e con Davide Guidoni alle percussioni (oltre che ottimo grafico) ha creato questo fortunato progetto dal nome Daal. “Dances Of The Drastic Navels” è la quinta realizzazione da studio dopo il successo di “Dodecahedron” del 2012. L’album è composto da cinque tracce ed è edito in una confezione cartonata come sempre curata da Davide Guidoni. I suoni registrati sono contaminati da aloni di oscurità per le atmosfere, sempre intriganti e sorprendenti.
Le composizioni prendono vita in una casa isolata e buia nei pressi di un bosco, la casa di Mr. Sandro, questa è l’ideale per la concentrazione tanto che Costa in due giornate riesce a comporre le cinque canzoni.
Nel disco si avvalgono del supporto di amici come Ettore Salati alle chitarre, noto in ambito Prog in quanto presente in numerosissimi progetti al riguardo (The Watch, Alex Carpani, Archangel, The Redzen, Soulengine etc. etc.), Bobo Aiolfi basso anche con i Prowlers, Letizia Riccardi al violino, Tirill Monh voce in “Inside Out” e Guglielmo Mariotti(voce).
Il titolo del primo brano “Malleus Maleficarum” lascia già presagire l’ascolto a cui si va incontro. Le musiche sono composte da Costa, ma qui una mano importante la da Guidoni nell’intro e le sonorità si fanno grevi  in stile Goblin o Antonius Rex. Notevole la parte centrale del brano, quando le atmosfere si placano per una Psichedelia a tratti di Pinkfloydiana memoria.
“Elektra (An Evening With…)” è una variante elettronica e strumentale, impreziosita dalle percussioni di Guidoni. Il pezzo comunque Rock,  è dedicato ad un loro amico scomparso in una tragica notte.
“Lilith” è una sorta di ninna nanna ispirata da un disegno trovato inciso in un albero presso la suddetta casa dell’amico Sandro. Ipnotico ed ammaliante, basa molta enfasi sulle note sgocciolate dal piano di Costa. Composizione emozionante e profonda come pochi sanno concepire.
Con la title track “The Dance Of The Drastic Navels” ritroviamo i classici Daal, quelli che hanno saputo colpire l’attenzione dell’ascoltatore progressivo sin dal 2009. I pochi testi che si ascoltano nel lavoro sono comunque il proseguo dell’argomento dei primi album, si narra della storia di un uomo del futuro che si innamora di una strega metà donna e per metà robot, dove riesce a far diventare l’individuo un proprio giocattolo. Il brano gode di atmosfere nordiche, molto vicine al Prog svedese e a certi King Crimson, queste date dall’oscurità dei passaggi, soprattutto caratterizzati dal suono  mellotron. A metà ascolto subentra l’elettronica, carta molto spesso vincente dei Daal.
Il disco si chiude con “Inside You”, in origine destinata a diventare la conclusione della suite appena ascoltata, invece lasciata definitivamente godere di vita propria. La canzone (perché di questo si tratta) è cantata dalla bella voce della norvegese Tirill Mohn ed è esaltata dal nostalgico violino di Letizia Riccardi. Il pezzo da solo vale il prezzo del cd, come si dice spesso in questi casi, degno suggello del lavoro.
I Daal fanno ciò che sentono, non badano a stili o mode, mutano pur sempre reggendo il sound su di una personalità che il buon 80% delle band mondiali di Prog Rock si sognano! Qui c’è da ascoltare, “Dances Of The Drastic Navels” è un viaggio da fare senza freni inibitori, senza paura, basta lasciarsi andare per scoprire nelle oscurità dei raggi di sole che sembrano indicare una nuova strada. Io come sempre, in casi come questi non giudico ma ascolto e cerco di lasciarmi trasportare, perché questa musica esula dalla banalità, non va ascoltata assolutamente in macchina o comunque sia distrattamente, ma va goduta a pieno, in tutte le sue sfumature.

