Sono
passati ventuno anni da quel debutto discografico intitolato “Behind The Mirror”
e già quattro dall’ottimo “Closed Doors To Open Plains”, di certo non possiamo
dire che i tedeschi Seasons Of Time sono una band prolifica. Questo solitamente
gioca a favore della qualità della musica proposta, non che sia una regola
intendiamoci, ma dedicare più tempo ed attenzione alle proprie composizioni,
porta molto spesso a risultati più soddisfacenti.
Il
genere proposto è in generale il New Prog, quello che pone le proprie radici
negli anni ’80, nel grande mondo dei vari Marillion, IQ, Pendragon, Pallas etc.
etc. Dove i Genesis ed i Pink Floyd vengono presi come punto di riferimento per
la rinascita del genere assopitosi alla fine degli anni ’70 sotto i colpi del
Punk, della Discomusic e della New Wave.
Ritornano
con un album ben registrato di sei canzoni ed un artwork ricco di foto in
bianco e nero ad opera di Kai Perkuhn & Dirk Berger con tanto di testi.
Sono formati da Dirk Berger (basso, tastiere e voce), Florian Wenzel (chitarra)
e Julian Hielscher (batteria).
Nel
sound si nota uno sforzo creativo a volgere in un New Prog più moderno, con una
componente New Wave sempre stile anni ’80, questo lo si evince già all’ascolto
di “Toward The Horizon”. Tuttavia nel finale del brano tornano le tastiere tanto
care alle bandsopra citate e il
classico assolo di chitarra che fa la gioia del Prog fans. IQ sounds.
“Plans
To Make Plans” è un brano vigoroso che a sua volta va ad attingere negli anni
’80 in senso generale e con un ritornello facile da ricordare.
“Dreams
Of A Madman” ha un dna più progressivo, grazie all’uso delle chitarre, e non
mancano neppure giochi d’elettronica alla voce. Nell’album alberga anche la
classica suite qui dal titolo “Joana”, quindici minuti di alti e bassi umorali,
fra intimismo ed energia pura. Un buon esempio di maturità artistica della
band. Anche chitarre distorte e tanti buoni assolo.
“Driven
To Drive” ripresentacomponentistica
elettronica ed un sound più ricercato, così la conclusiva “The Last Ship”.
Se
andiamo a cercare i difetti li possiamo riscontrare probabilmente in un cantato
troppo cadenzato, magari sarebbe stato meglio averlo maggiormente variegato.
Sembra
che i Seasons Of Time cerchino di scrollarsi di dosso l’etichetta di semplice
Prog band, andando ad interpretare altre sonorità, anche se la componente New
Prog in loro resta davvero alta. MS
Torna
il polistrumentista Arne Schäfer (Versus X) a distanza di tre anni dall’ottimo
“The Art Of Mind” e lo fa con “Conspiracy Of Fools”, nono album da studio.
Voce, chitarre, basso e tastiere sono di sua competenza, mentre per la batteria
si avvale del supporto di Eberhard Graef. Oramai l’artista si è fatto un
seguito consolidato, sia con il nome Apogee che con la sua band Versus X, e la
musica proposta è sempre radicata al Progressive Rock classico, fra sinfonie,
arrangiamenti dinamici, suite e punti di riferimento come Jethro Tull, Yes,
Genesis, Gentle Giant, Frank Zappa e Rush.
Nomi
che da soli già mettono una pulce nell’orecchio del Prog fans, ma la musica
proposta dal musicista tedesco, gode di personalità? Se avete la discografia di
Apogee, o anche qualche disco sapete già cosa attendervi. Ma andiamo ad
analizzare questo nuovo lavoro in studio composto da sei canzoni, tutte di
lunga durata (sui dodici minuti di media) esclusa la più breve “Losing Gentle
Control” di cinque minuti. La consueta confezione cartonata della Progressive
Promotion Records è raffinata e nuovamente esaustiva nell’artwork, questa volta
ad opera di Bernd Webler.
Il
disco si apre con la title track “Conspiracy Of Fools”, lo scenario è
apocalittico e fantascientifico, un mondo distrutto da piogge acide e
dall’uomo. Le tastiere aprono il brano con un tema alquanto malinconico, il
concetto viene cantato su un tema New Prog che molto si avvicina sia allo stile
Pendragon che Arena, dove punto il di fusione è proprio il tastierista Clive
Nolan. Anche il cantato richiama quello di Nick Barrett. Sulla tre quarti del brano
giunge il solo di chitarra elettrica che ogni Prog fans si auspica di poter
ascoltare in ogni occasione.
Un
pianoforte stenta note all’inizio della successiva suite “Incomprehensible
Intention” in un atmosfera che ha del nordico, un incedere in crescendo con
tanto di cambiamenti di ritmo pur rimanendo in un contesto compositivo
abbastanza semplice. La formula Progressive Rock è rispettata e sfruttata al
meglio. La linea sonora del pianoforte dunque continua a dettare la strada da
percorrere tornando di tanto in tanto, mentre gli strumenti in generale si
presentano singolarmente in brevi assolo.
Più
ritmata “Override Our Instincts”, o per meglio dire un poco più solare e
ricercata nelle melodie vocali. Scaturisce anche un barlume di anni ’70, un
buon refrain strumentale ed un accompagnamento di chitarra semplice ed
efficace. Canzone che gioca anche con voci sovra incise in alcuni brevi
frangenti. Molto gradevole l’acustica “Losing Gentle Control”, una ballata
semplice e diretta, una piccola parentesi del disco che si riattiva
immediatamente con “Colors And Shades”.Tutte le carte in gioco, così l’esperienza del polistrumentista.
Il
disco si chiude con le atmosfere sfumate e magiche delle tastiere con
l’ennesima suite qui dal titolo “The Whispering From Outside” e ancora una
volta in New Prog è rappresentato al meglio.
