I Miei Libri

I Miei Libri

giovedì 11 giugno 2015

Mechanical Butterfly

MECHANICAL BUTTERFLY – The Irresistible Gravity
Ma.Ra.Cash Records
Genere: Progressive Rock / Experimental
Supporto: cd – 2015


Immagino che sapete cosa accade, quando per le mani capita un disco che grazie alla copertina ed all’artwok in generale ci colpisce. Poi se parliamo di Progressive Rock, l’artwork è esplicito e fa da spia infallibile del contenuto sonoro. Immagine e musica per la mente. Mi giunge il disco dei Mechanical Butterfly, italianissimi, fra Catania ed Acireale e l’impatto visivo è di quello giusto appena descritto. Questo mi fa un gran piacere, perchè ultimamente non è che ci siano state uscite dettagliate al riguardo, è anche vero che la Ma.Ra.Cash Records ci ha comunque abituati da anni a realizzazioni importanti in ambito del genere. La cover art è di Giuliana Pulvirenti mentre la grafica è a cura di Stefano Somogyi, semplice, lineare, con foto e scritture dei testi nitidi e leggibili nero su bianco.... Una volta tanto!
Il progetto Mechanical Butterfly nasce nel 2006 grazie alla collaborazione tra i due chitarristi Alessio Oranges e Dario Laletta, con il contributo di Giovanni Valastro ai fiati ed alle tastiere. Realizzano subito un ep dal titolo omonimo, per poi arricchirsi e mutare di line up nel tempo, con la giunta  di Andrea Zappalà alla batteria e Giuseppe Padalino al basso, entrambi già membri della cover band Aracne. Dopo qualche mese si unisce anche la tastierista Laura Basile.
Nell' aprile del 2007 Francesca Pulvirenti entra nel gruppo come cantante, così nel maggio 2008  giungono all’autoproduzione del secondo EP "Mechanical Butterfly". Fra radio locali, siti web e quant’altro, l’interesse intorno al gruppo sale. Dopo altri movimenti interni, la formazione si stabilizza con Francesca Pulvirenti (voce), Alessio Oranges (chitarra), Laura Basile (tastiere e synth), Roberto Marano (basso) e Toti Bella (batteria). Fa dunque piacere una volta tanto ascoltare Progressive Rock con componenti al femminile e “The Irresistible Gravity” ne è degno rappresentante.
Il disco è composto da otto canzoni cantate in inglese, compresa la bonus track “La Fenice”.
Si comincia con “Suoni Dalle Stelle”, strumentale psichedelico che fa da apripista all’altrettanto strumentale pezzo dal titolo “Labyrinth Of Doors”. Vigoroso Rock che va a pescare in diversi stati d’animo, fra New Prog e note provenienti dalla Scuola Di Canterbury. La sezione ritmica funziona bene e si ritrova in ogni passaggio con semplicità. La band non tenta di strafare, piuttosto cura molto la parte melodica della musica, rendendo l’ascolto scorrevole. La chitarra traccia percorsi immaginifici, lasciando libero sfogo al suono di per se preso come sensazione, aiutato da ottimi effetti, alternandosi a quello più canonico del riff che in questo caso risulta di facile memorizzazione. Le tastiere seguono a ruota.
Con “Marks Of Time” ascoltiamo la bella voce di Francesca, intenta a destreggiarsi fra Rock Progressivo e Metal Prog dalle tinte gotiche. Subentra prepotentemente anche la formula canzone che sembra funzionare bene, anche grazie ai cambi umorali e ad una registrazione sonora veramente buona. Il flauto che interviene di tanto in tanto è veramente un ospite gradito! Non nascondo che alcuni fraseggi sonori dettati dall’elettronica, miscelati con sferzate metalliche, mi fanno venire alla mente gli olandesi Ayreon. Ma sono solo brevissimi ed isolati istanti.
“The Alchemist” prosegue le orme del brano precedente, fra cambi di ritmo ed ottimi interventi di basso. La tecnica individuale dei componenti fa sfoggio delle qualità e hanno ragione da vendere, tuttavia quello che funziona nella musica dei Mechanical Butterfly è l’insieme e la cura per gli arrangiamenti. Ammaliante il momento psichedelico del brano, davvero coinvolgente emotivamente.
“Emerald Tears” si apre con un nostalgico pianoforte e voce, formula sempre emozionante che difficilmente tradisce nel risultato. Qui Francesca da il meglio di se in quanto a patos. Bravissima anche Laura Basile.
Si riparte al confine del Metal Prog con “Sparks Within A Downpour” Il frangente che colpisce di più è l’assolo di chitarra.
Più ricercata e Psichedelica la strumentale “Gravity”, ed il disco si conclude con la bella “La Fenice”, con Dario Laletta alla chitarra e da Gianlorenzo Di Mauro al basso.
Quello che scaturisce con veemenza dall’ascolto dell’album è la consapevolezza di trovarsi avanti ad una band che non è di sicuro un mordi e fuggi, bensì ragazzi dalla buona personalità che sanno cosa vogliono. Come avrete avuto modo di capire non li ho paragonati a grandi dinosauri del passato o ad artisti del momento (avrei potuto farlo), questo per sottolineare il fatto che hanno molta farina del proprio sacco. E pensare che questo è un esordio.... Fatelo vostro assolutamente! MS


martedì 26 maggio 2015

Intervista: SOUL SECRET

Intervista SOUL SECRET a Luca Di Gennaro
Di Max Salari



1 – Prima di tutto, complimenti per “4”, un album che denota a mio avviso una crescita generale del vostro progetto. A dispetto del titolo, questo non è il quarto album ufficiale, bensì il terzo, dopo “Flowing Portraits” (2008 – ProgRock Records) e “Closer To Daylight” (2011 – Galileo Records), ma se andiamo a contare anche il demo “Never Care About Tomorrow” del 2005, allora i conti tornano. Ho indovinato o sbagliato?
Luca: Innanzitutto, grazie per i complimenti! In realtà non sbagli, a fare bene i conti questo è il nostro quarto prodotto, sebbene la demo del 2005 la elenchiamo più per dovere di cronaca che per un’effettiva valenza nella discografia ufficiale. Il motivo del nome “4” in realtà è più dovuto alla storia narrata nel concept, quindi per risponderti… beh, entrambe le cose! :)



2 – Come è nato “4” e da cosa è stato ispirato?
Luca: Mi hanno sempre affascinato i concept album, credo siano la forma perfetta per un lavoro discografico. Ho sempre cercato di convincere la band a comporne uno ed un primissimo timido tentativo l’abbiamo fatto con il nostro precedente lavoro “Closer To Daylight”, in cui tutti i pezzi erano incentrati sul raggiungimento della salvezza, della luce, pur non essendo strettamente legati tra loro da una storia. Con l’arrivo di Lino Di Pietrantonio nel gruppo e con due dischi alle spalle, ci siamo sentiti finalmente pronti per affrontare la composizione del nostro primo concept. La prima immagine, il primo flash, ci è stata fornita da Antonio Vittozzi, che ha immaginato quest’uomo che, subito prima di compiere un gesto estremo, si siede sul cornicione del palazzo a pensare. Con questo “screenshot” in testa, abbiamo portato avanti la composizione di tutti gli undici pezzi. L’intera storia è stata sviluppata successivamente, con la scrittura dei testi come ultimo step  del processo di creazione.

3 – L’artwork è davvero bello, come è nato?
Luca: Sì, l’artwork è meraviglioso… davvero d’ impatto! È stato creato dall’artista Sylvain Lucchina di Razorimages.com che ha saputo dare vita alle nostre idee con estrema professionalità. La cover non è altro che lo “screenshot” di cui parlavo prima, l’immagine che ha dato vita a tutto il processo creativo del disco. Il resto dell’artwork è stato di sua invenzione ed il “4 di Penrose” (come mi piace chiamarlo) posto sotto al CD tray... un mio capriccio!

