I Miei Libri

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sabato 25 marzo 2017

Struttura & Forma

STRUTTURA & FORMA – One Of Us
ElectRomantic Music
Distribuzione: Ma.Ra.Cash / Self
Genere: Jazz Rock
Supporto: cd – 2017


Mi chiedo spesso che cosa abbia Genova di così speciale, in quanto grandiosa città produttrice di gruppi (o come si chiamavano negli anni ’70 “complessi”) Progressive Rock. L’aria del mare, i vicoli, il cibo, il vino, la gente…Non so, resta il fatto che sin dagli anni ’70 ad oggi è sempre stata una fucina continua di grandi musicisti al riguardo. Prima o poi riuscirò a capirlo, altresì bene accetti sono anche i vostri suggerimenti.  
I Struttura & Forma li incontriamo solo oggi nei scaffali di dischi a dispetto del loro anno di formazione, il lontano 1972. L’incontro tra i chitarristi Franco Frassinetti e Giacomo Caliolo avvenuto in una sala prove del centro storico, annessa ad un noto negozio di strumenti musicali, è stato galeotto. Il nome Struttura & Forma lascia presagire una certa intellettualità di base, una cultura che negli anni passati è stata abbondantemente trattata, relegata ad un contesto che ha supportato il Progressive Rock fino a renderlo un genere a se stante e ben definibile. Numerose le date live nel tempo, alcune delle quali con artisti importanti come Francesco De Gregori. Dopo aver sperimentato nel Prog Rock, nel tempo il gruppo vira verso il Jazz Rock e va incontro anche a defezioni e stop. Oggi sono formati da Franco Frassinetti (chitarra), Giacomo Caliolo (chitarre), Marco Porritiello (batteria), Stefano Gatti (basso) e Klaudio Sisto (voce).
In definitiva “One Of Us” è il loro album d’esordio, con Beppe Crovella ospite nel disco assieme al suo mitico Mellotron. L’artwork a cura di Roberto, Davide e Vincenzo Leoni è ricco di info, foto e testi con 18 esaustive e gradevoli facciate.
Il disco si apre con un suntuoso strumentale dal titolo “Worms” registrato nel 1972, questo proprio per sottolineare con orgoglio le proprie radici. Il cantato nelle successive canzoni  è prettamente in inglese, salvo tornare nel 1972 con la conclusiva bonus track “Il Digiuno Dell’Anima” in lingua madre. Succede “Symphony”, fra Mellotron e chitarre  dedite a melodie capaci di soddisfare l’ascoltatore grazie a riff gradevoli e assolo di notevole tecnica. Prog Rock roboante, colmo di sonorità in perfetto stile. All’ascolto si può godere anche della cover del brano “Lucky Man” dei maestri Emerson Lake & Palmer.
Hard Prog per “Kepler” e Psichedelia nella title track “One Of Us”, a testimonianza di una cultura musicale a tutto tondo dei componenti. Dai tratti Funky la breve strumentale “Kyoko’s Groove” per poi lasciarsi andare in uno sciolinare di chitarre e Mellotron. Più canzone la successiva “Indios Dream”, ancora una volta sorretta dalle chitarre. Buono il lavoro in fase ritmica in “Fasting Soul” mentre “Amsterdam” tenta  una ricerca stilistica differente, molto vicina a quella dei svedesi The Flower Kings per intenderci. Dolce e melodiosa la strumentale “Acoustic Waves”, chiusura del disco ufficiale per poi giungere alla succitata bonus track “Il Digiuno Dell’Anima”.
Un debutto che grazie all’esperienza dei componenti, lascia a bocca aperta per professionalità e freschezza dei suoni. Ora speriamo soltanto di non dover attendere molti anni per un successivo album da studio, e mi auguro anche che raccolgano i dovuti consensi. Altro tassello prezioso  dell’infinito mosaico Progressive Rock Italiano. MS


Contatti: Danilo Sala Press Office palalido70@yahoo.it

Cantina Sociale

CANTINA SOCIALE – Caosfera
ElectRomantic Music
Distribuzione: Ma.Ra.Cash / Self
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2017



