I Miei Libri

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martedì 19 febbraio 2013

Elezioni 2013

ELEZIONI 2013
Considerazioni pre voto

Ciao a tutti, non vi spaventate, non sono impazzito, lungi da me parlare nel mio blog di politica, tuttavia siamo arrivati ad un momento importante della nostra vita.
il 24 ed il 25 Febbraio si vota per le politiche, lo sapete tutti e altresì sapete in che momento storico viviamo. La crisi e l'Euro ci hanno inghiottiti in un vortice che sembra non aver più fine, il lavoro scarseggia e le tasse ci stanno uccidendo. Il paese è fermo perchè non produce. Tutti parlano bene, nessuno fa nulla....questo purtroppo da anni. Il risultato è visibile agli occhi di tutti.
Non voglio parlare di più, perchè la situazione la vivete tutti, per cui siete più che informati. C'è chi si accontenta, chi è deluso, chi vuole cambiare radicalmente, chi vuole restare i Europa, chi consiglia di uscire.... ma a me interessa solo una cosa, il motivo per cui ho esternato a pochi giorni dal voto questo mio pensiero:
Pensatela come volete, ma ANDATE A VOTARE!!!
E' l'unico modo che ci resta a noi poveri cittadini per dire la nostra, non facciamocelo sfuggire. Non votare equivale a dire: "Mi sta bene così, fate come volete"!
Poi ognuno è libero di pensarla a suo modo.
Grazie a tutti

lunedì 18 febbraio 2013

Antonius Rex

ANTONIUS REX - Hystero Demonopathy
Black Widow Records
Distribuzione italiana: Masterpiece
Genere: Dark Rock
Support: CD - 2012




Ascoltare la musica di Antonius Rex è sempre come affrontare un viaggio nell'occulto, anche nel progetto alternativo Jacula si gode di questa situazione psicofisica, ne è recente testimone "Pre Viam" del 2011. Per poter ascoltare l'ultimo Antonius Rex però bisogna ritornare al 2009 con "Per Viam", anche lui anagramma di "Vampire", ma il senso non cambia. Questa musica non sembra avere subito l'usura del passaggio del tempo, neppure quando il chitarrista leader e polistrumentista Antonio Bartoccetti apre le porte del Dark Prog alla fine degli anni 60, precisamente nel 1969 con "In Cauda Semper Stat Venenum", con l'appellativo Jacula. Ovviamente muta la tecnologia ed il supporto della strumentazione, ma resta sempre intatto l'alone esoterico che circonda il suono.
La copertina di "Hystero Demonopathy" è in definitiva il sunto di quello che è il concepimento artistico di Bartoccetti in questo nuovo lavoro, l'oscuro, il passato, la religione. Hystero sta a significare l'analisi scientifica dell'isteria in cui cadono le donne possedute dal demonio. In questo nuovo viaggio suddiviso in nove tracce ed un video, l'artista si coadiuva del supporto di Rexanthony alle tastiere, suo figlio e della medium Monika Tasnad, perché qui le cose non si fanno per finta, ma seriamente.
Cogliere il delirio della possessione, ascoltarne la storia che scaturisce da queste donne è inquietante e raggelante, ma la musica ne è perfetto tappeto. Si è anche voluto fare uscire il disco il 12-12-12, tanto per calcare la mano nel mistero.
In realtà Antonius Rex con il tempo ha una specie di ritorno al passato, non tanto come suono, ma come stile, sempre più vicino al Prog, anche se in maniera velata. Infatti nella musica si ascoltano numerose altre influenze che vanno dal Dark al Gothic, passando per la Psichedelia, il Metal e appunto il Prog!
La chitarra demoniaca riesce a tagliare le basi sonore uscendo in tutta la sua pericolosità. Creature possedute, condanne, rovi, streghe, maghi... la storia è piena di questi scempi umani e l'analisi di Antonius Rex è spietata, una cronaca quantomeno dettagliata e chiarificatrice, grazie soprattutto al supporto di Monika Tasnad, testimone presente del passato!
Il vento raggelante di "Hystero Demonopathy" coglie all'improvviso e ci immette in questo contesto antico, il disco si apre così, con tastiere epiche e chitarra ruggente, questa poi in chiusura, ci regala anche uno degli assolo più belli che Bartoccetti abbia mai eseguito. Le atmosfere si fanno ulteriormente malinconiche nella drammatica "Suicide Goth", tastiere soffici sorreggono l'intero ascolto rendendo l'immaginario ancor più annebbiato e sinistro.
"Are Mine" è aperta da un arpeggio dal sapore antico, neoclassico, sottolineato dalle sempre presenti tastiere di Rexanthony, per poi spaccare il muro del suono con chitarre cadenzate in stile Thrash! Questo connubio è sempre piaciuto al recente Antonius Rex, il suono poderoso ben si addice allo stile compositivo e rende giustizia al contenuto intero. Le urla della donna posseduta poi...raggelano il sangue.
Se avete intenzione di comperare l'lp, "Disincantation" è l'ultimo brano del lato A, narrato da Bartoccetti stesso, un piccolo spiraglio di luce impolverata che attraversa la stanza. Nuovo importante solo di chitarra, in questo caso che sfoggia il lato tecnico dell'artista, il Blues aleggia fra i giri.
Il lato B si apre, secondo chi scrive, con uno dei brani più belli che Antonius Rex abbia mai composto (questo la dice lunga sulla qualità di "Hystrero Demonophaty"), supportato dalle tastiere questa volta in prima linea di Rexanthony, qui nell'assolo il suono potrebbe sembrare quello di una chitarra....ma non lo è. Ancora grida e orrore fra le note, in un cadenzato crescendo sonoro. "The Devils Nightmare" a sua volta è greve, malefico come lo potrebbe essere davvero un incubo del diavolo. Il ritmo sale così la tensione e l'odore dello zolfo. Le streghe vengono trattate in "Witches", l'universo donna sempre denigrato e maltrattato dall'uomo. "The Fatal Letter" è un classico del repertorio Antonius Rex, un mix di ingredienti già citati nella recensione stessa, per un risultato finale che strizza l'occhio al Prog. Chiude "Possaction" ed il titolo è chiarificatore, fra urla strazianti e voci distorte.
Antonius Rex è tornato più in forma che mai assieme al suo orrore, alla bestia e chiude con un auspicio..."Che Dio Abbia Pietà Di Noi".
Ma prima di chiudere voglio svelarvi in anteprima ed in esclusiva, una leggenda che gira attorno ad "Hystero Demonophaty", sembra che di esso giri una edizione stampata in sole 33 copie!!! Qui c'è un inedito "G. Trace" e la cifra di questo limitato prodotto è quantomeno esorbitante... 2000 Euro!!! MS

