I Miei Libri

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giovedì 10 luglio 2014

Claytoride

CLAYTORIDE – For His Wine And Chamber
La Simbiosi Dischi / Prosdocimi Recording
Genere: Rock
Supporto: cd – 2013


Un altro esordio, questa volta proveniente dal Veneto, dalla provincia di Vicenza. Guardo il cd  e vedo un disegno che rappresenta un bicchiere di vino (per giunta rosso che è più vigoroso) ed un nome come Clyaytoride che fanno presagire ad un percorso Rock ruspante, di quello che si suona soltanto perché si vive. Leggendo poi all’interno “registrato (in analogico ed in diretta) alla Prosdocimi Records con la produzione di Mike 3rd (Ex KGB)” ho la conferma di quello che l’occhio mi ha suggerito durante la visione della copertina. A questo punto non resta che l’orecchio, cosa si ascolta in “For His Wine And Chamber”? Certamente Rock, l’occhio non ha sbagliato, però semplice e diretto, a volte riflessivo ed a tratti nervoso, spruzzato lievemente da quella odierna tendenza che si chiama Post Rock. Il cantato è in inglese e questo si sa, dona all’ascolto più fluidità e musicalità.
“Ignorance” è un brano che scopre subito le carte e mostra cosa è il Rock oggi, fra importanti riferimenti al passato ma soprattutto con uno sguardo verso il futuro, fra un buon ritornello e delle giuste coralità d’accompagnamento. Per futuro intendo che il Rock non deve necessariamente gridare per farsi ascoltare, la nuova tendenza che comunque dona all’ascolto una veste più elegante. Il cantato a volte è decadente, certamente sentito e riflessivo. “Something In Your Shoes” mette in evidenza l’importante ruolo del basso e comunque non c’è intenzione di sperimentare, piuttosto di comunicare in maniera diretta. Il quintetto suona bene, senza strafare, e all’ascolto si capisce bene che i brani sono stati testati e rodati prima in sede live, “Mexico” lo dimostra. Sono formati da  Andrea Pasquetto (voce, tastiere), Gregorio La Salvia (chitarra e voce), Stefano Sartori (chitarra e voce), Matteo Tretti (batteria) e Michele Thiella (basso).
“Ocean’s Return” gode di reminiscenze anni ’80, quando il Post Punk si faceva strada con band del calibro di The Cure. In realtà il Rock non ha tempo ed i Claytoride lo hanno capito, suonandolo a proprio piacimento con la propria personalità.
I brani contenuti nell’album sono sette e tutti di buona levatura, anche se personalmente protendo più verso la conclusiva title track “Wine & Chamber”.
Questo esordio non fa gridare a nessun miracolo, piuttosto fa vivere la musica con piacere e spensieratezza, quella che sempre più spesso viene a mancare in questa nuova società che sempre meno si sa stupire e divertire. Per i più curiosi dico anche che  nel 2012 pubblicano l'ep “Age Of Innocence”. (MS)

http://www.myspace.com/claytoride

https://twitter.com/#!/ClayToRide

Masoni Marco

MASONI MARCO – Il Multiforme (Paesaggi catartici E Operette Morali)
AMS Records
Genere: Rock/Cantautore
Supporto: cd – 2014



Verso gli anni ’90 il genere musicale RPI (Rock Progressivo Italiano) ingrana una marcia in più rispetto agli oscuri anni ’80, dando alla stampa dischi di elevato interesse artistico e tecnico. Notoriamente le vendite sono sempre più basse, tuttavia sia gli artisti che gli usufruitori restano abbarbicati a questo genere che si può definire vera e propria droga per il fans. Uno di quei “pochi” sono io, ed una band in particolare suscita in me notevole interesse, i pisani Germinale. Fra i fondatori c’è il polistrumentista Marco Masoni, compositore ed amante di molti artisti che vediamo anche rappresentati nella copertina di questo disco d’esordio intitolato “Il Multiforme”. Vediamo quindi i Beatles, i Genesis di Gabriel, Lucio Battisti, Pink Floyd, ELP, Hendrix, Frank Zappa e molti altri ancora, questo soltanto per rimarcare il percorso culturale che l’artista segue nella sua vita.
Con lui nell’album si incontrano ottimi strumentisti, come Edoardo Magoni alle tastiere, Giulio Collavoli al piano, Salvo Lazzara alla chitarra e Maurizio Di Tollo alla batteria.
Parlo di esordio, anche se Masoni da sempre è immerso nella musica, ad iniziare dal 1988, quando a quindici anni comincia ad imbracciare la chitarra classica. Lunga ed altalenante la carriera con i Germinale, fino al 2005, ma è nel 2012 che sente l’esigenza di registrare le canzoni scritte in anni passati. Il titolo “Il Multiforme” ben sposa la causa dell’artista, mai domo di quello che riesce a fare nel tempo, una sorta di vulcano perennemente attivo. Il disco è formato da undici tracce più una fantasma e si apre con “Tutti In Colonna (La Vita Non E’)”. Spesso nell’ascolto ci si imbatte con suoni olofonici, questi stanno ad arricchire il lato impressionista e suggestivo del lavoro, qui sono i belati di pecore. Mi riscontro nei testi del brano, perché anche io ascolto, leggo ed accumulo dischi, magari proprio lp, ma la vita non è solo questo. La formula canzone è altamente rispettata e musicalmente parlando colgo spunti alla Battisti, probabilmente artista ammirato anche da Masoni. Belato di pecore, il messaggio è chiaro e ricevuto, in più si cita anche il famoso proverbio “Si nasce incendiarie e si muore pompieri”. Avrete capito a questo punto che l’equilibrio fra testi e musica è importante. Segue la Psichedelica “Parte 1: Riti Sul Vuoto (Caffè, Drappi)”, dove il flauto come un evidenziatore sottolinea le parti strumentali percorrenti un sentiero vicino agli anni ’70. Più vigorosa e Prog la seconda parte. L’acustica “Perdersi” la vedo perfettamente inserita  nella prima discografia di Alan Sorrenti, una canzone bella e riflessiva.
Sorpresa all’inizio di “Maggio D’Improvviso”, il brano si apre con la voce di Red Ronnie che intervista lo stesso Masoni, seguono piccoli acquarelli di vita nei vicoli di Napoli, raccontati e cantati con semplicità. La musica emoziona ulteriormente in “Sa Domo De Su Re”, calda e profonda, come quella di certe Orme.
Masoni sa come unire formula canzone alla classe del Rock cosiddetto “colto”. Notevole anche la narrata “Il Suicidio Di 500 pecore”, ma non vorrei togliervi tutto il piacere della sorpresa all’ascolto e quindi qui mi fermo. Quello che si evince in “Il Multiforme” è la conferma di avere a che fare con un artista che ama la musica e che a sua volta riesce a farla amare.