4 – Secondo te, essere spesso avvicinati ai Dream Theater oggi è un fattore positivo o negativo?
Luca: Dipende dal modo in cui questo paragone è utilizzato. Molto spesso le recensioni che ci riguardano diventano una combinazione di “biografia della band” e “paragone con i Dream Theater”. Questo non fa altro che dirci due cose: la prima è che il giornalista non è molto avvezzo al progressive, in quanto le influenze che abbiamo sono davvero tantissime e non sono di certo limitate al “gruppo più famoso”, e la seconda è che ha ascoltato il disco una sola volta, magari solo 30 secondi a pezzo. Conosciamo molto bene il mondo delle recensioni, in quanto ci viene descritto dal nostro manager Davide Guidone (che è stato recensore per le più importanti pubblicazioni italiane) come un mondo ormai più “quantitativo” che “qualitativo”. Quando riconosciamo una recensione di “qualità”, in cui il giornalista ha prestato davvero attenzione alle nostre fatiche, siamo ben contenti di condividerla attraverso i nostri social network!

5 – Buona l’interpretazione vocale del nuovo cantante Lino Di Pierantonio, senza strafare e malleabile. E’ la volta buona che  avete trovato il vocalist? Come nasce il vostro incontro?
Luca: Direi proprio di sì! Lino è una persona così determinata e legata al progetto che è riuscito a sopravvivere ad un’intera settimana di registrazioni di voce convivendo con me ed Antonio Vittozzi durante il caldissimo Agosto 2014! Il nostro primo incontro risale a moltissimi anni fa, quando era solamente “l’amico del fratello di Antonio Vittozzi”. A quanto ne so, proprio sentendo noi suonare in zona, decise di intraprendere lezioni di canto per “cantare con noi prima o poi”. Quando nel 2013 cominciammo a cercare un nuovo cantante, ci arrivò una sua registrazione e rimanemmo tutti sconcertati dalla sua bravura: era proprio la voce che cercavamo da tempo!

6 - “Turning The Back Page”, è un riassunto dello stile Soul Secret, qui ci sono tutte le carte che mettete in gioco, almeno questo è quello che ho pensato all’ascolto. Invece secondo te quale è la canzone che oggi vi rappresenta di più?
Luca: Sono d’accordo con te: ancora oggi, quando la ascolto, ho i brividi!
Max: E’ vero!

7 – Anche “Silence” è un pezzo potente e suggestivo, secondo me uno dei momenti più alti dell’album, ma è più facile comporre una canzone cantata o soltanto strumentale?
Luca: Ti dico solamente che per comporre un pezzo strumentale abbiamo aspettato il terzo disco! Forse la difficoltà di comporre un pezzo strumentale è proprio quella di non sfociare in qualcosa di troppo simile all’esecuzione di un esercizio di tecnica.

8 – Non può mancare la suite, qui dal titolo “The White Stairs”. Chi fra di voi è il componente più Prog, colui che ascolta il genere anche del tempo passato?
Luca: Per quanto riguarda me, ascolto periodicamente “Wish You Were Here”, “Tarkus” e “Selling England By The Pound”, tanto per citarne alcuni.
Max: Mi dici niente!

9 – Vi hanno contagiato anche i Queensryche? A mio avviso un pizzico di “Operation: Mindcrime si sente.
Luca: Che album fantastico! Sì, indubbiamente c’è qualcosa: è un album troppo importante per non influenzare un musicista!

10 – Nella scena napoletana, come è considerato il Metal Progressive? Hai contatti con altre band?
Luca: Il genere è sicuramente seguito, anche se la maggior parte preferisce il Metal più “classico”... quello delle giacche di pelle e le borchie! Contatti con altre band Prog Metal interamente napoletane attualmente non ne abbiamo, purtroppo.

11 – “4” dura 72 minuti, una bella scommessa. Non hai pensato magari di suddividerlo in due parti?
Luca: Non ti nascondo che fino all’ultimo abbiamo avuto la paura di non riuscire a mettere tutte le canzoni sul disco! Per me sarebbe stato davvero un’idea difficile da accettare. Fortunatamente siamo riusciti a mettere tutto e anche a far durare la nostra nuova suite “The White Stairs” un secondo in più della precedente “Aftermath”, che durava un secondo in più della precedente “Tears Of Kalliroe”: fu scritto da un recensore straniero come “sfida”, scommettendo sulla durata della prossima suite all’epoca di “Closer To Daylight”, e noi… l’abbiamo accettata!

12 – Come sono cambiati oggi i Soul Secret? Ci sono aneddoti che nel vostro passato vi hanno fatto modificare il modo di fare le cose?
Luca: Ci sentiamo molto più liberi di comporre ciò che ci va, senza particolari restrizioni. L’intera scena Prog sta virando verso sperimentazioni davvero interessanti e a noi piace far parte di questa corrente. Per quanto riguarda gli aneddoti, beh, ce ne sarebbero davvero TROPPI: il nostro divertimento, ogni volta che ci riuniamo, è proprio quello di ricordarne una buona parte. Te ne racconto uno mio personale. Ero molto più giovane e prima di una esibizione mi “permisi” di bere una birra media. Suonai la maggior parte del concerto con il suono di pianoforte poiché non riuscivo a trovare il tasto per cambiare i suoni! Da quel concerto in poi sono passato al controllo tramite pedale e… solo analcolici!
Max: Ahahahah bellissimo!!!

13 – Il fatto che il Metal Prog in Italia sia un genere di nicchia, è più un fatto positivo o negativo? Il Metal Prog fans è un acquirente attivo o meno?
Luca: L’ascoltatore di Progressive, soprattutto in età adulta, è una persona molto attenta, appassionata, con la mente molto aperta e il più delle volte anche un collezionista di prodotti rigorosamente originali… praticamente l’ascoltatore perfetto! Il fatto che in Italia sia un genere di nicchia ci porta, il più delle volte, ad andare a suonare oltre confine e restringere le nostre presenze in patria.

14 – Cosa manca ai Soul Secret e di cosa invece sei orgoglioso?
Luca: Ti dirò una cosa ambivalente: un po’ di velocità! Ci manca un po’ di celerità nel comporre i dischi, cosa di cui andiamo anche orgogliosi però, poiché ci prendiamo veramente tutto il tempo che riteniamo necessario per far uscire un prodotto che al momento ci sembra valido e degno. Non è mai successo che sia uscito un disco in cui mancava qualcosa!

15 – Quali sono le tastiere che prediligi e perché?
Luca: È un continuo divenire, in realtà. Disco dopo disco mi appassiono a qualcosa di nuovo e aggiorno le mie influenze. Tra primo e secondo album mi sono appassionato ai synth analogici classici, mentre nel passaggio da “Closer To Daylight” a “4”, ho cercato di inserire tutto ciò che ho imparato dalla musica elettronica, mescolando il nostro sound con quello di artisti come Deadmau5, Infected Mushroom e Trentemøller.

16 – Cosa funziona nella scena musicale italiana Metal Prog e cosa non funziona?
Luca: In Italia la scena attuale è davvero florida, abbiamo una tradizione importante alle spalle e i gruppi italiani non possono permettersi passi falsi proprio per rispetto alle radici. Non funziona ciò che non funziona in generale in Italia: dare un lavoro a chi ha le competenze per svolgerlo. Spesso riceviamo recensioni dei nostri dischi da personaggi che con il progressive non hanno mai avuto a che fare, se non ascoltando i Dream Theater anni fa, oppure recensioni dei nostri live dall’amico della band successiva. Dopo un po’ non ti meravigli neanche più: prendi armi e bagagli e vai a suonare fuori :)

17 – Concludi l’intervista a modo tuo, cioè, quale domanda non ti ho fatto ma che avresti voluto sentire?
Luca: Richiesta difficile, la tua è stata un’intervista davvero interessante! Per citare l’immenso Massimo Troisi, non mi hai chiesto che cosa ne penso della Svizzera!
Max: Questa tua risposta mi fa davvero piacere. Grazie.

18 – Prima di salutarci, abbina la vostra musica ad un piatto culinario e ad un buon vino. Quale sareste? ;-)
Luca: Paccheri al ragù napoletano e vino di Gragnano! Comporre pezzi Prog dopo un abbinamento del genere diventa davvero semplice :)
Max: Grande, davvero Prog!



