I Miei Libri

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venerdì 18 settembre 2026

Kwadrat

KWADRAT – Mechanizm
Gad Records
Genere: Progressive Jazz / Fusion
Supporto: CD / Digital – 2026





Si sa che la musica come linguaggio non ha confini, per questo a volte capita di poter ascoltare un genere musicale che, seppur non nato in un determinato paese, viene comunque rappresentato al meglio. Ciò non accade soltanto con l’avvento di internet il quale ha provveduto a globalizzare molta musica dando la possibilità a tutti di poter ascoltare tantissimo materiale, ma anche negli anni ’70, per esempio quando il Jazz Rock di gruppi come Perigeo, Arti & Mestieri, Agorà (per fare nomi italiani) davano sfoggio della propria caratura.
La Polonia in ambito Progressive Rock è sempre stata attiva, basti pensare a gruppi come Collage oppure i Quidam, soprattutto nel Neo Prog, ma ci sono delle sorprese dietro l’angolo, ecco che i Kwadrat propongono un Jazz Rock strumentale intriso di classicismo e buona tecnica.
L'album “Mechanizm” è una raccolta di registrazioni d'archivio pubblicata dalla label specializzata Gad Records. Raccoglie i primi brani in studio incisi dalla band per Polskie Radio Katowice all'inizio della loro carriera (tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80), molti dei quali finora inediti su CD o mai pubblicati nel formato originale.
Si fondano a Katowice verso la fine degli anni '70. Emersi nell'ambito del movimento polacco Muzyka Młodej Generacji (Musica della Giovane Generazione), si fecero notare nel 1979 durante il festival Pop Session a Sopot.
Guidati da complessi intrecci strumentali, il loro stile si caratterizza per solismi di chitarra virtuosi, cambi di tempo serrati e l'uso distintivo delle tastiere e della viola. Sebbene la band abbia pubblicato un solo album in studio LP all'epoca (“Polowanie Na Leśniczego” nel 1981) e un singolo da 7" per l'etichetta Tonpress, il loro lavoro d'archivio è riconosciuto tra i capitoli più affascinanti della scena fusion ed est-europea dell'epoca.
La formazione è composta da Teodor Danysz (tastiere), Ryszard Wegrzyn (chitarra), Adam Otreba (chitarra), Jacek Gazda (basso), Michal Giercuszkiewicz (batteria), e Wieslaw Susfal (violino).
“Polowanie Na Leśniczego” originariamente pubblicato come singolo nel 1979, è dominato da un ritmo sostenuto, riff di chitarra aggressivi e un lavoro di basso in evidenza. Tanto classicismo a bagaglio e una scelta delle melodie davvero “europea” e centrata. Ottimo il lavoro del violino. Vedrete che i movimenti riusciranno a trovare una sistemazione nella vostra mente e saranno difficili da dimenticare.
“Quasimodo” rappresenta al meglio il lato Jazz Rock del gruppo, palesando un incedere cadenzato e ipnotico sopra al quale il violino si esprime al meglio gettando l’ascoltatore in pieni anni ’70. La composizione è complessa e articolata con atmosfere cupe e dinamiche cangianti.
L’uomo con la barba “Brodacz” in tre minuti invece, si focalizzata su tempi dispari e incastri ritmici serrati tra batteria e basso. La chitarra diventa protagonista con un assolo al fulmicotone e dialoga in botta e risposta con il violino. La brevissima title track conduce a “Krzaczek”, folle corsa nel Rock’n Roll sempre dallo stampo Jazz. Irresistibile all’ascolto, vedrete che vi ritroverete a muovere come minimo i piedi a tempo.
Più seriosa “Boy Friend”, impegnata fra synth sorretti da una ritmica pulita e presente.
Fra le mie preferite segnalo “Ładna pogoda w Sopocie”, tanto materiale storico a bagaglio, Qui ci sono concentrati anni di musica Jazz Rock.
“Adaś” è un'altra fuga strumentale che potrebbe benissimo uscire da un album dei Perigeo (con qualche scheggia di Area) per poi passare a “Wasz Beret”, quasi sette minuti di durata in cui la band sale veramente in cattedra seppur non risultando mai auto-compiacente. Forse il pezzo più Rock dell’intero album.
Chiudono due bonus track: ”Polowanie Na Leśniczego (Wersja II)” e “Krzaczek (Wersja II)”.
In conclusione, “Mechanizm” raccoglie l'essenza più pura, dinamica e strumentale dei Kwadrat. Tra riff affilati, tastiere d'epoca e un'interazione ritmica impeccabile, questo lavoro d'archivio dimostra come il sound della band di Katowice non abbia perso un solo grammo del suo fascino originale.
Musica senza tempo e una ottima occasione per scoprirli (o ri-scoprirli). MS








Versione Inglese: 


KWADRAT – Mechanizm
Gad Records
Genre: Progressive Jazz / Fusion
Format: CD / Digital – 2026