Daal, oramai un nome ed una garanzia. (MS)

domenica 21 dicembre 2014

Fabio Zuffanti

FABIO ZUFFANTI & ZBAND – Il Mondo Che Era Mio
AMS / BTF
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd - 2014


Molto spesso mi sono lamentato di situazioni musicali qui in Italia che hanno fatto sì che il mio giudizio fosse rassegnatamente negativo al riguardo. Non è per partito preso nei confronti di un genere musicale a me caro, e neppure per chiusura mentale relegata a nostalgia dei tempi che furono, bensì vera e propria constatazione dell’evoluzione culturale del popolo italiano.  Ma per fortuna anche oggi c’è chi si batte per se stesso e la musica, per poter semplicemente vivere di lei e di esprimere il proprio essere attraverso le sue corde. In un calderone immenso questi artisti vanno scovati e supportati perchè è da loro che spesso nascono emozioni.
Fabio Zuffanti di certo non è l’ultimo arrivato, lo sapete bene anche voi che seguite le mie recensioni, ha formato numerosi gruppi come Finisterre, La Maschera Di Cera ed Höstsonaten tanto per nominare i più famosi ed è un artista che si batte da venti anni per la sua causa, quella di esprimere un concetto musicale a cavallo fra semplicità, armonie e Prog Rock. Probabilmente il connubio di questi elementi non è digeribile a tutti gli usufruitori, i quali spesso si legano al significato di Prog Rock distante dal cosiddetto termine “commerciale”. Non che Zuffanti nella sua carriera abbia fatto dischi prettamente commerciali, anzi, tuttavia ha ricercato la giusta melodia anche di facile memorizzazione, magari a discapito di lunghe cavalcate tecniche. Venti anni di realizzazioni che hanno fatto in ogni caso parlare, emozionare e cantare.
Quest’anno è uscito anche il disco solista “La Quarta Vittima” che ha riscosso  interesse di pubblico in senso generale e che ha portato Zuffanti a formare una band per partire in un tour mondiale che ha toccato nazioni come Belgio, Olanda e Canada. Un concerto in cui si suonano le diverse tappe della carriera che hanno contribuito a formare l’artista genovese, un insieme di canzoni estrapolate dai diversi suoi progetti. Ogni canzone è un tassello importante che l’artista sente vicino a se. Ma non tutto è filato liscio a livello tecnico e le registrazioni live purtroppo non si sono potute realizzare. Zuffanti tuttavia ha ritenuto di immortalare ugualmente questa Zband ed una scaletta importante che lo ha accompagnato nel corso del tour, per questo si reca agli Hilary Audio Recording Studio e ripete il concerto live in studio.
Quello che ne scaturisce all’ascolto, oltre alla bellezza delle composizioni, è una forte sensazione di agio, ossia i musicisti godono di questa situazione e danno il meglio di loro stessi. Ecco allora classici come “In Limine” (Finisterre con Boris Valle),”Rainsuite” (Höstsonaten), “La Notte Trasparente” (La Maschera Di Cera) ed altri ancora, riprendere vita, una nuova veste comunque elegante e moderna. Del nuovo album solista ci sono “Una Sera D’Inverno”, “La Quarta Vittima” e “Non Posso Parlare Più Forte”.La Zband è formata da Matteo Nahum (chitarra), Paolo “Paolo” Tixi (batteria), Giovanni Pastorino (tastiere) e Martin Grice (fiati), oltre che da Fabio Zuffanti al basso e voce.
Sette tasselli importanti per la carriera, ma anche per il Prog Italiano in generale, troppo spesso relegato al confine dei tempi che furono, invece con “Il Mondo Che Era Mio” si ha nuovamente l’ennesima prova che il genere è vivo e vegeto. Ben confezionato in edizione cartonata, registrato con la consapevolezza di rendere il concerto più tangibile ed un bel poster de “La Quarta Vittima Tour”all’interno dell’artwork stesso, questo è il sunto del cd.
Sicuramente Fabio ora è già all’opera in un nuovo progetto, la sua “vulcanicità” non è sicuramente nuova a nessuno, perchè lui è artista vero, vive della sua musica, o almeno tenta di farlo con tutte le difficoltà del caso e se ci riesce è solo grazie a se stesso, alla gavetta, alla bella musica che solo un ascoltatore disattento può lasciarsi sfuggire.
Da avere e godere! (MS) 