Max 



giovedì 14 maggio 2015

Soul Secret

SOUL SECRET – 4
GoldenCore Records
Distribuzione: Zyx Music
Genere: Metal Progressive
Supporto: cd – 2015


E’ molto difficile oggi trovare un album di Metal Prog che si lasci ascoltare tutto di un fiato, vuoi perché esso è ricolmo di tecnicismi, vuoi perché le melodie spesso sono inflazionate, e vuoi anche perché il genere ha detto molto, specie in ambito Dream Theater style. Serve linfa nuova, questo è un dato di fatto. In parte la sta portando band come Opeth o Steven Wilson (per fare due esempi), lo abbiamo visto nel corso degli ultimi anni, quindi  qualcosa si muove seriamente. Ma la radice Dream è profonda ed inestirpabile, anche perché il genere ce l’ha intrinseca nel dna ed è quindi giusto esternarla in dovuta percentuale.
Le uscite al riguardo oggi in Italia sono di una professionalità che oserei dire “da esempio”! Tutto è curato, dall’immagine alle composizioni, gli arrangiamenti, la registrazione sonora, il Metal Prog è uno stile che si può definire una certezza, e dunque sicurezza qualitativa per chi compera musica.
Trovarsi in mano l’ultimo album dei Soul Secret è un sunto di quanto detto, e aggiungerei anche finalmente un artwork in cui si possono leggere nitidamente i testi nero su bianco! Una confezione elegante e cartonata, con all’interno il libretto di accompagnamento, ci presenta “4”. A dispetto del titolo, questo non è il quarto album ufficiale, bensì il terzo della band napoletana, dopo “Flowing Portraits” (2008 – ProgRock Records) e “Closer To Daylight” (2011 – Galileo Records), ma se andiamo a contare anche il demo “Never Care About Tomorrow” del 2005, allora i conti tornano.
Si formano nel 2004 e dopo alcuni cambi di line up, oggi sono formati da Claudio Casaburi (basso), Antonio Vittozzi (chitarre), Lino Di Pietrantonio (voce), Antonio Mocerino (batteria e percussioni) e Luca Di Gennaro (tastiere e programming).
I Soul Secret accolgono l’ascoltatore con una bordata sonora dal titolo “On The Ledge”, fra rimandi Queensryche periodo “Operation: Mindcrime” e cambi umorali a tratti raffinati. La sezione ritmica, potente e coordinata, fa del brano un esempio di Metal Prog classico e vero e proprio propellente adrenalinico. Ma il viaggio è appena iniziato.
Prima “era” Dream Theater nelle arie di “Our Horizon”, canzoni con melodie gradevoli e cambi di scena  repentini a rendere fluido l’ascolto. Il terzo cantante dei Soul Secret, Lino Di Pierantonio è davvero bravo nel non calzare troppo sulla voce per fare il verso a James LaBrie, anche se molte analogie, nelle tonalità più basse, si possono riscontrare. “K” per un istante mostra la band anche nella prova growl e all’ascolto si aprono scenari apocalittici.
“As I Close My Eyes” è un breve momento riflessivo e toccante che porta a “Traces On The Seaside” dove ancora una volta le tastiere di Luca Di Gennaro (autore anche dei testi delle canzoni) arrangiano in maniera importante le melodie e le supportano con enfasi. Bello il dialogo centrale con la chitarra. “Turning The Back Page” è un riassunto dello stile Soul Secret, qui ci sono tutte le carte che i napoletani mettono in gioco.
Non manca un brano strumentale, qui dal titolo “Silence”, un pezzo potente e suggestivo, uno dei momenti più alti dell’album, non di certo una fredda vetrina delle proprie qualità balistiche. La ballata “In A Frame” è in formula canzone, adatta a tutti i gusti musicali, una vera canzone che resta bene impressa grazie alla melodia  ruffiana e aggiungo io, ad un bel solo di chitarra che non guasta mai!
Torna il Metal Progressive in tutto il suo essere con “My Lighthouse”, per chi vi scrive uno dei pezzi più belli dell’album. A questo punto “Downfall” è una pratica DT Style, ma il meglio giunge alla fine, con la suite “The White Stairs” e qui non ci sono paragoni che reggono, va gustata e basta, senza pregiudizi o restrizioni mentali.

Più di 72 minuti di musica sono un grande regalo per chi stima il genere, alla fine dell’ascolto si ha una sensazione fisica di pienezza. Certo chi non è del settore deve prendere “4” centellinandolo  alcuni brani per volta, l’importante è comunque il risultato finale: Appagamento, su questo non ci sono dubbi! MS

lunedì 11 maggio 2015

Kezia

KEZIA – The Dirty Affair
Logic(il)logic Records
Distribuzione: Andromeda Dischi
Genere: Metal Progressive
Supporto: cd – 2015


Intrigante ed accattivante la scelta stilistica di questa nuova band italiana di Metal Progressive dal nome Kezia, l’unire il Pop, o per meglio dire la formula Pop al Metal ed al Prog è quantomeno coraggiosa. In effetti le cose sembrano essere incongruenti, ma il risultato finale invece mi da torto, mostrando una fluidità ed una freschezza a volte disarmanti. Certo non tutto può scorrere senza qualche intoppo, ma ricordiamo che con “The Dirty Affair” siamo comunque avanti ad un esordio e l’idea già sembra funzionare. Ma chi sono i Kezia? Si formano nel 2013 dall’incontro del cantante Pierlorenzo Molinari, con il  chitarrista Antonio Manenti ed il tastierista Alberto Armanini. La sezione ritmica formata da Fabio Bellini al basso e da Michele Longhena alla batteria in seguito completa la line up.
I contenuti musicali sono otto, ad iniziare da “Before I Leave”, quello che risalta immediatamente è la voce di Molinari, malleabile per l’evenienza. Toni alti e più pacati a seconda delle necessità, il tutto svolto con elegante indifferenza.
Le linee melodiche sono di facile memorizzazione e di sicuro rendono l’ascolto piacevole. L’approccio  musicale per fare un esempio ( se ne possono fare anche altri)  è alla Queen, non tanto per la voce, ma per struttura compositiva. Il ritmo cambia spesso, a volte colgono di sorpresa certe scelte, “Ebola” ad esempio muta in ritmica ed in stadio umorale, così cambiano certi punti di riferimento, fano capolino addirittura i Muse.
“The Dirty Affair” mostra una band rodata, dalle idee chiare, difficile credere ad un debutto ascoltando questa canzone, dove  (e non guasta) fanno capolino anche piccole soluzioni in stile Dream Theater. Tuttavia non vorrei che passasse il messaggio che i Kezia sono troppo derivativi, perché i ragazzi di personalità ne hanno da vendere. Dopo la bella “Sneakers” i Kezia fanno vedere il lato più ruvido della loro musica con “Barabba Son’s Song”, anche la mia preferita per intensità. “Quendo” si distanzia di poco dalla precedente, pur presentando riff già conosciuti e soluzioni alla Stratovarius.
La breve “Preludio” conduce alla conclusiva “Treesome”, epica e toccante.
In conclusione, con “The Dirty Affair” facciamo la conoscenza con una nuova realtà che non nascondo, mi ha colpito per coraggio e idee, le linee melodiche spesso sono vincenti, tuttavia consiglio loro di staccarsi da alcuni stereotipi abbastanza inflazionati, perché in realtà di personalità ce n’è molta. Ottima la tecnica individuale e l’intesa ritmica, bravo Armanini con i tappeti di tastiere mai troppo invasivi e giusti gli interventi di chitarra da parte di Manenti e più che sufficiente la registrazione: suoni puliti. Bravi! MS


Old Rock City Orchestra

OLD ROCK CITY ORCHESTRA – Back To Earth
M.P. & Records
Distribuzione: G.T.Music
Genere: Psichedelic Rock / Hard Rock
Supporto: cd – 2015


