I Miei Libri

I Miei Libri

domenica 16 luglio 2017

Trauma Forward

TRAUMA FORWARD – Scars
LM European Music
Genere: Strumentale- Sperimentale- Acustico
Supporto: cd – 2016



La musica ha differenti scopi nella vita societaria: divertire, fare compagnia, dare adrenalina, sfogare, far piangere, far ballare etc. etc. Limitativo relegare il tutto in un semplice contesto, le opzioni sono notevoli. Noi ci soffermiamo con i toscani Trauma Forward al lato sperimentale di essa, quello che tende a stupire, il più ardito, troppo spesso scevro di soddisfazioni per chi lo propone. Il nuovo o lo “strano” nella società di oggi “mordi e fuggi” non viene ben concepito.
I Trauma Forward nascono nel 2012 dalla mente dei polistrumentisti Davide Lucioli e Jacopo Bucciantini, a cui si uniscono in seguito Francesco Zuppello e Michael De Palma.
“Scars” è il primo album dei Trauma Forward ed è un concept suddiviso in dodici tracce dove l’argomento si aggira intorno all’uomo manichino, dove in esso ci si interroga su “Che cosa è dato conoscere di noi stessi?”. La copertina lascia presagire inganni, un quadro di tela ricoperto di vernice nera piena di squarci che trapelano un disegno bucolico che altro non è che un disegno stampato su carta da regalo, e dietro al cd è rappresentata l’intagliatura che mostra la rifrazione dei fiori falsi sul lato bianco della carta. Ma è l’intero libretto che accompagna il disco interessante nelle foto ed esaustivo nei messaggi. Musica e immagine, arte complementare che esalta all’ennesima potenza il proprio risultato.
La strumentazione adoperata durante il percorso sonoro è variegata (sintetizzatori, synth bass, synth pad, ecc.) proprio per rendere al massimo il risultato sperimentale.
Già dall’iniziale “Into The Labyrinth” ci si può accorgere di un tempo inusuale e un organo esplode il suo nero fervore in una sorta di musica da film horror che ben sposerebbe la causa Goblin. Molto Prog style il giro di chitarra.
Ricerca dell’ ”Io” nella malinconica “Red Shadow”, canzone suddivisa in fase musicale e recitata, dove una voce filtrata dona al tutto un velo particolare di tristezza assieme al pianoforte che fuoriesce da un grammofono. Arte e metafisica nell’impegnata “Sundown Living Puppet”, dedicata a quella di Giorgio De Chirico. Strumentalmente il brano si districa in maniera non consona pur mantenendo una linea melodica di facile memorizzazione. I Trauma Forward sono bravi a dare musica e farla apparire  gradevole pur destrutturandola in passaggi non sempre matematicamente giusti, qui risiede molto della loro sperimentazione e creatività. Le tastiere ed i sintetizzatori ricoprono un ruolo importante nella musica del gruppo, questo lo si può evincere anche dall’ascolto di “Cloud In A Bottle”.
Sovrapposizione dei stessi Synt in “Sometimes I Feel”, effetti vocali e giochi di melodie che si incrociano in tessuti armonici divergenti. Segue la più breve “Waiting’s Four Seasons”, riflessiva, e molto più Prog nel senso puro del termine. Al termine di questo frangente dolce, si giunge alla title track “Scars”, pezzo più duro con distorsioni Heavy Metal e attimi di musicalità gradevole in una sorta di staffetta destabilizzante. Giochi di chitarra ispanica in “Sense Of Consciousness” dove tuttavia scaturisce una sorta di dolore che sembra essere il filo conduttore di questo progetto sperimentale.
Sfoggio di elettronica in “Foggy Hills”, mentre il genesiano titolo “Behind The Line” riporta ai giochi con la voce e a un sound più duro, dove il piano comunque ricopre un ruolo importante. Ritmi non regolari nell’elettronica “Rusty Piece Of Mind” la quale ha il dono di una melodia di facile assimilazione. Chiude  fra dissonanze e richiami al Giappone e Cina “Woman With Parasol” questo album che di certo non passerà inosservato fra gli usufruitori della sperimentazione. La musica proposta è tridimensionale, onirica e labirintica, necessita di un ascolto attento e presente, tuttavia anche ricca di belle sonorità e soluzioni. Complimenti per l’esordio. MS

Mother Nature

MOTHER NATURE – Double Deal
Andromeda Relix
Genere: Hard Blues
Supporto: cd – 2017