It is well known that music as a language has no borders, which is why it sometimes happens to listen to a musical genre that, even if not born in a specific country, is nonetheless represented at its best. This does not happen only with the advent of the internet, which has globalized much of music, giving everyone the opportunity to listen to a vast amount of material, but also back in the '70s, for example when the Jazz Rock of bands like Perigeo, Arti & Mestieri, Agorà (to name a few Italian ones) showcased their high caliber.
Poland has always been active in the Progressive Rock scene, just think of bands like Collage or Quidam, especially within Neo Prog, but there are surprises right around the corner. Thus, Kwadrat propose an instrumental Jazz Rock steeped in classicism and fine technique.
The album “Mechanizm” is a collection of archival recordings released by the specialized label Gad Records. It gathers the band's first studio tracks recorded for Polskie Radio Katowice at the beginning of their career (between the late '70s and early '80s), many of which were previously unreleased on CD or never published in their original format.
They were formed in Katowice towards the late '70s. Emerging within the Polish movement Muzyka Młodej Generacji (Music of the Young Generation), they came to prominence in 1979 during the Pop Session festival in Sopot.
Driven by intricate instrumental interplay, their style is characterized by virtuous guitar solos, tight time signature changes, and the distinctive use of keyboards and viola. Although the band released only one studio LP album at the time (“Polowanie Na Leśniczego” in 1981) and a 7" single for the Tonpress label, their archival work is recognized among the most fascinating chapters of the Eastern European fusion scene of the era.
The line-up consists of Teodor Danysz (keyboards), Ryszard Wegrzyn (guitar), Adam Otreba (guitar), Jacek Gazda (bass), Michal Giercuszkiewicz (drums), and Wieslaw Susfal (violin).
“Polowanie Na Leśniczego”, originally released as a single in 1979, is dominated by a sustained tempo, aggressive guitar riffs, and prominent bass work. A wealth of classicism in their background and a truly “European”, well-targeted choice of melodies. Excellent violin work. You will see that the musical movements will find a place in your mind and will be hard to forget.
“Quasimodo” best represents the Jazz Rock side of the group, displaying a cadenced and hypnotic stride over which the violin expresses itself at its best, casting the listener straight back into the full '70s. The composition is complex and articulated, featuring dark atmospheres and changing dynamics.
“The Man with the Beard” (“Brodacz”), in just three minutes, focuses instead on odd time signatures and tight rhythmic interlocks between drums and bass. The guitar takes center stage with a lightning-fast solo and engages in a call-and-response dialogue with the violin. The very short title track leads into “Krzaczek”, a wild ride into Rock’n Roll, still with a Jazz imprint. Irresistible to listen to, you'll find yourself at the very least tapping your feet to the beat.
More serious is “Boy Friend”, engaged among synths supported by a clean, present rhythm section.
Among my favorites, I would highlight “Ładna pogoda w Sopocie”, with so much historical material in its luggage. Years of Jazz Rock music are concentrated here.
“Adaś” is another instrumental flight that could easily come out of a Perigeo album (with a few splinters of Area), moving then to “Wasz Beret”, nearly seven minutes long, where the band truly steps up to the lectern without ever appearing self-indulgent. Perhaps the most Rock track of the entire album.
Closing the album are two bonus tracks: “Polowanie Na Leśniczego (Wersja II)” and “Krzaczek (Wersja II)”.
In conclusion, “Mechanizm” gathers the purest, most dynamic, and instrumental essence of Kwadrat. Between razor-sharp riffs, vintage keyboards, and flawless rhythmic interaction, this archival release proves how the Katowice band's sound hasn't lost a single gram of its original charm.
Timeless music and a great opportunity to discover (or re-discover) them. MS








giovedì 17 settembre 2026

Kolm

KOLM – Yūgen
Kolm / Entheoscape Records
Genere: Post Prog Moderno / Alternative Metal
Supporto: 2LP / CD / Bandcamp – 2026





Di certo sulla band Tool si può dire di tutto e il contrario di tutto, ma non che non siano stati influenti per la scena Metal e Progressive, perché ne hanno fatti di proseliti!
Il genere può piacere o meno, sappiamo che è alienante, ipnotico, rabbioso e allo stesso tempo atmosferico, quello stile che ti entra nel cervello e scava a fondo. Sono sempre stati avanti coi tempi con quei suoni puliti e roboanti, tanto da diventare un punto di riferimento per un vasto numero di artisti. Fra i suddetti proseliti ci sono gli statunitensi (Santa Monica/Los Angeles) Kolm.
Sono formati da Matheus Canteri (chitarra e voce), Miko Rivas (basso) e Otan Vargas (batteria e percussioni) e si distinguono proprio per una ricerca sonora fortemente d'atmosfera, costruita su poliritmie, tessiture chitarristiche ipnotiche ed estesi tempi dispari.
Se volete, potete approfondire i loro album di spessore come “Entheomorph” (EP, 2018) e l’ottimo “Umbra” (2018), così avrete già un quadro corretto della situazione.
Ma veniamo all’ultimo “Yūgen”, composto da nove tracce.
Il termine giapponese Yūgen indica una grazia profonda e misteriosa, la percezione dell'universo che suscita reazioni emotive troppo profonde ed evocative per essere espresse a parole. L'album è quindi un concept sonoro incentrato sulla connessione organica e cosmica, la trasformazione interiore e il ciclo naturale di decadimento e rinascita.
“Mycelia” apre con un intro psichedelico per poi intraprendere il classico percorso con incastri tribali, prima che la chitarra esploda in riff pesanti e sincopati. La voce è sostenuta nelle parole ed è piacevole per tonalità. I richiami a “Schism” dei Tool sono davvero molto evidenti. Il micelio, la rete fungina sotterranea che connette la vita vegetale, fa da metafora alla coscienza collettiva e all'interconnessione invisibile della materia.
Suoni in modalità Hang introducono “Olēka”. Qui, nella fase pacata e melodica, si possono accostare anche ai Soen, ma il brano prende (come da stile) un altro percorso e vive di continui saliscendi dinamici, alternando strofe rarefatte a ritornelli densi di distorsione. Il titolo si riallaccia al senso di consapevolezza della delicatezza del tempo. I versi esplorano la transitività delle esperienze umane e la necessità di radicamento nel presente.
A questo punto sopraggiunge un breve strumentale di raccordo intitolato “Signal: Becoming”, che conduce a “The Reach”, brano guidato da metri dispari rigorosi e cambi umorali. Bello lo stop psichedelico d’atmosfera a metà del brano.
Il basso roboante di Rivas apre la mini suite di dieci minuti “Symbiosis”, dove la simbiosi viene intesa come coesistenza necessaria. Le liriche analizzano il rapporto duale tra l'uomo e la natura, evidenziando la dipendenza reciproca tra luce e ombra. La musica parte con tessiture quasi Post Rock per svilupparsi in sezioni Heavy Prog dove basso e batteria dialogano in poliritmie serrate: la forza dei Kolm.
Si affronta l'atto della creazione spirituale ed artistica che sorge dal vuoto o dal caos interiore in “Ex Nihilo”, ma francamente qualche sbadiglio comincia a partire, in quanto si varia poco rispetto ai brani precedenti e anche a quelli a seguire.
È chiaro che “Yūgen” è un bell’album, ma mi sento di consigliarlo solamente agli amanti delle band descritte e del Post Prog Moderno; ci sono cambi repentini e continui, tuttavia si batte troppo su certi stilemi che fanno da canovaccio a tutto il percorso sonoro. MS







Versione Inglese: 


KOLM – Yūgen
Kolm / Entheoscape Records
Genre: Modern Post-Prog / Alternative Metal
Format: 2LP / CD / Bandcamp – 2026