Gli orvietani Old Rock City Orchestra nel 2012 colpiscono l’attenzione sia della critica che del pubblico con l’ottimo album d’esordio dal titolo “Once Upon A Time” (M.P. & Records), un album dove la Psichedelia, il Blues ed il Prog si convogliano in canzoni ben interpretate dalla voce di Cinzia Catalucci. Ad oggi la formazione resta intatta, con Raffaele Spanetta (chitarra e tastiere), Giacomo Cocchiara (basso) e Mike Capriolo (batteria) oltre che la già citata cantante Catalucci.
La band  oltre i consensi ottiene la possibilità di esibirsi in numerose date dal vivo, anche all’estero, dall’Inghilterra alla Francia, e poi Belgio, Olanda e Bulgaria, questo non fa altro che amalgamare ancora di più i componenti che con l’esperienza acquisita si chiudono in studio per comporre e registrare questo “Back To Earth”. Ma per primo veniamo all’impatto visivo, quello del packaging, il disco si presenta con una copertina che potrebbe attirare l’attenzione anche del Prog Fans, con i suoi colori, così l’interno realizzato da Lucy Ziniae, mentre le foto sono di Eleonora Mocetti. Il pavimento a scacchiera è sempre rappresentato, un ambiente decadente dove l’uomo è costretto a muoversi come una pedina, una metafora che parte con l’individuo ed il suo viaggio nei meandri della mente, per lasciarsi alle spalle la “Scacchiera” solo quando raggiunge il cancello dell’uscita, dove in alto domina la scritta “Back To Earth”. Ovviamente il libretto interno  contiene anche i testi delle canzoni cantate in inglese. Buona la produzione di Old Rock City Orchestra e di Vannuccio Zanella.
Il disco è suddiviso in dieci canzoni, ad iniziare da “When You Pick An Apple From The Tree”, raffinata e carezzevole con la partecipazione di Laurence Cocchiara al violino elettrico. “Feelin’ Alive” invece mostra il lato più audace della band con un tema vintage che potrebbe stare anche nella discografia degli Atomic Rooster o dei Black Widow, tanto per fare due nomi. Ancora Hard Rock con la breve “Rain On A Sunny Day” per poi giungere a “Mr Shadow” , una ritmica ed un riff tagliente e coinvolgente che si alternano a frangenti più soffici, capitanati dal suono caldo del basso di Giacomo.
La voce di Raffaele Panetta invece ci accoglie nella ballata “Melissa”, trainata dagli arpeggi della chitarra acustica sopra ad un tappeto di tastiere. Canzoni brevi, dirette, senza inutili orpelli, per evidenziare le giuste melodie ed idee che si susseguono alacremente senza mai annoiare l’ascoltatore. Tutto scorre fra cambi umorali, ed è quindi la volta della più gioiosa “Lady Viper”.
“My Love” è una delle mie preferite perché ha tutta la struttura di un vecchio e sano brano Rock, comprese piccole scaglie di Beatles.
Dai toni Zeppeliani  è “Tonight, Tomorrow And Forever”, “Why Life” invece è soffice, avvolgente con un intrigante connubio vocale fra Raffaele e Cinzia. Ma è con la conclusiva “Back To Earth” che si giunge al vertice dell’ascolto, con quasi dieci minuti di musica “totale”. Puro divertimento, una ventata d’aria fresca nel panorama musicale italiano, sempre troppo “finto” e impegnato ad apparire e non ad essere.

Ascoltare “Back To Earth” è proprio un ritornare…alle radici di un Rock pulito, semplice e schietto. Consigliato a chi ascolta Rock in generale e non solo. MS

mercoledì 6 maggio 2015

Not A Good Sign

NOT A GOOD SIGN – From A Distance
Fading Records/AltrOck
Distribuzione: Marquee, BTF, Just For Kicks, Pick Up
Genere: Progressive Rock/Alternative Rock
Supporto: cd – 2015


AltrOck colpisce ancora, confermandosi una delle label più professionali ed attendibili del nostrano panorama Progressivo. Il progetto Not A Good Sign racchiude in se elementi di band che militano o hanno militato nella scuderia, come Paolo “Ske” Botta e Francesco Zago (Yugen, Ske). Il gruppo milanese giunge al secondo album, qui ben presentato in una elegante edizione cartonata, quel secondo album che generalmente porta alcune certezze e definitivi assestamenti stilistici.
Con loro viaggia sempre l’innovazione che li rende ben distinguibili nel panorama Progressivo, tanto da fargli restare il termine stretto. I Not A Good Sign non necessitano di un aggettivo ben preciso, spaziano e sperimentano, legando il tutto con melodie sempre interessanti, a volte anche distanti dal Rock stesso.
L’attenzione per l’era d’oro del Rock Progressivo comunque fa sempre capolino fra le dieci composizioni che formano l’album, anche se viene a mancare nell’insieme la classica suite, simbolo di un genere oramai radicato più al proprio passato che al presente ed al futuro. Pochi sono gli artisti che si muovono “altrove”, ed i Not A Good Sign sono fra questi. La formazione che suona in “From A Distance” è composta da Paolo “Ske” Botta (tastiere), Alessio Calandriello (voce – La Coscienza Di Zeno), Alessandro Cassani (basso), Martino Malacrida (batteria) e Francesco Zago (chitarra), con loro special guest come Maurizio Fasoli (Yugen – Granpiano), Eleonora Grampa (corno inglese, oboe) e Jacopo Costa (vibrafono, glockenspiel).
L’album si apre con fughe caratteristiche nel Prog, così anche le atmosfere che nell’insieme fanno venire alla mente molte band nordiche del panorama, una su tutte i Landberk. Il brano “Wait For Me” ci presenta anche un Alessio Calandriello in gran spolvero, sicuro dei propri mezzi, finalmente una buona voce  per un genere che in Italia ha sempre presentato gravi carenze. Con “Going Down” resta il riferimento King Crimson, un suono davvero emozionante e coinvolgente, un breve sunto di come si può fare grande Prog in una semplice e breve canzone. Una sorta di moderni Gentle Giant? Poco importano i paragoni, lo stupore prosegue con “Flying Over Cities” ed una ritmica quantomeno precisa e godibile. A questo punto, dopo molto decantare vi chiederete se sto narrando il percorso sonoro di un capolavoro… Chi mi segue sa bene che il termine “capolavoro” non lo uso quasi mai, escluso in rarissimi casi, ma qui i requisiti per esserlo ci sono tutti, incisione compresa.
Si prosegue con la nostalgica “Not Now”, una canzone che in crescendo scava dentro l’anima di un puro progster. Lo strumentale composto da Paolo Botta “Aru Hi No Your Deshita” è un breve viaggio mentale che porta a “Pleasure Of Drowing”, altro tassello in bilico fra canzone ed articolazione. Seguono due dei frangenti più alti del disco, “I Feel Like Snowing” e “Open Window”, quest’ultimo strumentale greve nell’inizio quanto incantevole nelle atmosfere. Potrebbe benissimo uscire da un album degli Anekdoten. Da solo vale l’acquisto dell’album. Altro gioiello è “The Diary I Never Wrote”, il collegamento fra passato e presente musicale si interseca alla perfezione, in esso si denota anche la grande cultura musicale dei componenti.
L’album è terminato, salvo il breve strumentale “Farewell”, non nascondo che l’intro mi ricorda “Il Mattino” di Grieg.
Per chi vi scrive, “From A Distance” è al momento uno dei tre album più belli dell’anno, quasi perfetto, ed il quasi è dettato forse dalla mancanza di un momento più colorato, il dna italiano è anche composto da solarità, non perché debba per forza esserci un frangente felice, tuttavia farebbe un attimo respirare un aria differente dopo molta oscurità.
Classe a vendere, buone idee, finalmente il tassello mancante fra passato e futuro e sono orgoglioso che a fare questo sia una band italiana! Unico vero neo dei Not A Good Sign arriva da un comunicato su facebook, quello della defezione di Francesco Zago esposto il 2 febbraio 2015.