lunedì 8 dicembre 2014

Jail Underdog

JAIL UNDERDOG - Electric Countryside
Icore Produzioni & Toxic Sele Crew
Genere: Garage Rock
Supporto: ep – 2014



Fabriano, cittadina dell’entroterra marchigiano, cela fra i propri abitanti una nutrita serie di musicisti, questo anche all’insaputa degli stessi. Infatti le band si prodigano a fare concerti nella zona, esistono anche possibilità di visione, ma il cittadino del posto non è ricettivo. Per fortuna il mondo è più vasto, si perché di cultura Rock al riguardo ancora c’è, poca, ma c’è.
Tutto questo potrebbe far pensare che le band di Fabriano non sono valide, invece no, nella mia carriera di recensore ho ascoltato e criticato migliaia di dischi e vi assicuro che qui la media è davvero elevata, merito forse anche di internet, che a costo zero da la possibilità a chi lo adopera di farsi una cultura elevata a livello musicale. I tempi cambiano, la musica pure, il Rock si adegua, in quanto portavoce dei tempi.
Ma veniamo a noi, chi sono questi Jail Underdog? Giacomo Agostinelli (Voce), Leonardo Home (Chitarra), Alessia Cimarelli (Basso) e Andrea Pesci (Batteria) compongono il gruppo che si forma nel 2010. Gli stili a cui si ispirano sono differenti,  ogni singolo elemento ha un proprio backgroud, anche se sono il Blues, l’Hard Rock ed il Punk i più gettonati. Come gli Iron Maiden con Eddie, i ragazzi marchigiani hanno una mascotte dal nome Grog ed è un cane quantomeno curioso.
La gavetta c’è, si prodigano, suonano live molto spesso e questo crea loro un amalgama che comunque già si può apprezzare nelle incisioni. Nel 2012 si presentano con il demo “Sentenced” e qui lasciano presagire le potenzialità, tanto che alcuni recensori ne parlano positivamente in diversi canali mediatici. Tornano oggi con una registrazione migliore e cinque nuovi brani in questo EP dal titolo “Electric Countryside”.
Apre “Countryside Of Me”, simpatico breve riferimento al genere americano che sfocia in un vigoroso Hard Rock quantomeno contagioso. Segue “Carote e Liquori” ed il ritmo sale ancora, la voce di Giacomo Agostinelli è graffiante, adatta a questo ruvido Hard Rock cantato in inglese. Un pregio di questo gruppo risiede anche nel fatto che espongono assolo di strumenti e cambi di ritmo, cosa che nel 90% dei casi di questi giovani gruppi esordienti, non esiste. Bene fanno, perché spezzano l’ascolto e lo impreziosiscono, mettendo anche alla luce non solo l’amalgama ma anche la tecnica che comunque non va sminuita.
Con “El Guero” c’è un attimo stradaiolo e polveroso, accordi solidi, quei quattro che non ti tradiscono mai e che fanno la base del genere. Traspare divertimento fra le righe e questo è contagioso. In “Overnight” trapela anche la NWOBHM, probabilmente vista la giovane età dei componenti non so quanto voluta, perché sto parlando dei primi anni ’80, tuttavia negli ascolti della loro vita, volente o nolente ne hanno assorbito nel dna i propri valori. Inevitabili anche certi riferimenti ai Motorhead, qui evidenti.
Ma è con “Abandon's Trail” che danno il meglio, l’ultimo brano è notevole, mutevole, ammaliante, caldo e alla fine anche aggressivo. Il flauto lo impreziosisce e per quello che riguarda il sottoscritto, vi assicuro che questo pezzo girerà spesso nel mio stereo.