Italia, Taranto, 1993, Hard Blues e tanta passione. Questi dati riconducono alla fondazione del quartetto composto oggi da Francesco Amati (batteria), Francesco Candelli (basso, voce), Luca Nappo (chitarra, voce) e Wlady Rizzi (voce, chitarra, armonica). Iniziano il percorso musicale proponendo cover di artisti quali Hendrix, Led Zeppelin, Lynyrd Skynyrd, questo per far comprendere di cosa è composto il loro DNA. Fra demo, concorsi, dischi (“Skin” nel 1998) e numerose date live negli anni, i Mother Nature plasmano la propria essenza fino a renderla granitica e personale, ma non mancano le lacrime, nel 2003 c’è un lungo stop fino alla reunion del 2010. Vita longeva e comunque turbolenta, per arrivare ai nostri giorni, con l’attenta Andromeda Relix che li iscrive nella propria scuderia. Il risultato si intitola “Double Deal”, composto da dieci canzoni.
Con incedere Zeppeliano (“Black Dog” docet), l’album si apre in tutta la sua gioiosità grazie al  brano “Spit My Soul”, sicuramente da cantare e ballare assieme a loro in sede live. Trascinante e convincente nelle melodie, con brevi assolo di chitarra messi li al momento giusto e le vibrazioni giuste. Il ritmo sale in “Magnet Girl”, e quando si parla di donne e del loro magnetismo, il ritmo non può solo che essere sostenuto. La voce è sempre gradevole, mai imposta o con il passo più lungo della gamba, semplicemente al servizio della canzone. Massiccia “Haze”, stradaiola e polverosa, da moto ed aria in faccia. I più attenti di voi noteranno richiami agli Aerosmith, poi con un ritornello così… E ancora Rock On con “Pearl”, di certo non semplice ricercare sempre riff e ritornelli nuovi, ma il genere in definitiva non lo richiede neppure, anche perché il Blues è alla base secolare di tutto l’apparato Rock a seguire…E non solo, per cui becchiamoci questa ennesima botta di vita. Ritengo a gusto personale “Everything Will Follow” uno dei momenti più alti del disco, sia per la ricercatezza della struttura mutevole, che dei giochi vocali fra vocoder e clear. Inutile sottolineare la fruibilità del ritornello in quanto questo fatto si ripete in ogni canzone.
E raggiungiamo il momento spezza ascolto con “Ask Yourself”, ballata che ci sta in tutto e per tutto. E si giunge alla title track, pregna di storia, il sunto del Blues e di ciò che gli gira attorno, a dimostrazione che non serve strafare per emozionare, ma mettere le poche note al punto giusto, senza dimenticare il famoso ritornello. Torna l’Hard in “New Way”, così la voglia di cantare. “Does It Suit You?” espone una struttura nuovamente giocosa fra voce e chitarra, altro frangente di rilievo. Il brano più lungo dell’album è proprio il conclusivo, con i suoi cinque minuti ed il titolo “ Boy, We Gotta Handle This”. Il disco si apre con richiami Led Zeppelin e si chiude con i stessi, il cerchio è chiuso.
Il tempo è volato, restano in mente dei ritornelli e alcuni riff, ma anche la voglia di ripremere il tasto “play”. Può essere una buona colonna sonora per molte delle vostre giornate, magari anche da compagnia durante un lungo viaggio.

I Mother Nature non strafanno, si divertono e si sa, il divertimento è contagioso. MS 

Vetriolica

VETRIOLICA – Dichiarazione D’Odio
Andromeda Relix
Genere: Heavy Metal
Supporto: cd – 2017



“Roboante”, basterebbe questo aggettivo per descrivere il sound del quartetto Vetriolica di Verona formatosi nei primi anni ’90, ma forse anche no! Infatti gli aggettivi sono spesso sunto di considerazioni prettamente personali, molti di voi magari ne attribuirebbero ben altri. E comunque su una cosa si converge senza ombra di dubbio, i veronesi Vetriolica hanno un sound possente e spargono energia in ogni dove.
Oggi sono composti da Henry Ford (chitarra, voce), Jack Tusk (basso), Hubert Fast (batteria) e Marious Kalash (voce, chitarra). Allora  registrano due demo, “Vetriolica” e “Bambini Epilettici”, raccogliendo consensi dalla critica di settore, fino ad incrociare la strada con il maestro del Metal, del Doom e della Psichedelia, il nostro Paolo Catena, negli anni passati più noto come Paul Chain (Death SS). Dietro la sua produzione pubblicano per Toast Records l’album “Ferocia”.
Ed eccoli oggi ritornare più arrabbiati che mai con “Dichiarazione D’Odio”, anticipato dal videoclip “Senza Appello”. Il disco è suddiviso in dieci tracce e si presenta in confezione cartonata.
Il suono lancinante e penetrante prende spunto dal Metal di numerose band del settore come Sepultura, Slayer, Gojira e non scende a compromesso alcuno, badando dritto per il binario della perforazione acustica.  Il cantato è in lingua italiana, gutturale e fermamente arrabbiato, così come il suono delle chitarre sin dall’iniziale “Melma”. La sezione ritmica ricopre necessariamente un ruolo di fondamentale importanza per il sound della band.
Nel brano “Vetriolica” si trova come special guest Petrus Filippi, un profondo incedere oscuro di arpeggio di chitarra accompagna in questo sentiero malefico, pesante e granitico. Qui il sound della band si presenta  in tutto il proprio essere. La musica dei Vetriolica non è ricca di assolo o di tecnicismi particolari, bensì di sostanza e di testi importanti dove l’esortazione per il sociale e gli inviti ad aprire i propri occhi su certi avvenimenti la fanno da padrona.
“Exxon Valdez” con i suoi sei minuti è il brano più ampio e ricercato e si continua a non correre su ritmiche improponibili, bensì su passi cadenzati e pesanti come quelli di Godzilla! Le ritmiche sono perfette in brani come “V.A.P”, operaie e allo stesso tempo padrone.
L’album è costantemente incentrato su queste prerogative. Si conclude con una sorpresa in “Discesa Agli Inferi (Fuga Dalla Galera) che lascio a voi scoprire.
“Dichiarazione D’Odio” è una valvola di sfogo, un album che ti sfonda lo stomaco e la mente, un grido al “Non ci sto”, un manipolo di musicisti che sanno il fatto loro e lo sanno anche raccontare. MS


domenica 9 luglio 2017

SKYLIVE ROCK '70 a "Revaivol '70"

La band SKYLINE e il critico MASSIMO "Max" SALARI dal vivo a Fabriano, in Piazza del comune, il giorno SABATO 15 LUGLIO alle ore 19.00, vi racconteranno e vi faranno ascoltare live, la storia del Rock anni '70.


In piazza ci sarà anche lo STREET FOOD
Mangiare ed ascoltare Rock!

(Da sinistra: Marco Bolognini, Gianluca Bellucci, Max Salari, Luca Poeta, Laura Quaresima, Sara Grandoni, Matteo Bucefalo)

SKYLINE: 
Gianluca Bellucci (Tastiere, Voce), Luca Poeta (Batteria), Matteo Bucefalo (Basso, Voce, Cori), Marco Bolognini (Chitarra), Laura Quaresima (Voce, Cori), Sara Grandoni (Voce, Cori).