Not A Good Sign? For me “From A Distance” is a good… Good Sign! MS

sabato 18 aprile 2015

Steven Wilson

STEVEN WILSON – Hand.Cannot.Erase.
KScope
Distribuzione Italiana: Audioglobe
Genere: Post Modern Prog
Supporto: 2lp – 2015


Se ne dicono troppe su Steven Wilson, di sicuro non è un personaggio che lascia gli ascoltatori indifferenti. Chi lo osanna ad ultimo genio moderno e chi invece grida al flop e alla sua presunta furbizia del mestiere. E’ sicuramente molto prolifico, questo è un dato che accomuna tutti i critici, infatti dal suo progetto madre, i Porcupine Tree (al momento congelato) ai No Man e ai Blackfield (anche qui al momento congelato), i sui fans hanno di che mettere le mani al portafoglio.
Se ne dicono troppe su Steven Wilson, come se miscelare sonorità King Crimson con Pink Floyd e del Metal oscuro alla Opeth fosse un reato. Sporcare il Prog con il Metal è un sacrilegio per molti ascoltatori. E poi come si permette di mutare disco dopo disco…chi si crede di essere!
Se ne dicono troppe su Steven Wilson, che è sempre troppo malinconico, oscuro, a volte macabro, ma che è malato? In “Hand.Cannot.Erase” non ripete il canovaccio usato per l’ottimo predecessore  “The Raven That Refused To Sing (And Other Stories)” disco che ha messo d’accordo molti “progghettari”, eppure sarebbe stato facile ripetere tale grandiosità, la formula il ragazzo la conosce bene, non dicevate che era un furbo? Lui no, lascia il sentiero per addentrarsi in un contesto più semplice, apparentemente banale, rivolto maggiormente alla formula canzone. Non più lunghe suite, bensì quadri sonori a se stanti che assieme confluiscono in un contesto che parla della morte di una ragazza rinvenuta soltanto tre anni dopo il decesso. Questo fatto ha colpito molto l’autore, tanto da trarne una sorta di concept, cosa rara per la sua discografia.
Chi si attendeva un Wilson roboante  e magniloquente, come ascoltato l’anno scorso, qui resta un attimo interdetto, le canzoni sono semplici, si grida al tradimento ascoltando l’elettronica ed il minimalismo di “Perfect Life”.
Se ne dicono tante su Steven Wilson, che è un noioso flop, ma allora mi sorge un dubbio… cosa ci fanno con lui artisti del calibro di Guthrie Govan (chitarra), Nick Beggs (basso), Marco Minnemann (batteria), Adam Holzman (tastiere), Theo Travis (sax, flauto) e Ninet Tayeb (voce)? Amano annoiarsi suonando? Eppure Minnemann anche qui non sembra neppure umano, ma un polipo. Molte di queste affermazioni non le ho inventate io, le ho copiate pare pare da internet.
E allora, visto che se ne dicono tante, dico anche io la mia, “Hand.Cannot.Erase.” è un disco di passaggio nella vita musicale dell’artista, in esso sembrano convogliati i progetti Porcupine Tree, No Man, Blackfield, miscelati e digeriti, una sorta di embrione in fase di sviluppo, sembrano più distanti  “Insurgentes” e anche “Grace For Drowning”…mangiati e digeriti. L’artista non vuole stupire, a mio modo di vedere è soltanto se stesso, come è oggi, uno dei pochi che fa musica per il proprio piacere, altrimenti fosse il contrario avrebbe continuato a sfornare dischi in stile Porcupine Tree, viste le sue vendite.
Ho scritto questa recensione molto tempo dopo aver ascoltato per l’ennesima volta il disco e ho voluto anche la versione in doppio lp per goderne a meglio le sonorità, ed ho fatto questo per non lasciarmi scappare facili commenti entusiastici, ma per commentare a mente fredda e lucida. La puntina sta distruggendo i solchi di “Regret#9”, già questo brano da solo vale l’acquisto del disco! No, non grido al capolavoro e forse non lo dirò mai neppure negli anni a venire e dopo altri numerosi ascolti, di certo ci è andato molto vicino e in silenzio subisco questo suo modo di concepire la musica.

Lo avessi di fronte gli direi soltanto una cosa: “Avanti così, la storia ti segue, come ti seguono i migliaia di gruppi al mondo che ti stanno facendo il verso”. MS

venerdì 17 aprile 2015

Mosquitoes

MOSQUITOES – Zapp
Autoproduzione
Genere: Hard Rock / Blues
Supporto: cd – 2015


Divertente! Questo è il primo aggettivo che mi è venuto in mente alla fine dell’ascolto di “Zapp”. Il disco che simpaticamente prende il titolo da una ditta di insetticidi indonesiana  che durante il periodo di registrazione, ha espresso il proprio “I Like” sul profilo Facebook della band di Foligno, è ad opera dei Mosquitoes.
Sono attivi dal 2012 grazie ad un idea di Alessandro Donati (basso) e Luca Giuliani (chitarra), con loro si aggregano Ismaele Zampognini alla batteria, Tommaso Giuliani alla chitarra e Tiberio Rossi Magi alla voce. Solo Leonardo Germani sostituirà nell’estate del 2014 alla batteria Zampognini.
Ma divertente perché? Perché semplicemente la musica è contagiosa, si denota la spontaneità ed il divertimento che prevarica tecnicismi inutili ed altri orpelli vari al riguardo. Denoto anche buona personalità.
I testi raccontano della società e di fatti vissuti personalmente, non esula neppure l’argomento “amore”, sempre trattato nella musica. “Zapp” è dunque composto da  cinque brani e si comincia con “Bobby The Beggar”, dove l’alienazione della società moderna viene esposta alla luce del giorno. Il pezzo lascia spazio alle melodie orecchiabili, di facile memorizzazione e buona è la prova vocale di Rossi Magi che senza forzare riesce a dare rotondità al brano. Qui mi soffermo anche a fare una considerazione, finalmente una band italiana che ha capito che in una canzone Rock (che così si possa almeno definire) serve un solo di chitarra, non importa quanto sia lungo. Questo non deve essere composto da chissà quale tecnica, ma serve per spezzare e dare incisività. In questo caso bravi i Mosquitoes.
Il Rock vigoroso procede con  “Legal Slavery”, incisivo anche nel testo che tratta  di condizionamento mascherato da libertà. Anche la sezione ritmica non esula dal discorso della semplicità messa a disposizione dei fatti. Per il cantato in generale la band ha scelto la lingua inglese.
Divertente e più grezza, al limite del polveroso la seguente “Three Blacks”, qui il gruppo dimostra di sapere cosa significa fare Rock. Da essa si evince che uno stile di vita Rock (almeno così lascia presagire), c’è stato. L’amore di cui prima facevo cenno, è trattato nel romantico respiro di “Breath”, ballata all’inizio semplice ma che va in crescendo sia emotivo che sonoro, per raggiungere un ficcante solo di chitarra elettrica.
Il disco si chiude con “Red Magic”, altro tassello Rock puro, senza se e senza ma.
Come esordio “Zapp” non è per niente male, ci presenta una band carica, sincera e passionale. La registrazione effettuata agli Urban Recording Studio rende giustizia, grazie ad un sound privo di sbavature. Con piccole aggiunte sonore o migliorie in ambito di arrangiamento, sono certo che i Mosquitoes possono darci soddisfazioni ancora più grandi, ma il piede di partenza è già quello giusto. Ma, cari Mosquitoes, non date retta a scribacchini o critici come me, altrimenti già non sareste più Rock! Bravi. MS


https://www.facebook.com/Mosquitoesband?fref=ts

sabato 28 marzo 2015

Argos

ARGOS – A Seasonal Affair
Progressive Promotion Records
Distribuzione Italiana: G.T. Music Distribution
Genere: New Prog
Supporto: cd – 2015