sabato 16 febbraio 2013

Recensioni Brevi 8

RECENSIONI BREVI - 8

MUSE - The 2nd Law
Alternative Rock - 2012

Di certo i Muse non hanno bisogno di Nonsolo Progrock per avere un consiglio e neppure per farsi grande pubblicità, però come si dice, anche una goccia d'acqua fa il mare. Il trio si sta avvicinando sempre più ad un Rock alternativo elettronico, pur cercando nuove strumentazioni. I brani girano nelle radio e ad MTV, in primis "Madness", ma quello che voglio sottolineare con questa mia breve considerazione è che i Muse non sono come tutti gli altri. Crescono, si ingegnano, trovano melodie già fatte, questo si (poveri Radiohead, scippati in ognidove), ma lo fanno con grande professionalità, stile e tecnica! Ogni disco è un piacere ascoltarlo e udite udite, la cosa più incredibile per un lavoro di oggi è che il tutto si fa ascoltare con piacere, non solo le hit. Maestri. VOTO: 8,5

LIQUID WOLF - Liquid Wolf
Crossover Progressice Rock - 2012



La Finlandia ci propone una nuova realtà musicale, i Liquid Wolf. Le atmosfere che aleggiano nella musica sono a tratti malinconiche, ma il Rock rappresentato sembra voler raccontare di più. Lo sforzo compositivo si equipara a quello tecnico, cambi di tempo, crescendo, frangenti al confine del Metal, ma anche no! Ricerca ed adrenalina, il tutto fra interventi di classe (anche uno sporadico sax) e voglia di suonare musica per la mente. Quello che mi ha colpito è la poca scontatezza, pur non avendo una continuità totale. Il cantato è buono e non molto logorroico, i Liquid Wolf danno più spazio alla musica e fanno bene. Io un ascolto ve lo consiglio. VOTO: 7

RIVERSIDE - Shrine Of new Generation Slaves
Metal Alt Prog - 2013


Questo fenomeno mi ha sempre affascinato. La Polonia ha da tempo a questa parte regalato ottime band e musica di elevata fattura tecnica, i Riverside oramai li conoscono tutti gli amanti del Metal Prog. Mi ha affascinato in quanto non a pieno da me metabolizzato. Essendo io, (come i Riverside stessi) amante dei Porcupine Tree, sono abituato ad ascoltare un mix fra Pink Floyd, Radiohead, Metal e King Crimson, un genere che oramai conosco a menadito, nei suoi crescendo e nei mutando. Ecco allora che resto affascinato dal primo lavoro dei Riverside, una band che ha queste prerogative e che dunque promette bene, ma poi? Disco dopo disco (seppure sempre belli), i polacchi non decollano, restano rasoterra e ti lasciano quella sensazione di incompiuto, quando hai mangiato poco e ti alzi da tavola ancora con la fame. Manca il decollo, non partono. I brani presi uno per uno sono tutti belli, la loro tecnica si è affinata, la band viaggia a livelli professionali altissimi, così la produzione...però alla fine mi viene voglia di ascoltare un disco della band di Wilson. Bel disco dicevo, specie per chi li conosce per la prima volta, ma secondo me devono osare di più, specialmente in fase di assolo e crescendo, le carte in regola ci sono tutte. VOTO: 6

STEVEN WILSON - The Raven That Refused To Sing (And Other Stories)
Alt Prog Rock - 2013


Chi Ama i King Crimson  guardando la copertina del disco dell'ennesimo lavoro dell'instancabile artista inglese, avrà fatto un salto. Si, quello che si ascolta dentro è proprio quello che si vede fuori, Pink Floyd e King Crimson assieme, di quest'ultimi il lato più nervoso ed oscuro. Non sforzatevi a cercare di capire se Wilson è un genio o se è sopravvalutato, lui è un artista vero, colui che fa solo ed esclusivamente ciò che sente al momento, non quello che gli propongono i fans, per cui prendere o lasciare. Circondato sempre da musicisti di altissimo calibro, Wilson questa volta ci racconta di spiriti, per cui...l'alone oscuro è ancora più marcato del solito. Fughe strumentali nervose, cambi di tempo, fiati e soprattutto finalmente un brano in cui si può ascoltare un assolo di chitarra degno di nota: "Drive Home". Punto di riferrimento per centinaia e centinaia di artisti, Wilson prosegue imperterrito la sua ricerca Prog. Non è semplice il mondo che raffigura, è scuro come la pece, nervoso ma allo stesso tempo romanticamente malinconico. Per molti, non per tutti. VOTO: 9

KING EIDER - Somateria Spectabilis
Progressive Rock - 2005


Per l'ennesima volta nel tempo, faccio girare questo disco nel mio stereo. Sono quei dischi che racchiudono in se una magia che non si racconta, ma si gode. Sono quei fenomeni che non ti spieghi e pensi : " Ma questi, perchè non hanno avuto il giusto merito?". I più ferrati in Prog di voi conosceranno gli olandesi Cliffhanger, ebbene qui c'è il vocalist Rinie Huigen. La musica è un misto fra Genesis e tutto quello che gli anni '70 ci hanno propinato in ambito, Pink Floyd compresi. Ma nell'insieme è la personalità che è forte, ecco la mia incomprensione nei confronti di questa band olandese, forte e singolare nel comporre. Ottimi musicisti, belle canzoni, soprattutto belle armonie. Sconosciuti....emeriti sconosciuti.... Di fenomeni così la storia del Rock ne è piena, tuttavia io nel mio piccolo ve li segnalo. VOTO: 8,5

venerdì 15 febbraio 2013

Three Monks

THREE MONKS - Neogothic Progressive Toccatas
Drycastle
Distribuzione italiana: Black Widow
Genere: Dark Prog / Gothic
Support: CD - 2011