Soul Secret

SOUL SECRET – Babel
Pride & Joy Music
Distribuzione: Come Back Media
Genere: Progressive Metal
Supporto: cd – 2017


A due anni da “4”, tornano negli scaffali dei dischi e nei store multimediali specializzati i napoletani Soul Secret con il loro pindarico Metal Progressive. Dopo il crescendo qualitativo presentato negli anni a partire dal 2008, “Babel” lascia presagire ulteriore carne al fuoco nei dieci brani che lo compongono. La band è dunque cresciuta non solo agli occhi degli addetti ai lavori e della critica, ma anche in quelli del pubblico, tanto che il disco sarà presentato in anteprima live in Germania al Night Of The Prog Festival” in apertura del concerto di Mike Portnoy. L’interesse attorno al quintetto formato da Claudio Casaburi (basso), Luca Di Gennaro (tastiere), Lino Di Pietrantonio (voce), Antonio Mocerino (batteria) e Antonio Vittozzi (chitarra) è dunque accresciuto ed è in fase di consolidazione.
“Babel” è un concept incentrato su temi importanti quali l’amore e la religione, mentre l’artwork realizzato da Thomas Ewerhard ne è l’involucro davvero intrigante ed esaustivo con testi e foto stagliati in ambienti cosmici.
La prima cosa che si denota all’ascolto è una produzione decisamente buona, il “Prologo” narrato da Mark Manning” lo evidenzia. Alla voce come ospiti troviamo Andy Kowowski nei panni del personaggio Sam, Niabi Manning in Adriel e Dorsey Jackson in LogOS.
I Soul Secret badano molto alla sostanza sin da “What We’re All About”, un Metal Prog interpretato vocalmente in maniera impeccabile su una composizione intramezzata se pur brevemente, da ottimi assolo strumentali e tanta melodia orecchiabile, non solo Dream Theater come si potrebbe ipotizzare. La sezione ritmica si ritrova e si coadiuva che è un piacere mentre le tastiere di Luca Di Gennaro sono il collante fra gli strumenti, non solo tappeto sonoro. La chitarra di Vittozzi è graffiante  quando vuole esserlo, così come delicata, “A Shadow On The Surface” ne è esempio e il tono si alza ulteriormente nella successiva “Will They?”. Frangente pacato suggellato dalle tastiere pianistiche e dalla voce, in “LogOS”, sensazioni ariose in crescendo che fanno da intro a “Awakened By The Light”. Il brano si apre con coralità ricercate e d’effetto per poi lanciarsi in una scorribanda sonora contenente tanto Prog. Qui i Soul Secret giocano in casa.
“Entering The City Of Gods” è una mini suite di dieci minuti, la prima del disco, in quanto la conclusiva “In The Hardest Of Times”  ha la durata di quasi quindici minuti. Ebbene in essa si celano richiami Dream Theater e indagine sonora, fra ritmiche ricercate ed inserimenti elettronici delle tastiere. Tornano i supporti corali e una prova vocale notevole, sopra strutture melodiche solari e gradevoli, specie nell’assolo della chitarra, emozionante e tecnico (chi ha detto Pink Floyd?). Uno dei momenti più belli a parere di chi vi scrive. Un intro oscuro di chitarra classica e piano in stile Opeth, apre “The Cuckoo’s Nest”, brano che poi si articola come i Soul Secret ci hanno abituati sino ad ora, tuttavia più Prog che Metal.
Un dolce piano inizia “Newton’s Law”, quasi un apertura alla Spock’s Beard e Genesis, una canzone che si modella in corso d’opera, fra bacio e schiaffo.
Ed infine la citata suite finale, degno suggello per un album clamoroso per emotività e cura dei particolari.

Vi dico senza il minimo dubbio che se un prodotto del genere fosse stato realizzato da una band straniera, ora molti critici avrebbero gridato al miracolo. Noi italiani siamo davvero bravi con il Metal Prog, gridiamolo con orgoglio ed i Soul Secret sono fra le alte vette, guai perderseli. MS

Karibow

KARIBOW – From Here To The Impossible
Progressive Promotion Records
Distribuzione italiana: GT Music
Genere: New Prog / AOR
Support: CD – 2017