Il nome Cantina Sociale ai sostenitori del Progressive Italiano certamente non risulterà nuovo, agli altri informo che la band si è formata nell’astigiano nel 1996, appassionata delle sonorità di gruppi alternativi dei rigogliosi anni ’70. Nel tempo, fondamentale è stato l’incontro con il produttore e tastierista degli Arti & Mestieri (altra band storica degli anni ’70) Beppe Crovella. Esordiscono discograficamente con “Balene “ (Electromantic Music) nel 2002 proprio con Crovella al Mellotron e all’Hammond. Ritornano all’attenzione del pubblico dopo una serie di eventi importanti come il premio Memorial Demetrio Stratos nel 2003, la partecipazione a diverse compilation, e l'uscita nel 2006 del DVD “Catturati Live”, nel 2009 con il buon “Cum Lux” (Electromantic Music), bene recensito anche nei canali di settore.
Oggi sono un quintetto formato da Elio Sesia (chitarre), Rosalba Gentile (tastiere), Marina Gentile (chitarre), Filippo Piccinetti (basso) e Massimiliano Monteleone (batteria).
“Caosfera” a differenza dei suoi predecessori è un album completamente strumentale composto da sette tracce e supportato da un gradevolissimo artwork ad opera di Antonio Catalano con la grafica di Luciano Rosso. Esso contiene un libretto con pentagrammi e note disegnate a mano, descritte con simpatica ironia e disegni che raccontano gli stati d’animo che la musica rappresenta. La produzione ancora una volta di Beppe Crovella è curata, così come la qualità sonora.
Nella musica si estrapolano differenti influenze, dai King Crimson alla Psichedelia e perfino un poco di Hard Prog sin dall’iniziale “Graffiti”. Psichedelico invece l’inizio di “Temporali Nascosti”, la chitarra acustica  si aggira in riff ipnotici sopra ad un tappeto di tastiere. Questo brano piacerà sicuramente ai seguaci dei Porcupine Tree del primo periodo.
“Dune” Mostra una band con un buon carattere, di ampie vedute e dalla buona coesione, ancora riff importanti ed acidi inframezzati dalla Psichedelia. Gli assolo non sono mai invasivi, piuttosto diretti alla sostanza.
Intimistica “Scrupolosamente Arioso”, lasciate le atmosfere crude ed elettriche i Cantina Sociale si addentrano in quelle soffici e sognanti. Il risultato è notevole.
“Pietre” è ritmata, dettagliatamente prodiga di cultura Prog che varia dagli anni passati a quelli più recenti, un sunto semplice all’apparenza ma che necessita sia di capacità compositiva che di cultura al riguardo.
La title track “Caosfera” è ricercata, la melodia viene eseguita prettamente dalla chitarra, mentre il basso gioca un ruolo fondamentale di fraseggio aggiunto. Nuovamente la Psichedelia è presente nel suo lato intimo e raccolto. Chiude il disco l’acustica “Verso Sera”, un momento di riflessione e di pulizia dell’anima.
Questi sono i dischi che piacciono a me, quelli che ascolti in silenzio ad occhi chiusi e che vorresti  non finissero mai. Musica italiana, tanto cuore. MS


Contatti: Danilo Sala Press Office palalido70@yahoo.it

domenica 19 marzo 2017

Alessandro Monti :: Unfolk Collective

ALESSANDRO MONTI :: UNFOLK COLLECTIVE – Intuitive Maps
M.P. & Records
Genere: Sperimentale
Supporto: cd – 2017


Il nuovo lavoro di Alessandro Monti e del progetto Unfolk ha una valenza speciale, 10 anni del progetto stesso, ed i 25 anni della label M.P. & Records.
Il veneziano Alessandro Monti è un cantautore autodidatta che nella carriera artistica ha partecipato a numerosi progetti e collaborazioni, da menzionare quelle con Kevin Hewick, Caveman Shoestore, Gigi Masin, 1991,  Hakkah,  Quanah Parker e Ruins.
“Intuitive Maps” è un lavoro che in sunto racchiude numerose influenze musicali, che vanno dalla World Music al Jazz, passando attraverso la Psichedelia e l’Elettronica. Un percorso che bene viene rappresentato nella grafica di accompagnamento ricca di foto, ossia un viaggio sia geografico che musicale.
Unfolk Collective è composto da Elisabetta Montino, Alessandro Pizzin, Camomatic, Kevin Hewick, Jim Tetlow, Chris Conway, Mark “Flash” Haynes, Misterlee, Steve Escott e appunto Alessandro Monti. Il disco si presenta suddiviso in dieci tracce, e a parte il breve intro creato da Camomatic con il titolo titolo “ESP Sutra”, tutte di media o lunga durata.
Molto spesso l’ascolto necessita la chiusura degli occhi e quindi l’isolamento da ciò che ci circonda per goderne a pieno il risultato. Musica per la mente. In “The Seventh Orbit” il numero sette si presenta in molteplici forme, e la voce di Elisabetta Montino ne è perfetto viatico del messaggio emotivo. Con “Mbuyu Na Mkonge parts 1-3”, brano suddiviso in tre parti, si vola in Africa e quindi percussioni e suoni solari avvolgono l’ascoltatore. Elettronica e Afrobeat per un nuovo percorso di Unfolk Collective dal risultato ipnotico.
Interessante  lasciarsi stupire dal suono minimalista, e capire che spesso bastano poche note e pochi suoni a colpire l’animo dell’ascoltatore, questo si evince all’ascolto di “The Theatre Of Eternal Snows”. John Cale & Terry Riley sono invece gli autori del brano “Church Of Anthrax”, la chitarra elettrica psichedelica si lancia in questo frangente Rock di ottima fattura.
Si ritorna al viaggio onirico con “New Rhodes Tapestry”, musica che ruota attorno alle tastiere e nuovamente al minimalismo. La creatività è legata al compimento del crescendo sonoro, quando le chitarre nuovamente subentrano per evidenziare il lato emotivo e melodico del brano. Una formula che sempre funziona con il suo perché.
Kathmandu, per le strade  gente che cammina con mascherine per l’aria irrespirabile causata da milioni di moto… terra e sabbia ovunque… mucche che cercano qualcosa nei rifiuti tra il caos del traffico… questo è molto altro sono gli spunti che ispirano “Pashupatinath Temple/Ruins Of Kathmandu”. Ancora una volta le percussioni giocano un ruolo fondamentale e primario, mentre le tastiere e l’elettronica impreziosiscono il resto. Struttura etnica perforante e dall’ampio respiro. Con Alessandro Pizzin, Monti nel brano conclusivo “L’Ora Del Biscotto Metafisico” crea un brano improvvisato che personalmente mi colpisce molto. Il piano traccia nuvole di musica che si muovono nell’aria, cambiando di forma e consistenza. Divina e spaziale.
La data di uscita di “Intuitive Maps” e' il 20 marzo, giorno dell’equinozio di primavera e di ultimo quarto di luna.
Un disco per chi vuole ascoltare e isolarsi anche per una sola ora dal mondo che lo circonda. Un viaggio che se preso come si deve, probabilmente non ha bisogno di un ritorno, perché almeno con la mente si ha l’esigenza di sognare, stupire, godere e perché no, sparire. Raro, molto raro. MS