Passione unita a studio, tecnica, semplicità ed esperienza, tutti ingredienti per fare di questo un bel disco, ma l’artista credo sia già consapevole che il grande pubblico è meno esigente, tendente ad ignorare la musica “colta”, salvo scaricarla da internet. Dischi come questo possono cambiare la tendenza! Da parte mia quindi un encomio all’artista, ho il promo, ma compero il disco! (MS)

venerdì 4 luglio 2014

Traumhaus

TRAUMHAUS – Ausgeliefert & Die Andere Seite
Progressive Promotion Records / GT Music Distribution
Genere: Rock Progressive
Supporto: Ristampa cd – 2014



Dopo il buon successo dell’album “Das Geheimns” uscito nel 2013, la Progressive Promotion Records pensa bene di rimasterizzare anche i primi due album dei tedeschi Traumhaus. “Ausgeliefert” è il disco di esordio della band di Alexander Weyland (tastiere, voce, piano) datato 2001, della durata di quasi ottanta minuti! Otto le canzoni, fra le quali spicca la suite omonima e non mancano di certo bonus tracks, in questo caso due, dal titolo “Die Reise” e “Die Andere Seite Teil 1”.La formazione è completata da Frank Woidich (tastiere, cori), Bernhard Selback (chitarra, cori e basso) e Michael Dorniak (batteria, basso, cori, chitarra).
Nell’album “Ausgeliefert” puntano ad un New Prog anni ’80 e cantano in tedesco, sin dall’iniziale “Aufwarts”, supportata da un buon ritornello. Sono dunque le tastiere lo strumento in evidenza, come bene insegna il genere. Segue la title track, come dicevo una suite, in essa è racchiuso un poco tutto il sunto del Prog, dai cambi di ritmo ed umorali ai tecnicismi legati sempre e comunque a melodie di facile assimilazione che si richiamano di tanto in tanto durante il lungo percorso. Si sfiora anche il Metal grazie alle chitarre distorte, anche se solamente in fase ritmica di accompagnamento. Più psichedelica la parte centrale, insomma davvero per tutti i gusti e comunque sempre nei binari del genere. “Zu Spat” ha un dna che potrebbe essere compatibile con la band connazionale RPWL, mentre ”Peter & Der Wolf” ha un intro di Marillioniana memoria, ancora l’oscurità caratteriale che abbiamo ascoltato in “Das Geheimnis” deve ancora sbocciare. Molto gradevole “Wandler”, più canzone rispetto le altre. E l’album prosegue su questa riga, salvo osare qualcosa in più nella vigorosa “Navanita”.
Un passo in avanti con l’album “Die Andere Seite” inciso nel 2008, sette tracce, di cui quattro suite e due bonus tracks, “Zur Anderen Seite” (piano e voce in versione 2009) e “The Secret” (versione in inglese del 2014). La band è differente, Alexander si coadiuva di artisti come Tobias Hampl (chitarre), Hans Jorg Schmitz (batteria) e Jordan H. Gazall (basso). Apre “Die Andere Seite Teil 1”, sempre New Prog, ma le atmosfere cominciano ad essere più grevi e meglio arrangiate, il suono è più rotondo ed avvolgente. “Hinaus” è il classico pezzo che tutti vorrebbero ascoltare da una band Prog, non manca ovviamente il Mellotron. Con “Kein Zuruck” si plasmano i Traumhaus che conosciamo oggi, comincia il distacco dal New Prog anni ’80, la personalità accresce. Dopo un inizio in formula canzone, “Die Andere Seite Teil 2” si lascia andare in fughe strumentali, soprattutto di tastiere e resta, per chi vi scrive, uno dei momenti più alti del disco. Energia Metal in “Zwiespalt”, una faccia differente dei Traumhaus, band malleabile ed aperta a nuove soluzioni. Altro ibrido “Bleibe Hier”, mentre la conclusiva “Die Andere Seite Teil 3” mostra la band pronta al mercato internazionale.
Due dischi rimasterizzati per una band che non è banale e sono sicuro che ne sentiremo parlare ancora a lungo perché sono in crescita, e questi due piccoli gioiellini non potevano essere ignorati.

Ben fatto Progressive Promotion Records! (MS)

TNNE

TNNE – The Clock That Went Backwards
Progressive Promotion Records / GT Music Distribution
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd-2014



Il Prog che resta radicato con tutte le proprie forze a se stesso. Passano gli anni, i decenni, ma la forza di resistere non viene meno e ce lo raccontano anche  i lussemburghesi TNNE con “l’orologio che è andato indietro”. Ho preso questa metafora per cominciare a parlare di un graditissimo ritorno, i TNNE (The No Name Experience) sono il nuovo progetto dell’ex tastierista dei No Name Alex Rukavina e del cantante Patrick Kiefer che ha lasciato la band nel settembre 2010. Con i due musicisti suonano anche Michel Volkmann (chitarra), Giles Wagner (batteria), Claude Zeimes (basso) e Fred Hormain (sax).
Di certo i più afferrati di voi conoscono bene le potenzialità dei No Name e sicuramente riponete buone speranze anche in questo debutto dal titolo “The Clock That Went Backwards”, e non vi sbagliate. Con un artwork curato ed esaustivo in forma cartonata ed una registrazione audio davvero buona, l’album si presenta suddiviso in nove tracce.
Il genere proposto è un insieme di New Prog e Psichedelia, per chi li conosce posso avvicinarli ai tedeschi RPWL, per farvene una certa idea.
“My Inner Clock” riesce sin da subito a spiegare il legame che esiste fra i due generi, ma anche con l’attenzione di chi nel tempo ha saputo ascoltare. La parte strumentale specialmente la dice lunga. Di certo non sfuggono  anche riferimenti ai Pink Floyd. Riflessione sul tempo che passa, o meglio…che vola, nella breve “Clairvoyance” e quando il piano parte ed arpeggi di chitarra lo raggiungono, la mente vola su altopiani Marillioniani era Fish. Preludio per “About Angels And Devils”, semplice ed orecchiabile. La title track impegna di più, le chitarre distorte che fanno la ritmica donano all’ascolto profondità, come bene sanno fare gli Arena di “The Visitor”. Bellissimo assolo di chitarra che non è altro che il suggello della mia descrizione. Non ci sono suite nell’album, tutto comunque resta legato e scorrevole, un unico viaggio che di emozioni sa rilasciarne a profusione. “Circles Of Life” gioca bene sulla formula canzone, perché il New Prog a differenza di molti altri sottogeneri, ha capito l’importanza della melodia di facile assimilazione. Ci accolgono nel loro nuovo mondo con l’Hard Prog di “Welcome To My New World” per poi concludere alla grande con “The Snow”, fra reminiscenze Genesis e molto altro. Esiste anche la versione edit di “Circles Of Life”, toccante e raffinata.
“The Clock That Went Backwards” è un bel disco, consigliato ai fans dei gruppi che ho citato, ma anche a tutti coloro che amano la musica in generale, perché questo lavoro ha due opzioni, fare ascoltare con attenzione meditativa e divertire senza grandi impegni. Incongruenza? Credetemi, non è cosa per tutti.
Un ritorno gradito. (MS)


sabato 21 giugno 2014

Fare Jazz Estate a Fabriano

                        FARE JAZZ ESTATE A FABRIANO



“Fare Jazz Estate...in Fabriano”
2014 Prima Edizione

I corsi di musica Jazz “Fare Jazz” organizzati dall'Istituto Musicale Comunale “Ars
 Musica” di Chiaravalle, giunti alla diciottesima edizione sotto la direzione artistica
 del M° Lamberto Di Piero, quest'anno propongono anche la veste estiva ospitati dal
 Comune di Fabriano.
L'organizzazione di
 “Fare Jazz Estate...in Fabriano” fa capo
 all'Associazione “Fabriano Pro Musica”
.

Percorsi della musica improvvisata
. Per chi si avvicina alla musica Jazz o
 desidera approfondirne la conoscenza
.

FULL IMMERSION DAL 10 AL 13 LUGLIO
 CON
  • LEZIONI
  • CONFERENZE
  • LABORATORI
  • VIDEO PROIEZIONI
  • CONCERTI  E JAM SESSION

Le attività didattiche si svolgeranno presso le aule dell'Istituto Comprensivo
 “Marco Polo” Via Luigi Fabbri, 1 Fabriano.
Video proiezioni e conferenze si terranno presso la sede dell'Associazione
 “Fabriano Pro Musica”, Via Gentile, 13.
 Concerti e jam session tutte le sere presso locali pubblici e spazi comunali preposti
.