Buona fantasia, le idee ci sono e così funziona, non resta che perseverare, perché oggi il problema dei musicisti è proprio questo, sbattere addosso ad un muro di gomma, tuttavia da come ho avuto modo e piacere di vedere, i Jail Underdog già si divertono a suonare live, tutto quello che può scaturire in più è solo che ben accetto! Bravi. (MS)

martedì 2 dicembre 2014

IL COMPLEANNO DI PEPPE 2014


FABRIANO PRO MUSICA Presenta: Il Compleanno Di Peppe 2014




Seconda edizione dell'evento "Il Compleanno Di Peppe" a memoria di Peppe Costarelli, noto venditore di strumenti musicali del centro Italia.


Quest'anno anche sorprese.... 

sabato 29 novembre 2014

Nuovo video per NICHELODEON

NichelOdeon/InSonar and Pietro Cinieri (ArtmikaStudio - ProduzioniVideo)
presentano:

                        
              TUTTI I LIQUIDI DI DAVIDE  - An LGBT “Dada Pop” Ballad
Genere: Experimental, Folk, Psych, Prog, Songwriting, Theatre, Avant, Canterbury





Questa canzone parla dell'amore tra un uomo e un bel palloncino di nome
Davide, Dedicato all'amore in ogni sua forma, contro ogni razzismo e pregiudizio.

Credits:

Music and Lyrics by Claudio Milano

Arrangements by NichelOdeon/InSonar

Label: Snowdonia dischi

Directed by Pietro Cinieri (ArtemikaStudio - ProduzioniVideo)
Concept by Francesco Paolo Paladino & Claudio Milano
With Claudio Milano (storyboard, illustrations, paintings, performance)
Musicians

Claudio Milano: voices/keyboards
Erica Scherl: violin
Vanni Floreani: cister/bagpipe
Ermes Ghirardini: drums/percussion/electronics
Vincenzo Zitello: bardic harp
Vincenzo Vitti: celloPaolo Siconofi: sound designer/editing/mixing/mastering
Mimmo Frioli: sound designer/recording/editing/pre-mixing

Original concept by Francesco Paolo Paladino

giovedì 27 novembre 2014

Se Abbaia è RADIO CANAJA

   RADIO CANAJA


Ci sono Radio che si ascoltano per informarsi, altre per la musica, altre ancora seguono sport, politica o religione, ma ci sono anche piccole realtà che ti fanno davvero stare bene, almeno per un paio d’ore.
Sboccacciata, irriverente, ironica, satirica e demenziale, nel centro Italia un gruppo di ragazzi “abbaiano” ai microfoni di RADIO CANAJA.
Nasce come Radio Web a Fabriano nel febbraio 2012 in una soffitta grazie all'idea di Marco "Stens" Stagnozzi, Andrea Battistoni (il maestro della contemporaneità), Luca Battistoni (il fratello regista), e Francesco Belardinelli. La quota rosa spetta a Martina Morganti.


                                       (ROCK & WORDS ospiti nel 2013)

Negli anni ’70, precursore di radio demenziale è stato il programma “Alto Gradimento” di Renzo Arbore, Gianni Boncompagni, Mario Marenco, i fratelli Giorgio e Franco Bracardi e Marcello Casco, RADIO CANAJA ne ha involontariamente (?) colto lo spirito, ma qui si spara grosso in quanto i giovani ragazzi sono anche attenti alla politica locale e intrattengono con un linguaggio a cavallo fra il dialetto ed il turpiloquio.
Più di 11.000 ascolti  ed oltre 60 ore di trasmissioni sul podcast, questo il curriculum  che li contraddistingue, variando da argomento in argomento, con ospiti reali ed “inventati”. Molte le caricature all’interno e spesso ci si diverte a punzecchiare argomenti scottanti come il sesso o la politica locale.
Lo spirito goliardico, la voglia sincera di divertimento è contagiosa e si percepisce a pelle durante l’ascolto. Tutto molto semplice, improvvisato, sfiorando il caos demenziale, fra gag e battute taglienti.
Nel 2013 trovano spazio negli studi di RADIO GOLD, radio locale del Fabrianese, all’interno del palinsesto e vanno in diretta il martedì e sera alle ore 22.00.
 Non sfugge loro il movimento cittadino e quindi neppure gli eventi, commentandoli ed ospitando i protagonisti del caso. Può mancare il quiz con il premio? Certo che no!