Cast

CAST – Power And Outcome
Progressive Promotion Records
Distribuzione italiana: GT Music
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2017


I messicani Cast hanno girato il mondo, sono venuti anche in Italia, hanno registrato diciannove album in studio a partire dal 1994 e si muovono fra il classico Progressive Rock ed il mezzano New Prog. Una musicalità che fa venire i brividi ad ogni fans del genere, fra tastiere, flauto, violino, chitarre, tuffi nel passato ed uno sguardo nel presente, però? Però non hanno ricevuto il successo che avrebbero dovuto meritare, sono rimasti nel  limbo, solo per fans incalliti, ma per fortuna oggi la Progressive Promotion Records prende in mano la situazione e rilascia questo nuovo album dal titolo “Power And Outcome”.
I bellissimi disegni di Carlos Humaràn e l’artwork di Xaguaro e Juan Carlos Lizarraga, sicuramente richiamano l’attenzione di chi segue il Prog Rock, uno stile fra maschere, face paint e uccelli (questa volta non una gazza ladra, ma un corvo) che non lascia adito a dubbi… E’ Prog!
E che Prog, la mini suite iniziale “Rules Of The Desert” chiarisce immediatamente  le idee al riguardo, i Cast sono ottimi strumentisti e compositori. Ciò che dimostrano di aver capito non è poca cosa, ossia di creare musica in cui gli assolo sono piacevoli e non asfissianti, sempre attenti alla melodia facile, perché in fin dei conti deve sempre restare qualcosa alla fine dell’ascolto del brano. Poi, i cambi di tempo ed umorali che spezzano l’andamento, quindi il tutto rimane variegato ma  non destabilizzante. Piacevoli i momenti di chitarra elettrica che si intersecano con la struttura sostenuta e valorizzata dalle numerose tastiere.
New Prog nella successiva title track, difficile credere di ascoltare una band del Messico e non dell’ Inghilterra. Buono l’uso delle voci e delle coralità che giocano fra effetti sonori e cori. Molta enfasi e grandezza.
Il piano apre “Details, a. Circle Spins”, un'altra mini suite questa volta suddivisa in due trance, la seconda dal titolo “Details, b. Start Again”. Qui compaiono anche momenti più vintage e classicismi, grazie anche all’uso del violino da parte di Roberto Izzo. La band ad onor di cronaca viene completata da Alfonso Vidales (tastiere), Antoniao Bringas (batteria), Claudio Cudero (chitarra), Carlos Humaran (basso), Bobby Vidales (voce) e Lupita Ancuna (voce).
Tantissima la carne al fuoco e gli strumentisti dimostrano di essere una rodata macchina da guerra, perfettamente oliata e assoluta. Le parti strumentali sono negli assolo devastanti sotto molteplici aspetti, grazie appunto all’equilibrio perfetto all’interno della band, un suono imponente come nella seconda parte della succitata mini suite.
Sotto alcuni aspetti si possono riscontrare agganci anche con la nostrana PFM.
I Marillion dimostrano di conoscerli e “Through Stained Glass” fa la spia. Solare “Illusion And Tribulations”, l’ariosa apertura raggiunge l’apice nell’assolo di chitarra elettrica. Le fughe strumentali proseguono in “The Gathering” per placarsi nella strumentale “Conquest”. La breve “Full Circle, prettamente voce e tastiere, introduce alla conclusiva “Dialect For The 21st Century”, degna conclusione dell’opera in analisi.
Che disco! Resto con la speranza che prima o poi ne esca anche una versione in vinile. Merita. MS


Sounds Like The End Of The World

SOUNDS LIKE THE END OF THE WORLD – Stories
Progressive Promotion Records
Distribuzione italiana: GT Music
Genere: Post Rock
Supporto: cd – 2017