You can certainly say anything and everything about the band Tool, but definitely not that they haven't been influential for the Metal and Progressive scene, because they have gained quite a following!
You may like the genre or not: we know it is alienating, hypnotic, angry, and at the same time atmospheric—that style that gets into your brain and digs deep. They have always been ahead of their time with those clean and thundering sounds, so much so that they became a benchmark for a vast number of artists. Among these followers are the Americans (Santa Monica/Los Angeles) Kolm.
They consist of Matheus Canteri (guitar and vocals), Miko Rivas (bass), and Otan Vargas (drums and percussion), and they stand out precisely for their heavily atmospheric sound design, built on polyrhythms, hypnotic guitar textures, and extended odd time signatures.
If you like, you can dive deeper into their impressive releases such as “Entheomorph” (EP, 2018) and the excellent “Umbra” (2018), so you will already have a clear picture of the situation.
But let's come to their latest release, “Yūgen”, consisting of nine tracks.
The Japanese term Yūgen denotes a deep and mysterious grace—a perception of the universe that evokes emotional reactions too profound and suggestive to be expressed in words. The album is therefore a sound concept centered on organic and cosmic connection, inner transformation, and the natural cycle of decay and rebirth.
“Mycelia” opens with a psychedelic intro before embarking on the classic path with tribal interlockings, right before the guitar explodes into heavy, syncopated riffs. The vocals feature sustained phrasing and a pleasing tone. The nods to Tool's “Schism” are very evident indeed. Mycelium, the underground fungal network connecting plant life, serves as a metaphor for collective consciousness and the invisible interconnection of matter.
Hang drum-like sounds introduce “Olēka”. Here, in its calm and melodic phase, they could even be compared to Soen, but the track takes (as per their style) a different path and thrives on continuous dynamic shifts, alternating rarefied verses with distortion-heavy choruses. The title connects back to a sense of awareness regarding the delicacy of time. The lyrics explore the transience of human experiences and the need for grounding in the present moment.
At this point comes a brief linking instrumental titled “Signal: Becoming”, which leads into “The Reach”, a track driven by strict odd meters and mood shifts. The atmospheric, psychedelic breakdown in the middle of the song is a great touch.
Rivas's thundering bass opens the ten-minute mini-suite “Symbiosis”, where symbiosis is understood as a necessary coexistence. The lyrics analyze the dual relationship between humanity and nature, highlighting the mutual dependence between light and shadow. The music begins with almost Post-Rock textures to develop into Heavy Prog sections where bass and drums engage in tight polyrhythms: the true strength of Kolm.
The act of spiritual and artistic creation arising from the void or inner chaos is addressed in “Ex Nihilo”, but frankly, a few yawns start to set in, as there is little variation compared to the preceding tracks—and those that follow.
It is clear that “Yūgen” is a fine album, but I feel like recommending it only to fans of the aforementioned bands and Modern Post-Prog; there are sudden and continuous changes, yet it relies a bit too heavily on certain stylistic tropes that serve as a blueprint for the entire sonic journey. MS








mercoledì 16 settembre 2026

Sonus Umbra

SONUS UMBRA – Liminality
Progrock.com's Essentials
Genere: Crossover Prog
Supporto: CD / Bandcamp – 2026





Con “Liminality”, la band americana Sonus Umbra, in auge da oltre trent'anni, raggiunge il ragguardevole traguardo del nono album in studio.
L’album riflette pienamente il marchio di fabbrica della band, con atmosfere scure, ritmiche complesse, interplay intricato e l'inconfondibile impronta del basso di Nasser abbinato al lavoro chitarristico di Tim McCaskey. “Liminality” oltretutto segna il loro ritorno ai testi cantati, schierando l'ensemble più numeroso che la formazione abbia presentato da anni: Steve Katsikas (voce solista, tastiere, sassofono), Luis Nasser (basso, sound design), Tim McCaskey (chitarra acustica ed elettrica), Rich Poston (chitarra elettrica ed acustica), Thor Bremer (batteria, percussioni), Steve Royce (flauto, voce) e David Keller (violoncello).
Nel proprio sound la band ha saputo sempre bilanciare melodie orecchiabili con la tecnica, risultato non sempre semplice da mettere in pratica. Il concept viene scritto da Luis Nasser durante e dopo una prolungata degenza in terapia intensiva; il materiale è stato ideato o registrato mentre si trovava ricoverato. Sette i brani divisi in due capitoli, 53 minuti sonori strutturati come un'unica narrazione dal mondo dei vivi verso l'aldilà.
L’album si apre in maniera pulsante con gli otto minuti di “Electronic Death Music Pt 1”, dove la voce recita i versi crudi: “Terapia intensiva, priva di radici e spietata, dove si fermano le mani fredde. Succhiano il tuo sangue mentre affondi nella caverna sterile”. All’ascolto si estrapolano momenti vicini al Peter Gabriel solista. Ottima la fase strumentale, grazie anche all’intervento del sax.
Anche “Patient Spider” supera gli otto minuti ed entra in pieno mondo Prog anni ’70: il flauto iniziale è un'immersione emotiva davvero profonda. Dolcezza ma anche oscurità in un andamento greve che lascia spazio alla fuga strumentale di chitarre, mentre il ritmo sale e muta come il genere vuole. Una canzone toccante e oscura nel testo, di cui riporto un estratto: “Il freddo bacio della morte ha rivelato una cosa, una cicatrice così grande. La ragnatela è una rete di bugie, io indosso una corona, ma non sono un re”.
Subentra il violoncello in “Rubicon”, altro andamento variegato in cui si possono estrapolare molte radici Prog che la storia ci ha consegnato. Il "superamento del Rubicone" rappresenta il punto di non ritorno, la scelta irreversibile di superare un limite interiore o esistenziale. Ed è la volta della imponente “Phantasmagoria”, uno strumentale con flauto in cattedra in cui gli strumenti si fondono fra cambi di tempo importanti e chitarre elettriche energiche. Per chi vi scrive questo è uno dei momenti più alti dell’intero concept, nove minuti di tanto ben di Dio per un fan del Prog.
Un riff elettrico apre “Uniquely Human”, altra mini suite di quasi dieci minuti che combina sezioni melodiche malinconiche con improvvisi stacchi ritmici complessi. Il basso di Luis Nasser sostiene le linee portanti, lasciando spazio a soli di chitarra ed estensioni atmosferiche di synth. I Sonus Umbra dimostrano ulteriormente di essere in ottima forma.
Più solare “Pain Is Beauty”, anche se gli intrecci armonici non toccano mai la banalità. Il disco si chiude con “Hole In A Hole” e lascia un senso di sospensione, coerentemente con il concetto di soglia "liminale".
Tra le pareti sterili di un reparto d'ospedale e il richiamo delle ombre, Luis Nasser e i suoi compagni hanno estratto una materia sonora viva, imperfetta e proprio per questo unicamente umana. “Liminality” mantiene esattamente ciò che promette il suo titolo: ci lascia sospesi su quel varco dove la sofferenza si fa insegnamento e la musica si trasforma nell'ultimo, potente baluardo contro l'oblio. Consigliato agli amanti del Prog in generale, anche di scuola Genesis. MS