Progetto importante questo dei Three Monks, rivolto a tutti gli amanti dell'organo a canne e delle sonorità gotiche oscure. Paolo "Julius" Lazzeri (organo e compositore), Maurizio "Bozorius" Bozzi (basso) ed i batteristi Roberto Bichi e Claudio Cuseri, propongono un Prog davvero particolare. Lo stile Neogotico si presenta in tutta la propria maestosità, richiamando anche lavori dello svedese Par Lindh, anche se la fonte d'ispirazione non è proprio la sua, ma quella degli immancabili maestri del Prog quali King Crimson, EL&P e Van Der Graaf Generator.
Non ci sono parti vocali nel corso dell'ascolto, il tutto è concentrato attorno alla forte personalità di Julius che evoca nelle composizioni il barocco e la visione di monumentali cattedrali. TOCCATE NEOGOTICHE, questo è il filo conduttore dell'opera Rock, perchè malgrado ci siano classicismi, barocco e quant'altro, i Three Monks si esprimono adoperando comunque gli ingredienti che compongono il genere Rock, a cominciare dalle ritmiche e dai riff.
I suoni si presentano inevitabilmente imponenti, l'organo compie il proprio dovere investendo l'ascoltatore. Gia da "Progressive Magdeburg" si denotano le coordinate stilistiche, indubbiamente possono venire alla mente i Goblin di Simonetti, oppure i Rovescio Della Medaglia ed altre band minori di Prog Italiano anni '70, in realtà i Three Monks hanno dalla loro una pesante personalità e riescono a ricondurre il sound verso il loro modo di essere.
Vivace e profondo, "Progressive Magdeburg" non cela neppure un velo di sottile ed oscura malinconia che dona al brano un passo in più verso i meandri dell'intimo.
Ancora più greve "Toccata Neogotica N°1" e qui davvero si possono immaginare squarci di luce in una grande stanza buia, sensazioni forti al limite della paura, ma che affascinano per maestosità. Di sicuro non è cosa semplice concepire un intero disco basandosi su queste priorità, tuttavia i Three Monks ci riescono con discreta capacità e personalità.
La musica è narrata strumentalmente da questi monaci del Prog, dove le tastiere hanno un ruolo fondamentale, ma ci sono anche frangenti in cui altri strumenti godono di luce propria, come in "Neogothic Pedal Solo", dove il basso di Bozorius regala un percorso nuovamente oscuro, alternandosi con l'immancabile organo di Julius.
Ho parlato in precedenza dei Goblin ed ecco nel discorso inserirsi anche la cover di "Profondo Rosso", qui lucida per una nuova linfa vitale.
Altra cattedrale per il gruppo, questa volta si va nella basilica tedesca di Waldsassen ad incontrare un organo datato 1989 e la composizione si intitola "Herr Jann", in onore del creatore dello strumento stesso, George Jann.
Chiude il discorso "Toccata Neogotica N°7 (St. Florian)", composizione dell'austriaco Anton Bruchner, organista del St.Florian Abbey sepolto come volere proprio sotto il suo organo. Emozioni molteplici dunque in questo "Neogothic Progressive Toccatas", oltre il piacere di ascoltare uno strumento come l'organo a canne,. Qui si vanno ad assaporare (per i palati più fini) i sapori dei suoni originali, di questi tempi una vera chicca! MS


mercoledì 13 febbraio 2013

Zita Ensemble

ZITA ENSEMBLE - Volume 2
Lizard Records
D
istribuzione italiana: Lizard Records
Genere: Rock psichedelico-Progressive
Supporto: CD – 2009




Il trio Zita Ensemble con “Volume 2”, malgrado il titolo, giunge alla terza fatica da studio. Luca Vicenzi (chitarre), Marco Fortuna (basso) e Fabio Gatti (batteria), sono coloro che ci accompagnano in questo tour sonoro fatto di lisergia, Jazz e molto altro. “Volume 1” e “Quintet Session” furono dei buoni album, ma questo sembra possedere una marcia in più, senza meno in ambito produttivo. Composto da sette brani, fra i quali spuntano tre suite, “Volume 2” si lascia ascoltare tutto di un fiato e la durata biblica di settantatre minuti sembra essere ridimensionata dall’ascolto.
La lezione degli anni ’70 impartita dai maestri dell’improvvisazione, siano essi italiani che stranieri, è stata recepita. I Zita Ensemble godono tuttavia di forte personalità e l’iniziale “Don’t You Me Sex You Fuckin’ Marine?” ci presenta subito un gruppo coeso ed elettrico. Con “Investigation” ci addentriamo nella prima suite, un pezzo altamente lisergico, molto vicino al mondo dei primi Pink Floyd e non solo. Il suono è denso, caldo, coinvolgente nel crescendo, salvo squarciarsi di tanto in tanto nelle melodie di chitarra. La ritmica merita davvero un elogio a parte. Musica il quale tempo non ha saputo scalfire, suoni Jazz perfettamente sciolti nel Rock. Il brano più lungo di “Volume 2” si intitola “Suite 3” ed è una lezione di sensibilità. In esso c’è tutto ciò che un ascoltatore di Progressive e Jazz vorrebbe sempre ascoltare. Ovviamente sto parlando di cambi di ritmo, umorali ed effetti che, come il genere ci insegna, non guastano mai messi a piccole dosi. Importante nel disco anche il lavoro di Francesco Agostoni, come manipolatore del suono, fra piano, sintetizzatori, organi e quant’altro. In questa suite, invece ai sintetizzatori troviamo Luca Zandonini. “Chi Illuminerà Questo Grande Buio?”, si chiedono i nostri artisti e lo fanno con un Blues che riscalda, proprio come un auspicio al tepore, almeno di una fioca luce che tanto basta a scaldarci dentro. Con “Adagio- Riduzione Psichedelica Per Band” si fluttua in suoni astratti, stile “Metanoia” dei Porcupine Tree e scusatemi se è poco. E’ poi la volta della terza suite, “Nella Notte Del Mare Profondo”, un titolo una realtà. Qui tornano i Zita Ensemble più canonici, sempre rivolti con lo sguardo verso gli anni ’70 ed a una band come gli Area. Non si può che applaudire a chi soffia sulla cenere per alimentare sempre la brace. Chiude “Una Folle Folle Corsa?” con otto minuti di musica introversa ed immaginifica.
Non voglio sbilanciarmi troppo, in quanto sono consapevole che questo è il mio territorio musicale ed emotivo, per cui potrei fuorviare molti di voi che non sono avvezzi a queste sonorità (chiamiamole così) sperimentali, per cui mi limito semplicemente a considerare “Volume 2” un disco strumentale di buona fattura, ma che sono comunque convinto vi conquisterà. MS

lunedì 11 febbraio 2013

SUN TRAVELLERS

SUN TRAVELLERS – Excursions
Autoproduzione
Genere: Rock Psichedelico
Supporto: cd - 2010