Ho sempre apprezzato l’operato dei tedeschi Argos e nel tempo ho avuto modo di parlare bene della loro musica, chi mi legge lo sa già. La loro completa discografia è raccomandabile, a partire da “Argos” (Musea) del 2009 a “Circles” (Musea) del 2010 e “Cruel Symmetry” (Progressive Promotion Records) del 2012.
Ma con “A Seasonal Affair” in mano, solo guardando il bellissimo artwork della copertina a cura di Bernd Webler, si capisce subito che lo sforzo creativo del quartetto questa volta è differente. Infatti cambia il logo della band, e le atmosfere si fanno visivamente più oscure e malinconiche. Non ci resta che andare ad ascoltare la nuova proposta di Thomas Klarmann (basso, flauto, tastiere, chitarra e voce), Robert Gozon (voce e tastiere), Ulf Jacobs (batteria, percussioni e voce) e Rico Florczak (chitarra e voce), ma non prima di aver sottolineato la presenza di special guest importanti, come il leader dei Parallels Or 90 Degrees e The Tangent, Andy Tillison (tastiere), Thilo Brauss (tastiere) e Marek Arnold (sax).
“Vanishing” con cipiglio inizia il percorso sonoro, grazie ad un velo di  malinconia che sorvola il brano, arricchito di interventi elettronici e con un buon momento di chitarra elettrica.
Il cantato di “Divergence” ricorda l’approccio vocale di David Byrne dei Talking Heads, il brano però si lancia a metà percorso in un arioso e Progressivo assolo strumentale. Tuttavia il bello comincia ad arrivare da “Silent Corner”, dove gli Argos dimostrano di aver formato una propria personalità distaccandosi un poco dal precedente New Prog. Giusta malinconia che dona melodia e profondità emozionale. Questa volta la parte strumentale è affidata al flauto e brividi percorrono la pelle, si sente anche la mano di Andy Tillison. Meno interessante “Silver And Gold”, brano più semplice, mentre il livello torna ad innalzarsi con “Lifeboats”. E come un buon disco Prog esige, ecco anche la suite, in questo caso la definirei più “mini” suite, visto la durata di dodici minuti e mezzo, dal titolo “Not In This Picture”. Inutile dire che ci sono tutte le caratteristiche al riguardo, compresi cambi di tempo ed umorali, ma questo si sa già. Quello che ne scaturisce è una profonda consapevolezza dei propri mezzi e dell’avvenuta crescita artistica, gli Argos hanno il pieno controllo delle proprie capacità e non vanno a strafare. Questo dona credibilità e bellezza al brano, perché fatto bene, con semplicità. Sempre coinvolgenti i fraseggi strumentali.
Giunge la title track “A Seasonal Affair” e ritorna il flauto ad accarezzare l’ascolto. Anche qui aleggia il velo di malinconia che accompagna molto del materiale sonoro ascoltato sino a questo punto. Fra le mie preferite “Forbidden City”, uno strumentale che da sfoggio della cultura musicale Argos, poi quando c’è il flauto….Uno spiraglio di solarità.
L’album si chiude in teoria con “Stormland”, in pratica no, perché la copia in mio possesso è arricchita da due bonus tracks, “Killer” e “Black Cat” tratte dal loro primo album, qui risuonate in versione 2015.
La colorata farfalla di “Cruel Symmetry” è volata via, oggi gli Argos sono qualcosa in più.

Un lavoro diverso, il gruppo tenta di staccarsi da certi canoni del genere, mettendo più a nudo la propria personalità. Questo ai miei occhi risulta essere un pregio di non scarsa rilevanza, decisamente un encomio ad un disco che di per se fa partire uno spontaneo applauso. MS

Active Heed

ACTIVE HEED – Higher Dimensions
Autoproduzione
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd- 2015


Con “Higer Dimensions” torna dopo due anni dal buon “Visions From Realities, il compositore e scrittore di testi Umberto Pagnini. Ritorna assieme al suo Prog ispirato, spesso gentile e mai forzato, con l’ausilio di un altro grande nome del panorama italiano moderno, Cristiano Roversi (Moongarden), qui in veste sia di arrangiatore che di produttore. Il gruppo musicale che partecipa al progetto è composto oltre che da Roversi (tastiere e basso), da Gian Maria Roveda (batteria),
Mirco Ravenoldi (chitarre) e Per Fredrik Asly (PelleK) (voce). L’artwork è ad opera di Antonio Seijas.
Dodici sono i brani, ad iniziare da “The War Of Tempos”, canzone che apre il disco con veemenza, al confine fra Hard Prog e New Prog. Godibili le fughe di tastiera di Marillioniana memoria.
Arpeggio di chitarra per l’intro “Genesiano” di “Far Escape” per poi giungere al boato sonoro di tastiere a cascata.
Se proprio dobbiamo ricercare  pecche, le possiamo scovare in una vocalità non sempre all’altezza dei momenti sonori, probabilmente meno cantato avrebbe giovato all’ascolto. Non che PelleK non sia bravo, anzi, ma diciamo che accade un poco quello che accadeva con i Marillion, ossia una logorroicità lirica a discapito di una musica invece sempre all’altezza della situazione. In altri casi invece la voce di PelleK si trova perfettamente ad agio.
Più debole “A Little Bit Expired”, seppur gradevole. Ci pensa “Gaps In Time” a rialzare il tiro con una piccola visita nel Folk di matrice anglosassone, canzone orecchiabile e spaziosa.
“Higher Dimensions” è un album scorrevole, pregno di giuste melodie, come non nominare “Multiple Replies”, l’epicità di “The Numbers Of God”, anche “Kick-Ass Grammar” è la classica canzone che un amante del genere vorrebbe sempre ascoltare, con tastiere in abbondanza, arpeggi di chitarra acustica, cambi umorali e di tempo. Anche il sottoscritto apprezza e di che tinta!
Altre canzoni interessanti a cui lascio a voi la sorpresa di scoprire.
Il genere Rock Progressivo Italiano sembra godere di una fiammella pilota sempre accesa, alla faccia dei gufi che lo hanno sempre dato per finito negli anni ’80, consiglio loro di documentarsi meglio e di ascoltare dischi come questo. Di certo non un must, tuttavia oggi neppure un genio come Steven Wilson riesce a registrare un capolavoro… misteri dei nostri tempi. MS



domenica 15 marzo 2015

Empty Tremor

EMPTY TREMOR – Slice Of Live
SG Records
Genere: Metal Progressive
Supporto: cd – 2015


Negli anni abbiamo appurato le potenzialità dei ravennati Empty Tremors, quattro album da studio di buona valenza artistica, lontano il 1997 con l’esordio “Apocolokyntosys”. Il tempo passa e l’esperienza accresce, la band si esprime in un Metal Prog di buona personalità e questo è tutto un dire in un movimento derivante da mostri (nel senso positivo della parola) come i Dream Theater. Non che tutto il genere dipenda da loro, intendiamoci,  ma inesorabilmente certi collegamenti vengono a galla. Eppure gli Empty Tremor hanno saputo scrollarsi di dosso molto di questo materiale, producendo anche nell’ultimo album da studio “Iridium” un lavoro più che dignitoso e come dicevo prima di personalità.
Oggi sono passati 20 anni dalla loro fondazione e per questo decidono di deliziarci con un album registrato dal vivo all'Arena di Mezzano (RA) il 2 agosto 2013, organizzato proprio per l’anniversario.
Il concerto è acustico e questa scelta dona ai tredici migliori brani scelti nella loro discografia un altro fascino, una nuova veste che sa di aria fresca. “Slice Of Life” è anche il titolo di un brano tratto dal loro primo album, quando nelle fila ancora militava alle tastiere Daniele Liverani, ed il pezzo ne racchiude gran parte dell’anima Tremor.
Giò De Luigi (voce), Marco Scott Gilardi (tastiere), Marco Guerrini (chitarra), Christian Tombetti (chitarra), Dennis Randi (basso) e Stefano Ruzzi (batteria e percussioni) sono gli artefici di questo progetto sonoro.
Bella la voce di Giovanni De Luigi, perfettamente ad agio in questa formula, così importante e pulito il lavoro delle due chitarre. Resto personalmente colpito dalla cristallinità di “Lost In The Past”, per certi frangenti vicina anche ai vecchi Genesis, dimostrazione che comunque la band si sa affacciare anche in quel calderone culturale che erano gli anni ’70.