Versione Inglese: 



SONUS UMBRA – Liminality
Progrock.com's Essentials
Genre: Crossover Prog
Format: CD / Bandcamp – 2026





 
With “Liminality”, the American band Sonus Umbra, active for over thirty years, reaches the remarkable milestone of their ninth studio album.
The record fully reflects the band’s signature sound, featuring dark atmospheres, complex rhythms, intricate interplay, and the unmistakable touch of Nasser’s bass paired with Tim McCaskey’s guitar work. Furthermore, “Liminality” marks their return to sung lyrics, deploying the largest ensemble the lineup has presented in years: Steve Katsikas (lead vocals, keyboards, saxophone), Luis Nasser (bass, sound design), Tim McCaskey (acoustic and electric guitar), Rich Poston (electric and acoustic guitar), Thor Bremer (drums, percussion), Steve Royce (flute, vocals), and David Keller (cello).
In their sound, the band has always managed to strike a balance between accessible melodies and technical prowess—a result that is not always easy to put into practice. The concept was written by Luis Nasser during and after a prolonged stay in intensive care; the material was conceived or recorded while he was hospitalized. Seven tracks divided into two chapters, spanning 53 musical minutes structured as a single narrative from the world of the living toward the afterlife.
The album opens pulsingly with the eight-minute “Electronic Death Music Pt 1”, where the vocals recite the raw lines: “ICU, rootless and stark, where the cold hands stop. Suck your blood as you sink into the sterile cave.” Upon listening, one can pick up moments reminiscent of solo Peter Gabriel. The instrumental section is excellent, thanks in part to the saxophone's contribution.
“Patient Spider” also exceeds eight minutes and steps fully into the 70s Prog world: the opening flute offers a truly profound emotional immersion. Sweetness combined with darkness in a heavy tempo that leaves room for an instrumental guitar flight, while the rhythm builds and shifts as the genre demands. A touching song with a dark lyric, from which I quote an excerpt: “The cold kiss of death revealed one thing, a scar so big. The web is a net of lies, I wear a crown, but I'm no king.”
The cello steps in on “Rubicon”, another multifaceted track where one can trace many of the Prog roots that history has handed down to us. "Crossing the Rubicon" represents the point of no return, the irreversible choice to cross an inner or existential threshold. Then comes the imposing “Phantasmagoria”, an instrumental centered around the flute where the instruments blend amidst major time changes and energetic electric guitars. For this writer, this is one of the highest points of the entire concept—nine minutes of absolute delight for any Prog fan.
An electric riff opens “Uniquely Human”, another mini-suite of nearly ten minutes that combines melancholic melodic sections with sudden, complex rhythmic shifts. Luis Nasser’s bass anchors the foundation, making room for guitar solos and atmospheric synth textures. Sonus Umbra prove once again that they are in prime form.
More luminous is “Pain Is Beauty”, even if its harmonic voicings never veer into cliché. The album closes with “Hole In A Hole”, leaving a sense of suspension that aligns seamlessly with the concept of a "liminal" threshold.
Between the sterile walls of a hospital ward and the call of the shadows, Luis Nasser and his bandmates have extracted a living, imperfect soundscape—one that is, for that very reason, uniquely human. “Liminality” delivers exactly what its title promises: it leaves us suspended over that threshold where suffering becomes a lesson and music transforms into the final, powerful bulwark against oblivion. Highly recommended for fans of Prog in general, including the Genesis tradition. MS




martedì 15 settembre 2026

Pattern-Seeking Animals

PATTERN-SEEKING ANIMALS – Grimalkin
Giant Electric Pea Records
Genere: Crossover Prog
Supporto: LP / CD / Digital – 2026





Amanti della band Americana Spock’s Beard, questa recensione è soprattutto per voi.
“Grimalkin” è il sesto album in studio del gruppo californiano Pattern-Seeking Animals, formatosi a Los Angeles come evoluzione e costola artistica dei Spock's Beard. I membri fondatori condividono un lungo percorso comune:  John Boegehold è produttore, tastierista, polistrumentista e storico autore dei brani per i Spock's Beard, la mente creativa principale del progetto. Ted Leonard è chitarrista e voce solista già frontman di Spock's Beard e Enchant.  Dave Meros è bassista dal suono potente e ben definito, storico pilastro dei Spock's Beard.  Infine, ma non per ultimo, Jimmy Keegan, batterista ed espressivo corista (ex Spock's Beard).
Nati originariamente per dare uno sbocco discografico al copioso materiale composto da Boegehold che non trovava spazio nella band madre, i Pattern-Seeking Animals hanno sviluppato un'identità autonoma, caratterizzata da un Prog moderno, melodico, orchestrale e focalizzato sulla forma canzone anziché sul virtuosismo fine a se stesso.
Il titolo “Grimalkin” fa riferimento al termine arcaico/folclorico per indicare un vecchio gatto domestico o una creatura misteriosa associata alla stregoneria. Musicalmente, l'album consolida il Crossover Prog tipico della band, bilanciando elementi sinfonici tradizionali anni '70 (Mellotron, organo) a sonorità ed elementi etnici. Liricamente, i testi affrontano temi legati alla natura percettiva della realtà, alla fuga, alla perdita di orientamento spaziale/temporale e alla ricerca di un senso di appartenenza.
I brani sono generalmente dalla durata consistente, e lo si evince sin dal primo “Maybe All A Dream” di quasi nove minuti, caratterizzato da cambi di tempo in 7/4, atmosfere instabili, drum rolls e armonizzazioni vocali ricche. Tanto materiale Spock’s ma altrettanta è la spiccata personalità dei Pattern-Seeking Animals, di conseguenza non proprio un copia incolla della band madre. Bellissimo il frangente pacato con un assolo di chitarra strappacuore. Il testo riflette sul confine sottile tra percezione reale e illusione interiore.
Anche il consistente “A Flower Yet To Grow” non si distanzia molto dalle coordinate del predecessore, Prog sinfonico melodico è introdotto da un'apertura di pianoforte prima di svilupparsi in un groove solido guidato dal basso di Meros. Sfrutta stacchi ritmici ed eleganti passaggi di Mellotron, affrontando il tema delle potenzialità inespresse e della crescita personale.
“Jade Sky” è più raccolto e attento alla forma canzone rispetto quanto ascoltato sino ad ora, così la breve “Things I Don't Do” di neanche tre minuti in cui la band mostra il lato più intimistico, fra fraseggi di piano e voce. Il testo esplora con lieve ironia le rinunce, i rimpianti e i confini personali.
Le strutture complesse riprendono con “Break Away”, con ottimi assoli di chitarra di Ted Leonard. Il brano tratta la necessità morale di spezzare le catene e sconfiggere la stasi.
Fiati accolgono “Traveler On The Wrong Road Home” in un andamento dal sapore mediorientale. Qui c’è lo smarrimento di chi tenta di tornare indietro pur sapendo che la "casa" non esiste più. Altra mini suite di otto minuti è “Slowly Falls The Flying Man”, qui gli archi conferiscono una caratteristica prettamente sinfonica e ricercata negli arrangiamenti, in questo i Pattern-Seeking Animals sono maestri. È una metafora del declino inevitabile dopo un momento di grande elevazione.
La chiusura è intima e speranzosa ed è affidata a “I Dream The World”, un finale più lento e melodico, dominato dalla voce calda di Leonard, che chiude il cerchio concettuale aperto dalla traccia d'apertura lasciando un messaggio di ricostruzione interiore.
“Grimalkin” dimostra come i Pattern-Seeking Animals non siano più da tempo una semplice costola dei Spock's Beard, ma un’entità con una propria, chiarissima identità espressiva. John Boegehold e soci confezionano un lavoro maturo, equilibrato e privo di autocompiacimento, capace di far convivere l'impatto melodico con la complessità delle strutture Progressive. Per chiunque cerchi un Prog Rock contemporaneo elegante, raffinato e ricco di sfumature emotive, questo è un ascolto imprescindibile. MS 