Oltre alle molte ore di lezione giornaliere suddivise per le varie materie di studio, i dopocena delle quattro giornate saranno allietati da esibizioni pubbliche di allievi e docenti con il seguente programma:
  • 10 Luglio presso l'Auditorium dell'Istituto Comprensivo Marco Polo, concerto dei docenti
  • 11 Luglio presso un locale pubblico (da definire), Jam Session
  • 12 Luglio presso un locale pubblico (da definire), Jam Session
  • 13 Luglio presso il Sagrato della Cattedrale, concerto finale di gruppi di musica d'insieme e della Big Band. Ospite della serata l'Orchestra Concordia di Fabriano diretta dal M° Marco Agostinelli.

INFO E ISCRIZIONI
340 3537907
farejazz@gmail.com
fabrianopromusica@gmail.com
www.arsmusicalive.com
www.fabrianopromusica.it
www.facebook.com/fabrianopromusica


www.facebook.com/arsmusicachiaravalle

venerdì 6 giugno 2014

Two Fates

TWO FATES - /Tree
Audioglobe / Perfect Swimmer
Genere: Avant Pop
Supporto: ep – 2014



Dopo cinque anni di attività e forti dell’esperienza accumulata alle spalle, il duo Two Fates, formato da Loredana Di Giovanni (LorElle: voce, tastiere e percussioni) e Giuliano Torelli (Tiresia: basso, chitarra, drum pad, voci noises) giunge all’ep di debutto dal titolo “/Tree”.
La musica che compongono non è di certo scontata, è ricercata ma allo stesso tempo minimale, fra suoni tecnologici e melodie suadenti dettate dalla bellissima voce di Loredana. Si avvalgono della Two Fates Machine (Ableton Live), con cui registrano dal vivo tutti gli strumenti per poi unirli assieme in tempo reale per un risultato spesso ipnotico e scandito da loop.
Ciò che colpisce, è come riescono a far scaturire sensazioni di “natura”, con suoni che di naturale hanno ben poco. Il titolo “/Tree” è davvero appropriato, un albero che ha radici nel tempo (l’esperienza a cui mi riferivo) e quindi altezza (forte personalità) e fruttuosità (i brani da gustare). L’artwork interno del disco ben rappresenta questa mia elucubrazione, e c’è un particolare che non mi è sfuggito e che ho apprezzato ulteriormente, ossia  il contatto con il terreno a piedi nudi da parte di Tiresia. Questo lo sa bene chi vive la musica, essa sale dal terreno e ti entra meglio nel corpo salendo fino alla mente, un contatto fisico che ne amplifica anche l’ascolto.
Si apre con “Blu”, in esso si evidenzia anche l’importanza dei testi, spesso giocosi in doppi sensi,  sensazioni che ben si sposano con la musica. Tutto questo ancora più palese nella successiva “Verde”, acustica  ed eterea, giocosa con le voci e LorElle che sale sempre più, il tutto in un ritornello melodioso di semplice memorizzazione ed efficace. Più ricercata nell’arrangiamento vocale “My Story Is Not My Destiny”,cantata in inglese su di una struttura musicale alquanto minimale ma presente in personalità. Infatti uno dei meriti del duo risiede proprio nel saper donare giusta melodia a suoni, loop ed elettronica varia, perché le sensazioni evidenziano le emozioni e ne accrescono la musica. Non necessariamente servono molte strumentazioni quando le melodie sono giuste e gradevoli.
Sensibilità ed energia in “Il Sogno, L’Addio”, molto sentita e ben interpretata, quasi una scena teatrale. Torna il cantato in inglese con “It’s The Rain” e qui, per chi li dovesse conoscere, mi vengono alla mente i primi Paatos. Molto spesso aleggiano atmosfere malinconiche fra le note, in “Sangue” questo è più palese e decisamente più sentito. L’ep si chiude con la bonus track, “My Story Is Not My Destiny (Remix)”.
Il bosco dei Two Fates sembra fatato, magico, etereo, un luogo dai suoni incantati e comunque sapientemente assemblati. Il duo dimostra carattere, personalità, idee chiare ed una notevole capacità di inventare. Tutto ciò si può racchiudere in un solo termine: “creatività”. A questo punto non ci resta che attenderli alla prova cd, le basi per far godere l’ascoltatore ci sono davvero tutte. Da avere. (MS)


https://www.facebook.com/twofatesproject?fref=ts

domenica 25 maggio 2014

Exhumind

EXHUMIND – Demo
Autoproduzione
Genere: Metal
Supporto: mp3



Ciò che non conosce crisi nel mercato musicale non è la vendita, in continuo disfacimento, ma la passione che i giovani mettono nei loro strumenti. Grazie ad internet ed alle possibilità tecnologiche e mediatiche odierne, i ragazzi si avvicinano sempre più al mondo musicale ed essendo anche produttore di se stessi, si armano di coraggio elargendo all’ascoltatore il proprio essere. Tutto questo con gli errori del caso, con l’ingenuità che inevitabilmente  viene dettata dall’inesperienza, tuttavia con il passare del tempo questa viene sempre più scremando. In definitiva, assistiamo a  molte sorprese in ambito Rock e soprattutto Metal.
A Fabriano, nell’entroterra marchigiano, si formano numerosissime band, sempre più preparate e vogliose di farsi notare. Giustamente direi, in quanto spesso sono messaggere di buone idee. Il gruppo che giunge in questo caso al demo si chiama Exhumind e si compone grazie all’idea di Luca Balloriani (chitarra) e Claudio Rossi (basso). A loro si aggiungono Alessio Santini (chitarra), Giorgio Mearelli (batteria) e Cinzia Traballoni (voce). La giovane età dei componenti, poco più che ventenni, coincide con la passione per il Metal Grunge degli anni ’90 e tutto questo si rispecchia in alcuni frangenti anche fra le note delle tre canzoni che compongono il demo. 
Il primo brano si intitola “Join Your Pain” e sprigiona energia da ogni nota, controllata dalla voce di Cinzia. I riff sono semplici e diretti, mentre la sezione ritmica si ritrova senza difficoltà. Quello che manca al brano è quello che accade nel 90% dei casi delle giovani band italiane, ossia manca l’assolo strumentale che spezza l’ascolto. Non che ci sia una regola per questo, tuttavia è un valore aggiunto che troppo spesso ultimamente viene ignorato. Da apprezzare lo sforzo di non cadere nella banalità, pur trattandosi di soluzioni inflazionate. Il cantato cerca infatti di fare slalom fra i riff e riesce nell’intento di accalappiare l’ascoltatore.
Segue “Destiny Of A Man” ed il muro sonoro sale d’impatto. Riscontro affinità con i The Gathering, così è bello il momento finale che spezza il ritmo. A concludere, il brano “Exhumind”, una sorta di schiaffo o bacio che dimostra l’amalgama del gruppo e la sua passione per il Metal anche più melodico.
Difficile tirare somme conclusive con soli dieci minuti di ascolto, tuttavia si evince una grande passione e la voglia di fare bene, perché non esiste pressappochismo in questo demo, tutto è ben rodato, sicuramente sopra la media delle realizzazioni del genere. Una parola in più anche per l’incisione, gli strumenti sono ben distinti e la voce non risulta soffocata dalla musica. Metal gradevole e promettente questo degli Exhumind che attendiamo sicuramente a prove più sostanziose e di personalità. Generalmente non elargisco consigli, ma solamente pareri, in quanto l’artista deve fare soltanto ciò che si sente di esprimere, per cui mi limito a dire soltanto di non rimanere invischiati nella tela dell’ovvio. Nel Metal per avere attenzione, bisogna dare qualcosa di diverso per essere notati ed ancor più apprezzati, avere il coraggio di osare e questo non ha a che fare con la tecnica. Le idee ed il cuore  prima di tutto e qui nel demo sento che parte di questo c’è, sta soltanto a voi saperlo coltivare. Divertitevi come state facendo, perché il divertimento risulta contagioso anche all’ascolto, non forzate mai la mano per piacere obbligatoriamente agli altri, siate sinceri e le soddisfazioni verranno da sole.  (MS)