Avete
dunque memorizzato il concetto, qui si tratta di avere tutti gli ingredienti
per fare ciò che il genere richiede e Arne Schäfer riesce a farlo molto bene.
Chi non seguePendragon, Arena, Nolan e
compagnia bella probabilmente troveranno il disco monotematico, anche se alcuni
punti di fuga dallo stilema di tanto in tanto compaiono. Ben prodotto e ben
registrato, ora la decisione passa a voi. MS
L’Italia
Metal Progressive è più grande di quello che si possa immaginare. Numerosissime
(a migliaia) le formazioni che si dilettano a suonare gesta di gruppi come Iron
Maiden, Helloween, Gamma Ray, Angra, Dream Theater, Pain of Salvation, Ayreon,
Scorpions, White Skull, Devin Townsend, Labyrinth, Rhapsody of Fire ed una di
queste proviene da Chieti con il nome Heavenblast. Si formano nel 1995 fra i
banchi di scuola, come molte volte accade, ma bisogna attendere il 1998 per vedere
una formazione quantomeno stabile e nel 2000 danno luce a due demo tape di
genere Power Metal. Pubblicano per Underground Symphony due album, Heavenblast”
(2003) e “Flashback” (2007), in questo secondo c’è un atteggiamento progressivo
più marcato. Nel 2008 subiscono uno stop per un momentaneo scioglimento dovuto
ai vari impegni dei singoli componenti, ma nel 2011 il progetto ritorna attivo.
Il
gruppo è formato da Chiara Falasca (voce), Donatello Menna (chitarra), Matteo
Pellegrini (tastiere) e Alex Salvatore (batteria).
Il
ritorno discografico odierno si intitola “STAMINA” ed è un concept album
composto da nove canzoni in cui l’argomento è la ribellione e la libertà. Nel
percorso gli Heavenblast si coadiuvano di special guest tra cui Diego Regina e
Michele Melchiorre oltre che a sei voci.
Il
disco si presenta bene anche visivamente, grazie alla copertina, alle foto e
all’artwork in senso generale da parte di Alberto Di Muzio e Federica Di Tizio.
Dopo
il breve ed immancabile intro strumentale qui dal titolo “Mind Introuders” si
parte subito a scheggia su una ritmica quantomeno veloce con “Purity” e le
carte sono già scoperte. Si evince l’importanza dei tappeti sonori dettati
dalle tastiere di Pellegrini, una ritmica rodata e presente, la chitarra non
invasiva nei momenti giusti sa fare il proprio dovere, la voce di Chiara
Falasca svolge il suo senza andarsi a perdere in meandri non consoni sia in
altezze che in tonalità basse. I ragazzi hanno capito l’importanza della
melodia, sfoggiano si grande tecnica individuale palesando cambi di tempo e di
umore, ma sempre tenendo in considerazione la canzone, perché quello che in
definitiva deve restare alla fine dell’ascolto è almeno un qualcosa di
canticchiabile. Molti di voi già avranno pensato ai Dream Theater, ebbene si,
ci sono richiami ai maestri del genere Metal Prog, ma qui aleggia qualcosa di
differente, ossia l’innesto del Power Metal e del Gothic (in maniera minima).
“Altro esempio è “Alice In PsychoWonderland”. Momento toccante in “We Are
State” ed il gioco fra voce maschile e femminile è ben rodato e perfettamente
funzionale alla causa. “The Rovers” è più graffiante nella parte centrale del
brano anche se il giro di tastiere di accompagnamento fanno l’occhiolino al New
Progressive degli anni ’80. Da questo momento in poi gli Heavenblast alzano
l’asticella sotto tutti gli aspetti, sia compositivi che esecutivi, resto
colpito dalla fragilità dell’inizio di “Don’t Clean Up This Blood” che sfocia
in un anthem importante ed in un crescendo di potenza che virain altri lidi sonori in maniera repentina.
Prog Metal a tutti gli effetti. Lavoro davvero importante.
“Sinite
Parvuols Venire Da Me” è cantata in latino ed ha un fascino davvero assoluto,
ho ascoltato nel Prog i bravi fiorentini Deus Ex Machina, ma nel Metal Prog…Mi
mancava. Da sottolineare anche l’intervento vocale in growl. Avrete capito che
all’ascolto di “STAMINA” non ci si annoia, ed avete capito bene, la title track
prosegue il cammino creativo come uno schiacciasassi. L’opera concept si chiude
con “Canticle Of The Hermit”, degno sigillo e sunto dello stile Heavenblast.
Un
disco sorprendente, consigliato anche a coloro che storcono il naso quando
sentono parlare di Metal Progressive, perché qui c’è tanta carne al fuoco ma
messa in maniera precisa, nessuna confusione, nessuna formuletta che funziona
da ripetere all’infinito, solo tanta buona musica e ricerca emotiva. Non ci
crederete ma ora vado a premere di nuovo il tasto “play”. MS
Nel
leggere il nome di questo quartetto acustico di Udine la domanda sorge spontanea,
ma Blue Cash è un richiamo al grande Johnny Cash? La risposta all’ascolto della
musica è si, ma non soltanto il mitico Country Folk fuoriesce dalle note delle
canzoni, il materiale proposto è variegato come variegato è il bagaglio
culturale dei singoli componenti.
E
allora andiamo a conoscerli brevemente iniziando da Andrea Faidutti (chitarra e
voce), giovane chitarrista autodidatta che inizia a suonare lo strumento dall’età
di tredici anni. Suona con Galliano E I Pessimi, successivamente con la Induo
Band dedita alla scena Blues nel bolognese. A seguire Vertical Invaders del
batterista U.T. Gandhi,i
Diavoli Rossi di Claudio Cojaniz, e dal 2012 intraprende lo studio del sitar
con il maestro Saleem Kahn, a Lahore, Pakistan.