I Sun Travellers hanno la base ad Amsterdam in Olanda e sono formati da Gian Luc Giustiniani (chitarre e basso), Gordon Todd (voce), Paul Ehn (voce, tastiere, chitarra, percussioni) e Tom Pettit (batteria).
In “Excursions” si parla di Rock e si vanno a toccare argomentazioni care agli anni ’70 e a band come Pink Floyd o Tangerne Dream. In realtà oggi diremmo che i Sun Travellers si ispirano ai Porcupine Tree, anche se prevale la componente melodica degli anni ’70.
Le chitarre spesso e volentieri ricordano quelle di Gilmour ed ascoltando l’iniziale “A Thousand Stars” se ne ha gia una conferma. Musica anche di facile assimilazione, grazie a ritornelli orecchiabili, il tutto accompagnato da buone ritmiche ed ottimi solo di chitarra, non tanto per la tecnica esposta, quanto per il groove. Un esempio efficace è “Calypso”. Non ci sono suite, come un disco di Prog Psichedelico spesso richiede, questo per sottolineare che la musica è al servizio della melodia diretta, senza troppi giri a vuoto.
Quello a mia disposizione è un demo e devo riportare per l’onore della cronaca il fattore del suono non proprio bilanciato, comunque sufficientemente pulito.
I Pink Floyd sono molto evidenti in “Shades Of Madness”, però quelli ultimo periodo e non dei primi anni ’70 o fine anni ’60. Per chi li conosce posso paragonarli ai norvegesi Fruitcake di Paul Sovik.
Le melodie sono esaltate anche da cori femminili. C’è un'altra pecca nel demo alla quale non posso esimermi dalla sottolineatura, è quella di un mixaggio spesso assassino, ma quello che a noi interessa fondamentalmente è la musica.
“Skywalker” è arrangiato benissimo, sia nella voce (filtrata o clean), nei cori e nel viaggio psichedelico in cui ci conduce. I Sun Travellers dimostrano di avere buone idee e di mettere avanti l’anima piuttosto che la tecnica. Spesso ci si ritrova ad ascoltare ad occhi chiusi e questo è sinonimo di perfetta vibrazione con chi suona.
Ci sono alcuni passaggi a vuoto nel senso che si va ad attingere anche nel Rock più ascoltato e sfruttato, tuttavia il contesto rimane sempre gradevole, come in “Miss Escapade”, un anello che si sgancia dal contesto psichedelico precedente, per analizzare un soft Pop in stile anni ’80. “Spirit Dance” torna con lo slide a far vibrare le corde dell’anima, per cui nuovamente Floyd, questa volta periodo “Meddle”. Le argomentazioni planetarie come “Astronomy Domine”, oppure “Try To Kiss The Sun” dei tedeschi RPWL o proprio il logo di questa band stessa, fanno si che nella Psichedelia
di tutti i tempi il sole ed i pianeti ricoprano un ruolo fondamentale d’ispirazione. La musica rispecchia questo, un viaggio solare ed emotivo, fra passaggi sublimi ed alcuni inflazionati, per un totale di quarantuno minuti di intrattenimento suddiviso in dieci tracce.
Consiglio di dare loro un ascolto, magari contattando la band nel sito www.suntravellers.com e questo è un consiglio che mi sento di dare più a coloro che fanno di Gilmour e soci un credo di vita. Altresì consiglio alla band di trovare un proprio baricentro, perché passare da “One Of This Days”a un Pop anni ’80 è quantomeno fuorviante e disgregante. Ottimo lavoro comunque ed un piacere , quello di conoscere una band che ama suonare con il cuore.
Bravi (MS)

domenica 10 febbraio 2013

Galleon

GALLEON - Engines of Creation
Progress Records
Distribuzione italiana: ?
Genere: New Prog
Support: CD - 2007




 Nel 2007 ritornano i Galleon, ritorna il Prog degli svedesi e con loro le storie di passaggi musicali a volte semplici e a volte intricati. Un comeback gradito dopo quattro lunghi anni dal doppio concept “From Land To Ocean”. La musica è sempre legata al loro stile, cara al New Prog di band come gli Arena, i Marillion, ma anche molto legata alle tematiche anni ’70, dettate da band come Yes, Genesis e perfino dell’Hard Prog alla Rush. Molti ingredienti dunque in questo piatto, si rischia l’indigestione, ma così per fortuna non è. Questi artisti sanno legare il tutto con spiccata personalità ed una furbetta dose di melodia, più accessibile a chi di Prog non vive.
La formazione del bassista cantante Goran Fors è la stessa, segnaliamo solo l’ingresso del nuovo batterista Goran Johnsson. Le tastiere di Ulf Pettersson sono sempre presenti ed a volte salgono prepotentemente in cattedra, pur senza strafare. I brani non sono di lunga durata, solo in sporadici casi si raggiungono i nove minuti. Gradevoli e commerciali “The Assemblers” e “Signals”, per giungere a qualcosa di più impegnato e ricco di riferimenti storici, bisogna giungere alla bella “Engines Of Creation”. La chitarra di Sven Larsson ci regala un solo davvero tagliente, al limite del Metallo. La musica di “State Insane” ha passaggi genesiani, riconoscibili nei frangenti più delicati e corali, dove l’arpeggio di chitarra ricorda non poco Steve Hacckett, ma anche altri vigorosi ed epici. I Galleon si cimentano in diverse categorie emozionali, a dimostrazione di un possesso di composizione davvero maturo. Nell’ora di ascolto sono davvero pochi i brani di riempimento, forse se ne poteva fare a meno di “Fog City”, ma il quartetto finale di canzoni fanno godere alla grande. Bella la breve strumentale “The Cinnamon Hidea Way” si raggiungono poi le emozioni maggiori con “Men And Monsters”, contenete gli insegnamenti Pinkfloydiani. Ancora chitarre in evidenza con “Machine Mother”, uno dei momenti più Hard del disco, pur sempre restando nei confini del Prog prettamente melodico. Si chiude alla grande con i nove minuti di “Lightworks”, riassunto di diverse generazioni Rock, tutte presenti in questo piccolo gioiello sonoro.
In definitiva siamo nuovamente di fronte ad un disco ottimo, ma senza picchi degni di un prodotto passato alla storia. Stiamo qui ancora una volta a parlare di un buon momento musicale, sincero e ben confezionato. Molti di voi (e qui mi ci metto anche io) si potrebbero accontentare, i più esigenti sono sicuro che storceranno il naso. Comunque bravi. MS