Sicuramente per i tedeschi Karibow questo è un periodo di grande ispirazione. Ancora con l’adrenalina in corpo datami dall’ascolto del precedente doppio cd “Holophinium”, mi ritrovo in mano a meno di un anno di distanza questi ulteriori settantadue minuti di New Prog. La copertina diFrom Here To The Impossible” rappresenta scenari catastrofici, anche se il verde e degli uccelli in volo, lasciano presagire uno spiraglio di speranza. Un  messaggio di sfida, da qui verso l’impossibile, ce la possiamo fare. Ancora una volta il ricco libretto di venti pagine che accompagna il supporto ottico è ricco di descrizioni, testi e foto spettacolari con scenari naturalistici. Sempre un piacere comperare un prodotto completo sotto tutti i suoi aspetti, produzione sonora compresa, davvero curata e sopra la media del periodo.
Il cast che si accinge a suonare questa ennesima opera New Prog è di qualità, come nel suo predecessore, Jim Gilmour (Saga) alle tastiere, Mark Trueack (UPF, Unitopia) alla voce, Monique Van Der Kolk (Harvest) alla voce, Sean Timms (Southern Empire, Unitopia) alle tastiere, Marek Arnold (Seven Steps To The Green Door, Toxic Smile, UPF, Cyril, Damanek) al sax, organo e piano, Daniel Lopresto (Clearway, Southern Empire) alla voce e ovviamente  il leader compositore Oliver Rusing (voce, tastiere, chitarra, basso e batteria).
Il lungo viaggio è suddiviso in cinque parti, per un totale di undici canzoni.
La prima parte è suddivisa in due brani, “Here” e “My Time Of Your Life”, tanto da scaturirne una mini suite di quattordici minuti. Si sprigiona energia sin dalle prime note, AOR al confine del New Prog, dove Rusing predilige i cambi di ritmo come si conviene al genere in questione. Il ritornello è ad alta digeribilità e ad alcuni di voi potrebbero venire alla mente gli inglesi Arena di Clive Nolan. Di personalità “My Time Of Your Life”, con un mid tempo che accompagna l’ascolto impreziosito da assolo di chitarra, e quando il gioco si fa duro subentrano anche i controtempi.
La seconda parte si apre con “Passion”, voce narrante e scariche elettriche con Rock di classe. A seguire “Never Last”, dove un arpeggio di chitarra narra una ballata dolce e toccante. Delizioso l’assolo di sax. Qui la produzione sonora si esalta nella cura dei particolari, un piacere all’ascolto. La terza parte sottotitolata “Mercury Hearts” è suddivisa in quattro brani per una durata di diciannove minuti, ad iniziare dalla massiccia “Lost Peace”. La voce di Monique Van Der Kolk duetta con la voce maschile ed il connubio come molto spesso accade in questi casi, funziona. Effetti e chitarre elettriche completano l’opera. Una menzione a parte per i due minuti orchestrali di “Requiem”, chiusi con il piano. La suite si conclude con l’ariosa “Inside You”, potenziale brano singolo per la propria tendenza al Pop. La quarta parte si intitola “Of Inner Beauty” e qui Karibow alza la voce tendendo in brevi frangenti persino verso il Prog Metal di stampo Dream Theater. Un vero momento Prog Rock invece lo si incontra in “Black Air”. Si chiude con la quinta parte dal titolo “In Sight” formata da una sola canzone, “The Impossible”. Questo è il sunto del sound Karibow.

Il disco funziona soprattutto per le melodie, non solo da ascoltare, ma anche da cantare, un buon mix di generi che restituiscono al Prog Rock una fetta di pubblico nuovo, non solamente i duri e puri del caso, ma anche coloro che amano il Power e appunto l’AOR. Tanta energia pulita, un disco curato che vi consiglio di avere nella vostra collezione. MS

martedì 13 giugno 2017

Grandval

GRANDVAL – A Ciel Ouvert…
Autoproduzione
Distribuzione: G.T. Music Distribution
Genere: Crossover Prog
Supporto: cd – 2016





Grandval è un nome al quale si possono attribuire diverse modalità, ad esempio è quello di due paesaggi nella Francia,  Auvergne (uno a Cantal, l'altro a Puy-de-Dôme), oppure il nome di un personaggio della resistenza nella seconda guerra mondiale, oppure semplicemente un gioco di parole usando il nome del lupo "alfa" alla testa del branco, ma quello che musicalmente interessa a noi è che è il nome di un polistrumentista francese dedito a Crossover Prog. Il genere è formato da differenti innesti, per l’appunto si tratta di Progressive, tuttavia  la formula canzone è altamente valorizzata, generalmente vengono evitate logorroiche suite ed  in esso possono convivere generi come la Psichedelia, il Prog Rock, il Jazz e molti altri ancora.
“A Ciel Ouvert ...” parla della natura, degli animali (in particolare dei lupi), della guerra, della follia, dell’amore e delle difficoltà della vita, molte argomentazioni e mai banali. Essendo Grandval francese, nella sua musica si possono estrapolare influenze di gruppi come Ange, Atoll, Lazuli, Mona Lisa, Naos e Nemo su tutti. Fra gli anni ’80 e ’90 il polistrumentista (voce, basso, chitarre acustiche ed elettriche, tastiere, cori, programmazione) ha suonato in differenti gruppi: Keops, Fragile, Taliesyn, Fracture e Street Rats. In questo progetto si coadiuva di musicisti come Steph Honde (chitarre elettriche), Jean-Pierre Louveton (chitarre elettriche), Martial Semonsut (batteria e percussioni), Kevin Serra (chitarre elettriche) e Colin Tench (chitarre elettriche).
L’album è composto da otto tracce, tutte di media  e lunga durata.
Apre “Crevé Les Nuages”, una canzone che punta sulla coralità sostenuta del ritornello e dai lineamenti solari. Il refrain centrale cambia di umore e di ritmo, mirando il tiro appositamente nel Progressive Rock.  “Entendre Les Engoulevents” ha un giro di basso iniziale che ben si incastona con l’intervento delle tastiere, la musica non aggredisce, ma accompagna, prende per mano l’ascoltatore in un giro di benefico relax. Le chitarre si fanno più evidenti e le melodie sono di facili assimilazione. Buono l’uso delle voci che si scontrano a cappella.
La title track è vigorosa, fra chitarra distorta (anche se di poco) e ritmo più presente, per poi passare ad un cantato serafico pur sempre mantenendo la strada intrapresa. Per chi vi scrive uno dei momenti più interessanti dell’intero lavoro, anche perché amo molto gli assolo di chitarra pieni di pathos. La musica di Grandval è ricca di personalità, difficilmente riconducibile ad un modello esplicito e persino a band precise, l’artista ed autore  mostra una cultura notevole ma anche di averla saputa rielaborare a suo modello. Un esempio ne è “Maîtresse éternelle”. Ricerca senza forzature, musica che si lascia ascoltare con piacere.
Il brano più lungo dell’album con i suoi otto minuti si intitola “Aktion T” e qui qualcosa dei King Crimson traspare, così fa capolino una chitarra di Pinkfloydiana memoria e Psichedelia. Davvero una piccola perla. “Jongleur Des 4 Vents” gioca con il pentagramma, fra sperimentazione e giuste melodie, ancora una volta amplificate da giusti assolo di chitarra elettrica. Si apre in acustico “Commento Les Loups Changent Les Rivières” e per chi li dovesse conoscere dico che ci coinvivono sfumature riconducibili agli americani Lands End. Chiude la più breve “Au De Là De Ce Grand Val”.