Alan
Malusà Magno (chitarra e voce), anche lui è un musicista autodidatta proveniente
dalla scena teatrale. E’ un attore diplomatosi alla Civica Accademia D'Arte
Drammatica Nico Pepe di Udine nel 1998-2001, a seguire altre compagnie. La sua
passione per il Jazz lo porta ad approfondire lo studio al conservatorio
Giuseppe Tartini di Trieste diplomandosi con il maestro Giovanni Maier nel
2011.
Marzio
Tomada (contrabbasso e voce) studia il basso sotto la guida di Paolo Viezzi.Attualmente
studia jazz (basso e contrabbasso) presso il conservatorio di Udine sotto la
guida di docenti di carattere internazionale. Nel tempo anche lui suona con differenti
gruppi che spaziano dal Pop al Rock, al Blues e al Jazz.
Andrea
Fontana (batteria) è anche lui un musicista autodidatta, vista anche la tenera
età (tre anni) con cui inizia a battere sulle pelli. La sua abilità con le
percussioni, invece, è frutto di sei anni di studi al Conservatorio di Trieste.
Collaboratore stretto di Tiziano Ferro, ha altri musicisti italiani nel
bagaglio musicale e poi Jazz, Hip Hop e Funky.
“When
She Will Come” è il loro album di debutto ed è formato da dodici brani che
spaziano dal Jazz al Blues, e poi Rock, Folk e Pop.
E
tutto è chiaro sin dalle prime note dell’armonica a bocca, provate voi a
restare fermi al suo ritmo frenetico e a non sentirvi in Arkansas o in
Tennessee con “The End”. Sempre ritmo sostenuto anche nella successiva “Junkie
Man”, canzone che scopre il limite umano, il nostro carattere e ci fa fare una
riflessione, capita a volte che siamo noi stessi il nostro nemico. Più
cadenzata “Do It For Nothing”, ma pur sempre allegra e solare. Il tempo sembra subire
un balzo all’indietro con “Stay With Me” negli anni ’60, ma solo nell’
apparenza perchè la musica dei Blue Cash è acustica, ma si avvale spesso di
effetti, distorsioni ed echi vari, rendendo il tutto più moderno ed intrigante.
Si estrapolano richiami anche a Beatles e a gruppi più “nervosi” quali Nirvana
o Blur. Strani connubi dunque, fra i quali ci aggiungerei Dylan, Bowie e Neil
Young, a dimostrazione del bagaglio culturale del quartetto.
Più
ragionata e sensibile “King Of Nothing” con un cantato in stile Caravan di “In
The Land Of Grey And Pink.”. Un caldo contrabbasso apre “Message To A Friend”
per far risalire il ritmo in un primordiale Rock’N’Roll a cavallo con il
Rockabilly, assolo di chitarra annesso (chi ha detto Stray Cats?). Giochi di
voci in “The Gift”, altro esempio d’ insieme dei concetti al momento esposti.
Si
va ancora più veloci in “Jenny Doin’The Rock”, il titolo dice tutto.
Impossibile resistere all’ascolto, come minimo vi ritroverete a muovere le
gambe inconsapevolmente. E qui esce fuori un notevole Bob Dylan. “When She Will
Come” è il brano che più ho apprezzato, per un insieme di fattori, il suo
incedere con cambi di ritmo, un tuffo nella psichedelia lisergica e un profumo
anni ’70 che quasi stordisce.
Il
disco si chiude con un ritmo alla Led Zeppelin e un Rock che la dice lunga
sulla qualità di questi musicisti, il brano strumentale si intitola “Maledetti
Cash”.
Questo
“When She Will Come” è il secondo album per il gruppo, dopo l’esordio dal
titolo “Blue Cash” e all’ascolto si denota un piccolo passo avanti verso il
Rock.
E’
un disco che consiglio caldamente, almeno per conoscere una musica che anche
oggi dimostra che con dovuti innesti al posto giusto si può suonare
tranquillamente senza sapere di stantio, portando
al raggiungimento di risultati emotivi notevoli. MS
Ne
è passata d’acqua sotto i ponti da quel disco d’esordio intitolato “Spirito
Libero” (JEEPSTER Music) del 1988, ma il legnanese Giuseppe Calini dopo ben diciassette
album in studio, ancora oggi resta radicato a quello che è il sound del suo
DNA: Il Rock. Impassibile e ligio alla sua frequenza, perché Calini sa che il
Rock oltre che musica è uno stile di vita. Non bisogna fare sforzi per esserlo,
o si è o non lo si è. A braccetto con il genere si sposa l’ironia dell’artista,
il quale di tanto in tanto viene palesata anche nelle proprie canzoni.
Quindi
Calini spirito libero lo è tuttora, con la sua Telecaster sempre a tracolla e
la voglia di sfornare nuovi riff polverosi come la strada che porta ad
Alabama.E così il viaggio sonoro
proposto in questo suo ultimo sforzo porta proprio il titolo di “Verso
L’Alabama”.
“Verso
L’Alabama” è anche il frutto di collaborazioni con musicisti di alta qualità
come Simone Sello (Vasco Rossi), Matt Laug (Slash, Guns N’ Roses), Leonardo De
Bernardini, Johnny Tad e al mix Mike Tacci (Metallica, Cheap Trick, Vasco
Rossi).
Ben
sedici i brani che compongono l’album e quasi tutti della durata media di
quattro minuti. Tanti i messaggi che scaturiscono dalle note, “Il Rock Degli
Anni ‘70” segna un Calini che non si schioda dal Rock degli anni ’70, uno stile
ed un modello che non tradisce mai. I riff sono di stampo classico e
funzionali, i brevi assolo di chitarra hanno racchiuso dentro il sunto del
genere, e a chi lo ama sicuramente all’ascolto si alzerà il pelo.