mercoledì 6 febbraio 2013

Wicked Minds

WICKED MINDS - Visioni, Deliri e Illusioni
Black Widow
Distribuzione italiana: Black Widow
Genere: Prog
Support: CD - 2011



Ho sempre ritenuto i Wicked Minds una delle band italiane di Prog Hard Rock più preparate ed interessanti. La voce di Monica Sardella ha spesso raccontato storie lievemente oscure intrise di Psichedelia. Quello che però la band ci va a proporre nel 2011 è una sfida con se stessi, un osare quel qualcosa in più che va ad interagire con certi mostri sacri del genere Prog. Il rischio di incappare in paragoni non edificanti è notevole se non inevitabile, tuttavia Lucio Calegari (chitarra), Paolo "Apollo" Negri (tastiere), Enrico Garilli (basso) e Ricky Lovotti (batteria) si gettano a capofitto in un progetto di tutto rispetto ed artisticamente parlando, di elevata caratura culturale.
La band va ad interpretare alcuni dei capolavori del Progressive italiano che di seguito vado ad elencare: "Caronte I" (Trip), "L'Uomo" (Osanna), "Un Posto" (Balletto Di Bronzo), "Dio Del Silenzio" (Delirium), "La Prima Goccia Bagna Il Viso" (New Trolls), "Figure Di Cartone" (Le Orme), "Un Isola/Un Illusione Da Poco/Clessidra" (Nuova Idea), "Dentro Me" (Dietro Noi Deserto), "Io La Strega" (Circus 2000), "Zarathustra" (Museo Rosenbach), "Un Villaggio, Un Illusione" (Quella Vecchia Locanda), "Farfalla Senza Pois" (Gleemen), "La Carrozza Di Hans" ed "Impressioni Di Settembre" (PFM). Questa scaletta farebbe sbiancare molte delle band Rock di tutto il pianeta, di certo si necessita di conoscenza e competenza e questa ai Wicked Minds sembra non mancare. Alcuni brani rispetto agli originali prendono addirittura più vigore e freschezza, pur essendo suonati con strumentazioni adeguate ai tempi come Mellotron ed Hammond.
Ma la ciliegina sulla torta è data dall'idea di invitare alla riesecuzione dei brani, molti degli artisti originali. Ecco dunque Lino Vairetti cantare ne " L'Uomo", oppure Aldo Tagliapietra in "Figure Di Cartone" o Stefano "Lupo" Galifi in "Zarathustra". E gli ospiti non finiscono qui, sono ancora di più, Martin Grice, Sophya Baccini ed Antonio Bartoccetti (Antonius Rex/Jacula), insomma un elenco davvero importante. Personalmente prediligo i brani dove i Wicked Minds suonano da soli, come "Caronte I" oppure "La Carrozza Di Hans" ed "Impressioni di Settembre" tanto per citarne alcuni, questo forse perchè donano al brano un fascino differente, piuttosto che ascoltare la voce originale degli autori, in parole povere li preferisco di più dove lavorano con la propria personalità.
La prova di "Visioni, Deliri E Illusioni" a mio giudizio è superata, più di un ora di grande musica e il piacere di riascoltare pezzi storici oramai sepolti sotto un pesante strato di polvere.
Bravi a donare loro nuova luce, ma anche coraggiosi ed intelligenti questi ragazzi che non vedo l'ora di poter ascoltare in nuove composizioni di propria produzione.
Consigliatissimo oltre che divertente. MS


martedì 5 febbraio 2013

Spettri

SPETTRI - Spettri
Black Widow

Distribuzione italiana: Black Widow
Genere: Prog

Support: CD 2011 (1972)