In sintesi questo disco di Grandval lascia comunque un segno tangibile nell’animo, di sicuro mai prolisso perché il tempo nell’ascolto…è volato, la dice lunga. MS

domenica 11 giugno 2017

Monnalisa

MONNALISA – In Principio
Andromeda Relix
Distribuzione: GT Music
Genere: Hard Prog / Metal Prog
Supporto: cd – 2017


Il sunto fra Hard Rock e Progressive Rock è una scorciatoia per arrivare alle forti emozioni che scaturiscono dalla musica. Il perché è semplice da dire, non necessariamente servono sempre lunghe suite per fare Prog e neppure delle distorsioni estreme per fare dell’Hard Rock  un genere da amare, un equilibrio giusto porta al risultato in breve tempo. Noi in Italia abbiamo diversi rappresentanti sul genere, tuttavia sempre relegato ad un pubblico di nicchia, il quale però dimostra di naufragare dolcemente in quel mare.
Il gruppo veronese Monnalisa si forma alla fine del 2009 con il nome di Monnalisa Smile e dopo cambi di line up, nel 2013 si stabilizza in Monnalisa con i seguenti musicisti: Manuele Pavoni (Basso), Edoardo Pavoni (Batteria), Filippo Romeo (Chitarra) e Giovanni Olivieri (Voce, Tastiera). La musica a cui si ispirano varia dai  Porcupine Tree, Opeth, Rush, Dream Theater ai Queen, Led Zepplin, Deep Purple etc. etc. Si fanno le ossa in sede live e vincono anche il “Tregnago Rock Contest 2015”, premio che permette loro l’anno successivo di aprire il concerto di Pino Scotto.
Il disco è formato da sette tracce, mentre l’accurato artwork è dello stesso Edoardo Pavoni. L’immagine di copertina è affidata a Maddalena Pastore Falghera e la foto interna è di Mario Piemontese. La scelta del cantato è in lingua italiana.
Sin dall’iniziale “Specchio” si denota la cura della formula canzone, l’attenzione per le melodie supportate maestosamente dalle tastiere. Aleggia un profumo di anni ’70 che farà il piacere dei fans di band come Biglietto Per L’Inferno e simili, perché quello che si ascolta in definitiva è Hard Prog. La tecnica dimostrata è buona e mai asfissiante, proprio come già detto per lasciare spazio alle giuste melodie relegate alla formula canzone.

Un giro di basso apre “Il Segreto Dell’Alchimista”, canzone energica e attenta ai passaggi tecnico strumentali che lasciano spazio al cantato vigoroso di Giovanni Olivieri. In questo pezzo si è al limite fra Hard Prog e Metal Prog e si resta incantati dai giri di tastiere per lasciare spazio ad un buon assolo di chitarra. La più breve “Catene Invisibili” mostra la band rodata e difficilmente si resta indifferenti dinanzi al tiro del brano, vi troverete a battere il ritmo a vostra insaputa. Il Prog Rock più vicino al valore del suo termine si approccia in “Infinite Possibilità”, canzone di sette minuti ricca di cambi umorali. Molto gradita dal sottoscritto la strumentale “Oltre”, altra vetrina per le capacità tecniche della band, dove le tastiere ancora una volta accompagnano l’incedere del brano in maniera impeccabile, non nascondo che a tratti mi sono venute in mente le storiche Orme. La chitarra si esibisce in un assolo che di certo non può lasciare indifferenti, mentre la ritmica funziona precisa e senza sbavature. Per i più accorti di voi, noterete il ritmico battito delle mani alla Porcupine Tree. Segue la canzone più lunga dell’album, “Viaggio Di Un Sognatore”, basso iniziale alla Tool e via verso un percorso fra Prog e Metal. Si chiude con “Ricordi”, un brano più sognante, ancora una volta vicino a certi passaggi dei Porcupine Tree per poi passare anche in ambito New Prog, tuttavia la band resta di personalità, e questo è un fatto sia inopinabile che positivo perché dimostra ancora una volta che in Italia abbiamo nuove leve che portano avanti con grande personalità la musica Hard Prog. Complimenti anche all’Andromeda Relix, altra casa discografica molto attenta a questi nuovi fenomeni musicali, ora resta solo a noi saper supportare la nostra buona musica. Bravi Monnalisa. MS

Antonio Giorgio

ANTONIO GIORGIO – Golden Metal: The Quest For The Inner Glory
Andromeda Relix
Distribuzione: GT Music
Genere: Symphonic Power Metal
Supporto: cd – 2017