“Take
It Easy” oltre che un brano ampiamente ruffiano e simpatico è anche quello da
cui scaturisce un video promozionale che potrete visualizzare anche su
internet. Noterete l’ironia a cui facevo riferimento in precedenza. Richiami a
Vasco Rossi sono palesati in quasi tutti i brani. Non mancano le ballate Rock ,
“Una Lunga Strada Da Casa”, “Peter Pan” e “Quando Gira Male” dedicata ad un suo
Bulldog. Bello il giro di note scaturite dal pianoforte che accompagna la voce
di Calini. Molta allegria su “Il Sogno Non C’è”, il ritmo è contagioso e
trascinante. Ci sono momenti anche più ricercati come in “Tu Sei Qui”,
semiballata dall’assolo ficcante e “Io Sarò Con Te”. Ma la strada polverosa a
cui facevo riferimento in precedenza è quella di “Verso L’Alabama”, canzone di
Rock sudista, diretta e grezza.
Si
parla d’amore in “Marco E Marina” e mentre la chitarra traccia il suo ennesimo
assolo, si evince la passione totale dell’artista per il Rock.
Più
greve “Ho Finito Le Cartucce”, ruspante e ruvida dove la chitarra è il fucile
da caricare.
Sono
tutte canzoni dal forte impatto live, facili da cantare con l’artista e da
saltare sotto al palco, immaginate di farlo con “Un Altro Giorno perfetto”, Io
Sono Il Tuo Capitano”, “Rock’N’Roll” o “Sangue Nervoso”, tanto Vasco style,
questa volta anche nei testi.
“Verso
L’Alabama” è un disco maturo e incentrato sulla facile fruibilità dell’insieme,
ben confezionato e quindi di facile assimilazione, questo è quello che si esige
dal Rock, e quando gli ingredienti ci sono tutti al posto giusto, allora
lasciatevi travolgere dall’adrenalina e dalla voglia di vivere, Giuseppe Calini
lo sa. MS
Sentendo
nominare il nome Parco Lambro, gli appassionati di Progressive Rock già avranno
alzato le antenne interrogandosi se trattasi del mega festival concerto che si
teneva annualmente in quel di Milano negli anni ’70, oppure di altro. In questo
caso trattasi di altro, ossia di una band musicale di Bologna formatasi agli
inizi del 2014, ma il nome è servito all’uopo.
Infatti
il gruppo composto da Clarissa Durizzotto (sax contralto, clarinetto, voce),
Mirko Cisilino (tastiere, tromba, trombone), Giuseppe Calcagno (chitarra,
basso), Andrea “Cisa” Faidutti (chitarra, basso) e Alessandro Mansutti (batteria)
è dedito ad un sound rivolto con lo sguardo al passato Prog dalle tinte
Canterburyane ma anche ispirato dalle sonorità FreeJjazz, psichedeliche e
Noise.
Il
disco si aprecon il sax di Clarissa
Durizzotto sopra una ritmica frenetica nel brano “#5” e non è difficile
accostare il tutto ai Van Der Graaf Generator. Potenza e cambi di tempo, un
fraseggio di chitarra fa tornare la mente agli anni ’70, fra Psichedelia ed
improvvisazione, questo brano strumentale del suo mostra il forte carattere
della band.
Il
suono diventa mansueto in “Nord”, pezzo suddiviso in due parti, ma questo
soltanto all’inizio perché il crescendo è dietro l’angolo. E sono ancora i
fiati a rendere il tutto molto nervoso e d’impatto. Il fraseggio centrale del
brano si appoggia nuovamente alla Psichedelia, un trip di tastiere su di una
ritmica spezzata fanno del brano un volo da effettuare ad occhi chiusi.
L’assolo di chitarra elettrica è incastonato in una fase ulteriormente
crescente, un muro sonoro che farà la gioia degli estimatori del genere.
“Not
For You” è una mini suite di dodici minuti dove all’inizio si può ascoltare un
pacato giro di Jazz che inevitabilmente va alzandosi di volume ed intensità,
come stile Parco Lambro ci insegna.Ovviamente al proprio interno le fasi si susseguono mutandodi forma e contenuto, una musica instabile ma
che nel suo incedere ha un proprio ordine. Lontana la formula canzone, nessun
pezzo da fischiettare o da cantare (anche se qui la voce si fa presente), solo
fiumi di assolo che si sovrappongono in un intercalare sempre più elevato.
Segue
un'altra suite di un quarto d’ora dal titolo “Notturno” ed immaginate di
miscelare i Pink Floyd degli anni ’70 ai Van Der Graaf Generator. Il disco si
chiude con “Ibis”, pezzo suddiviso in due trance, “Parte I” e “Parte II”, e
nulla cambia da quanto detto.
La
musica dei Parco Lambro è questa, strumentale, legata all’ improvvisazione come
hanno saputo fare in passato gli Area o i Soft Machine. Di sicuro un percorso
mirato ad un pubblico di nicchia e preparato a certe forti emozioni. MS
Paolo
Catena è un artista puro nel movimento musicale italiano e non soltanto. Artista
perché contro tendenza da sempre, ligio solo alle sue regole, in barba ad ogni
tipo di logica di mercato e aperto ad ogni tipo di soluzione, mai decisamente
di moda. La sua indole lo staglia nel mondo musicale anni ’80, quando il genere
ed il vinile cavalcano i fasti del trionfo. Nel tempo si cuce addosso numerosi appellativi,
Mr.Cat , Paul Cat, P.C,The Cat, a
dimostrazione della ricerca continua di una musica che lo rappresenta soltanto
al momento. Questo suo essere “artista” lo porta verso un pubblico di nicchia,
un pubblico attento ed esigente, quello che dalla musica vuole sempre un
qualcosa in più. Ma non è solo un musicista, Paolo dipinge dal 1979, famosi i
suoi “Quadrimusicali”. Una ventina i dischi pubblicati sino ad ora,
prevalentemente di elettronica ambient sperimentale e strettamente legati alla
vibrazione della pittura astratta.