                                 (Fabriano Pro Musica ospiti nel 2014)

Personalmente sono stato ospite due volte alla trasmissione, nell'ultima per pubblicizzare l’evento “Il Compleanno Di Peppe”, una sorta di piccola Woodstock locale con più di 20 band che suonano dal vivo per commemorare la precoce scomparsa di Peppe Costarelli, noto venditore di strumenti del centro Italia. Due ore di chiacchiere, battute e divertimento puro che hanno fatto breccia anche nel mio cuore, perché dentro ognuno di noi c’è sempre un alta percentuale di “spensieratezza” che va sempre coltivata e RADIO CANAJA (la Radio che abbaia, come ha detto anche Luca Ward) la tiene sempre accesa.
Sostenetela con gli ascolti, perché la sincerità e l’ironia oggi sono merce rara.

                         Link per ascoltare la serata in cui sono ospite:

      http://www.spreaker.com/user/radiocanaja/peppe-canaja-pro-musica

Ad oggi RADIO CANAJA è composta da: Marco "Stens" Stagnozzi, Andrea Battistoni, Luca Battistoni, Martina Morganti, Tiziano Capalti e Franco Tiratori (nome d'arte in quanto personaggio misterioso)


http://www.spreaker.com/show/radio_canaja

https://www.facebook.com/RadioCanaja?fref=ts

mercoledì 26 novembre 2014

IL ROCK E' MORTO ! / ?

IL ROCK E' MORTO ! / ?



Partendo dal concetto che la musica rispecchia sempre la società del momento e che è l’evento a mutare il suo modo di agire, potremmo anche dire che il Rock non è morto ma tramortito. Si perché la musica non muore mai, neppure i generi che la compongono, piuttosto mutano con i suddetti eventi, compresa la tecnologia che avanza. Siamo noi che  restiamo avvinghiati ai ricordi ed alla musica che ci fa tornare alla mente il primo amore, la gioventù  etc. Tutto ci sembra fermo li, impossibile pensare che la musica a venire sia più bella. Ascoltate i vostri nonni e vi diranno che la musica degli anni ’50 era la migliore, così i vostri genitori,per loro la migliore è quella anni ’60 o ’70, a seconda dell’età e via dicendo. Inopinabile che sono esistite mode orribili, suoni di plastica e amenità varie, ma tutto serve per portare al dna della musica di oggi un qualcosa che ci dice“così è meglio di no”. In parole povere, anche il brutto è servito. Non dimentichiamo che anche nel Metal c’è stato il momento dei sintetizzatori e quant'altro, persino i padri JUDAS PRIEST li hanno usati in “Turbo”. Sacrilegio o evoluzione ? E quindi …il Rock è morto?
Oggi il Rock è solo tramortito, perché di artisti validi ci sono sempre, il genio non muore mai, si adatta ai tempi.
Mentre una volta negli anni ’60/70 per fare un disco spendevi soldi, fra sala d’incisione, manager, distribuzione, pubblicità, permessi etc, dovevi essere un pazzo a non voler dire qualcosa di buono, oggi invece con un pc, due strumenti, un buon programma e social network, sei produttore di te stesso, puoi registrare e camuffare ciò che vuoi a spesa quasi zero. Risultato, una volta uscivano 20.000 dischi al mese, oggi ne escono 2.000.000 al mese (cifre per fare un esempio ovviamente)! Ma gli artisti che hanno qualcosa da dire ci sono sempre, solo sotterrati da tonnellate di immondizia sonora. E’ matematico.
Questione soprattutto di CULTURA. La musica è un evento, una volta si comperava un disco e lo si ascoltava a casa con gli amici per commentarlo, studiarlo, coglierne i particolari, era un movente di relazione e ritrovo. Una gara a chi ne sapeva di più, conoscendo gli stili, l’evoluzione della musica e dell’autore in considerazione. Si spulciava.
Oggi la musica si scarica, il lavoro di un artista ha valore zero per il 90% degli italiani, un fugace ascolto, magari in macchina, nulla di più, non ci si ritrova, non si apprezza l’artwork, non si capisce nemmeno più il valore qualitativo del suono, la musica compressa (orribile) è tollerata.
Mordi e fuggi, la società corre, non ha tempo di soffermarsi su chi ha qualcosa di diverso da esporre, così anche i media snobbano i“diversi” e questi spesso fanno ROCK. Ciò accade soprattutto qui in Italia,perché all'estero la CULTURA musicale è completamente differente.
Intanto suonano Rock e non lo sappiamo.
Allora, in conclusione, CHI E’ MORTO IL ROCK O IL NOSTRO CERVELLO?