Versione Inglese:



PATTERN-SEEKING ANIMALS – Grimalkin
Giant Electric Pea Records
Genre: Crossover Prog
Format: LP / CD / Digital – 2026





Lovers of the American band Spock’s Beard, this review is especially for you.
“Grimalkin” is the sixth studio album by the Californian group Pattern-Seeking Animals, formed in Los Angeles as an evolution and artistic offshoot of Spock's Beard. The founding members share a long history together: John Boegehold is a producer, keyboardist, multi-instrumentalist, and long-time songwriter for Spock's Beard, acting as the main creative mind behind the project. Ted Leonard is the guitarist and lead vocalist, previously frontman for Spock's Beard and Enchant. Dave Meros is a bassist with a powerful and well-defined sound, a historic pillar of Spock's Beard. Last but not least, Jimmy Keegan, drummer and expressive backing vocalist (ex-Spock's Beard).
Originally born to provide a recording outlet for the copious material composed by Boegehold that found no room within the parent band, Pattern-Seeking Animals have developed an autonomous identity, characterized by modern, melodic, and orchestrally rich Prog focused on song structure rather than virtuosity for its own sake.
The title “Grimalkin” refers to the archaic/folklore term for an old domestic cat or a mysterious creature associated with witchcraft. Musically, the album consolidates the band's signature Crossover Prog, balancing traditional 70s symphonic elements (Mellotron, organ) with world music textures and nuances. Lyrically, the tracks address themes related to the perceptual nature of reality, escape, the loss of spatial and temporal orientation, and the search for a sense of belonging.
The tracks are generally substantial in length, as evidenced right from the opener “Maybe All A Dream”, running nearly nine minutes and featuring 7/4 time signature shifts, unstable atmospheres, drum rolls, and rich vocal harmonies. There is plenty of Spock’s material here, but just as much of Pattern-Seeking Animals' distinct personality, resulting in something far from a carbon copy of the parent band. The quiet passage featuring a heart-wrenching guitar solo is absolute perfection. The lyrics reflect on the fine line between real perception and inner illusion.
The substantial “A Flower Yet To Grow” does not stray far from the coordinates of its predecessor; this melodic symphonic Prog piece is introduced by an opening piano motif before developing into a solid groove driven by Meros' bass. It leverages rhythmic breaks and elegant Mellotron passages while addressing the theme of unfulfilled potential and personal growth.
“Jade Sky” is more understated and focused on song structure compared to what has been heard so far, much like the brief “Things I Don't Do”—clocking in under three minutes—where the band displays its more intimate side through piano phrasing and vocals. The lyrics explore sacrifices, regrets, and personal boundaries with subtle irony.
Complex structures resume with “Break Away”, boasting excellent guitar solos by Ted Leonard. The track deals with the moral necessity of breaking free from chains and overcoming stagnation.
Brass instruments welcome “Traveler On The Wrong Road Home” with a Middle Eastern-flavored tempo. Here lies the bewilderment of someone trying to turn back while knowing that "home" no longer exists. Another eight-minute mini-suite is “Slowly Falls The Flying Man”, where strings lend a purely symphonic and sophisticated quality to the arrangements—an area where Pattern-Seeking Animals are true masters. It serves as a metaphor for the inevitable decline following a moment of great elevation.
The closing is intimate and hopeful, entrusted to “I Dream The World”—a slower, melodic finale dominated by Leonard's warm vocals that closes the conceptual circle opened by the title track, leaving behind a message of inner reconstruction.
“Grimalkin” proves that Pattern-Seeking Animals have long ceased to be a mere offshoot of Spock's Beard, standing instead as an entity with its own crystal-clear expressive identity. John Boegehold and company deliver a mature, balanced, and unpretentious work capable of blending melodic impact with the complexity of Progressive structures. For anyone seeking elegant, refined contemporary Prog Rock packed with emotional nuance, this is an essential listen. MS

 




lunedì 14 settembre 2026

Giorgio Bussolin

GIORGIO BUSSOLIN – Fossils
Autoproduzione
Genere: Rock progressivo
Supporto: Digitale / Bandcamp – 2026