ReverbNation: http://reverbnation.com/exhumind
SoundCloud: http://soundcloud.com/exhumind

Contatti: Email: exhumind@gmail.com

Facebook: http://facebook.com/exhumind

lunedì 19 maggio 2014

Fare Jazz Estate

                        FARE JAZZ ESTATE a Fabriano

Amici strumentisti, se venite nelle Marche e precisamente a Fabriano, avrete non solo il piacere di vedere posti incredibili come le famose Grotte Del Vento di Frasassi di Genga o la Piazza di Fabriano, una delle dieci più belle in Italia, ma anche di suonare e fare scuola tutti assieme! Il tema? JAZZ! Insegnanti per voi e concerti serali.... ad un prezzo più unico che raro. 
Ed i sapori? Beh, da provare! 



sabato 17 maggio 2014

Bastardogs

BASTARDOGS – No Pain No Gain
Street Symphonies Records/Andromeda Dischi
Genere: Hard Rock
Supporto: cd – 2013


Cani bastardi, un appellativo dispregiativo? A seconda di come lo si interpreta, perché sappiamo bene che il cane bastardo (cioè di razza mista) è anche quello più simpatico ed intelligente, colui che si adegua ad ogni situazione avversa della vita. Metafora di questa band genovese? Non saprei, ma a me personalmente piace pensarla così.            Bonne (voce e chitarra), Cosme (basso), Andy (chitarra) ed Atta (batteria) sono gli autori di questo debutto discografico dal titolo “No Pain No Gain”. Suonano glorioso ed annoso Hard Rock dalle forti tinte anni ’80, quando il genere incastrato con l’Heavy Metal sapeva il fatto suo. Non nascondo che anche oggi sembra che l’interesse attorno ad esso si stia rinvigorendo e questo non può farmi che piacere, in quanto stiamo parlando di una musica composta da sudore e divertimento.
Dieci canzoni per agitarsi, scuotersi, buttare fuori tossine e caricarsi di adrenalina, fra Wrathchild, Tigertailz ed altro Glam della scena inglese allora denominata NWOBHM . Ritmiche destinate a far muovere il nostro capo, con le chitarre  in primo piano, grezze e vere trascinatrici del progetto. Non una canzone fuori luogo e neppure una che eccelle, si viaggia su un unico binario senza scambi. Nessuna innovazione, non cercate nulla di nuovo, solo quanto detto.

Neo del disco forse la registrazione che tende a ricordare un po’ troppo lo stile degli anni ’80, ovattando  l’insieme, tuttavia questo è solo un mio pensiero dettato dal gusto personale, per altri invece è un pregio. Così vale per la voce. Per il resto promossi a pieni voti, anzi, sono davvero felice che ci sia questo ritorno, ciò significa che le nuove leve ascoltano anche il passato e questo è un altro punto a loro favore, o per meglio dire alla loro intelligenza. Bravi ragazzi. (MS)

lunedì 12 maggio 2014

Perfect Beings

PERFECT BEINGS – Perfect Beings
My Sonic Temple
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2014



E’ passato un terzo di questo 2014 e di grandi sorprese sonore francamente ne ho avute ancora poche. Come sta ad esempio il Progressive Rock? A tastargli il polso si direbbe che si ascolta, ma non lo si acquista, questa è una grave pecca tutta italiana. E si, perché all’estero almeno la voglia di ascoltare c’è. Questione di cultura e qui andrebbe aperta una parentesi, ma non tonda, non quadrata, ma bensì graffa! Per cui, tralascio questo compito e mi riallaccio al preambolo, poche sorprese, ma buone. Si va a Los Angeles in America per poter godere di un album quantomeno gradevole e se aggiungiamo che si tratta di un esordio, la faccenda acquista risonanza. Si, un esordio, quello dei Perfect Beings che comunque sono una band composta da artisti che di musica vive già da anni. Ecco dunque Ryan Hurtgen  alla voce (Rene Breton), Johannes Luley alla chitarra (Moth Vellum), Dicki Fliszar alla batteria (Bruce Dickinson), Chris Tristram al basso (Marjorie Fair, Slash) e Jesse Nason alle tastiere (Deccatree, AM).
Una elegante custodia cartonata con tanto di libretto esaustivo all’interno accompagna il prodotto in questione, contenente dieci tracce di buon Rock Progressivo. Si delinea subito all’ascolto del primo brano introduttivo “Canyon Hill”, la capacità della band di assimilazione, così nella musica rappresentano al meglio tutti i concetti del genere assorbiti nei decenni della propria esistenza. Come una spugna i Perfect Beings sembrano assorbire l’essenza di questo astruso genere, ma in esso scaturisce anche passione per i particolari, fattore che soltanto i più pignoli di voi potranno captare. La qualità sonora è buona, gli strumenti sono bene equilibrati e l’effetto stereo, specie nella batteria è gradevole.  Lo stile che propongono è comunque personale, miscelando anche della Psichedelia all’interno di alcuni passaggi. Non mancano importanti tasselli di riferimento, come ad esempio i Beatles per alcune scelte melodiche, lo si evince soprattutto in “Helicopter”.
Ma i giochi cominciano a farsi seri con “Bees And Wasps”, brano prettamente progressivo, con tutti gli ingredienti giusti al posto giusto. Si dimostrano ottimi strumentisti, con intelligenza e senza strafare, ascoltate l’assolo di chitarra e capirete. Con un inizio Folk e bucolico, “Walkabout” è uno dei momenti più alti del disco, piccolo capolavoro ricercato e delicato sotto molti punti di vista e per le coralità vicine ai Porcupine Tree. Possono mancare i cambi di tempo? Ovviamente no. I Loop di piano fanno poi scorrere alcuni brividi sulla pelle e questo lo dico ai fans del genere di vecchia data.
Tutta la musica dei Perfect Beings si basa molto sulle ritmiche non convenzionali di Dicki Fliszar, spezzate, tirate, rullanti… in un solo termine “accattivanti”, ed un esempio lo si ha anche in “Remnants Of Shields”. Si fanno avanti gli Yes nell’assolo di chitarra in “Program Kid”, per tornare nel mondo dei Porcospini con “Remnants Of Shields”. Due righe anche per la buona interpretazione vocale di Ryan Hurtgen, duttile e malleabile a seconda delle esigenze. Ma non voglio rovinarvi tutte le sorprese.
Quindi anche nel 2014 si può fare Rock Progressivo con intelligenza, cogliendo si gli spunti dalla storia, ma amalgamando il tutto con la propria personalità. Questa sembra oggi una cosa impossibile, vista  la recente carenza di buone uscite, ma per fortuna qualcosa si muove, poi come il genere lo vogliamo etichettare non ha importanza, per me è ottimo “Progressive Rock”, i puristi storceranno il naso…lo so. Complimenti ed attendiamo nuovi sviluppi. (MS)


DISTRIBUTION: 






Quantum Fantay

QUANTUM FANTAY – Terragaia
Progressive Promotion Records
Genere: Instrumental Space Rock/ Progressive Rock
Supporto: cd – 2014