Di sicuro il Metal Prog si presta molto bene alle versioni acustiche, essendo esso un genere ricco di cambi umorali e “Slice Of Live” ne è la prova inconfutabile. Non mi resta che consigliarvi questo bel momento di relax acustico e di fare anche i miei personali auguri a questo sestetto che tiene alta la bandiera della nostra buona musica in tutto il globo. MS

Liberae Phonocratia

LIBERAE PHONOCRATIA – Presuntrogloland
Autoproduzione
Genere: Jazz – Rock progressive
Supporto: cd - 2015


Piano piano ritorneremo ad appropriarci del valore delle cose, la finiremo di correre inutilmente e di non ascoltarci più. Imploderemo inesorabilmente. Stop a “chiacchiere” mediatiche date dalla stupidità di essere tutti rassicuratamene uguali, perché non è così che l’uomo è. Oggi ci facciamo violenza per “non essere” noi stessi, cerchiamo forzatamente di piacere agli altri con la triste sicurezza di non piacerci. Eppure siamo individui naturalmente unici.
Finalmente mi imbatto in un disco dedicato a questa tematica, sempre a me cara, perché svela la differenza della musica degli anni ‘60/’70 da quella di oggi. Il perché è semplice, in quegli anni l’individuo era al centro dell’interesse, ossia con la sua unica personalità, volenteroso di distinguersi dalla massa, oggi invece è l’esatto contrario.
Liberae Phonocratia si vuole riappropriare di questa personalità, Liberae Phonocratia mette alla luce del sole il complesso periodo in cui viviamo, sfregiato da una profonda aridità culturale. Così nasce “Presuntrogloland” (landa dei presuntuosi trogloditi), sintesi di cosa siamo e come non ci vediamo, ossia volgari urlatori del nulla.
Ritrovo in questo progetto una  mia conoscenza, Stefano De Marchi, chitarrista e compositore dei milanesi Psicosuono, autori di due album molto interessanti, “Aut Aut” e “Eta Carinae” (anche in versione  cantata in inglese).
Liberae Phonocratia è un trio, che si completa con Daniele Cortese al basso e Fabrizio Carriero alla batteria e percussioni. La musica proposta va ad esplorare la mente dell’ascoltatore grazie alla chiave sperimentale del Jazz che si incontra con il Progressive Rock e l’improvvisazione.
Emblematica la copertina del cd creata da Giulietta Kretsu, dove un profilo umano manifesta temporali di parole, ed un altro con un lucchetto nel cervello a testimonianza della chiusura mentale, come direbbero i Marillion di Fish: “Incommunicado”.
Sei brani di media-lunga durata, a partire da “T-Rex”, comprensivo di bell’assolo di basso, batteria e chitarra. Fra le note e l’improvvisazione trapela la cultura musicale dei singoli componenti, gli anni ’70 e una buona tecnica individuale. La chitarra di De Marchi disegna spesso confini mediterranei. Cambi di tempo in “Presuntrogloland”, cinque minuti dove la chitarra la fa da padrona.
Con “Lingua D’Asfalto” i giochi cambiano, l’intesa del trio è più evidente, così la fase jazz e comunicativa degli strumenti, fra scale ed arpeggi d’effetto. Trapela all’ascolto anche il divertimento degli artisti, i quali si sentono liberi di scorrazzare nella musica per la mente. Gli strumentisti si ascoltano e lasciano spazio alla loro singola comunicatività. Toccante l’arpeggio iniziale di “Placide Acque”, e l’improvvisazione è sempre legata ad un filo conduttore di armonia.
La sperimentazione esce a nudo in “Qualcuno Ha Bussato?”, soprattutto grazie alle numerose percussioni, ma nella parte centrale si ritorna a ritmiche solari ed assolo. Chiude “Hare Kitsch & Veganization”, divertente  e dal profumo Zappiano. Album strumentale scorrevole e gradevole.
“Presuntrogoland”, uno scioglilingua che scioglie anche i nodi della mente, se siete amanti del pensare. MS


Narrow Pass

NARROW PASS – A New Day
Musea Records
Genere: Symphonic Progressive Rock
Supporto: cd – 2014


“Un viaggio interiore ed esteriore... al buio, fuori al freddo. La notte diventa un bozzolo all'interno del quale si può trovare un'alba di rinascita”.
Così ritornano i genovesi Narrow Pass del chitarrista Mauro Montobbio in questa terza testimonianza da studio dopo cinque anni dall’ottimo “In This World And beyond”. Ma quanti artisti validi ci ha dato “Zena”, la città ligure che sin dagli anni ’70 ci ha tempestato di gioielli Progressive Rock e non solo, davvero tantissimi. Quel Progressive che ci ha resi noti in tutto il mondo, un genere che soltanto noi italiani stessi non sappiamo valorizzare al meglio perché affetti dalla malattia esterofila.
Il gruppo oggi è composto oltre che da Montobbio (chitarra e tastiere), da G.B. Bergamo (grand piano, hammond), Luca Grosso (batteria e percussioni), Alessandro Serri (voce, chitarra, basso,oboe e percussioni) e Anna Marra (voce). Con loro partecipano ospiti di eccezione, nomi noti nel campo Prog italiano contemporaneo, come Edmondo Romano (Eris Pluvia, The Ancient Veil, Höstsonaten) al sax e flauto, Fabio Gremo (Daedalus, Il Tempio delle Clessidre) al basso, Elisa Montaldo (Il Tempio delle Clessidre) al piano e Sandro Marinoni (Società Anonima Decotruzionismi Organici) al flauto, ma ciliegine sulla torta già di per se molto farcita sono Cathy O'Gara (voce) e John Hackett (flauto).
Il disco è composto da otto canzoni, ovviamente in perfetto stile Prog, ossia con suite e brani ricchi di cambi di tempo. Con i Narrow Pass si esplorano territori acustici, solari e se vogliamo dare dei punti di riferimento musicali, vicino ai Camel, ai Pink Floyd ai Genesis e ad una fetta di New Prog.
Tuttavia, un buon amante del genere, già viene accalappiato dalla inequivocabile copertina “Prog” ad opera di Carlo Cibrario Sent e Simona Corniola.
La title track “A New Day”, divisa in due parti, si apre con delicatezza ed una chitarra in stile Hackett, l’evolversi poi si sviluppa in crescendo, fra cambi umorali e di stile. Arpeggio di chitarra, flauto ed oboe per la strumentale “The Challenge” con John Hackett, sicuramente una delle canzoni più apprezzabili dell’intero lavoro. Brividi inevitabili, anche durante il solo di piano. In “Fireflies” giunge la soave voce di Anna Marra, ed il pezzo ha un fragrante profumo bucolico di arie Folk. Una ballata soffice. Il ritmo si alza in “Acquiring Wisdom” pur restando in un marcato territorio melodico. Ma tutta la musica dei Narrow Pass gioca sul fattore emotivo e toccante. Giochi elettronici a loop aprono “Metamorphosis”, movimento libero da schemi di sorta, dove la chitarra diventa più Rock e la musica si avvicina al New Prog. Inglese la metrica strutturale di “Flaming Snakes”, affiorano anche i Marillion era Fish anche se solo per alcuni frangenti. Altro strumentale è “Hard Work” e questa volta il pensiero potrebbe tornare a quello stile italico che band come PFM ha reso noto. Il disco si chiude con “Xroads”, sunto di un genere che a mio avviso non finirà mai di emozionare, grazie alla tecnica a disposizione delle buone melodie.
I Narrow Pass sono tornati con eleganza, quasi in punta di piedi, ma la musica proposta pur risultando delicata, è autoritaria, diretta e portatrice di emozioni.
Ora spero soltanto che per ascoltare un altro bel disco della band non devo aspettare altri cinque anni, ma qui subentrate soprattutto voi, dategli una opportunità e non ve ne pentirete. MS


sabato 28 febbraio 2015

BAND PER LO SPIRITO E LA TERRA

BAND LIVE:

LO SPIRITO E LA TERRA quest'anno giunge alla seconda edizione. Fabriano (AN) ed il proprio territorio ritorna luogo di attrazione turistica per eventi e proposte. Questa edizione apre anche alla musica dal vivo in ambito notturno, alle 24.00 ci sarà un concerto di una band locale nel bellissimo loggiato San Francesco della piazza. Si comincia la notte del 25 giugno fino giungere al 6 Luglio con giorni appendice in agosto. Noi di Fabriano Pro Musica e di Rock & Words CERCHIAMO band che si vogliono esibire all'evento di qualsiasi genere, Folk, Jazz, Rock, Psichedelia, Cantautore, Reagge, Rock etc. Per poter partecipare, basta contattarmi alla mail salari.massimo@virgilio.it , oppure su ROCK & WORDS in facebook alla voce "Messaggi", o alla pagina di FABRIANO PRO MUSICA. I dettagli verranno chiariti in privato, ma si richiedono ESCLUSIVAMENTE BRANI NON DEPOSITATI ALLA SIAE.
VI ASPETTIAMO!
www.lospiritoelaterra.it

Quanah Parker

QUANAH  PARKER – Suite Degli Animali Fantastici
M.P. & Records
Distribuzione: G.T. MUSIC Distribution
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2015