Il
progetto Translate sorge nel 2003,subito dopo la “morte
artistica” del suo vecchio personaggio, conosciuto ai più con uno pseudonimo
che non è nient’altro che la traduzione letterale del suo nome in inglese
(usato dal 1977 al 2003). Con l’ingresso di Lola Sprint nella vita dell’artista
nel 2005 vengono aggiunte a Translate le lettere P.C. e con questo nuovo
appellativo si produce il primo mini-cd “Lo-fi Lovers”. Il progetto resta nel
cuore di Lola Sprint la quale auspica una continuazione discografica di questa
realtà. Nel 2013 quindi esce un cd-r (per TRA BLA RECORDS) autoprodotto in sole
100 copie numerate, il materiale risulta buono, anche se la produzione sembra
più accostarlo ad un demo tape. Il disco tuttavia prende vita e nuova veste in
questo 2018, grazie all’incontro di Paolo Catena con Angelo Zermian, vecchio
amico e musicista avvenuto casualmente alla Fiera del Disco in quel di Pesaro
nel 2017. L’amore per le produzioni vintage ed il vinile accomunano i due portando
alla nascita dell’etichetta discografica esclusiva dal nome ZA PROJECT.
Fra
i master registrati in studio, la scelta ricade su “Inedits” del 2013, e
vengono stampati in edizione limitata e numerata a mano solo 500 copie di cui
le prime 100 in vinile trasparente e con all'interno una cartolina raffigurante
il quadro in copertina autografata da Paolo Catena. La stampa in cd contiene
invece un’opera pittorica inedita creata
appositamente dal musicista al fine di realizzare una nuova copertina.
La
versione in vinile ha un impatto visivo nettamente anni ‘80 con in copertina il
quadro intitolato “Four” e all’interno le foto di Catena con i suoi strumenti e
di Lola Sprint nello stesso studio.
Undici
le tracce sonore contenute, brani che riportano inesorabilmente l’ascoltatore
indietro nel tempo.
La
musica di P.C.Translate prende la mente, si innesta con psichedelia e Doom
Metal, un connubio importante per la gestione delle emozioni, un viaggio che
molto spesso rasenta l’onirico, anche se l’incubo è sempre dietro l’angolo.
Eppure tutto fuoriesce in maniera naturale, quasi da sembrare molto
semplicistico, ma così in realtà non è. La musica nasce spontanea dalle mani di
Catena e dalle corde della sua chitarra, sembra una improvvisazione che segue
un binario logico, quello dell’esperienza e del carattere. La chitarra a volte
sferzante e a tratti ficcante racconta storie nervose ed instabili.
Umore
nero nel lato A del vinile, ma anche puntate nel mondo progressivo come ad
esempio in “Heavy Clouds”, un ipnotico rapimento encefalico dettato da un
incedere senza risoluzione d’uscita. Chitarra elettrica più distorta in “Reason
Of Changes”, ambiente più consono al Catena artista, un bagno nella pece. In
questo mondo fatto di riff e di assolo sofferti, molto spesso ci si ritrova a ciondolare
con il capo ad occhi chiusi. Ma non sempre è la chitarra elettrica la
protagonista solista, ci sono casi come “Deep Sea (Of My Life)” in cui l’acustica
trasporta l’ascoltatore fra echi di voce e accordi semplici in un mondo
prettamente Pinkfloydiano. Spazio anche per il Rock in “Test Song”.
Il
lato B del vinile si apre con “Heart In Flame”, connubio di suoni che
potrebbero scaturire anche da un disco di musica Psichedelica di fine anni ’60,
oltre che dal Krautrock.
Ma
è “Poetry” il momento più importante del disco, ammaliante e sinuoso nell’intro
quanto greve e sporco nell’incedere. Sonoramente parlando un vero e proprio
macigno, qui fuoriesce il vero Paolo Catena, quello senza compromessi.
Frangente
più gioviale con la ritmata “Vicend Sirios” ed ecco venire allo scoperto anche
le tastiere. C’è ancora spazio per l’oscurità di “Surniacat” e per la ricerca
di “The End Of Love (In The World)”, vero e proprio grido lancinante all’umanità
intera. Brividi.
Questo
incontro fra Catena e Zermian fa ben sperare in un nuovo mondo sonoro, dettato
dall’amore per il vinile e per certi suoni che sembrano oramai incastonati in
un tempo passato, ma che in realtà possono essere sempre attuali. Disco da non
perdere per gli estimatori del genere e un gran benvenuto alla ZA Project, ci
voleva proprio. Di questo lavoro ovviamente esiste anche la versione in cd. MS
Il
Rock racconta storie e situazioni sociali del momento, il Rock è sudore,
passione, energia, il Rock muore presto, il Rock non muore mai, il Rock è un
pugno o un bacio, il Rock è parte di noi, il Rock si odia oppure si ama, Il
Rock è tutto ed il contrario di tutto.
Lo
seguo con passione da sempre, è parte della mia vita ed è un viatico in cui
rispecchio e conduco anche la mia personalità. Respiro Rock, non soltanto lo
ascolto. Questo è quello che capita anche a molti artisti che si gettano anima
e corpo in questo contesto, con tutte le caratteristiche qui sopra
descritte.Per chi suona ed incide i
risultati non sempre sono positivi, capita anche di creare un prodotto non
all’altezza delle volontà, altre volte si, tuttavia quello che resta
ineccepibile e non criticabile è la passione con cui l’artista crea, così la
sua sincerità. Ecco, si può dire che il Rock è sincero.
La
storia dei Desounder è quella di molte altre band italiane, a testimonianza che
il genere non morirà mai, i proseliti proseguono il loro cammino, la passione è
grande, così come la voglia di emanare energia.
I
Desounder si formano nel 2013 con il nome Rider’s Bone e partono come band live
fra cover e brani propri. Nel 2017 iniziano la collaborazione con la casa
Andromeda Relix di Gianni Della Cioppa e qui parte ufficialmente la storia dei
Desounder.