I belgi Quantum Fantay con “Terragaia” giungono al quinto lavoro da studio e vanno ad approfondire uno stile molto personale, che vive a cavallo fra lo Space Rock Psichedelico (alla Ozric Tentacles o Pink Floyd) ed il Progressive Rock. Questo per chi di voi non li conoscesse già, un quartetto composto da Pete Mush (Synth), Jaro (Basso, chitarra), Gino Bartolini (batteria) e Dario Frodo (chitarra), autore di musica esclusivamente strumentale.
Ebbene l’evoluzione continua, la musica si lascia andare, trascinatrice di situazioni mentali fantasiose, aperte  a sogni e situazioni vissute negli anni ’70 grazie anche agli Hawkwind. Iniziare l’ascolto con “Journey To Earth” è come decollare come un missile in verticale, piuttosto che gradatamente come un aereo, qui si vola subito. La fantasia di certo non manca, si estrapolano sonorità arabeggianti miste a Reggae.
Dieci tracce per dieci storie differenti, pregne di special guest che si alternano nelle composizioni, da Anaisy Gomez degli Anima Mundi  a Nele Casneuf all’arpa, Charles Sla al flauto, Tom Tas alla chitarra, Gracerooms alle tastiere e Joachim Wannyn al bengio. Il Progressive Rock si presenta soprattutto nella fase chitarristica e nei repentini cambi di tempo, come accade in “Azu Kènè Dekkè Leppè”, ricca di sorprese, fra passaggi Genesiani e musica da ballare. Musica da ascoltare senza particolari distrazioni, perché è vero che si presenta orecchiabile, ma al suo interno si nascondono passaggi tecnici non trascurabili. Torna il flauto in “Desert Rush”, così l’onnipresente elettronica che dona la profondità spaziale all’insieme. Ci si deve lasciare andare nell’ascolto e neppure ci si deve stupire se ci si ritrova a ballare.
Addirittura fra Folk e New Prog “Aargh”, una delle mie canzoni preferite dell’album. E qui sfogo all’ocarina ed alla cornamusa di Gomez in un giocoso e gioioso crescendo dove la chitarra elettrica nel finale esalta il tutto. L’album si muove con fantasia e colori, scorrendo piacevolmente e  restando su un livello musicale più che discreto, “Chopsticks And Gongs” con il suo flauto, “Indigofera” fra Space e Prog, l’elettronica ed il Reggae di “Yah Roste Fooroap”, la varietà di “Cowdians” ed il Prog tastieristico ed epico di “Journey From Earth”. Ciliegina sulla torta il suggestivo artwork di Pascal Ferry con le opere “La songe D’Une NuitD’Ether” ed “A Dream Of An Ether Night”.
Un album molto lungo, sopra i 70 minuti di musica per un overdose di emozioni differenti.
Di gran lunga l’album dei Quantum Fantay che preferisco, ora mi sembra difficile potersi superare, ma in futuro anche restare a questi livelli…Dio lo volesse! (MS)

lunedì 5 maggio 2014

Silver Key

SILVER KEY - In The Land Of Dreams
Ma.Ra.Cash Records
Genere: New Progressive Rock
Supporto: cd – 2012


Non c’è niente da fare, quando chi suona ha passione per ciò che ascolta, il risultato molto spesso è contagioso. Infatti “In The Land Of Dream” ha lasciato in me una sensazione di piacere, o per meglio dire di soddisfazione. Ho capito che i milanesi Silver Key  non solo amano il Prog, ma lo hanno vissuto ed ascoltato con attenzione e passione.
Un esordio discografico interessante, decisamente sopra la media di queste proposte, per cui mi vado a documentare sulla loro storia ed è a questo punto che mi spiego molte cose. Già nel 1992 nascono come cover band di Marillion, quindi anni di musica Prog alle spalle, di matrice Genesis e Pink Floyd. Basi solide, non c’è dubbio. Sono composti da Yuri Abietti (voce e chitarra), Carlo Monti (chitarre), Davide Manara (tastiere), Alberto Grassi (basso) e Viviano Crimella (batteria).
“In The Land Of Dreams” è composto da sei brani, fra cui una suite, come stile Prog comanda.
Tutto è chiaro sin dall’iniziale title track “In The Land Of Dream” che piace sicuramente ai fans della band di Fish, ma anche degli IQ e Pendragon. Le tastiere ricoprono un ruolo importante, così le chitarre. La sezione ritmica si presenta  senza sbavature ed è rodata anche nell’intesa. Buona anche l’interpretazione vocale, spesso neo del Prog italiano.
Ma c’è anche molta farina del proprio sacco, non solo richiami al genere inglese, la mediterraneità dei suoni, o per meglio dire la solarità di tanto in tanto fa capolino. Bello l’assolo di chitarra.
L’ottima preparazione del gruppo fuoriesce anche nella successiva “More Than I Can”, aperta da atmosfere pacate sopra arpeggi onirici. Questo è il suono che l’amante di questo genere ama di più, la velatura malinconica in stile Fish e soci di certo prende l’animo. E poi il cambio umorale e di ritmo è d’obbligo e una piccola spolverata di suono hard di tanto in tanto di certo non guasta nell’insieme.
“Lern To Let Go” non aggiunge molto a quanto descritto nei brani precedenti, salvo un arrangiamento più curato nei particolari sonori. Il cantato nell’album è tutto in inglese, mentre la produzione sonora è buona, gli strumenti risultano nitidi.
Interessante “Millennium”, in cui la band si distacca un poco dagli stilemi degli anni ’80 dimostrando di conoscere anche i ’70. Nel brano è presente l’ospite Massimo Parretti alle tastiere. Probabilmente uno dei momenti migliori di tutto l’album, almeno per chi vi scrive.
Ma ecco la perla, diciamo la “Grendel” del disco solo per restare in argomento New Prog, non certo comunque  per somiglianza sonora, la suite  ispirata all'omonimo racconto di Lovecraft del 1926 dal titolo “The Silver Key”. Un viaggio di 26 minuti ricco di movimenti differenti e anche con un ospite d’eccezione, Ettore Salati (The Watch, Alex Carpani Band) alla chitarra. Otto i frammenti sonori che lo compongono, molto differenti fra di loro anche per intensità. Qui la band osa di più, riesce ad essere  più ruvida, possente e di personalità, andando a toccare anche lidi vicini ai Pink Floyd ed alla Psichedelia. Un piccolo capolavoro sonoro. Chiude l’album “Welcome”, altra perla sentimentale e degno suggello.

Disco dunque raccomandato agli amanti del New Prog e non solo, anche per chi ama la musica in generale. Ritroviamo i Silver Key  nel  progetto St’Art (Lo Stato Dell’Arte), assieme ad altre band di caratura tecnica importante come gli Altare Thotemico, Notturno Concertante e Marcello Capra, un vero carrozzone Prog ambulante ricco di grande musica, se vi capita di leggere la locandina da qualche parte, fermatevi e non perdetevi questo concertone! (MS)


https://www.facebook.com/events/361384590660369/?fref=ts


giovedì 1 maggio 2014

Catena Paolo

CATENA PAOLO – Quadrimusicali 2
New Light Records
Distribuzione italiana: si
Genere: Sperimentale / Psichedelia
Supporto: cd – 2013