Antonio Giorgio è un giovane cantante campano, e anche compositore. La passione per il Metal, le tematiche epiche, l’AOR, ed il Progressive Rock, lo portano a concepire un album d’ esordio decisamente ambizioso e dalle forti emozioni. Non spaventi tutto questo insieme di generi, non ne scaturisce un polpettone pesante, bensì un viaggio sonoro denominato dallo stesso artista “Golden Metal”. Giorgio si fa accompagnare in questo lavoro da musicisti provenienti dal modenese con membri delle band Fogalord, Blue Rose e Astral Domine.
L’artwork cartonato e ben realizzato dal grafico e musicista Jahn Carlini dei Great Master, indirizza l’acquirente sulla caratteristica della musica che si va ad approcciare, gli amanti di Virgin Steele,   Kamelot, Angra e Royal Hunt hanno quindi di che godere. La confezione contiene anche un libretto esaustivo nei confronti dei testi scritti da Giorgio stesso e cantati in lingua inglese.
Ci attendono dodici tracce di Symphonic Power Metal raffinato anni ’90 e ’00’ con sprazzi di Prog e molto altro ad iniziare dalla title track “Golden Metal”. Chitarra subito in evidenza ed enfasi già nell’aria, un breve intro per partire immediatamente. Il ritornello ricorda quello di band Metal storiche relegate agli anni ’80 ed è un piacere da cantare a squarciagola. Un arpeggio di chitarra inizia “Lost & Lonely”, inevitabile l’accostamento con i Queensryche più intimisti, grazie anche all’uso della voce di Giorgio. In “The Vision” sono le tastiere dell’organo ad approcciare con maestosità il brano, il quale si articola nel suo procedere in differenti punti del Metal e del sinfonico. Appena quaranta secondi di quiete in un frangente intimo dal titolo “The Calling” che accompagna l’ascolto a “The Voice Of the Prophet Beyond Heaven & Hell ”, per capire che c’è molta carne al fuoco, sicuramente uno dei momenti più alti del disco.
L’Antonio Giorgio più muscoloso esce in “Luminous Demons” anche se la melodia è sempre trattata con rispetto. Si frequentano ambienti sognanti all’inizio di “Keeper Of Truth”, per poi tornare al Metal Gold classico al quale oramai siamo avvezzi. “The Reaper” è un altro dei brani che prediligo, più cadenzato e funereo vista anche la tematica delle liriche, infatti il titolo suggerisce. Segue “Forever We Are One”, e come in un film all’ascolto del brano scorrono nella nostra fantasia immagini fra l’epico e l’onirico. E’ poi la volta della suite “Et In Arcadia Ego” suddivisa in tre momenti. Qui Giorgio mette in mostra tutte le caratteristiche di compositore, relegando l’ascoltatore a spettatore, questo quando la musica dice più di mille parole ed immagini.
Questa lunga cavalcata sonora si chiude con “Alone Again”, canzone tendente alla ballata. Un disco che sicuramente va consigliato a tutti gli amanti di queste tematiche, ma anche a chi per la prima volta si vuole approcciare ad un certo tipo di Metal.
Esiste anche una versione digitale del disco dal nome “Golden Deluxe Edition”, con il cd regolare contenente due bonus track, un intero cd bonus, con ben 12 cover personalizzate di giganti del Metal come Black Sabbath, Queensryche, Dream Theater,Kamelot, Virgin Steele, Bruce Dickinson e Conception ed altre due bonus track scritte da Antonio Giorgio per un totale di 28 brani per quasi 160 minuti!
Che dire, lasciamoci caricare da questa devastante energia! MS


Thunder Godzilla

THUNDER GODZILLA – Thunder Godzilla
Andromeda Relix
Distribuzione: GT music
Genere: Stoner Rock
Supporto: cd – 2017



Troppo spesso si è letto in molte parti, giudizi riguardo al Rock del tipo: “Il Rock è morto”. No, non è così e mai lo sarà, il Rock muta con gli eventi che ci circondano in quanto viatico di protesta dei momenti in cui viviamo. Siamo solo noi relegati ai ricordi, agli avvenimenti piacevoli, che ci incatenano ad un periodo passato, pensando che il mondo musicale fosse finito li e non accettiamo il suo mutare. No, non morirà mai, volenti o nolenti noi. La musica ci comunica emozione, ci unisce, ci parla di noi ed ecco quindi nascere in continuazione attorno ad essa nuove band che credono in questo supporto, io aggiungerei “per fortuna”.
Non esulano da questo ambito i padovani Thunder Godzilla, che si compongono nel recente 2014. Il sound proposto è adrenalinico, fra Stoner, Acid Rock e Psichedelia. La band si esibisce in numerose date live, le quali portano la rodatura a livelli più che ottimali. Oltre sessanta i concerti dal vivo, tanto per far capire come sono oliati i meccanismi interni. Le influenze maggiori dei Thunder Godzilla arrivano da gruppi come Kyuss, Black Sabbath, Sleep, Karma To Burn e molti altri dell’ambito.
Sono un trio composto da Jonny alla batteria, Espo alla chitarra e Marco al basso e voce ed esordiscono con questo album dal titolo omonimo formato da 11 brani per una durata collettiva di 46 minuti di musica.
Si comincia in un ambiente sonoro apocalittico, fra pioggia, oscurità distruzione e spari, il mitologico mostro Godzilla è a suo agio, così il sound della band, crudo e ruvido. “Tokyo Avenger” è degno inizio del disco.
Lo Stoner Rock è questo elettricità a volume alto, entra dentro e sbudella, sporco e rabbioso, con il suo caracollante incedere a volte Doom. Ascoltate “Lie To Me” e ne avrete sunto. D'altronde  Godzilla non corre, avanza lentamente e distrugge dove passa, proprio come il sound della band. Sale il ritmo con “Goliath”, muro di suono alto e avvolgente. Un approccio più consono alla formula canzone giunge con la breve “Fears” per poi tornare al caos e alla vibrazione con “Get Away”. Uno dei pezzi che più ho apprezzato è “Mammoth King”, anche per un approccio compositivo variegato, così “Yoga Fire” e la degna conclusiva “Day Tripper”, contributo ai maestri del Rock provenienti da Liverpool, i Beatles.
La tecnica mostrata dai tre componenti è quella che serve a tenere alto il nome del genere, lineare e senza strafare, così buona all’uopo anche la voce di Marco.
Un buon esordio, un Rock che arriva dentro e che mostra i muscoli, tanto da farmi segnare sul taccuino di marcia privato il nome della band. Vi aspetto inesorabilmente  alla prossima. MS


sabato 6 maggio 2017

DISCOGS

DISCOGS



Ho deciso di vendere qualche mio disco della collezione. Troverete sia lp, che picture disc e cd.
Buona ricerca.