Bisogna ringraziare sicuramente la caparbietà di certe nostre case discografiche e distributrici se ancora nel 2011 si possono ascoltare lavori di Progressive Rock nostrano datato 1970. Black Widow, Mellow Records, Lizard, Ma.Ra.Cash, BTF, GT Music solo per fare alcuni nomi, ma nel caso dei fiorentini Spettri, parliamo di Black Widow.
Spesso si trattano di ristampe di LP in origine edite in poche copie e mal distribuite, soltanto nel tempo valorizzate dai critici e dal pubblico. Ma questa volta il caso è differente, si tratta di materiale inciso fra il 1970 ed il 1972 e mai edito, per cui a maggiore motivo complimenti alla casa genovese per il coraggio di uscire oggi con un disco di Prog Rock anacronistico, in un mercato odierno che sempre meno vede acquirenti.
Gli Spettri si formano a Firenze nel 1964 e sono composti da Raffaele ed Ugo Ponticello (chitarra e voce), Stefano Melani (organo Hammond) Ubaldo Paolanti (batteria, poi sostituito da Giorgio Di Ruvo) e da Giuliano Giunti (basso).
Il libretto interno al cd narra di una band vigorosa, con volumi in sede live altamente proposti (per la chitarra GRS circa 100 watt, molto alto per i tempi) e comunque di una voglia di perlustrare diverse strade nel Rock, dal primordiale Beat al Prog con influenze Colosseum e King Crimson, fino a passare per l'Hard Rock dei Deep Purple e Black Sabbath. Alla band non mancano neppure soddisfazioni ai festival canori, come è capitato in "Estate Insieme" a Rimini con la vincita nei primi anni '70. Tuttavia l'interesse attorno al gruppo da parte degli addetti ai lavori non scatta. Ecco dunque solo oggi l'LP "Spettri" masterizzato e curato, lasciando intatte le prerogative artistiche del concept suddiviso in quattro parti. In esso si parla della società egoista ed ipocrita (gia allora?) ed un uomo, il protagonista della storia, si getta nelle braccia della metafisica per cercare alcune risposte al riguardo. Cerca tramite medium il contatto con gli spettri, ma aimè non ottiene da loro nessuna risposta esaustiva ed illuso dagli eventi a questo punto impazzisce.
Nell'artwork di Ferìda del 1976, un olio su tela, si ha di per se un tassello del puzzle emotivo a cui si va incontro nell'ascolto di "Spettri" , "La Vita Dopo La Morte" raffigurata con fiori che nascono da un teschio umano è un immagine forte e chiara.
"Stare Solo" apre il disco e mette in evidenza l'importanza della chitarra in primo piano supportata da tastiere Hammond energiche e preziose. Impossibile restare fermi avanti agli assolo di chitarra di Raffaele, l'adrenalina ci fa muovere a ritmo. Riff cadenzato in "Medium", orecchiabile e profondo nell'esecuzione che ha dell'oscuro, ma non pienamente come quelle delle band di riferimento, perchè tanto, volenti o nolenti, la nostrana mediterraneità fuoriesce inesorabile in maniera naturale. Bella la fuga finale che personalmente mi ricorda materiale dei Trip.
"Essere" prosegue il discorso intrapreso, ma presenta all'interno anche una fase acustica davvero toccante e leggera. Chiude l'album "Incubo" e qui il profumo degli anni '70 è davvero forte.
Nel disco c'è tutta la situazione Rock italiana dell'underground italico, i mezzi di incisione, la caparbietà e la voglia di essere unici, pur evidenziando stilemi esteri. Insomma, materiale per cultori e non di certo per ragazzi che ascoltano Hip Hop! Personalmente mi sono divertito e almeno per un attimo sono tornato con la mente al migliore periodo della mia vita e non solo di rockettaro. MS



lunedì 4 febbraio 2013

T

T - Psichoanorexia
Progressive Promotion
Distribuzione italiana: G.T. Music
Genere: Neo Prog
Support: CD - 2013




"Psychoanorexia", il quarto lavoro di T, progetto solista del polistrumentista tedesco Thomas Thielen, nasce come uno sfogo nei confronti di una società che appare malata, piatta, povera di valori. Uno sfogo a briglie sciolte, dove l'artista constata che "Questo è il luogo in cui l'avidità di essere una popstar ha sostituito la sublime esperienza della creatività. Questa è l'era in cui la democrazia significa fenomeno di massa, non scelta. Questa è l'età in cui l'uguaglianza significa mediocrità.".
Ed il Rock si dimostra nuovamente viatico per una forma di protesta, per meglio dire di uno stato d'animo. Anche in un genere musicale "colto" come il Progressive Rock ci si sofferma a far riflettere, il tutto in una veste musicale curata e certamente non scontata.
T esordisce discograficamente da studio nel 2002 con "Naive", per poi ritornare nel 2006 grazie a "Voice" e nel 2010 con l'ottimo "Anti-Matter Poetry" disco nel quale la personalità di Thielen si rafforza saldandosi in uno stile a cavallo fra Porcupine Tree, Pink Floyd e Radiohead tanto per intenderci, ma anche alle radici provenienti da colossi quali Genesis o i più recenti (per modo di dire) Marillion. Ci pensa infine la personalità del polistrumentista a dare all'insieme un senso logico che non appare solamente come un semplice copiaticcio.
Tutto ciò si constata già nell'iniziale suite "The Aftermath Of Silence", dove il percorso sonoro si svolge fra cambi di stile ed influenze, iniziando dalla Psichedelia vicina al mondo di Steven Wilson (voce codificata inclusa) per poi passare a malinconiche melodie in stile Anathema (gli ultimi, quelli più acustici). oltre la metà del brano, invece si spazia dai Marillion di Hoghart fino a suggere alla fonte degli anni '70 con i maestri Genesis. Tutto questo per cercare di inquadrare il mondo di T. Un disco certamente dedicato ad un pubblico preparato, anche se saggiamente da parte dell'artista, non esulano momenti di facile assimilazione.
"Psychoanorexia" è composto da quattro lunghi momenti sonori, il secondo si intitola "Kryptonite Monologues" ed inizia energicamente, con un solo di chitarra importante, cercando fra i suoni uno stato d'animo intensamente introspettivo ed allo stesso tempo epico. La musica detta immagini alla mente fra cambi di tempo e di ritmo. Questo è il sunto del Progressive Rock stesso, in esso l'artista si dilunga a rappresentare in suono una vera e propria visione delle cose, chi ama la struttura semplice della canzone troverà difficoltà ad assimilare lavori del genere, non solo questo di T, ma in senso generale. Tutti gli altri che lo seguono invece saranno attenti ascoltatori e critici, perché chi ama questo suono è altamente esigente. Nella suite si possono apprezzare anche classicismi esibiti dal piano e molto altro ancora.
Il cd si presenta in veste cartonata, con all'interno il classico libretto colmo di testi, in questo caso molto lunghi ed articolati.
Mentre gli altri brani si aggirano sulla ventina di minuti, "The Irrelevant Lovesong" è l'unica che si avvicina di più alla formula canzone grazie agli otto minuti di durata. Apre un melodico e malinconico piano e voce, per andare fra crescendo e calando, il tutto in memoria di uno stile compositivo alla Radiohead-Marillion.
Inesorabilmente si ritorna alla complessità con la conclusiva "Psychoanorexia", ricercata e a tratti anche elettronica.
Alla conclusione dell'ascolto si ha la sensazione di sazietà, la mente è stata appagata, come in una overdose emotiva. Questa è un arma a doppio taglio almeno per le vendite, di certo T è un artista vero, colui che non scende a compromessi e finche usciranno dischi del genere la musica vera non sarà mai morta, alla faccia di chi dice sempre che il Rock è morto. Non un capolavoro, ma di certo uno sforzo creativo di notevole fattura. MS

domenica 3 febbraio 2013

SKYLIVE ROCK

SKYLIVE ROCK
La storia e l'evoluzione del Rock
Skyline e Massimo "Max" Salari
Qui tutti i dettagli:

Orchestre Celesti

ORCHESTRE CELESTI - Quattro
Selfproduced
Distribuzione italiana: -
Genere: Neo Prog
Support: CD - 2012




Orchestre Celesti è il progetto solista di Federico Fantacone, oramai giunto al ragguardevole traguardo del quarto suggello in studio. Il polistrumentista ritorna all'attenzione dopo i tre album "Compi La Tua Magia" (2007), "Black And Red" (2009) e "Transition Of Power" (2011). La musica proposta è prevalentemente incline verso un suono tastieristico, un tributo allo strumento che sicuramente attira l'attenzione di coloro che amano le sonorità Prog specialmente quelle degli anni '70. Eppure nel corso del tempo Orchestre Celesti ha saputo plasmare in qualche modo il proprio stile, in questo caso aprendo persino all'elettronica che prende il posto ad esempio del suono del basso.
"Quattro" si suddivide in dieci tracce (due sono bonus tracks) e si apre con "Un Prologo", intro tastieristico dal profumo vintage. "La Talpa" ci fa conoscere la nuova veste di Fantacone, questa volta le sonorità si sporgono anche verso gli anni '80, quelli della caduta del Prog, con un cantato vicino alla PFM e degli interventi elettronici ritmici e di arrangiamento. La scrittura dei brani è più complessa rispetto i dischi precedenti, si scorgono anche frammenti di jazz che rendono il tutto più variegato e frizzante. "Canto Alle Nuvole" non può che dimostrarsi una composizione appunto eterea, leggera con un testo breve ma intenso, "Piccole nuvole, sparse nel cielo, troppo piccole per essere viste.... Eppure anch'esse sanno toglierci il sole". Il buono solo strumentale centrale mi dimostra una effettiva maturazione dell'artista.
"Morte E Resurrezione Di Un Mago" è inizialmente giocosa ed allegra come il suono delle campane che l'accompagna. Ritmica in crescendo, così l'enfasi del brano, uno dei momenti più Prog dell'intero lavoro. Amara considerazione in "Questo Mondo", posto creato per altri e non per il pensiero di Fantacone, ma che lascia nel finale comunque uno spiraglio di luce. Il tutto è sopra fughe e cambi umorali dettati dalle onnipresenti tastiere, un piccolo paragone viene naturale con le nostrane Orme. Non apprezzo molto il cantato, ma questo probabilmente è solo questione di gusto personale, ciò non deve gravare sull'insieme che resta comunque gradevole. "L'Ombra" è uno dei miei movimenti preferiti, un mix fra vintage, Prog italiano, Genesis, un sunto qualitativo davvero buono nella durata di quasi dieci minuti.
Adiacente al precedente "I Tuoi Pensieri", ancora sette minuti in cui Fantacone dimostra di essere un ottimo writters.
Organo in pompa magna accoglie l'ascolto in "The Suite", capitolo epico della discografia del polistrumentista, un movimento che si svolge successivamente con ritmica ed elettronica a suffragio di una fuga intrigante e maestosa. Brano sopra la media! Le bonus tracks sono "L'ultimo Bolero" e "Musica".
Con "Quattro" Orchestre Celesti prosegue il suo cammino verso la ricerca di una personalità marcata e la strada sembra farsi più larga. Ciò che scaturisce in evidenza nella realtà delle cose è la smisurata passione che Fantacone mette nella musica, un credo che risulta essere contagioso e che fa del Prog ancora un viatico artistico che sembra non conoscere tramonto, malgrado le vendite non rendano lui giustizia. MS



venerdì 1 febbraio 2013

Pallas

PALLAS - The Sentinel
EMI
Genere: New Prog
Supporto: LP - 1984


Prendere in mano un vecchio vinile dallo scaffale , un disco che già la copertina di Patrick Woodroffe fa capire che si tratta di Progressive Rock e rimanere sorpresi della grandezza sonora e compositiva...fa ancora oggi un certo effetto. Ma io questo disco l'ho consumato già nel 1984, il suono è praticamente distrutto, comunque resta intatta l'enfasi emotiva.
Si 1984, un anno che fa parte della rinascita del Prog, quando le case major ritentano di investire nel movimento e nelle band sconosciute in ambito, ad esempio l'EMI scommette su Marillion, Pendragon e questi scozzesi dal nome alquanto singolare per noi italiani: Pallas. Comunque sapete bene che anche IQ, 12th Night, Castarnac, Haze e molte altre hanno contribuito alla rinascita di questo genere amato-odiato.
La copertina dicevo, è una di quelle che non passano di certo inosservate, un vero tributo agli Yes, in pieno stile Roger Dean, ma non nella musica. Tastiere ovunque, questo è inevitabile e sta nella pelle del Prog, cambi di tempo si, tuttavia il cantato distingue il genere, recitato e colmo di enfasi. Eppure anche se tutto questo è scontato, vi assicuro che negli anni '80 non si aspettava altro. Il Prog fans, orfano di sonorità complesse, non si rassegna al suono commerciale dei loro idoli Genesis, Yes e compagnia bella, repellano l'Abacab" di turno e sentono l'esigenza di riascoltare lunghi brani articolati. Anche i Pallas rientrano nel filone di coloro che tornano a nutrire la mente di questi affamati ascoltatori, capaci anche di fare migliaia di chilometri per vedere dal vivo i propri idoli e magari ritrovarsi in solo cinquanta anime sotto il palco. Ecco dunque che la musica è sogno e realtà, la vivi, la tocchi con mano grazie anche al vinile, sempre spolverato in maniera maniacale.
Qui si cercano i particolari, le virgole, si guardano i colori e si scrutano i disegni nei minimi particolari mentre il suono avvolge la stanza e la nostra mente.
"The Sentinel" è un racconto che si apre con la commerciale "Arrive Alive", per il resto brani lunghi e testi alla mano ci inchiodano avanti allo stereo fra suoni epici e movimenti più oscuri. La fantasia vola e i ricordi dopo trenta anni non sono minimamente scalfiti, essi ritornano con violenza assieme al suono sgualcito di questo vinile. Torno anche a sentire gli odori che provavo in quegli anni, odori vivi di merende e di birra in mano che passava fra un sorso e l'altro ad allietare ulteriormente questo ascolto.
Non voglio essere nostalgico e neppure dire che questo è un capolavoro solo perché fa parte della mia gioventù (molti fanno così)....no... non sono ipocrita, però "The Sentinel" da mille giri a molti dischi e band di oggi, forti del loro suono pulito e del supporto ottico moderno.
Vergogna! Farvi fregare da un vecchio vinile impolverato quasi inascoltabile!!! (MS)