Raramente mi imbatto con titoli così adeguati al contenuto del prodotto. “Quadrimusicali”  descrivono stati d’animo e mentali, semplice da dirsi, complicato da farsi. Non tutti gli artisti si possono permettere queste elucubrazioni, Catena lo abbiamo visto nei decenni di cosa è capace, non siamo mica qui a raccontare il passato (seppur glorioso) di questo compositore, pittore, polistrumentista di Pesaro. Io, come ricordato in altre mie recensioni, reputo Paolo uno degli ultimi artisti veri rimasti sulla terra. Ciò che scrive e che realizza è unicamente per lui, per ciò che vuole dire, per quello che rappresenta in quell’istante, in barba a tutte le mode o tendenze. Ho anche difficoltà a chiamarla “musica”… “Quadrimusicali” in generale ha questa capacità e di certo il capitolo 2 non esula dal ragionamento.
Cinque abiti per l’orecchio, cinque vestiti intercambiabili, non le chiamerei neppure tracce, perché ognuna ha un suo oscuro colore, ad iniziare dall’ ”Origine”, ovattata , come stare nel grembo di una madre immersi in un liquido amniotico che fa sembrare tutto il suono esterno così  tetro. Forse l’autore non ha voluto intendere questo, bensì qualcosa di più spaziale, ma io ne resto affascinato dal concetto che mi viene ispirato dai suoni synth intersecanti attorno a me.
In “Dimension 2” tutto è ancora più greve, insistente, lacerante nel suo copioso essere. Un  loop oscuro di quasi dieci minuti dove soltanto verso la fine si ascoltano ulteriori strumenti, e compare anche per la prima volta una ritmica, seppure accennata.
Catena si coadiuva della voce di Lola Sprint in “Onirica”, voce adoperata più come strumento e loop, quindi fonetica, più che cantata. Sempre suoni avvolgenti e apparentemente ciclici, in una sorta di otto all’infinito. Gli ultimi due stralci sonori dell’album sono lunghe suite che superano i ventitré minuti, la prima dal titolo “Babel” e la seconda “Creatur”.
Suoni, stati mentali…. Buio.
Quindi Paolo Catena ci presenta il suo secondo quadro musicale con la consapevolezza di non voler sembrare, ma essere. (MS)

Ogni brano è un vero quadro che potete vedere ed ordinare contattando l’artista: https://www.facebook.com/pages/PAOLO-CATENA/212382152133512?fref=ts


PAOLO CATENA – Quadrimusicali 3
New Light Records
Distribuzione italiana: si
Genere: Sperimentale / Psichedelia
Supporto: cd – 2014


Paolo Catena per il suo progetto Quadrimusicali sembra essersi stabilizzato nella cadenza annuale, oggi giunto alla sua terza esecuzione. Spazio a suoni per raccontare stati d’animo e situazioni umorali. Sei tele sonore per  una durata media di undici minuti l’una. Questa volta si presenta anche la chitarra, oltre che accenni di ritmiche su di un tappeto di suoni synth. La chitarra è suonata con un martello! Tutto questo ha il titolo “Aural Machine”. Alcuni frangenti rimandano al Krautrock ed allo Space Rock. La chitarra ruggisce, si lamenta, è sostenuta, echeggiante…. In un termine soltanto: Psichedelica.
“Event” è ciclica, un suono che circonda il cervello a volte correndo attorno ad esso e in alcuni tratti quasi in stand by. Sorge inquietudine, profondità interna all’io, tutto questo può spaventare l’ascoltatore, come spaventano le cose di cui non abbiamo la conoscenza. Ma anche deja vu, sensazioni di essere già stati supportati da questi suoni nella vita, forse Catena ha la capacità di cogliere quelle frequenze quotidiane a cui non diamo peso, riuscendo a dargli volume, una vera e propria voce. Una identità. Fantastico.
Come suggerisce il titolo, “Metalmind” è più aggressiva, distorta, la chitarra qui ha un ruolo più fisico, centrale. Lamento lacerante dello strumento, agonia senza fiato per un suono oscuratamente logoro. Serve capacità mentale per addentrarsi in questo quadro musicale. Destabilizzante.
E nuovamente, come suggerisce il titolo, “Pulse” ha il battito accelerato di un cuore in corsa. Suoni industrial, elettronica a sostegno del concetto. Euforia catartica.
Ritmo cadenzato per “Slow Drums”, non poteva essere altrimenti. La batteria al centro di questo vortice sintetico ed avvinghiante, a tratti sospende il suono, come fosse spaventata, circondata dai suoni, e quindi quasi catturata. Corre nella sua voglia di libertà in maniera ansiosa, trattenuta, eterea, con la speranza di non essere soffocata e raggiunta. Uno stato d’animo che raramente mi è capitato di vivere.
“Quadrimusicali 3” si conclude con “Space Tempest” e la sua elettronica futurista. Ma quello che ho ascoltato difficilmente me lo leverò dalla mente.
Catena mi ha marchiato a fuoco, a mia insaputa. L’estraneazione che si ha dalla realtà, dura più tempo dell’ascolto del disco, quindi siete avvisati! (MS)

Ogni brano è un vero quadro che potete vedere ed ordinare contattando l’artista: https://www.facebook.com/pages/PAOLO-CATENA/212382152133512?fref=ts



mercoledì 16 aprile 2014

Stealth

STEALTH – Shores Of Hope
Autoproduzione
Genere: Hard Rock
Supporto: cd – 2013


L’esempio dei ferraresi Stealth può calzare a pennello nell’esprimere al meglio il problema annoso, e credo a mio modesto parere anche irrisolvibile, dell’esterofilia italiana. Non è forse vero che nell’Hard Rock (e non solo) se un prodotto è straniero diviene concettualmente ed ipoteticamente più appetibile per un acquirente italiano? Se così non è, non capisco questo squilibrio di vendite, o meglio ne trarrei le conclusioni che noi italiani non sappiamo suonare questo genere. Ma in verità così non è, qui ne avete un esempio lampante. E si… perché “Shores Of Hope” è un disco accattivante, sporco e stradaiolo, con un pregio non trascurabile: l’eterogeneità.
Si formano nel 2007 da un idea del chitarrista Luca Occhi e nel 2012 producono un ep dal titolo “ Echoes From A Dark Lake Brideg”, qui in questo disco d’esordio presente nella sua totalità.
Completano la band Enrico Ghirelli (voce), Matia Catozzi (chitarra), Andrea Rambelli (basso) e Marcello Danieli (batteria).
“Guns! Guns! Guns!” apre con energia e come una retta unisce senza diversivi di rotta, i punti groove ed adrenalina. La situazione si ripete in maniera più rilevante in “The Border”, grazie a degli assolo strumentali, semplici e Rock, maledettamente Rock. Il ritmo rallenta con “Ozone Fades”, non la tensione che resta alta, sporcata da una pennellata di oscurità Sabbatiana. Quando dicevo di eterogeneità, mi riferivo anche ai momenti più pacati alternati a questi più vigorosi, come accade in “Godspeed” o in “Black Century”. Uno dei riff più interessanti e godibili lo si ascolta in “Nuclear Warfare”, canzone che riesce a restare impressa nella mente.
Si respira aria Metal degli anni ’80, non marcatamente ma necessariamente ingrediente di un contesto che nell’insieme funziona. Uno di questi ingredienti è l’epicità che si estrapola anche all’ascolto di “Pharaoh”.
In conclusione “Shores Of Hope” è un disco di onesto Hard Rock, senza forzature, con buone vibrazioni ed altrettante energie. Di certo non un must, ma dimostratore di buona salute per un genere che, alla faccia dei corvi, non muore mai. Ed io con loro resto nel paradiso conclusivo di “My Heaven”. (MS)


  

VeraEuridice

VERAEURIDICE – VeraEuridice
SPB Produzioni
Genere: Metal sinfonico
Supporto: EP – 2014