                               https://www.discogs.com/it/seller/Maxprog/profile

sabato 15 aprile 2017

Force Of Progress

FORCE OF PROGRESS – Calculated Risk
Progressive Promotion Records
Distribuzione: G.T. Music
Genere: Metal Progressive Rock
Supporto: cd – 2017


La Germania in ambito Progressive Rock è una nazione che molto ha dato al genere grazie a band di spessore, a partire dagli anni ’70 al New Prog ’80 sino a giungere nei nostri giorni, con una media qualitativa davvero invidiabile. I punti di riferimento non sono sempre band come King Crimson, Genesis, Yes e via dicendo, abbiamo vissuto e conosciuto ad esempio il Krautrock dove nel calderone risiedono stili differenti come la Psichedelia, l’elettronica, l’improvvisazione ed altro ancora. Tutto questo sin dagli anni ’70. La mia premessa sta a sottolineare il fatto che la Germania ha una sua forte personalità e questa viene fuori anche quando si ha come ispirazione il Prog degli anni ’70, a prescindere dal genere proposto.
E cosa succede quando quattro artisti veterani come Hanspeter Hess (The Healing Road)  (tastiere), Dominik Wimmer (Sweety Chicky Jam) (batteria, tastiere, chitarra), Chris Grundmann (Cynity) (tastiere, chitarra, basso, programming) e Markus Roth (Marquette, Horizontal Ascension) (tastiere, chitarra, basso, programming) uniscono le proprie esperienze? Non può che scaturirne un album strumentale di notevole fattura, qualità e potenza.
“Calculated Risk” è un cammino musicale con percorsi ben marcati, grazie soprattutto a riff potenti anche di origine Power ed Heavy. Il disco suddiviso in nove tracce, non ha al proprio interno suite di sorta, bensì canzoni di media e lunga durata, fino a raggiungere un massimo di otto minuti e mezzo (“The Man Who Played God”) ed un minimo di tre e quaranta secondi (“Calculated Risk”).
Già dall’apertura di “Ticket” si può apprezzare una buona produzione sonora. Le mani corono veloci sul piano che fa contrasto con la potente sezione ritmica e le chitarre distorte, ma è solo un istante, perché il New Prog è dietro l’angolo, ed ecco allora le classiche tastiere alla Clive Nolan (Arena, Pendragon) , IQ o Marillion per intenderci, a prendere  il centro della scena.
Il sound dei Force Of Progress è pieno, rotondo, roboante ed allo stesso tempo elegante.
“Sole Survivor” può infatti far tornare alla mente i fasti di una band come Liquid Tension Experiment, fra tecnica, buona melodia e appunto eleganza. Le tastiere giocano sempre un ruolo importante. Più ricercata “Shapeshifter” in ambito tecnico, anche se non asfissiante come si potrebbe ipotizzare quando si ha a che fare con band di questo settore. Il Programming viene adoperato in maniera potente come in “The Cube”, canzone che si basa su un riff orecchiabile di facile presa.
Per un cambio di ritmo e di stile bisogna giungere a “Lift Me Up, Down By The Seaside”, un inizio Funky per un procedere in ambito con variazioni sul tema, innestando Prog ed Hard Blues. “Halways” riporta il tiro nei canoni dello stile Force Of Progress, una sorta di “schiaffo o bacio” nell’ascolto. D’atmosfera “Lost In Time, Like Tears In Rain”, la più musicale nel senso propositivo, dove immagini e musica si possono intersecare a seconda della nostra sensibilità. La title track è roboante di suoni, a tratti grevi ed oscuri e in altri frangenti maestosi, questo sempre grazie all’uso delle tastiere, in questo caso anche di matrice mellotron. Non manca la voglia di giocare.
Il disco si chiude con una piccola gemma dal titolo “The Man Who Played God”.

Non è facile fare un disco del genere se andiamo a considerare che poi è tutto strumentale, ma l’ho detto all’inizio, quando si incontrano quattro veterani del genere c’è solo che da aspettarsi grandi cose ed emozioni. Buon ascolto. MS

sabato 8 aprile 2017

Dark Ages

DARK AGES – A Closer Look
Andromeda Relix
Distribuzione: G.T. Music Distribution
Genere: Progressive Metal
Supporto: cd – 2017 