Si può fare Rock Progressivo oggi senza calcare troppo la mano nei confronti degli anni ’70, con aggiunta freschezza e intelligenza compositiva? Un esempio ce lo porta Giorgio Bussolin.
“Fossils” si conferma come un’opera di rara profondità concettuale ed esecutiva, un lavoro che si inserisce perfettamente nelle traiettorie più colte e avventurose della musica strumentale e Progressiva contemporanea.
L'album si struttura come un vero e proprio scavo stratigrafico, dove la materia sonora si sovrappone e si sedimenta, trasformando il concetto di “fossile” da semplice reperto del passato a testimonianza viva di un’evoluzione interiore e musicale. Bussolin costruisce un'architettura sonora complessa ma accessibile, equilibrando sapientemente stratificazioni ambient, complesse trame ritmiche e una spiccata sensibilità melodica. Nato a Venezia nel 1968, Giorgio Bussolin è un pianista, organista, compositore e docente di Informatica Musicale presso il Conservatorio “Achille Peri” di Reggio Emilia. Diplomato in pianoforte e composizione, vanta una formazione classica di alto profilo accademico abbinata a un'attività concertistica che spazia dalla musica sacra e organistica all'ambito cameristico (è pianista ed organista dell'Ensemble “Note Venete”). A fianco della sua produzione di matrice colta, storica ed ecclesiastica, Bussolin ha sempre coltivato una grande passione per il Rock Progressivo classico, la musica strumentale d'atmosfera e la composizione per immagini.
A tutti gli effetti il progetto “Fossils” si presenta come un viaggio sonoro attraverso la paleontologia vegetale. Tutti i titoli dell'opera fanno riferimento a precisi generi e specie di pteridofite e felci fossili del Paleozoico e Mesozoico (come le felci a seme della Gondwana o del Carbonifero/Giurassico).
“Alethopteris Pteroides”, oltre che brano di apertura, è anche il primo singolo estratto: un bell’incrocio fra arpeggi di chitarra e voce, quella bella e profonda di Bussolin. I fiati aggiungono eleganza all’intero movimento. Sonorità ampie e pacate.
Più graffiante, grazie all’uso della chitarra elettrica, “Glossopteris Indica”; qui il piano assume un ruolo di accompagnatore ma anche di solista in alcuni spazi. Bellissimo il solo di chitarra e l’intervento vocale femminile.
Brano sinfonico con archi dall’incedere drammatico per “Annularia Stellata”, un approccio alla composizione profondo e altamente emotivo. Segue “Sphenopteris Elegans”, con un approccio maggiormente vicino agli stilemi del passato, seppure infarcito da interventi più moderni, soprattutto grazie all’uso delle melodie vocali. Il brano è ben arrangiato fra archi e fiati.
La musica di Bussolin è sia colta che fortemente legata alla melodia orecchiabile, mai persa di vista, tanto da poter cantare spesso assieme all’artista.
L’intro pianistico di “Sagenopteris Phillipsii” richiama molto il piano di Vittorio Nocenzi (Banco Del Mutuo Soccorso), ma ancora una volta la composizione si spinge in territori sinfonici, salvo poi lasciare spazio alla chitarra elettrica (Hard Prog) e all’andamento variegato del tema.
In “Callipteridium Pteridium” le acque si placano e, ancora una volta, il piano si incammina su tessiture delicate evidenziate dal suono del flauto. Un'aria profonda che sa svilupparsi in un crescendo accalappiante e strumentalmente tecnico.
Davvero variabile la musica di Bussolin, e un'altra controprova giunge da “Macroneuropteris Scheuchzeri”, una ballata moderna e toccante.
I quasi otto minuti di “Sigillaria Alternans” mettono sul tavolo tutti gli ingredienti nominati sino ad ora, compreso il gusto per la composizione che si alterna dall’ incisivo al colto, quasi al confine del Metal Prog.
Vocalizzi iniziali per “Syringodendron Complanatum”, dall’andamento tribale e un cantato quasi rap che mi ricorda molto alcuni passaggi dello Steven Wilson solista, mentre a chiudere ci pensa l’elegante aria di “Pecopteris Polymorpha”.
Per chi nel Progressive cerca ancora il fascino della scoperta e la cura maniacale del dettaglio, “Fossils” è qui per deliziarvi e Bussolin si dimostra un grande strumentista oltre che un eccellente compositore. Quando il presente e il passato si incontrano, il risultato non può che essere gradevole! MS 





Versione Inglese:



GIORGIO BUSSOLIN – Fossils
Self-released
Genre: Progressive Rock
Format: Digital / Bandcamp – 2026





Is it possible to make Progressive Rock today without leaning too heavily on 1970s tropes, while bringing added freshness and compositional intelligence? Giorgio Bussolin gives us a fine example.
“Fossils” proves to be an album of rare conceptual and executive depth, fitting seamlessly into the most refined and adventurous trajectories of contemporary instrumental and Progressive music.
The album is structured like a true stratigraphical excavation, where sound layers overlap and settle, transforming the concept of "fossil" from a simple relic of the past into a living testament of inner and musical evolution. Bussolin builds a complex yet accessible sonic architecture, skillfully balancing ambient textures, intricate rhythmic patterns, and a clear melodic sensitivity. Born in Venice in 1968, Giorgio Bussolin is a pianist, organist, composer, and professor of Music Informatics at the “Achille Peri” Conservatory in Reggio Emilia. Holding degrees in piano and composition, he boasts a high-profile academic background combined with concert activity ranging from sacred and organ music to chamber settings (he serves as pianist and organist for the Ensemble “Note Venete”). Alongside his classical, historical, and sacred output, Bussolin has always harbored a deep passion for classic Progressive Rock, atmospheric instrumental music, and soundtrack composition.
To all intents and purposes, the “Fossils” project stands as a sonic journey through plant paleontology. All track titles refer to specific genera and species of pteridophytes and fossil ferns from the Paleozoic and Mesozoic eras (such as seed ferns from Gondwana or the Carboniferous/Jurassic periods).
“Alethopteris Pteroides”, besides being the opening track, is also the lead single: a fine blend of guitar arpeggios and Bussolin’s deep, warm vocals. The wind instruments add elegance to the entire movement. Broad, peaceful soundscapes.
Grittier, thanks to the electric guitar work, is “Glossopteris Indica”; here the piano serves both as accompaniment and as soloist in key moments. Beautiful guitar solo and female vocal contribution.
A symphonic track with dramatic strings marks “Annularia Stellata”, showing a deep and highly emotional approach to composition. Followed by “Sphenopteris Elegans”, which leans closer to past stylistic tropes while remaining infused with modern touches, especially through its vocal melodies. Well arranged between strings and woodwinds.
Bussolin’s music is both sophisticated and firmly rooted in memorable melodies that are never lost to sight, so much so that one can often sing along.
The piano intro of “Sagenopteris Phillipsii” closely recalls the playing of Vittorio Nocenzi (Banco Del Mutuo Soccorso), but once again the composition pushes into symphonic territories before making room for electric guitar (Hard Prog) and a varied thematic development.
In “Callipteridium Pteridium” things calm down, and once again the piano drifts over delicate textures highlighted by the sound of the flute. A profound motif that builds into a captivating and technically refined crescendo.
Bussolin’s music is truly versatile, and further proof comes with “Macroneuropteris Scheuchzeri”, a touching modern ballad.
The nearly eight minutes of “Sigillaria Alternans” bring every element mentioned so far to the table, including a compositional taste that shifts from gritty to refined, verging on Progressive Metal.
Initial vocalizations open “Syringodendron Complanatum”, featuring a tribal feel and a near-rap vocal delivery that strongly recalls aspects of Steven Wilson’s solo work, while the elegant air of “Pecopteris Polymorpha” brings the record to a close.
For those who still seek the thrill of discovery and meticulous attention to detail in Progressive music, “Fossils” is here to delight you, and Bussolin proves himself a great instrumentalist as well as an excellent composer. When past and present meet, the result is bound to be rewarding! MS








domenica 13 settembre 2026

Il Bacio Della Medusa

IL BACIO DELLA MEDUSA – Tarlo
AMS Records
Genere: Rock Progressivo
Supporto: CD / LP / Bandcamp – 2026