venerdì 21 novembre 2014

Roberto Fedriga

ROBERTO FEDRIGA – Roberto Fedriga
Autoproduzione /Undersound
Genere: Cantautore – Jazz
Supporto: cd – 2014


Non nascondo il mio divertimento nel girovagare e scoprire nuovi talenti musicali, siano loro stranieri che italiani. Ho notato nel tempo una stabilizzazione a livello qualitativo, ossia difficile imbattersi in brutti dischi e difficile altrettanto in capolavori. Questo perché la tecnologia aiuta, le culture grazie ad internet si intersecano e si contaminano. Globalizzazione.
Se poi andiamo a vedere i debutti, allora la curiosità accresce, in quanto si può evincere come la società moderna approccia alla musica oggi.
La musica cantautoriale italiana  comunque è già da molto tempo aperta alle contaminazioni Folk Rock angloamericane e molto spesso nel connubio di queste culture, ne scaturiscono buoni lavori.
Roberto Fedriga è un allievo del bravissimo vocalist Boris Savoldelli sennonché  seguace del cantautore  (mai troppo rimpianto) e grande voce Tim Buckely e si presenta al pubblico con questo album di debutto dal titolo “Roberto Fedriga”.
Trenta minuti suddivisi in dieci tracce, contenuti in una confezione cartonata davvero bella grazie al lavoro di Armando Bolivar, esaustiva nei contenuti ed elegante. Tengo a sottolineare quando i dischi sono supportati da un buon artwork, in quanto ritengo questo un valore aggiunto e rispettoso nei confronti dell’acquirente. La musica deve andare a braccetto con le immagini, con ciò che l’artista vuole esprimere o per meglio sintetizzare, accompagnare l’ascolto.  Letteratura, disegni e film si uniscono nei contenuti della musica proposta dal giovane autore nato a Lovere (BG) nel 1984.
La sua voce è coadiuvata dai strumentisti Guido Bombardieri (sax e clarinetto), Nicola Mazzucconi (basso), Lorenzo Melchiorre (chitarra), Andrea Lo Furno (chitarra), Matteo Marchese (percussioni), Luca Finazzi (batteria) e Francesco Benedetti (piano).
Soffici sonorità a partire da “Trabucco”, una ricerca strutturale non scontata che fa pensare a sperimentazione ma che in realtà non lo vuole essere, adiacente alla canzone ed al Jazz. La voce non esagera, è pulita, non forzata e semplice interprete di testi brevi, coincisi e descrittivi di situazioni di vita.
 “Arababy” è uno dei pezzi che prediligo, una visione sonora che fa pensare, immaginare, mentre  la cadenza della voce mostra una attenzione particolare per l’esposizione lirica non proprio scontata.
Molto spesso quando il cantautorato si sposa al Jazz ne fuoriesce una pesante esposizione dedita a qualche tipo di sperimentazione inesorabilmente adatta ad un pubblico esigente ed attento, In questo caso tutto è orecchiabile, semplice e in alcuni tratti raffinato. Le canzoni sono brevi, altro punto a favore del fluire dell’ascolto, alternandosi fra ballate e frangenti più animati.
Questo è il debutto di Fedriga, senza stare troppo a trapanare al dentro, perché non serve, perché è il disco stesso che non vuole essere sezionato. In esso c’è buona musica, probabilmente qualcuno più esigente avrebbe preteso un azzardo ulteriore da parte dell’autore, tuttavia dipende cosa si vuole  trasmettere e quindi alterare probabilmente sarebbe nefasto in quanto qui l’equilibrio c’è.
Buon debutto, per passare 30 minuti in santa pace. (MS)