La Progressive Promotion Records si addentra per la prima volta nel mondo del Post-Rock e lo fa con una band polacca consigliata loro dagli esponenti del gruppo God Is An Astronaut, Torsten Kinsella e Niels Kinsella, si chiama Sounds Like The End Of The World.
Non sono comunque all’esordio discografico, in quanto già nel 2013 escono con l’ep “It All Starts Here” e nel 2014 con l’album “Stages Of Delusion”. Si formano nel 2012 e seguono il sound di band come God Is An Astronaut, This Will Destroy e Long Distance Calling su tutte.
Il quartetto che suona in “Stories” è composto da Michal Badecki (basso), Michal Baszuro (chitarra), Tomasz Hoffman (batteria) e Wojciech Kowal (chitarra).
Otto le tracce che formano il disco completamente strumentale, ad iniziare da “No Trespassing” con un intro in crescendo ad inserimento singolo degli strumenti. Il suono è pulito ed elettricamente vibrante, prerogativa del Post Rock, ma anche del Math Rock, e qui  ne abbiamo delle piccole schegge.
Sferzate nervose lasciano spazio a ricongiungimenti alla melodia iniziale, proprio come spesso eseguivano i Radiohead dei primi anni ’90.
“Walk With Me” ha un inizio introspettivo dettato da una buona melodia delle chitarre, per poi sfociare nella distorsione e nella rabbia. Un brano cadenzato, quasi caracollante, che colpisce per intensità e patos.
“Breaking The Waves” è la canzone più lunga dell’album con i suoi sei minuti e mezzo, qui i Sounds Like The End Of The World fanno una piccola scappata anche nella Psichedelia. A gusto personale questo è il brano che più mi ha colpito. Ottima la scelta degli assolo di chitarra che riescono a dare ampiezza all’ascolto.
Granitico e monolitico in molti frangenti, “Stories” prosegue con “Obsession”, un momento di rilassatezza apre il brano, dove la ritmica è soffice e precisa, ma ancora una volta il tutto si evolve in un crescendo sempre di ottimo impatto.
“Faults” ha un giro armonico molto ruffiano e di facile memorizzazione, uno spicchio di sole e di allegria rispetto alla media dell’ascolto. Gradevolissimo.
Ridondante  ed echeggiata “Outflow”, mentre “Acceptance” è la più breve canzone dell’album con i suoi pacati tre minuti. Chiude alla grande “All Over Again” con piccoli richiami King Crimson.

Un disco che gli amanti del genere (e non solo) non devono ignorare, perché ci sono tutti gli ingredienti che fanno del Post Rock un movimento che ha sempre e comunque qualcosa da dire alla mente. Scopriteli e vi avvicinerete anche voi con stupore al “suono della fine del mondo”. MS

domenica 12 marzo 2017

Richiesta Consigli


Mi si chiedono molto spesso dei consigli da parte di artisti o musicisti che si addentrano in questa avventura di spirito corpo e mente che si chiama musica.
Ebbene io non mi permetto di dare delle direzioni da intraprendere, mi limito ad ascoltare e criticare al termine. Tuttavia le vostre domande sono sempre più fitte al riguardo e per questo mi permetto (sempre con modestia) di fare questa piccola nota che spero chiarifichi molte cose su come la penso dell'argomento.

PREMESSA: LA MIA NON E’ VERITÀ, MA SOLO IL MIO PENSIERO.

1 – L’artista deve fare ciò che sente di esprimere e non quello che piace agli altri.

2- Non limitarsi a fare le cose per bene, come un compitino di scuola per far vedere che avete studiato, per emergere serve di più, quella cosa che fa fare il salto di qualità, ossia l’eccellenza e la personalità. Quindi andare oltre l’impegno, sforzarsi a capire che le cose per bene le fanno in molti, e quindi serve necessariamente un impegno maggiore.

3- La Personalità è fondamentale, perché l’influenza della musica con cui si è cresciuti va benissimo, ma bisogna necessariamente metabolizzarla e rimpastarla con la propria personalità, la quale deve essere solo ed esclusivamente di vostra competenza e gestione, nessuno può insegnarvela (quindi qui il discorso si allaccia al punto 2).

4- Ascoltare sempre i consigli, non pensate mai di essere voi coloro che hanno lo scettro della verità, tuttavia questi non devono invadere la vostra personalità ed il modo di concepire la musica. Serve saggezza al riguardo, ma questa vi verrà solo con il tempo (esperienza).

5- Avere tecnica va benissimo, ma quello che fa fare il vero salto ad una buona canzone è il cuore e la mente.

6- Non avere mai paura di osare, di creare qualcosa di “diverso”, magari non verrà capito, ma questo per voi sarà fondamentale, una valvola di sfogo ed una palestra per tirare fuori la personalità che avete dentro e plasmarla a vostro piacimento.

7- Capire dove si è sbagliato, quindi: Umiltà.

8 - Studiare.

9 - Divertimento. Se non c’è, lasciate perdere.


Spero possa esservi di aiuto. Buona musica.

domenica 5 marzo 2017

Il Progressive Giapponese

PROGRESSIVE GIAPPONESE
(Di Max Salari)

Il Progressive Giapponese è punto di diatriba per i tanti fans del genere, il problema è di natura prettamente culturale. C'è chi sostiene che molto danno, che i migliori esponenti si trovano qui e che sanno unire grande tecnica a melodia e fantasia. D'altro canto c'è chi dice che sono solo virtuosi niente cuore e bravi solo a copiare. La verità, dunque, dove si trova?  Nel mezzo. In questa pagina voglio nominare Solo alcuni dei migliori esponenti del sol levante, tralasciandone inevitabilmente parecchi, vista anche la vastità dell'argomento. Sicuramente quelli citati sono a mio giudizio interessanti, ma se avete anche voi qualche nome da segnalare e che ritenete indispensabili per la collezione, fatelo tranquillamente alla voce COMMENTI. Buona ricerca!