Finalmente l’attesa è finita.
La formazione umbra de Il Bacio Della Medusa rappresenta una delle realtà più radicate e autorevoli del Rock Progressivo Italiano degli anni 2000, in virtù di un sound sanguigno, viscerale e intriso di influenze Hard Rock anni '70, Folk e sinfoniche, dominato dal dialogo tra flauto, sax, organo Hammond, chitarre abrasive e la vocale teatralità di Simone Cecchini.
Nati a Perugia nel 2002, dopo l'esordio omonimo del 2004, la band ha siglato imponenti concept album d'ispirazione storico-letteraria come “Discesa Agl'inferi D'un Giovane Amante” (2008, avvinto alla vicenda dantesca di Paolo e Francesca) e “Deus Lo Vult” (2012, incentrato sulle Crociate). Con “Seme” (2018) il gruppo ha inaugurato un percorso lirico più intimista e a sfondo sociale, che trova la sua ideale e definitiva compilazione proprio con “Tarlo”, facendo seguito all'ottimo “Imilla” del 2023. L'organico si conferma quello consolidato degli ultimi anni: Simone Cecchini (voce, chitarra), Diego Petrini (batteria, percussioni, tastiere), Eva Morelli (flauto, sax), Federico Caprai (basso) e Andrea Morelli (chitarre).
Il loro sound, a tratti fiabesco, arretra il tempo ed evoca atmosfere arcaiche, sorretto da un'impostazione vocale enfatica che rimanda alla figura del menestrello.
Il nuovo lavoro si sviluppa come una profonda indagine psicologica ed esistenziale. Il "tarlo" assurge a metafora dell'ossessione, dell'ansia sotterranea e delle crepe interiori e collettive dell'uomo contemporaneo, una tematica dalle molteplici sfaccettature che i testi di Simone Cecchini sviscerano con mirabile acume.
Ed è proprio “Oscuro Passeggero” (incipit dedicato al "passeggero invisibile", presenza costante del dubbio e della coscienza nell'ombra) a introdurre l'ascoltatore in questo recesso, su una trama sonora che attinge alle radici del passato, tra suggestioni medievali e cantautorato Prog. Il flauto intesse un tema quasi ipnotico che si intensifica progressivamente, sino a sfociare in una deflagrazione Hard Prog guidata dalle chitarre.
Segue lo scatto strumentale di “L'Orologio Della Morte”, serrato e perentorio, il cui impatto è mitigato unicamente dagli slanci del sax, pronto a elevare il proprio registro per cedere poi il passo alla title track “Il Tarlo”. Inizialmente disimpegnata e scanzonata, la traccia analizza la fissazione e l'idea fissa che rode dall'interno, sgretolando certezze e convinzioni. Esso è un tributo a Fausto Amodei. Con un pizzico di ironia potremmo ravvisarvi assonanze con l'universo di Angelo Branduardi, sebbene la matrice rimanga saldamente Progressive Rock: nella sezione centrale, infatti, la band vira improvvisamente verso stilemi morriconiani, sorretti da un movimento pianistico di toccante compostezza classica. L’ingresso del sax di Eva Morelli completa l'impalcatura emotiva del brano, che riserva persino uno squarcio per un assolo di chitarra d'impronta pinkfloydiana, la classica ciliegina sulla torta. Un pezzo eccellente e ben strutturato, di quelli che ribadiscono le ragioni dell'amore per il Progressive Rock.
Un arpeggio di chitarra e il flauto tratteggiano arie di amabile leggerezza in “Cielo Australe”, piccola gemma che offre una parentesi di fuga e uno sguardo verso l'alto; la volta australe simboleggia la tensione verso un riorientamento, un punto fermo nel disorientamento esistenziale. Ancora una volta la prova collettiva della band appare ineccepibile, coordinata da una linea vocale di grande potenza espressiva con sfumature che richiamano Demetrio Stratos, immersa in un contesto cantautorale Prog d'ispirazione settantiana.
A seguire giunge “Il Tarlo In Maschera”, ove si affronta il tema della finzione e delle maschere sociali adottate per dissimulare le proprie fragilità e le proprie ossessioni. Un episodio di possente Progressive Rock nel quale lasciarsi trasportare, in perfetto stile Bacio Della Medusa.
“Il Tarlo In Testa” perpetua questa foga sonora, tinta di sfumature oscure, attraverso l'interazione dinamica tra sezione ritmica, chitarra e flauto, capaci di raggiungere vette di notevole tensione drammatica. È impeccabile l’intesa tra il basso di Federico Caprai e la batteria di Diego Petrini, autentico piacere per l'ascolto, cui si sommano suggestivi innesti elettronici di supporto. Qui l'ossessione prevarica il pensiero quotidiano, erigendosi a rumore di fondo ineliminabile. Tra i momenti di più densa intensità figurano le trame di “Caino E Abele”, ove si esplorano la conflittualità umana, il senso di colpa e l'archetipo del dualismo tra fratellanza e tradimento, contestualizzati nelle dinamiche della modernità. La chitarra classica imbracciata da Simone Cecchini sorregge una ballata articolata e profonda, da assimilare con meditativa attenzione.
L'album mantiene un tenore espressivo elevatissimo e privo di flessioni emotivi, e spetta a “Le Stelle Cattive” innalzare nuovamente il registro formale, modulando atmosfere drammatiche e sinfoniche in un crescendo costante che sfocia in un epilogo intimista tra pianoforte e flauto: un connubio di profonda devastazione emotiva.
La chiusura è affidata a “Speculum”, metafora dello "specchio" inteso come atto di resa e di definitiva presa di coscienza: uno sguardo introspettivo per affrontare le proprie ombre senza indulgere in ulteriori infingimenti. L’intero strumentario della band si dispiega e raggiunge altezze espressive toccate da pochissimi nomi nella storia del genere, quali ad esempio la Premiata Forneria Marconi.
Senza ombra di dubbio, “Tarlo” si attesta come una delle uscite di punta di questo 2026: non è impresa da poco raccordare Prog, canzone d'autore, impianto concettuale e sensibilità contemporanea, convogliando il tutto attraverso la spiccata personalità di una band che si conferma tra le più significative del panorama italiano. In conclusione, con “Tarlo”, Il Bacio Della Medusa non firma soltanto il proprio atteso e graditissimo ritorno, ma dimostra come il Rock Progressivo Italiano sappia ancora essere una materia viva, viscerale e drammaticamente urgente. Lontano dai meri esercizi di stile e dalla trappola della nostalgia, il quintetto umbro confeziona un’opera complessa e profonda, capace di trasformare le crepe dell'anima in un manifesto sonoro di rara potenza. Un disco che non si limita a farsi ascoltare, ma che si insinua lentamente nell'animo (proprio come il tarlo del suo titolo), confermando la band tra le vette incontrastate del Prog tricolore contemporaneo. Imperdibile per chiunque cerchi nella musica un’esperienza di autentica catarsi. MS