Dopo
cambi di line up il gruppo è formato da Eleonora Nory Mantovani (voce), Nicolò
La Torre(chitarra), Matteo Valle (basso)
e Martino Pighi (batteria), ideatore della band assieme a Eleonora.
Il
debutto in analisi dal titolo omonimo è formato da undici canzoni a partire da
“Reverse”, un intro sonoro che accompagna a “Man From The Moon”. Salta subito
in evidenza la bellezza della voce di Eleonora ed una struttura musicale non
scontata, con un mix di stili musicali che mostrano i differenti gusti dei
singoli componenti. Non esula un gran bel momento di Prog Rock con un breve uso
delle tastiere. Notevole il gusto per la melodia ed una particolare attenzione
al ritornello, oltre che all’uso delle coralità vocali. Nel disco si possono
anche ascoltare i fiati di Davide Teramano (sax), Ermanno Luise (tromba) e
Livio Marconi (Trombone), questo in “Dear John”, dal profumo jazzy. Ottimo il
lavoro della chitarra elettrica di Nicolò, questo lo si evince spesso, ma anche
della ritmica intera. Il cantato è in lingua inglese.
Le
doti vocali di Eleonora sono molteplici, ha estensione e capacità
interpretativa, una personalità importante che dona carattere ad ogni brano di
questo debutto, ascoltate anche“Pain”
per averne una chiara descrizione.
Rock
completo dunque sempre alla ricerca di nuovi innesti seppur sempre radicato
alle basi principali del genere. Non mancano neppure cambi di tempo all’interno
dello stesso brano, assolo brevi ma ficcanti, dello sguardo verso certo Metal,
quello anche caro ai Queensryche e anche a del malinconico Grunge. E non può
mancare neppure il momento più riflessivo, qui dal titolo “I Take My Time”.
Mid
tempo granitico in “Prisoner”, quel Rock che la chitarra elettrica evidenzia
come un polverone in una strada di breccia al passaggio di unaHarley-Davidson. Rock puro, ma anche
ricercato e non mi sfuggono nuovamente interventi dal mondo Prog, specie
nell’uso del tapping. La breve “The King’s Entrance” fa il primo piano alla
ruota e al piede del succitato motociclista, la chitarra in modalità country la
racconta tutta, e poi via per correre in “King Of Nothing”, altro momento in
perfetto stile Desounder. Un arpeggio di chitarra è la spina dorsale di“The Void Of Absence” e quando arriva la voce
di Eleonora, l’atmosfera diventa magica, specialmente nel crescendo sonoro.
Il
fantasma dei Soundgarden aleggia. Immediatamente adiacente sopraggiunge “Save
Our Souls” per poi chiudere l’album con “You Fall Again”, macigno Rock.
Debutto
ma dalle idee molto chiare, il quartetto esprime il messaggio Rock con diversi
punti di vista, un disco non scontato, gradevole, da ascoltare in ogni momento
della giornata e indipendentemente dallo stato umorale in cui ci si trova. MS
Parlare
di Andrea Torello in me fa tornare alla mente momenti di ottimo Prog italiano
anni ’90 quando i Quirsh ci regalavano lavori come “Sola Andata”, oppure i
Nightcloud cavalcavano pentagrammi di metallica memoria, progetti nei quali
figura sempre il nostro polistrumentista di Savona.
Andrea Torello con “Appunti Di Viaggio” intraprende la carriera solista, componendo
tutte le canzoni e suonando al suo interno moltissimi strumenti come il basso
elettrico, chitarra elettrica, tastiere, synth, batteria e anche voce. Nel
viaggio si coadiuva di musicisti che rispondono al nome di Simone Piccolini
(mellotron, synth, tastiere, piano e voci), Michele Torello (chitarra elettrica
in “Ninna Nanna”) e Luciano Giorda (chitarra elettrica in “L’origine Del
Mondo”).
Dieci
tracce che si aprono con l’immancabile “Intro”, sin da subito si estrapola il
messaggio di album intimista e riflessivo, con suoni sostenuti e spaziosi. Il
lavoro è legato brano per brano, da ascoltare e capire nella sua interezza, uno
strumentale che in trentasei minuti racchiude l’essenza di Torello uomo e
artista.
“Ed
E’ Quasi Per Caso” si lascia condurre dal basso elettrico il quale sciolina la
melodia aggraziata ed orecchiabile, impreziosita da piccoli interventi vocali.
Tutto molto semplice e diretto.
Tastiere
sono le protagoniste di “Risveglio”, altro momento riflessivo e marcatamente
Prog, come se le Orme dedicassero molto del proprio tempo ai passaggi più
melodiosi. Più solare “Solo Per Te”, ancora una volta dal sound caldo grazie al
lavoro del basso, paesaggi appaiono inevitabilmente avanti all’ascoltatore se
impegnato ad un ascolto con gli occhi chiusi.
La
musica esprime spesso grazia ed eleganza, come se avesse l’intenzione di non
disturbare, quasi sommessamente, ma attenzione, non proprio da sottofondo,
perché comunque il legame con l’emotività è davvero forte. Ascoltare “L’Origine
Del Mondo” per comprendere al meglio questo mio concetto.
Torna
il basso protagonista nella più breve “Te Lo Dico Così” con i suoi due minuti e
mezzo. Altro frangente in cui l’ascoltatore può sentirsi fluttuare a mezz’aria.
Suono sospeso, leggero anche in “Ninna Nanna”, vera e propria nenia dedicata
allo scopo e comunque elegante sia nella strutturache nell’esecuzione, in sunto una vera ninna
nanna Prog.
Fra
i momenti che più ho apprezzato nomino “Estate Di Sera”, vera fotografia di
momenti che riempiono il cuore e l’anima. Ricerca in “Melodia D’Autunno”, fra
elettronica e tastiere, mentre l’album si chiude con “Outro” e mi viene da
aggiungere giustamente.