                                         YONIN BAYASHI

Band fondamentale del Prog Nipponico in attività negli anni '70. Si formano nel 1971 e realizzano cinque album da studio e suonano un Prog eclettico. Il cantato è in lingua madre. Importante l'uso delle tastiere. Consigliati: " Ishoku-Sokuhatsu" (Pony Canyon - 1974) e "Golden Picnics" (CBS Sony - 1976).



                                                        ARS NOVA 

Questo è un trio composto da tre belle ragazze che in barba alle apparenze suonano con una tecnica ed una intensità come pochi sanno fare! Amanti di sonorità barocche, epiche ed intricate queste artiste hanno inciso molti album, ma forse quello più maturo è "Biogenesis" (Transi label-2003). In esso troviamo a sorpresa importanti collaboratori, come ad esempio Claudio Simonetti (Goblin), Alex Brunori (Leviathan) e Gianni Leone (Il Balletto Di Bronzo). Da segnalare anche l'interessante "The Book Of The Dead" (Musea-1998).   


                                                     
                                                    BELLAPHON
New Progressive tastieristico con influenze jazz, ma senza troppi fronzoli e ben eseguito. Sono autori di gradevoli brani strumentali prettamente d'atmosfera. Consigliato "Firefly" (Musea-1996).



                                                         BI  KYO  RAN
Una Delle band più longeve di questo contesto. Formatisi verso la fine degli anni '70 suonano un Rock molto energico con influenze King Crimson. Ritmi sincopati, mellotron, archi e flauto per un risultato che ogni amante del Prog vuole sentire. Il cantato  è in lingua madre. Per un primo approccio a questo gruppo consiglio una loro recente e valida raccolta dal titolo "Anthology Vol.1" (Gohan Records).

                                         
                                         DEJA  VU
Ancora un gruppo che lavora molto con le tastiere, quindi pianoforti e mellotron in evidenza. Autori di esecuzioni curate ed intimiste, riescono ad inchiodare l'ascoltatore allo stereo. Interessanti scale si susseguono senza troppo annoiare. Consigliato "Baroque In The Future" (Musea-1998).


                                           
                                                   GERARD
Forse il nome più conosciuto dalle nostre parti, Gerard è un trio (tastiere, basso e batteria) che riesce ad affascinare con una tecnica sopraffina ed una semplicità di esecuzione strabiliante. Accostamento inevitabile con gli EL&P, ma c'è da rimarcare la loro forte personalità. Consigliati "Pandora's Box" (Musea-1997) e "Sighs Of The Water" (Musea-2002).

                                              
                                                    KBB
New Prog tipico anni '80 (Marillion -Pendragon -iq) molto ben eseguito, con interessanti fughe strumentali. La tecnica non è mai troppo invasiva, poi va rimarcato lo splendido lavoro del violino che accompagna quasi tutti brani. Davvero interessanti. Consigliato "Lost And Found" (Musea-2000). 


                                       
                                                KENNEDY
Soluzioni varie s'intersecano nel sound di questo combo, dal Prog anni '70 a quello più moderno e di matrice "Crimsoniana". Preferibile un ascolto preventivo. Consigliato il live "Kennedy!" (Musea-2000).

                                                   KENSO
Scelta musicale di non facile presa questa dei Kenso, Rock con influenze Fusion e Jazz. Esistenti dal 1975 a tratti mescolano atmosfere tese alla King Crimson. Veramente interessanti, per i padiglioni più raffinati. Consigliati: "Esoptron" (Musea-1999) e "Fabulis Mirabilibus De Bombycosi Script" (King Records-2002). 


                                     
                                                 MAGDALENA
Non sono quelli spagnoli, questi artisti puntano molto sulla voce della cantante e stendono dolci arie fatte di tastiere proprio per esaltarla, ma nulla di eclatante. Per i più curiosi segnalo "Magdalena" (Musea-1996).

                                             MOTOI  SAKURABA
Amanti delle tastiere pompose qui c'è di che sfamare la vostra bramosia! Mellotron e compagnia bella per un artista che sa veramente intrattenere con buon gusto e melodia. Consigliato "Force Of Light" (Musea-1998).
                                             
                                                  MUGEN
Ancora tante tastiere e strutture armoniose per questo gruppo molto vicino ad Anglagard e Genesis. Il cantato è in giapponese, preferibile dare un ascolto preventivo. Consigliato "Sinfonia Della Luna" (Musea-1997).


                                           
                                                  OPABINIA
Prog Articolato con influenze Jazz a tratti riconducibile a sonorità avanguardiste ricche di fantasia. I nostrani Deus Ex Machina sono abbastanza simili. Consigliato "Opabinia" (Infinite Records-2003). 


                                     
                                           OUTER   LIMITS
Prog con la "P" maiuscola, per chi ama la tecnica mista ad una buona vena compositiva. In certi esibizioni si intuisce che sono giapponesi, ed il violino protagonista di molti brani è veramente suonato con buon gusto. Rock moderno misto a classicismo, veramente interessante. Consigliato "Misty Moon" (Musea-1997).