Con un concept alquanto intrigante, vengo alla conoscenza di questo nuovo progetto svizzero dal nome Veraeuridice. In esso lavorano Fabrizio Sassi (voce e chitarra), Giorgio Terenzani (basso anche in Arthemis, Absynth Aura, Killing Touch, Angels and Demons e Mr. Pig), Maura Nardelli (voce), Laura Scotti (voce lirica), Mauro Desideri (orchestrazioni, tastiere) e Paco (batteria). Intrigante perché trattasi di un racconto a doppia lettura, la prima riguardante il viaggio di Orfeo agli inferi per recuperare Euridice (opera composta da Christoph Willibald Gluck), la seconda opzione è data dal dubbio: …E se in  “VeraEuridice”, Vera fosse il nome di un altra donna? A voi la scoperta e la voglia di documentarvi anche in www.frammentiimmortali.com .
Il concept è cantato in italiano, ad iniziare da “Mi Prenderò Gioco Di Te”, Euridice creatura senza scrupoli che inganna Orfeo. Musica Metal sinfonica ed epica, con buone soluzioni di tastiere e giochi di voce maschile/femminile. Molto orecchiabile e di certo adatta ad un pubblico abbastanza ampio, non relegato esclusivamente al Metal.
Euridice è affascinante, per questo anche “Pericolosa” come un lago ghiacciato che ti invita a camminarci sopra per poi ingoiarti nelle sue gelide acque. Arie aperte, liricità e melodie semplici e dirette. Bellezza dunque, quella che ti attira ne “La Trappola Dei Sensi”. Qui il ritmo sale, salvo ritornare nell’epico durante il ritornello.
Imponente l’inizio di “Scritto Con La Luce”, per tornare nel binario stilistico sino ad ora descritto nell’immediato susseguirsi. La formula canzone spesso fa capolino fra le note, e questo è un fattore positivo che dona freschezza all’ascolto. Invece cercando dei difetti si può rilevare l’assenza di importanti assolo strumentali (esclusi sporadici e brevi istanti, seppur gradevoli, proprio come in “Scritto Con La Luce”), questi avrebbero reso l’ascolto certamente più fluido e probabilmente più profondo.
Più intima “Fidati Orfeo” e colgo l’occasione per sottolineare la buona prova vocale ed interpretativa di Maura Nardelli. Personalmente il pezzo che prediligo.
L’EP si conclude con “Io Come Mare D’Inverno”, altro frangente ricco di pathos, giochi di voci ed epicità miscelata con la canzone.
Un bel lavoro, orecchiabile e comunque non scontato che sicuramente vi farà passare ventidue minuti in compagnia di buona musica. Come già detto, non solo per fans del Metal. (MS)



lunedì 14 aprile 2014

Zoundworks

ZOUNDWORKS – 2014
Life Line Productions
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2014


Erik De Beer, polistrumentista olandese e fautore dell’ottimo progetto Life Line Project, è un fiume in piena. Non si finisce mai di conoscere il suo materiale sonoro proposto nel tempo. Molto spesso capita che  rispolveri la musica composta nel passato, per ridonargli nuova veste. E’ anche il caso del progetto Zoundworks risalente ai primi anni ’80.
Con esso Erik ritorna a suonare personalmente tutti gli strumenti, a partire dal flauto alla chitarra elettrica, così tastiere, basso e batteria. La collaborazione esterna questa volta arriva soltanto a livello vocale, grazie alle voci di Ankie Jansen, Marion Brinkman, Mieke Meijer e di Heleen Vos.
Sempre di Progressive Rock si tratta ed in questo caso anche più allegro delle precedenti realizzazioni con Life Line Project. I brani contenuti in “2014” sono ben sedici, tutti di medio bassa durata, arrivando al massimo dei 4.20 minuti.
Nel suono rispecchiano le caratteristiche del genere di quegli anni, ossia una via di mezzo fra il Prog ed il New Prog, questo lo si evince già dall’iniziale e chitarristica “First Flight” che non sfigurerebbe in un album dei Rousseau. E la chitarra viaggia ancora di più nella successiva “What’s That Zound?”, inseguendosi allegramente con le tastiere, vera passione di De Beer. Infatti nel disco suonano Mini Moog, Hammond, Roland, Piano ed altro ancora. Bellissima “Prelude To The Future”, con un arpeggio di chitarra che rispolvera i fasti dei Genesis periodo Hackett.
Un pregio del disco sta nella freschezza delle composizioni, relegate si al contesto colto del Rock, ma che badano direttamente al sodo, senza orpelli e guardando in faccia solamente alle buone armonie. “The Last War” è al riguardo proprio un esempio di sintesi Progressiva, confermando che se si vuole, nel genere si può essere non scontati con buone melodie.
Un flauto dolce apre “Interlude”, una delle migliori realizzazioni dell’album, per carisma e varietà di suoni e ritmi. Divertente “Injustice”, con la voce di Ankie Jansen, quasi una filastrocca ma con un ritornello più importante.
Non mancano i frangenti più tecnici o toccanti, come in “Again”, oppure le composizioni più ricercate (“Zoundwork Shuffle”) e neppure il Folk, grazie a “Early Bird Waltz”, a testimonianza della buona preparazione tecnica e culturale di questo artista olandese. L’ascolto di “Cantata”, ricca di vocalità,  mi fa venire alla memoria certe soluzioni alla Focus, il che è anche una piacevole sorpresa. Ricca di sonorità e di allegria. Il disco si chiude con “Last Flight” leitmotiv dell’album.
Si sente che Erik De Beer vive di musica, che la respira e la metabolizza, il risultato è contagioso e resto stupito anche dal fatto che questo progetto Zoundworks sia restato celato per così tanti anni.

Buona scoperta per il sottoscritto e spero che lo sia anche per chi, come voi, ama la musica Progressive, quella più semplice e diretta. (MS)

domenica 13 aprile 2014

La 1919

La 1919 – False Memory Syndrome
Artisti Del 900
Genere: Alternative/Prog Rock
Supporto: cd – 2014



I La 1919 sono un duo milanese composto da Luciano Margorani (chitarra, basso, synth) e Piero Chianura (basso, Synth e tastiere), oggi con la giunta del batterista Federico Zenoni. Si fondano nel 1980 e propongono un Rock Prog sperimentale. Fanno parte della cooperativa L’Orchestra di Milano. Partecipano al festival milanese di musica contemporanea “Musica Nel Nostro Tempo” a Milano nel 1989, nel 1994 al FIMAV in Quèbec, nel 2001 al festival milanese “To Sting” e nel 2004 alla terza edizione dell’ “Italian Jazz Rebels Festival” di Meldola (FO). Nei suoni proposti si riscontrano anche influenze King Crimson, lo si può ascoltare nella discografia composta da  “L’Enorme Tragedia” (1985 – ADN), “Ars Sr A” (1987 – ADN), “Jouer, Spielen, To Play” (1994 – Materiali Sonori), “Giorni Felici” (1997 – Materiali Sonori) e “Freepopjazzrock” (2005 – Auditorium Edizioni).
Quindi dopo trenta anni di musica, il carattere del gruppo è ben definito e aggiungerei anche di forte personalità. Ascoltare la musica dei La 1919 necessita di sgombero mentale da pregiudizi alcuni. Ricerca si, ma non estrema o perlomeno non forzata, le armonie si reggono ampiamente in piedi, pur essendo strutturate con divagazioni di tema. Il cd è suddiviso in due capitoli, il primo con cinque tracce dal titolo “Side A” ed il secondo “Side False” a sua volta da altre cinque.
L’introduzione di “Fuzzy Trace Theory” è tuttavia rassicurante, con un fascino tipicamente anni ’70, per poi giungere a “Marion Crane”, una combinazione di suoni che personalmente mi ritraggono una scena tipicamente nordica del Prog attuale, quello che ha come punto di riferimento i King Crimson. Le chitarre elettriche richiamano spesso e non a caso le modalità di Fripp. Più articolata è “Uncle Dog”, per meglio dire si racchiude nell’ambito Prog nel senso più sperimentale e coraggioso del termine. Niente Genesis o Gentle Giant per intenderci, piuttosto voglia di andare  e lasciarsi andare. La ritmica ricopre un ruolo importante, molto presente, come in “Falsi Incidenti”. Resto colpito dalla Psichedelia di “Progetti Di Grandi Città Con Terrazze”, fortemente labirintica, pregna di suoni e spettrali soluzioni. Ne amo le chitarre acide.
Le dissonanze sonore di “FMS #1: Hawaii” intraprendono il cammino di “Side False”, qui le tastiere ricoprono un ruolo più importante e comunque tutto sembra fluttuare, come cercare di restare in piedi su di un grande materasso ad acqua, dove si fatica a restare in equilibrio. Sensazioni dettate dalla musica a tratti inquieta e solo apparentemente amica di certe rassicuranti melodie, esse celano insidie mentali, esempio ne è anche “FMS #2: Il Sogno Di FF”.