Tornano dopo il buon esordio del 2012 dal titolo “Quanah!” i veneti Quanah Parker. Di certo il quintetto composto da Riccardo Scivales (tastiere e synthesis), Elisabetta Montino (voce), Giovanni Pirrotta (chitarre elettriche e acustiche ), Paolo Ongaro (batteria e percussioni) e Alessandro Monti (basso, flauto, campanelli, tabla, claves, triangolo) in questi anni non sono restati con le mani in mano. La band ha partecipato a varie rassegne anche internazionali (MusicaContinua, Il Giardino, The Prog Experience Festival 2013, Verona Prog Fest 2014, Woodstock Village 2014, ecc.) sulle ali della buona critica ricevuta per l’esordio. Il tastierista e musicologo Riccardo Scivales è sempre il trascinatore del gruppo, colui che scrive i brani assieme ad Alessandro Monti e questa volta vuole raccontarci storie fantastiche di animali fantastici, oltre che omaggiare il mai troppo compianto vocalist del Banco Del Mutuo Soccorso, Francesco Di Giacomo, per gli amici “Big Francesco”, ad un anno dalla sua prematura scomparsa.
L’artwork è affidato nuovamente, come nel disco precedente, alle mani di Elisabetta Montino.
Come in ogni buon disco di musica Progressive Rock, si comincia con un interludio, qui dal titolo “From Distant Lands”, non a caso all’interno si può ascoltare la melodia che poi verrà trattata nella lunga suite successiva dal titolo “Suite Degli Animali Fantastici”, ed in cattedra sale subito la soave voce di Elisabetta Montino. La suite  della durata di 30 minuti e suddivisa in otto brani, è stata ispirata a Scivales dall’amico ed editore di molti suoi libri di musica, Edward J. Shanaphy, che dopo aver ascoltato il primo album “Quanah!”, suggerisce  l’idea di trattare (nella più bella tradizione del Rock Progressivo) l’affascinante mondo degli “Animali Fantastici”. La musica fa certamente venire la pelle d’oca a tutti gli estimatori di band storiche italiane come Le Orme, Il Banco Del Mutuo Soccorso ed altre che hanno contribuito a rendere immortale il genere. Essendo  il compositore un tastierista, i pezzi sono molto incentrati sui tasti d’avorio e l’ascolto acquisisce magia e corposità negli arrangiamenti. Il Banco fa capolino in “Danza Di Un Mattino”, frammento della suddetta suite, ma tutto l’ascolto è scorrevole e pregno di piacevoli deja vu, così buoni gli interventi della chitarra elettrica di Giovanni Pirrotta.
Segue il tributo “A Big Francesco”, scritto di getto da Scivales all’apprendimento della scomparsa del grande cantante romano. E’ un momento toccante e profondamente “BMS”, come probabilmente Francesco avrebbe voluto ascoltare. Non di certo un brano melenso, bensì articolato e scorrevole. Qui fuoriesce l’immortalità di questa musica in tutto il suo essere.
Segue “Death Of A Deer”, uno dei brani più vecchi composti da Scivales, addirittura nel lontano 1981, quando ancora il New Prog doveva affermarsi con band come Marillion, IQ, Pendragon e Pallas su tutti. In origine il brano aveva il titolo “The Death of the Ball Turret Gunner”, con un testo tratto da una famosa poesia di Randall Jarrell. Cambi di ritmo ed umorali sono all’ordine dell’ascolto.

Il disco si conclude con “Make Me Smile”, un altro “vecchio” brano dei Quanah Parker composto nel 1985, durante il periodo conclusivo della prima formazione della band. Per la cronaca Il CD è stato co-prodotto dai Quanah Parker e Vannuccio Zanella, mentre per i collezionisti dico che le prime 500 copie sono in tiratura limitata con lamina in oro a impreziosire le bellissime miniature dell’artwork di copertina. Un disco che inorgoglisce il Progressive Italiano, senza spazio e senza tempo, a dimostrazione che questa magia mai finirà. MS

martedì 17 febbraio 2015

FABIO ZUFFANTI: 20 anni di grande Prog!

              FABIO ZUFFANTI AND ZBAND Live a Genova



Decisamente un concerto da non perdere sabato 28 Marzo alle ore 21.00 a La Claque di Genova.
Un artista che fa grande la nostra musica Prog in Italia e all'estero: FABIO ZUFFANTI per i suoi 20 anni di carriera farà un sunto della sua esperienza passata fra i numerosi suoi progetti. Negli anni lo abbiamo apprezzato in  Quadraphonic, Hostsonaten, Finisterre, La Zona, La Maschera Di Cera, Rohmer, Aries, Buc-ur, R.U.G.H.E. e L'Ombra Della Sera.

Ospite speciale della serata  Jenny Sorrenti.

domenica 8 febbraio 2015

Glad Tree

GLAD TREE – Onda Luminosa
Autoproduzione/Synpress44
Genere: Folk /Progressive Rock/Word
Supporto: cd – 2015

 

La carriera musicale di Marcello Capra è ricca di piccole gemme sonore, il chitarrista degli storici Procession (band Prog italiana degli anni ’70) ha lasciato nel tempo, degli album acustici davvero toccanti in quanto intimistici.
L’anima di questo autore non può che essere rappresentata da un albero della felicità, un albero che dopo l’ascolto mi piace accostare alla vita stessa, e la cover che accompagna il cd  è la fotografia del concetto di tranquillità e di felicità stessi, i colori acquarello che compongono l’albero sono come i suoni racchiusi nelle nove composizioni. Radici salde al suolo e fronde al cielo avanti ad una lontana città.
La chitarra acustica che sempre accompagna Capra, questa volta non è sola protagonista , come spesso ci ha abituati, bensì in “Onda Luminosa” l’autore si esibisce in trio, con l’ausilio di Lanfranco Costanza al flauto, armonica e Tambourin e del percussionista/vocalist indiano Kamod Raj Palampuri. Nasce questo progetto dal nome Glad Tree, un alchimia di culture e tradizioni, di suoni classici (grazie allo studio di Costanza) che si sposano con ritmiche orientali ed al suono mediterraneo della chitarra.
I Glad Tree iniziano le proprie esibizioni nel 2014 e “Onda Luminosa” è un vero e proprio live in studio mentre il debutto è  presentato in un concerto del 22 gennaio al Teatro Massaia.
All’ascolto non esulano interventi di Jazz, Blues ed ovviamente Folk.
Il disco si apre con “Gocce” e l’arpeggio della chitarra rimanda la memoria ai favolosi anni ’70, e l’aggiunta del flauto è un rafforzativo. Non si resta indifferenti a questo ritmo ipnotico ed ai suoni Folk, il connubio è profondamente rapitore. Ancora più ferrato nel concetto risulta il brano “Danza Verde”, dove gli interventi vocali di Kamod sono strumento aggiunto. Non ci sono testi, bensì fonetica.
Più riflessivo è il pezzo “Bassa Marea”, esso sprigiona tutto l’insieme delle culture che racchiudono il progetto Glad Tree, dimostrando che le barriere geografiche o gli steccati ideologici devono essere necessariamente abbattuti. Ad un amante come me del Prog acustico degli anni ’70 non può che venire la pelle d’oca all’ascolto di “Soul Raga”, necessariamente gli occhi si chiudono e ci si lascia trasportare dai suoni caldi ed allo stesso tempo convulsi del brano.
“MarMaris- Danza Turchese” è l’unico pezzo non composto da Marcello Capra, bensì da Lanfranco Costanza. Il flauto la fa da padrone, una vetrina per la su arte. Uno dei momenti da me preferiti è “Aura”, per la delicatezza ma allo stesso tempo solarità seppur velata di malinconia.
Il disco prosegue nelle sue peculiarità, salvo andare a visitare il mondo della Giamaica con “Giamaica Blues”, divertente movimento ricco di spunti anche danzerecci. Degna chiusura dell’album.
Mi auguro che “Onda Luminosa” abbia un proseguo nel tempo, Capra sa entrare nello spirito dell’ascoltatore, ogni volta una sorpresa. Il disco è consigliato a tutti indistintamente perché è musica basilare, magari ascoltata in cuffia sotto un albero….della felicità! MS