                                           
                                                  PAGEANT
Ancora voce femminile, soave e suadente, proposta in lingua madre. Ancora atmosfere melodiose e tristi quasi come quelle dettate dai maestri svedesi (Landberk, White Willow....). Belli gli interventi del flauto, sottolineando un gruppo tutto da scoprire che farà la gioia di molti. Consigliati "Abysmal Masquerade" (Musea-1999) e "La Mosaique De La Reverie" (Musea-1996).


                                           
                                                   PRIORITY
Jazz Rock d'atmosfera per questi ottimi strumentisti dalla buona fantasia compositiva. Brani ricchi di feeling con chitarra in evidenza. Buona musica. Consigliato "Light Is Decomposed Into Fragments" (Musea-2001).

                                                    RUINS
Sono fra i più importanti esponenti del Prog moderno nipponico. I Ruins sono un duo e propongono un puzzle di generi veramente grande. Nei loro dischi, ricchi di collaborazioni, si ascolta veramente di tutto, anche Hard Rock. Consigliati "Pallaschtom" (Magaibutsu-2000) e "Tzomvorgha" (Magaibutsu-2002).


                                        
                                               SIDE  STEPS
Musica prettamente da sottofondo, senza grandi pretese che scivola e va. Nulla di eccezionale ma carica di patos. A tratti sembra di ascoltare i francesi Uzeb.... Consigliato "Out And Out" (Musea-1998).

                                               SIX  NORTH
Otto sono i componenti della band, tra cui il violinista dei KBB. Suoni moderni ma che richiamano anche la Scuola di Canterbury, soprattutto quella esposta dai Hatefield And The North. Il cantato è in lingua madre. Consigliato "Prayer" (Poseidon-2003).

                                               STARLESS
Rock a tratti anche Hard Rock. Famosi nel giro musicale ma francamente troppo impersonali con un cantato non molto all'altezza. Non tutto però è da scartare, a tratti dei pezzi di chitarra sanno farli apprezzare. E' ovviamente preferibile dargli prima un ascolto. Consigliato "Song Of Silence/Wish" (Musea-1998).


                                  
                                          TERU'S  SYMPHONIA
Tastiere in evidenza, potenza e tecnica per un gruppo sopra le righe. Ancora voce femminile e cantato in lingua madre, ma questa volta molto ben strutturato. New Prog con influenze Hard Rock veramente gustoso. Consigliati "Do Androids Dream Of Electric Camel?" (Musea-1997) e "The Gate" (Musea- 1999).


                                                             
                                                  THETA
Arie dolci e decadenti, voce femminile (veramente molto bella) e soluzioni semplici ed efficaci. Il cantato è in inglese scolastico. Personalmente mi portano alla mente i lavori dei Polacchi Quidam. Non adatto per chi vive di corse strumentali virtuose, alla Yes tanto per intenderci. Consigliato "Seeds Of The Dream" (Musea-2000).


                                  
                                         VERMILION  SANDS
New Prog moderno con riferimenti alla Scuola Di Canterbury, soprattutto negli interventi del flauto. Per l'ennesima volta c'è una donna dietro al microfono ed ancora non si può fare a meno di ricordare gruppi come White Willow. Molto gradevoli. Consigliato "Water Blue" (Musea-1999).


                                             WAPPA  GAPPA
Voce femminile (in giapponese), melodie smielate e quant'altro fanno di un gruppo nipponico una certezza. Ma in questo caso siamo al cospetto di soluzioni strumentali notevoli. Sicuramente sopra la media! Consigliato "A Myth" (Musea-1998).



DA RICORDARE : YONIN BAYASHI, COSMOS FACTORY, DATETENRYU, FAR OUT,  YASUDO INADA, TAKEHISA KOSUGI, MAHOJIN, OZ, PEOPLE, PRISM, PYG, SPACE CIRCUS, TAJ MAHAL TRAVELLERS, HIRO YANAGIDA.

giovedì 23 febbraio 2017

Retrospective

RETROSPECTIVE – Re: Search
Progressive Promotion Records
Distribuzione italiana: G.T. Music
Genere: Progressive Metal
Supporto: cd – 2017