Mike 3rd

MIKE III – In The Wood
Ma.Ra.Cash Records / Prosdocimi Records
Distribuzione: Self
Genere: Acustic Rock
Supporto: cd – 2014


In Italia il Rock prende una fetta di ascoltatori che comunque sono in continua crescita, grazie all’uso di nuovi innesti fra generi senza troppo stravolgere la formula canzone, come spesso  invece accade nel Progressive Rock.
Il nome di Mike 3rd sicuramente non vi giungerà nuovo, perlomeno quello dei suoi progetti EX KGB, i divertenti Tunatones o gli Hypnoise, analizzati dal sottoscritto anche in questi canali.
Un artista a tutto tondo, vero amante della musica, colui che sente di fare solo quello che si prova al momento, senza badare ad etichette o a preconcetti. Mike ha le idee chiare, affonda a piene mani in svariati generi come il Jazz, il Blues, il Rock , il Folk ed il Progressive Rock, per un risultato  poco focalizzabile, sicuramente sperimentale.
Il disco è suonato bene, senza interventi elettronici e con ospiti di riguardo, come ad esempio Paul Mastellotto (King Crimson), Benny Greb (Stoppok e il trio Ron Spielman), Alberto Stocco, Scott Steen (Royal Crown Revue) e Roberta Canzian (soprano).
Ascoltando gli undici brani che compongono l’album sovvengono alla memoria anche nomi forti come ad esempio quello di Tom Waits, ma quello che funziona è l’abbinamento di situazioni differenti, come la voce soprano in “Shining Light” con il Folk Rock.
La produzione sonora è ottima e questo quando accade tendo a sottolinearlo. Suoni caldi come il legno che domina nell’artwork del cd. Esso è presente addirittura fisicamente nella versione vinilica a 180gr, edizione limitata numerata a mano dall’artista e confezionata con il legno di ciliegio. “Back To Life” emana questo calore, un brano sinuoso che ti lascia soddisfatto, così orecchiabile grazie alle coralità femminili ed alla tromba finale risulta “15 Days”.
“Time” gode di una malinconia già conosciuta grazie al lavoro di band come Opeth, ovviamente quelli acustici. “Queen Of The Night” non si discosta molto. Ancora più intimistica “Just Because”, con un piano che sgocciola note delicatamente. Jazz per “In The Circle”, bell’intervento di sax in “It’s All So Quiet” e REM acustici in “Joy”. Molto bella anche la conclusiva “Blood And I”.
Di generi Mike 3rd nella sua carriera artistica ne ha toccati tanti, Rock, Rockabilly, Punk, ma per il suo lavoro solista ha cercato qualcosa di più, dentro se stesso e quello che ne è scaturito è un suono acustico, caldo, comunque ricercato nelle soluzioni e proprio per questo interessante per la mente.
(MS)


giovedì 13 novembre 2014

Eyesberg

EYESBERG – Blue
Progressive Promotion Records
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2014