La
musica di Torello è esaltata dalla ricerca del suono al quale l’autore tiene
molto, basta dire anche che per il concepimento di “Appunti Di Viaggio” sono
serviti ben due anni. Un delicato viaggio nell’interno del proprio io, se non
si ha paura di lasciarsi trasportare da certe emozioni che quando sono forti
potrebbero anche destabilizzare. Da ascoltare, non da sentire. MS
Gli
Oteme rilanciano, la creatura di Stefano Giannotti sorta nel 2010 dopo “Il
Giardino Disincantato” (2013) e “L’Agguato, L’Abbandono, Il Mutamento” (2015)
fa ritorno con “Il Corpo Nel Sogno”. L’Osservatorio delle Terre Emerse ad
assetto variabile riprende la sua ricerca nel mondo dei suoni, fra teatro
musicale, cantautorato, classica contemporanea ed Art Rock, per essere a tutti
gli effetti un laboratorio di linguaggi.
Stefano
Giannotti, voce, chitarra elettrica, organo Farfisa, elettronica, percussioni,
armonica oltre che compositore dei brani, questa volta si circonda di sette
artisti che rispondono al nome di Valeria Marzocchi (flauto, voce), Lorenzo Del
Pecchia (clarinetto, clarinetto basso), Maicol Pucci (tromba, flicorno), Marco
Fagioli (basso tuba, trombone, sifone), Emanuela Lari (piano, tastiere, voce), Valentina
Cinquini, (arpa, voce), Riccardo Ienna (percussioni) con la giunta delle voci
di Gabriele Stefani e Edgar Gomez e di Antonio Caggiano (Ars Ludi) al
vibrafono. Questo nutrito e variegato combo di musicisti chiarificano la
situazione a cui si va incontro, ossia ad un mondo musicale a tratti complesso
e comunque sempre attento alla melodia mai scontata. Con un artwork davvero
curato in forma cartonata ed un nutritissimo libretto ricco di foto e testi sia
in italiano che tradotti in lingua inglese, “Il Corpo Nel Sogno” è suddiviso in
dieci tracce.
Il
suono tende a strapazzare l’ascoltatore in una sorta di schiaffo o bacio,
sorprendendolo alle spalle con intrecci ricercati oppure con melodie suadenti e
calde. Il modus operandi è diventato oramai marchio di fabbrica per il gruppo,
il quale si esprime con testi che riguardano sia la società moderna che
frangenti di poesia.
“Rubidor#1”
canto scanzonato, percussioni, flash strumentali e voce femminile in
sovrapposizione. Canzone in stile Battisti/Panella, il disco si apre con questo
approccio per poi passare all’arpeggio intimistico della title track “Il Corpo
Nel Sogno”, nato in un giorno di forte mal di schiena. Le atmosfere sono
delicate e calde. La metrica lirica segue anche lei una ricerca non
convenzionale che potremo definire oramai in stile Oteme.
Strumenti
a fiato interagiscono fra di loro in una sequenza slegata eppure retta da un
filo logico in “Neglibor”, sogno popolato da figure inquietanti interpretate da
voce femminile e maschile. La musicaquasi da camera si allaccia a uno stilema Jazz dal sapore passato. La
breve “Blu Marrone” è uno strumentale con richiami a Stravinski che conduce a
“Sono Invisibile”, fra cantautorato e ricerca strutturale. Non sempre c’è
armonia nel suono, la voce fa contrasto con la musica e questo può
destabilizzare l’ascoltatore, la metrica come sempre è stravolta e quindi non
convenzionale. La musica non fa mai la voce grossa, piuttosto fa da compagna di
viaggio alle parole, sottolineandole con improvvisi acuti o interventi di
questo o quello strumento che può essere un fiato, una chitarra, una
percussione.
Anche
l’elettronica a disposizione del suono, come all’inizio di “Strippale”,
strumentale basato soprattutto sulla chitarra, oppure in “Un Paradiso Con Il
Mal Di Testa”.
Segue
un brano strumentale di ricerca dal titolo “Nascita Dei Fiori”, formato da tre
composizioni scritte rispettivamente nel 1989, 1996 e nel 2017. Qui la fantasia
non conosce ostacoli, la musica tende a fondersi con la natura e il paesaggio.
“Orfeo E Moira” si apre con percussioni cadenzate, senza acceleratore, un
momento di quiete impreziosito dalle coralità vocali per poi scorrere verso il
cantautorato sempre ovviamente in stile Oteme. Il disco si conclude ancora con
“Rubidor”, un altro fotogramma sonoro di quiete ed indubbia sensazione di
benessere, dal titolo “Rubidor#2”, per chi vi scrive il momento più importante
(musicalmente parlando) dell’intero lavoro.
Questo
è “Il Corpo Nerl Sogno”, consigliato a chi ha amato l’ultimo Battisti ma anche
a chi aggiunge alla musica un aspetto non convenzionale, fatto di studio e
ricerca. Nulla di scontato dunque, ma tanta voglia di comunicare cose nuove. MS
SAMBENE – Sentieri Partigiani (Tra
Marche e Memoria)
FonoBisanzio
Genere: Folk
Supporto: cd – 2018
Un
esordio discografico che definirei importante sotto molti punti di vista, fra
memoria storica, folk e passione. I marchigiani Sambene si formano nel 2015
all’interno dell’ArsLive Accademia dei cantautori di Recanati, fondata da Lucia
Brandoni (allieva di Roberto Leydi) nel 2012. Si formano per dare voce ad una
musica che oggi come oggi stenta a sopravvivere, ma che tuttavia riesce a far
ballare, pensare, ascoltare, ricordare e riflettere. Un genere che cavalca il sapere
del passato.