La band Retrospective giunge con “Re: Search” al quarto prodotto in studio dopo quasi cinque anni dall’ottimo “Lost In Perception”. Il sestetto rappresenta al meglio la nuova ondata Progressive polacca, molto ricca negli ultimi anni di band valide al riguardo. Fanno parte della scia Riverside, con sonorità rivolta a gruppi come Porcupine Tree e Tool su tutte.
I Retrospective ritornano con le loro atmosfere, e la mutazione da crisalide a farfalla è espletata. Gli anni hanno dato esperienza ed alcuni angoli sono stati smussati a favore di una personalità più rocciosa e la voce di Jakub Rosak è giusta interprete del loro sound. Non dimentichiamo tuttavia che “Lost In Perception” è stato premiato come “Best Polish Progressive Album” nel 2012.
La Progressive Promotion, come sua consuetudine, propone il prodotto in un elegante formato cartonato, con tanto di libretto contenente i testi e l’artwork a cura di Bartlomiej Muselak e Maciej Klimek. La copertina è ad opera di Dimitra Papadimitriou, oramai stile e marchio di riconoscimento della musica della band.
Essendo Metal Progressive (se proprio dobbiamo etichettare questa musica), i riff giocano un ruolo importante, così le melodie che devono fare da traino al percorso sonoro che in “Re: Search” è suddiviso in nove episodi.
Sin dall’iniziale “Rest Another Time” si può godere di una registrazione equilibrata, ulteriore punto in più a favore del prodotto finale. Non ci sono suite, a favore di canzoni di media durata che si aggirano attorno ai cinque minuti o poco meno, questo per l’immediatezza del messaggio emotivo sonoro.
La musica è scorrevole, sostenuta da una ritmica precisa e senza troppi fronzoli. L’immediatezza e la semplicità sembra essere entrata in casa Retrospective.
Compaiono spesso atmosfere oscure o che comunque tendono a far immaginare situazioni dolorose o di disagio. Le tastiere di  Beata Lagoda sono importanti in molti frangenti, come nell’inizio di “Right Way” e fanno scorrere sulla pelle dei fans Dream Theater più di un brivido.
“The End Of Their World”, di cui ne esce anche l’ep nel 2016, è un pezzo che si fa presto apprezzare grazie al ritornello ruffiano e godibile. Tuttavia per chi vi scrive i momenti più interessanti dei Retrospective giungono dai movimenti più introspettivi. Beata canta in “Roller Coaster”, canzone che potrebbe uscire benissimo dalla discografia Porcupine Tree ultima era, questo grazie al lavoro delle tastiere. Più convenzionale “Heaven Is Here” ma nel solo di chitarra, seppur breve, coglie il suo momento di gloria emotiva. Il discorso è leggermente differente per “Look In The Mirror”, sunto musicale-culturale della band, dove mettono a nudo le influenze e le proprie conoscenze. Più immediata “Last Breath”, un macigno sonoro graffiante e rude. E dopo l’ottima “Standby”, il disco si chiude con il brano più lungo (sette minuti) dal titolo “The Wisest Man On Earth”, crescendo psichedelico dal mordente Metallico.

I Retrospective puntano sull’immediatezza, pochi giri di parole e pochi orpelli inutili, tanto che stento molto a relegarli nella fascia “Progressive”, piuttosto mi viene in mente il termine Post Prog. Ma a prescindere dalle terminologie, il prodotto è ben suonato, ben confezionato e ben registrato, e questo è già risultato. MS

venerdì 17 febbraio 2017

Riverside

RIVERSIDE - Shrine Of New Generation Slaves
Metal Alt Prog 
Genere: Metal Prog
Supporto: cd - 2013



Questo fenomeno mi ha sempre affascinato. La Polonia ha da tempo a questa parte regalato ottime band e musica di elevata fattura tecnica, i Riverside oramai li conoscono tutti gli amanti del Metal Prog. 
Si formano nel 2001 grazie a Mariusz Duda, Piotr Grudzinski (il chitarrista muore nel 2015 per arresto cardiaco) e Piotr Kozieradzki, amanti del Progressive Rock e del Metal.
Il fenomeno mi ha affascinato in quanto non a pieno da me metabolizzato. Essendo io, (come i Riverside stessi) amante dei Porcupine Tree, sono abituato ad ascoltare un mix fra Pink Floyd, Radiohead, Metal e King Crimson, un genere che oramai conosco a menadito, nei suoi crescendo e nei mutando. Ecco allora che resto affascinato dal primo lavoro dei Riverside, una band che ha queste prerogative e che dunque promette bene, ma poi? 
Disco dopo disco (seppure sempre belli), i polacchi non decollano, restano li e ti lasciano quella sensazione di incompiuto, quando hai mangiato poco e ti alzi da tavola ancora con la fame. Manca il decollo,corrono ma non si staccano... Non partono. I brani presi uno per uno sono tutti belli, la loro tecnica si è affinata, la band viaggia a livelli professionali altissimi, così la produzione...però alla fine mi viene voglia di ascoltare un disco della band di Wilson. Bel disco dicevo, specie per chi li conosce per la prima volta, ma secondo me devono osare di più, specialmente in fase di assolo e crescendo, le carte in regola ci sono tutte.
Il disco è consigliato agli amanti di Porcupine Tree, Radiohead, Anathema, Opeth, Pink Floyd e Tool. MS