In una società dove il mordi e fuggi regna sovrano, dove il telefonino ci rende connessi solo apparentemente, dove si corre quotidianamente verso non si sa dove, c’è bisogno perlomeno di un momento di riflessione. Questo momento ci viene offerto da una band di Metal Progressive già nota al circuito nazionale, e a numerosi addetti ai lavori: i Dark Ages.
Si formano nel lontano 1982 a Verona, proprio per questo non stiamo parlando di artisti improvvisati, ma di ottimi strumentisti e che hanno alle spalle già tre dischi, “Saturnalia” del 1991, “Teumman” del 2011 e “Teumman Pt.2” del 2013, questi ultimi due sono una vera e propria opera Rock. Gianni Della Cioppa li scrittura nella sua Andromeda Relix, fucina di musica Rock, Metal e Prog.
Nel tempo i Dark Ages subiscono cambi di line up, tra i quali si annovera l’ingresso di Roberto Roverselli alla voce e di Gaetano Celotti al basso, questo proprio a fine 2016. La band si completa con Simone Calciolari (chitarra), Angela Busato (tastiere) e Carlo Busato (batteria).
L’artwork ad opera di Angela Busato e Kraken Promotion è ben confezionato e sostanzioso, accompagnato dalle belle foto di Elisa Catozzi, contenente i testi delle canzoni cantati in lingua inglese.
Ma veniamo alla carne, “A Closer Look” con i suoi otto minuti e mezzo apre il cd come una rasoiata, grazie ad una sezione ritmica rodata e precisa e a un riff mirato sia al corpo che alla mente. Qualcuno già potrebbe aver nominato i Dream Theater, quasi inevitabile quando si tratta di Metal Prog, ma così non è del tutto…Anzi. I Dark Ages dimostrano di conoscere la storia del genere e non solo di averla assimilata, ma anche metabolizzata. La voce di Roverselli infatti non fa il verso a nessun singer di nota, ma si esibisce con la sua naturalezza, non cadendo così nel calderone dei stereotipi. Buono l’apporto delle tastiere sia come tappeto sonoro che come assoli, brevi ed efficaci.
Inevitabili i cambi di ritmo ed umorali, come genere comanda.
“Till The Last Man Stand” si distingue grazie ad un momento centrale con organo e voce, ma è con “Yours” che si comincia a fare seriamente. Il pezzo viene aperto da un arpeggio di chitarra dal profumo New Prog e la struttura del brano nel susseguirsi si alterna fra vigore e melodie. Poi è la volta della mini suite “At The Edge Of Darkness” della durata di dieci minuti e mezzo, qui la band si gioca anche il Jolly, esibendo tutta la tecnica a disposizione, compresa la qualità compositiva.
Un sax, quello dell’ospite “Enrico “Benty Sax”Bentivoglio, apre “Against The Tides” per poi lasciare lo spazio a voce e piano, un momento raccolto e delicato dall’ottima riuscita. Notevoli anche le voci di Claudio Brembati, Ilaria L’Abbate e Tiziano Taffuri, ulteriori ospiti. Il brano potrebbe benissimo risiedere in “In The Electric Castle” degli Ayreon e per chi vi scrive, qui c’è lo sforzo più creativo e piacevole dell’intero album.
Ritorna il suono elettrico con “The Anthem”, questa volta con le tastiere altamente “Prog”. Da sottolineare la grande prova vocale, qui al massimo dell’espressività. Piacevole anche l’assolo del basso e della batteria. Il disco si chiude con “”Fading Through The Sky”, non nascondo che all’ascolto ho avuto reminiscenze Crimson Glory.
“A Closer Look” non è il solito disco Metal Prog, c’è di più, dategli una possibilità e mi direte. MS


The C.Zek Band

THE C. ZEK BAND – Set You Free
Andromeda Relix
Distribuzione: G.T. Music Distribution
Genere: Rock
Supporto: cd – 2017



C’è bisogno del Rock, ce n’è bisogno come l’aria. Quante volte invece sentiamo dire che il Rock è morto? Niente di più sbagliato, siamo noi morti nella mente che non accettiamo sviluppi al riguardo e rimaniamo avvinghiati fermamente a quelle canzoni che ci ricordano la nostra bella gioventù o l’amore nei tempi che furono. Per molti il mondo del Rock è finito li, tutto quello che si è evoluto nel tempo non lo si accetta. Per cui, facciamo pace con la mente e cerchiamo invece di capire che la “specie” va avanti e si evolve, volente o nolente il nostro amore passato.
Il Rock non muore mai. Dimostra di saperlo la The C. Zek Band, che sfoggia un parterre di influenze notevole, amalgamate dalla propria personalità. Nel sound si possono riscontrare schegge di Jimi Hendrix, John Coltrane, The Allman Brothers, Pink Floyd e Beatles su tutte, ma molte altre ancora. Sonorità vintage si, ma con caratteristiche proprie, ecco quindi un risultato Soul Blues, contaminato dal Funk Rock.
Sono di Verona e si formano nel 2015 dalle ceneri del trio Almost Blue, grazie ad un idea del chitarrista, cantante e compositore Christian “Zek” Zecchin. La band è completata da Roberta Dalla Valle (voce), Matteo Bertaiola (tastiere), Nicola Rossin (basso) e Andrea Bertassello (batteria).
“Set You Free” è composto da otto canzoni originali e una cover, quella di “Gimme Shelter” dei Rolling Stones.
La musica dei The C. Zek Band ha le solide basi del Blues, le esalta con riff diretti e gradevoli, la voce di Roberta Dalla Valle ne è ottima interprete, come nella bellissima canzone iniziale dal titolo “John Corn”. Le tastiere ricoprono un ruolo importante, sia di accompagnamento che da traino. Il profumo dei tempi passati inevitabilmente fuoriesce dalle note, basta ascoltare “I’m So Happy” per averne una chiara idea.
Ma Rock è soprattutto chitarra elettrica, e anche in questo caso ci si può ritenere coperti, essa si esibisce di tanto in tanto in piacevoli assolo. Ma è l’insieme che funziona, la band si dimostra  rodata ed interagisce in maniera precisa e professionale. Bella l’interpretazione vocale in “Tell Me”, calda e ricca di energia, uno dei frangenti più alti del disco, poi quell’Hammond…
Ed è anche la volta della ballata, qui con il titolo “Kissed Love” dove il piano ricorda un Wright dei tempi passati.
E a proposito di tempi passati, non posso esimermi dal citare il Clapton che fuoriesce in “Set You Free”, e la chitarra sale prepotentemente in cattedra dopo un breve solo di tastiere, dimostrando non solo le doti esecutive di Zek, ma anche l’anima di questa musica senza tempo, e sono brividi.
“Borning Day” è ruffiana ed essenziale, “It Doesn’t Work Like This” ancora di più. L’album si chiude con “Drink With Me”, canzone più lunga con i suoi sette minuti e mezzo ed un andamento Pinkfloydiano che farà la gioia degli amanti del quartetto di Cambridge.
C’è poco altro da dire, un disco per provare non solo belle emozioni, ma anche per capire da dove viene un certo tipo di Rock Blues, perché questo sound ne è davvero un ottimo sunto. Sono certo che girerà spesso nel mio lettore, spero anche nel vostro. MS