Gli anni ’70 hanno davvero segnato in maniera forte tutto il circuito musicale Rock. Le atmosfere, le melodie che si ascoltano nel Progressive Rock di molte band, soprattutto di origine inglese, incantano ancora oggi. A seguire, il genere ha sempre mantenuto nell’ossatura questo spirito compositivo, spesso e volentieri fanno capolino in nuove e differenti band, anche dei nostri giorni.
Con i tedeschi Eyesberg  e con “Blue” parliamo di debutto ed anche di quel Prog incantevole che comunque si adegua alla tecnologia ed ai tempi nostri.
Eyesberg è un trio formato da Georg Alfter (chitarra e basso), Norbert Podien (tastiere, cori e drum programming) e Malcom Shuttleworth (voce) che si coadiuva della presenza alla batteria di un noto artista dell’ambito, Ulf Jacobs dei connazionali Argos.
“Blue” non è composto da suite, come spesso il genere consiglia, ma si concentra sulle melodie senza troppe divagazioni, come si dice, bada al sodo. Dodici brani ed un artwork cartonato che all’interno contiene il classico libretto con i testi e le immagini, ben confezionato ed esaustivo al riguardo. Il cantato è in inglese, lingua annosamente adeguata e musicale per questo stile sonoro.
La magia della musica scaturisce in tutta la sua magniloquenza con l’impatto iniziale di “Child Play” e le tastiere sono già in cattedra, ricordando un New Prog anni ’80 caro a tutti i fans Marillioniani. Il titolo successivo è caro a molti amanti del genere, soprattutto a quelli dei King Crimson, “Epitaph” tuttavia non ha a che vedere con l’originale, qui si apre con un gradevolissimo flauto e comunque ugualmente il mellotron riporta la mente agli anni ’70. La chitarra nei suoi assolo è sempre ordinata, mai fuori le righe, anche lei senza strafare e punta tutto al cuore. La voce di Malcolm a volte richiama Gabriel, altre Collins, comunque ottima interprete e narratrice di queste storie musicali. Ciò che tengo a sottolineare è la magniloquenza del suono che è prerogativa del Prog. Più canzone “Closed Until The Resurrection”, dove le chitarre ben si espongono tracciando voli mentali nell’ascoltatore. Il lato più romantico della band esce nel flauto e nella delicatezza Genesiana di “Winter Gone”, mentre sale l’allegria con “Inquisitive”. Personalmente resto rapito dalla bellezza della mini suite (otto minuti e mezzo) “Feed Yourself”, dove gli Eyesberg dimostrano a pieno di aver assimilato nel loro dna il suono e lo stile anni ’70. Quando le tastiere partono imponenti sotto l’assolo perentorio di chitarra elettrica, il pelo si alza inesorabilmente. A tratti ricordano gli americani Glass Hammer, quelli più ispirati.
Breve strumentale con “4-2-f” e poi è la volta di “Faces On My Wall”, canzone che risalta più la personalità del trio, anche se i Genesis di “Wind & Wuthering” a tratti fanno capolino. Moderna nel suono e negli effetti “Porcelain”, una sorta di staffetta fra futuro e passato con “If I Told You The Truth”, mentre “S II” mostra il lato più aggressivo con un orecchiabile Hard Prog. Il disco si chiude con “Detachment And Replacement”, ed ancora una volta brividi scorrono sulla pelle.

“Blue” è un disco fatto da chi la musica non solo la suona, ma la ama. Non è un capolavoro e questo voglio sia chiaro, tuttavia si ascolta con grande piacere e non mancano gustosi momenti strumentali, quindi voi amanti di quanto descritto siete avvisati. Potrebbe anche essere una buona occasione di approccio al genere per i neofiti. Complimenti Eyesberg, buon debutto. (MS)