Ma non è importante dare ragione al cervello, ossia a quello razionale, bensì a quello che si prova, perché in fin dei conti la musica, scatenando in noi dopamina, non fa altro che ingannare il cervello stesso con piaceri chimici, droghe illusorie e quindi immagini per un orecchio, come dicevano i grandi Arti & Mestieri. Io invece vedo la musica come un vestito per un orecchio e se avete voglia di colorarlo in maniera stramba ed irriverente, oggi non dovete fare altro che fargli indossare “False Memory Syndrome”, ma questo è un consiglio che faccio soltanto ai più open mind di voi, perché altri già mi avranno preso probabilmente per un folle. Pazienza. (MS)

domenica 6 aprile 2014

Flaming Row

FLAMING ROW – Mirage – A Portrayal Of Figures
Progressive Promotion Records
Genere: Metal Progressive
Supporto: cd – 2014



Quando mi capitano fra le mani sforzi realizzativi di codesta portata, capisco che l’arte musicale Metal Prog non  vedrà mai la fine dei suoi giorni. Una produzione imponente che inevitabilmente fa riaffiorare alla memoria dei fans quella del progetto Ayreon, ma in questo caso  la pasta è ben altra, qui si tratta della band tedesca Flaming Row alla propria seconda realizzazione dopo tre anni dal “Elinoire”. 6 pagine digipak e 16 di libro descrittivo all’interno del cartonato che impreziosisce l’acquisto, questo è quello che si presenta alle nostre mani e per mettere la ciliegina sulla torta non si può ignorare il lavoro di registrazione e di mastering da parte di Martin Schnella e Jost Schluter, una qualità davvero sopra la media del periodo. La band è composta da Martin Schnella (chitarra, basso, tastiere, percussioni, voce), Kiri Geile: (voce), Marek Arnold (tastiere, sax, clarinetto) e Niklas Kahl (batteria), ma la serie di special guest fa tremare i polsi ai Metal Prog fans. La lista che si può vedere e leggere all’interno dell’artwork è lunga e ricca di artisti importanti, si trovano componenti dei Shadow Gallery come Gary Wehrkamp, Brendt Allman e Brian Ashland, oppure dei Spock’s Beard come Jimmy Keegan, Dave Meros e Ted Leonard (anche Enchant). E poi Leo Margarit (Pain Of Salvation), Kristoffer Gildenlow (ex Pain Of Salvation, Rust), Arjen A. Lucassen (Ayreon), Eric e Nathan Brenton (Neal Morse Band), Diego Tejeida (Haken) e moltissimi altri ancora!
E allora partiamo con il concept: La storia di “Mirage”, come da tradizione del settore Metal Prog, riguarda una trilogia incentrata nel futuro. Ovviamente non esimono guerre di mondi annessi, con invasioni aliene da parte della razza Minders, precisamente qui nella terra. L’uomo è diventato intelligente, ma decisamente arido di spirito ed autodistruttore, a causa dell’ inquinamento creato per i propri interessi tecnologici. Da qui la scelta del “magistrato” dell’universo a voler distruggere la razza umana, vero pericolo cosmico. Ma ecco l’immancabile eroe umano che tenta di salvare il mondo: ”Elite”.
Compratevi le patatine e prendete una birra fresca, mettetevi comodi ed iniziate questo lungo viaggio sonoro di ottanta minuti che si aprono con la stupenda suite “Mirage – A Portrayal Of Figures – Part 1”. Lo stile? Inevitabilmente un mix di quanto detto, Dream Theater compresi, fra Metal, Folk e Prog più acustico, in alcuni frangenti anche di classe. Cambi umorali e musica totale, immenso insieme di stili differenti.
Malgrado il complesso pirotecnico di strumentazioni e di soluzioni, la melodia è sempre l’arma vincente dei Flaming Row.
“Aim L45” è epicamente Folk, acustica ed inanella una insieme di voci che la rendono ancora più magica. Blind Guardian docet? Forse, ma si riparte nuovamente nel Metal canonico grazie a “Burning Sky”. Artisticamente parlando, per coraggio di soluzioni, “Journey To The Afterlife” è generosa ed anche inizialmente gioiosa. Godetevi le virgolette, ossia le chicche tecniche che di tanto in tento impreziosiscono il suono, una volta tanto esaltiamo anche la tecnica. Ci sono anche momenti dal groove marcato, stradaiolo, come in “Alcatraz”, tanto per confondere ancora di più le idee. Ma basta annoiarvi, le parole servono più a poco, serve ascoltare, vi dico solamente che le tracce sono otto.
Musical fantascentifico.

Di questo album è stampata anche l’edizione limitata con un cd aggiuntivo completamente strumentale. Vogliatevi bene. (MS)

sabato 5 aprile 2014

Allan Glass

ALLAN GLASS – Magikarp
Nova Feedback Records
Genere: Alternative Rock
Supporto: cd – 2014



Il duo alessandrino di Pontecurone formato da Marco Matti (chitarre e voce) e da Jacopo Viale (batteria - drum machine - synth), esordisce ufficialmente dopo due ep, con questo album di otto canzoni dal titolo “Magikarp”.
Cosa attenderci  è già descritto nel percorso tracciato da “Guzznag”, ossia un Alternative Rock Psichedelico dalle tinte fosche ed infangate dal Punk. Sono giovani artisti, ma dalle idee ben chiare, con una passione per i personaggi Pokemon ai quali associano la propria musica.
Le voci sono alterate, la musica spesso roboante e comunque “space”, tanto da suggestionare la mente con immagini fantastiche dettate dalla fantasia dell’ individuo che ascolta.
Il lavoro si apre con un breve intro dal titolo  “La Tua”, basato su ritmiche intense per poi sfociare in “E’ Difficile”. Qui il gioco è già differente, più intensità e incantesimo, per alcuni versi definirei Noise l’approccio alla composizione.
Spensierate attitudini Punk/Psichedeliche con “Palloncini E Pavoni”, spazio dunque alle melodie di facile memorizzazione, seppure per una breve durata. Ancora ritmica importante e chitarre distorte in “ Betulle”, rozzo ed irriverente. Ed è la volta di “L’Estate Non Conta (pt1)”, sempre basata su suoni sporchi e ritmiche intense. In essa trasuda divertimento, si evince all’ascolto la passione dei ragazzi nei confronti di questa musica che di per se diviene contagiosa. Più riflessiva la seconda parte del brano omonimo, abbracciando a pieno la causa Psichedelia.
Più “canzone” il brano “Plastic Bubble In The Mystic Place”, con graffi orrorifici di oscurità, la conclusiva “Nell’Ora Della Nostra Morte” è assillante come l’attesa dell’epilogo della nostra esistenza.

La musica degli Allan Glass è diretta, non si perde in chiacchiere, bada al sodo e all’emotività immediata. Immaginate lunghe suite Psichedeliche private degli inutili orpelli. Questo è “Magikarp, prendete nota. (MS)