Questa
volta però prima di approfondire la recensione, mi sento di partire
dall’artwork, un lavoro immane e dettagliatissimo, con 15 pagine che descrivono
minuziosamente gli avvenimenti dei personaggi in memoria cantati dal gruppo
Sambene. Si, perché “Sentieri Partigiani (Tra Marche e Memoria)” racconta le gesta e appunto la memoria di chi ha donato
la vitaper la lotta partigiana del
territorio lungo i sentieri della resistenza. Fabriano, Tolentino, Urbisaglia,
Arcevia, Macerata, Ancona, le strade e le forze si uniscono per un lontano
periodo di lotte antifasciste ed i Sambene raccolgono dati per lasciare in vita
coloro che l’hanno donata per un ideale, perché si sa che si muore veramente soltanto
quando si è dimenticati.
Sambene
in sardo significa “sangue” e il sangue è vita, la musica è vita e quando
diventa viatico per narrare la società (di qualsiasi tempo essa sia), raggiunge
vette emotive davvero elevate. Per questo resto colpito da questo debutto
musicale, proprio per il forte impatto emotivo.
Tratto
dalla biografia della band: “Il gruppo ha cercato di affinare, ai suoi esordi, la
propria preparazione seguendo alcune lezioni con Riccardo Tesi e suonando in
vari live con Francesco Moneti dei Modena City Ramblers, con i Gang, dai quali
hanno, fra le altre cose, mutuato la passione per il combat folk e l’impegno
politico/civile e con Michele Gazich, divenuto produttore e violinista del
disco d’esordio dei Sambene, “Sentieri partigiani. Tra Marche e memoria”.
I
Sambene sono formati da Veronica Vivani (voce e tamburello), Roberta Sforza
(voce e cori), Marco
Sonaglia (voce, chitarra acustica e banjo) e Emanuele Storti (fisarmonica). I più afferrati di voi già avranno avuto modo di conoscere il
cantautore MarcoSonaglia, autore di due
cd molto gradevoli per contenuti e musica dal titolo “Il Pittore è l'Unico che
Sceglie i Suoi Colori” (2013) e “Il Vizio Di Vivere” (2015), se non li
conoscete ve li consiglio caldamente.
“Sentieri
Partigiani” è composto da undici tracce, ogni pezzo è una finestra su un
personaggio, ad iniziare da “Nunzia La Staffetta” di Tolentino. Il disco si
apre con il canto di un partigiano sopravvissuto e qualche brivido già scorre
sulla pelle. La musica composta da Sonaglia, Brandoni e Gazich ha il profumo
del cantautorato forte, quello degli anni ’70 radicato a Guccini, De Andrè, De
Gregori e molti altri del filone più acculturato del nostro Pop. Chitarre, voci
e violino danno risalto alle parole.
“Nenè
Acciaio”, partigiano della libertà, sottotenente nato a Marina Di Siracusa che
si ferma nelle Marche per combattere, altro tassello di vita, forza e coraggio.
“Sulla neve con gli sci sembrava un angelo”, questo il ricordo di Nunzia
Cavarischia di Acquacanina. La musica è sempre un Folk penetrante e nuovamente
esaltato dagli interventi del violino.
Fisarmonica
e violino aprono la storia di “Eraclio Cappannini”, prigioniero dei tedeschi.
Giochi di voce maschile e femminile si incastrano su tonalità differenti in
contemporanea ed hanno grande fascino e potere penetrante nell’ascolto. Nel
frattempo la lettera letta è quantomeno straziante. “Ruth E Augusto” è una
storia che si svolge nel maceratese, ed anche sotto la guerra nasce l’amore. A
Fabriano ci sono Elvio Pigliapoco e Ivan Silvestrini, caduti in una imboscata e
successivamente fucilati davanti alla cinta murale del cimitero di Santa Maria
e Marco canta le loro gesta con sentita enfasi. Ancora una volta il violino
lancia latrati di dolore.
“Achille
Barillati” al grido “Meglio la morte che il tradimento, Viva l’Italia Libera!”
lascia questo mondo con fierezza e ad occhi aperti. Tutto questo accade a
Muccia e lui è tenete di artiglieria.
Un
saltarello con fisarmonica apre il brano che narra le vicissitudini di Derna
Scandali” di Ancona. Un'altra storia, questa volta si va nel sociale, lei nel
suo impegno femminista è operaia e lotta per i diritti dei lavoratori ed è
anche nominata segretaria della cellula comunista di Agugliano. Un momento di
felicità in questo percorso sonoro.
“Erich,
Lo Straniero” è un'altra delle tante storie della guerra, un ferito è uguale ad
un altro, un uomo straniero in terra straniera non è straniero se lo guardi
negli occhi. Cantata dalla calda voce di Michele Gazich, la canzone mette alla
luce il lato più umano della sofferenza, da qualsiasi parte essa derivi. Erich
Klemera nasce a Bressanone e nel 1940 entra nella Wermacht del III Reich.
Inno
alla consapevolezza dei fatti è “Il Vento Della Memoria”, Piazza Fontana, Piazza
Loggia, e bombe di stato, così i Sambene gridano “La memoria è la mia libertà”.
Come
può chiudersi un disco del genere? Ma ovviamente con “Bella Ciao” cantata dalla
sezione femminile del gruppo. Nel disco in qualità di ospiti ci sono Sandro e
Marino Severini dei Gang. Trovare un difetto a questo lavoro non è semplice,
tuttavia a qualcuno potrebbe non piacere il fatto che non c’è la batteria.
Ricordo che siamo nel Folk.
In
definitiva i Sambene hanno fatto uno sforzo che va oltre la musica, quello
della ricerca e il dare voce a chi ha gridato per noi e che oggi non sentiamo
più perché siamo assordati dal futile e dal superfluo. Un popolo senza memoria
è un popolo che va verso la propria estinzione. Siamo storditi, lo avessero saputo questi
eroi… MS