mercoledì 15 febbraio 2017

Sylvan

SYLVAN – Home
Gentle Art Of Music
Genere: New Prog
Supporto: cd – 2015


Non c'è niente da fare! Ecco un altra band che ha tutto, tecnica, buon songwriting, idee...eppure i tedeschi Sylvan hanno solo raccolto complimenti a parole e meno in vendite. Il perché a mio avviso va ricercato in quello stile che risiede a metà strada fra l'orecchiabile ed il tecnico, ossia, quel limbo che il Prog fans integralista non digerisce, salvo in rarissimi casi. Peccato perché a loro per questo motivo è mancato l'album del lancio, ossia il capolavoro sempre sfiorato. Questo è il nono album da studio e la dice lunga sulla perseveranza e comunque su certa attenzione. Nella loro musica, così in "Home" c'è la storia di certo Prog, anche sonorità dure e queste non è che poi piacciano così tanto al succitato Prog fans integralista.
Il loro sound è influenzato da band quali Pink Floyd, Marillion e Genesis, da qui il primordiale nome della band nei primi anni ’90 di Chameleon. L’Hard Rock non è mai mancato fra le composizioni, rendendo il sound proposto a tratti molto vigoroso. In “Home” il gruppo è formato da Marco Glühmann (voce), Volker Söhl (tastiere), Sebastian Harnack (basso) e Matthias Harder (batteria) e si coadiuvano di diversi special guest. Il disco è composto da dodici canzoni e la registrazione in studio è molto professionale.
Essendo New Prog, le tastiere ricoprono un ruolo centrale, alternando fasi di tappeto sonoro come sfondo, a veri e propri slanci di protagonismo, con assolo mirati e pieni di pathos. “Not Far From The Sky” apre in maniera struggente fra tastiere, oboe, archi e voce ad intendere che la musica dei Sylvan non è mai scontata ed il crescendo sonoro sta li a dimostrarlo. Una gemma che da sola risplende l’album. Musica raffinata anche nella successiva “Shaped Out Of Clouds”, anche perché non è altro che il suo prosieguo. Ritornello grazioso di Marillioniana memoria, periodo Hogarth.
I Sylvan alternano frangenti più banali, no nel senso cattivo del termine ma orecchiabili, ad altri meno convenzionali, dimostrando uno sforzo creativo  notevole, che solo saltuariamente è in possesso ai più grandi. Mi viene da dire che in certi istanti possono ricordare i Dream Theater più raffinati.
Ci sono mini suite come “In Between” o “The Sound Of Her World”, gradevoli e scorrevoli. Questo è un altro pregio dei Sylvan, la fruibilità dell’ascolto. Al termine di esso qualcosa resta sempre, sinonimo di aver centrato comunque l’obbiettivo, questo aldilà dei gusti personali.
Altri momenti struggenti si possono ascoltare in “With The Eyes Of A Child” o nella conclusiva “Home”. 
Questo è un album che esula dalla banalità della media di questi prodotti, così come la discografia della band tedesca, rea solamente di essere probabilmente “orecchiabile”.

Chi gode di New Prog troverà qui pane per i suoi denti, forse griderà anche “Alleluia” e questo è il bello della musica. Emozionante. MS

Holocaust

HOLOCAUST – Covenant
Neat Metal Records
Genere: NWOBHM
Supporto: cd – 1997


Piccoli gioielli spesso sono soffocati da migliaia di uscite discografiche di basso spessore, ci si accorge sempre troppo tardi della loro esistenza, oppure al tempo non si è dato il giusto peso all’opera in questione. Accade sempre più spesso, anche se il caso dei mitici Holocaust è davvero particolare. Sono una band di Boston, ma si formano nel 1977 a Edimburgo in Scozia. Fanno parte della famosa corrente NWOBHM (New Wave of British Heavy Metal), quando alla fine degli anni ’70 il Punk va ad incrociarsi con l’Hard Rock. Per fare alcuni nomi vi cito Iron Maiden, Judas Priest, Def Leppard, Elixir ed i Praying Mantis. Ebbene, agli esordi sono un quintetto capitanato dal vocalist Garry Lettice. Le influenze dei Black Sabbath sono marcate e la chitarra di John Mortimer padroneggia in ogni solco. E’ proprio questo il problema, John, o meglio la sua personalità, è troppo ingombrante nel gruppo e questo farà si che gli Holocaust si sciolgano molto presto, salvo poi ricomparire nei più recenti anni ’90 (precisamente1992) sotto la forma di trio e con solo John superstite del combo.
Ma ritorniamo per un momento indietro nel tempo per ricordare un gioiello che i cavalieri metallici ci hanno lasciato, ossia quel “The Nightcomers” (1981) che racchiude in se gioielli come “Shoot The Moon” e “Death Or Glory”. Indispensabili per la NWOBHM ma veramente sfortunati in campo di vendite.
Detto questo, veniamo a “Covenant” che è inaspettatamente spettacolare, quel disco che non ti aspetti, oscuro, greve, a volte mastodontico nel suo caracollare ritmiche pesanti, eppure tutti i brani godono di una melodia stupenda, di facile memorizzazione. Brani che si stampano facilmente in testa e che non restano difficili da cantare assieme a loro.
Con John Mortimer suonano Steve Cowen alla batteria e Graham Hall al basso. Dieci brani per più di un ora di musica, compresa una strepitosa suite dal titolo “The Battle Of Soaring Woodhelven”. Ci sono pezzi addirittura quasi radiofonici da quanto sono orecchiabili, come ad esempio “We Shall See Him As He Is”, ma non per la durata (più di sei minuti). Buono il cantato e tutto il Metal degli anni ’80 rivive in ogni nota dell’album. La chitarra è roboante, un macigno che ben si sposa con il mastodontico suono del basso. Un equilibrio così perfetto come raramente si può ascoltare in questo ambito.
Gli Holocaust nel tempo danno alla luce altri due buoni dischi, “The Courage To Be” nel 2000 e “Primal” nel 2003.
L’unica cosa negativa di “Covenant” sicuramente è la copertina, li si che qualcosa di meglio si poteva fare.

Da ricordare anche un triste episodio, Il bassista originale Robin Begg è morto nel 1990 per una caduta accidentale. MS