Versione Inglese: 


IL BACIO DELLA MEDUSA – Tarlo
AMS Records
Genre: Progressive Rock
Format: CD / LP / Bandcamp – 2026


 



Finally, the wait is over.
The Umbrian lineup Il Bacio Della Medusa represents one of the most deeply rooted and authoritative entities of 2000s Italian Progressive Rock, by virtue of a visceral, full-blooded sound imbued with '70s Hard Rock, Folk, and symphonic influences, dominated by the interplay of flute, sax, Hammond organ, abrasive guitars, and the vocal theatricality of Simone Cecchini.
Formed in Perugia in 2002, following their self-titled 2004 debut, the band released impressive historical-literary concept albums such as “Discesa Agl'inferi D'un Giovane Amante” (2008, tied to Dante's tale of Paolo and Francesca) and “Deus Lo Vult” (2012, focused on the Crusades). With “Seme” (2018), the group inaugurated a more intimate, socially charged lyrical path, which finds its ideal and definitive completion in “Tarlo”, following the excellent “Imilla” in 2023. The lineup remains the well-established core of recent years: Simone Cecchini (vocals, guitar), Diego Petrini (drums, percussion, keyboards), Eva Morelli (flute, sax), Federico Caprai (bass), and Andrea Morelli (guitars).
Their sound, at times fairytale-like, turns back time to evoke archaic atmospheres, sustained by an emphatic vocal delivery reminiscent of a medieval minstrel.
The new work unfolds as a profound psychological and existential investigation. The "tarlo" (woodworm) serves as a metaphor for obsession, subterranean anxiety, and the internal and collective fractures of contemporary man—a multifaceted theme that Simone Cecchini's lyrics dissect with remarkable insight.
And it is precisely “Oscuro Passeggero” (an incipit dedicated to the "invisible passenger", the constant presence of doubt and conscience in the shadows) that introduces the listener into this recess, over a sonic texture drawing from past roots, bridging medieval echoes and Prog singer-songwriter traditions. The flute weaves an almost hypnotic theme that progressively intensifies, eventually bursting into a guitar-driven Hard Prog explosion.
Next comes the energetic, forceful instrumental leap of “L'Orologio Della Morte”, whose impact is tempered only by the surges of the flute, ready to elevate its register before yielding to the title track, “Il Tarlo”. Initially lighthearted and easygoing, the track analyzes fixation and the obsessive idea that gnaws from within, crumbling certainties and beliefs. It is a tribute to Fausto Amodei. With a touch of irony, one might discern echoes of Angelo Branduardi's musical universe, though the foundation remains firmly Progressive Rock; indeed, in the central section, the band suddenly veers toward Morricone-esque stylistic traits, supported by a piano movement of touching classical composure. The entry of Eva Morelli's sax completes the emotional scaffolding of the piece, which even carves out space for a Pink Floyd-style guitar solo—the classic icing on the cake. An excellent, finely structured track that reinforces precisely why we love Progressive Rock.

A guitar arpeggio and flute sketch breezes of charming lightness in “Cielo Australe”, a small gem offering a moment of escape and a gaze turned upward; the southern sky symbolizes the yearning for reorientation, a fixed point amid existential confusion. Once again, the band's collective performance is flawless, anchored by a vocal line of great expressive power with shades recalling Demetrio Stratos, immersed in a '70s-inspired Prog singer-songwriter context. Following this comes “Il Tarlo In Maschera”, where the theme of pretense and social masks—worn to conceal one's fragilities and obsessions—is confronted. A piece of powerful Progressive Rock in which to let oneself be carried away, in true Bacio Della Medusa style.
“Il Tarlo In Testa” carries forward this sonic fervor, tinged with darker shades, through the dynamic interaction between the rhythm section, guitar, and flute, reaching heights of remarkable dramatic tension. The chemistry between Federico Caprai's bass and Diego Petrini's impeccable drumming is a pure pleasure to listen to, augmented by evocative supporting electronic touches. Here, obsession overrides daily thought, establishing itself as an inescapable background noise. Among the most intensely packed moments of the entire work are the textures of “Caino E Abele”, exploring human conflict, guilt, and the primal archetype of brotherhood versus betrayal, framed within modern dynamics. The classical guitar wielded by Simone Cecchini sustains an intricate, profound ballad to be absorbed with meditative attention.
The album maintains an exceptionally high expressive level without emotional dips, leaving it to “Le Stelle Cattive” to raise the formal register once again, modulating dramatic and symphonic atmospheres in a steady crescendo that culminates in an intimate piano-and-flute epilogue: a combination of profound emotional devastation.
The closing is entrusted to “Speculum”, a metaphor for the "mirror" understood as an act of surrender and ultimate self-awareness: an introspective gaze to face one's shadows without further pretense. The band's full instrumental arsenal unfolds here, reaching expressive heights touched by very few names in the genre's history, such as Premiata Forneria Marconi.
Without a shadow of a doubt, “Tarlo” stands as one of the standout releases of 2026: bridging Prog, singer-songwriter craft, conceptual depth, and contemporary sensibility is no small feat, conveying it all through the distinct personality of a band that confirms its place among the most significant on the Italian scene. In conclusion, with “Tarlo”, Il Bacio Della Medusa not only marks its long-awaited and most welcome return, but demonstrates that Italian Progressive Rock remains a living, visceral, and dramatically urgent art form. Far from mere stylistic exercises or nostalgia traps, the Umbrian quintet crafts a complex, profound work capable of transforming the soul's fractures into a musical manifesto of rare power. An album that does not merely demand to be heard, but slowly creeps into the spirit—much like the woodworm of its title—solidifying the band among the undisputed peaks of contemporary Italian Prog. Unmissable for anyone seeking an experience of genuine catharsis in music. MS