giovedì 31 gennaio 2013

Riverside

RIVERSIDE - Shrine of New Generation Slaves
Insideout
Genere: Metal Prog
Supporto: cd - 2013



Ci sono dischi che si aspettano con ansia altri un po’ meno e forse, quelli che si aspettano col cuore in gola certi di trovarsi di fronte al capolavoro, purtroppo, quasi sempre finiscono con essere grandi delusioni. Non voglio dire che questo sia il caso del nuovo lavoro dei Riverside però ritengo che a fronte delle aspettative che si erano generate, anche trascurando il singolo che in qualche modo ha preceduto l’uscita del disco “Celebrity touch” che già comunque non riluce per freschezza creativa e/o innovazione anzi al contrario, era lecito aspettarsi qualcos’altro da questi ragazzi che negli ultimi dieci anni hanno regalato a me come a migliaia di altri ascoltatori emozioni vere ed esaltanti.
Siccome scrivo questa recensione per il blog di Max prendo a spunto, per spiegarmi un po’ meglio su quanto fin qui detto, la sua recensione relativa all’ultimo lavoro di Neal Morse “ Momentuum”. Scrive infatti Max: Era in balia anche lui del delirio di autoclonazione, diciamo pure della formulina trovata. Eppure con "Momentum" mi ha stupito, sapete perchè? Perchè pur restando nel riassunto delle puntate precedenti, Neal riaccende la fiammella e gode di una inattesa ispirazione. Sembra un album dei migliori Spock's Beard! Qualcuno di voi dirà finalmente e gli altri ...che lagna!”
Ecco per quanto riguarda il nuovo dei Riverside si può esattamente ripetere quanto sopra con l’aggravante che, a differenza di Neal Morse, i nostri non erano affatto in balia di autoclonazione anzi con “Anno Domini High definition” avevano cominciato a cercare nuove soluzioni magari un po’ più “dure” come sonorità ma comunque avevano cercato di evolversi. Qui invece siamo tornati indietro fin quasi agli inizi della loro carriera; infatti ci ripropongono le versioni riviste ed aggiornate dei successi di ieri tipo “Coinceving you “ o “Acronym love”, ma nel frattempo scompare ogni traccia di intrecci funambolici tra i riff del basso, le ruvide ma sensuali scale della chitarra e soprattutto, mi sembra, scompare in buona parte la profondità delle tastiere che nel bene e/o nel male rendevano comunque unico il sound dei Riverside unitamente all’ecletticità della voce del buon Mariusz. Certo il disco è fruibilissimo ma si ha sempre la sensazione di trovarsi, come dice Max, di fronte alla “formulina trovata”. Ad esempio ascoltate il brano più lungo “Escalator Shrine” che parte facendo l’occhiolino ad un blues-rock “di maniera”… beh immagino che quanti di voi hanno avuto modo di fare musica sanno bene che, quando non si sa come provare o cosa suonare si fa un blues, anche per darsi la carica e lanciarsi in nuove improvvisazioni sul giro in MI.Ora mi chiedo: i nostri cercavano ispirazione o non sapevano come coprire la durata del disco?Purtroppo tendo a propendere per la seconda che ho detto in ciò, ahimè, “s/confortato” dall’ascolto del secondo cd. E’ stato veramente il colpo di grazia!! Due pezzi lunghissimi che si basano su riff elettronici di tastiera e batteria programmata con accenno di chitarre, voce e, nel secondo brano in particolare, di sax. Questo secondo cd ce lo potevano davvero risparmiare, sempre secondo me. Non aggiunge assolutamente nulla se non tanta tristezza per l’occasione mancata. In conclusione ritengo di poter dire, parafrasando ancora Max e la sua recensione, che chi ama i Riverside apprezzerà questo nuovo lavoro, chi ama il prog inteso come River of constant change probabilmente resta in attesa del prossimo cd di questo gruppo.
(FRANZ LA ZANZ)

lunedì 28 gennaio 2013

Arab In Aspic

ARAB IN ASPIC - Strange Frame of Mind
Black Widow Records
Distribuzione italiana: Masterpiece
Genere: Prog
Support: CD - 2011



La nostrana Black Widow è attiva nei confronti dei fenomeni musicali Hard Prog e se questi hanno in più sfumature oscure, ben vengano. Non a caso nella scuderia è arruolata una band Norvegese dal nome Arab In Aspic, che comunque non dava segno di se dal 2004.
Giungono con "Strange Frame Of Mind" al terzo lavoro in studio dopo "Progeria" (2003) e "Far Out In Aradabia" (2004). Si formano in Norvegia nel 1997 grazie alla passione musicale di Jostein Smeby e del collega chitarrista Tommy Ingebrigsten. Il nome della band, ai più attenti di voi, non sarà di certo sfuggito, il richiamo ai King Crimson è palese. In effetti anche stilisticamente ci sono legami, anche se non troppi, ma io aggiungerei anche i Black Sabbath ed i svedesi Black Bonzo. Importanti dunque i riferimenti agli anni '70 e persino quelli di certi '60, quando la Psichedelìa Rock cominciava a dare i primi importanti segnali di esistenza.
Energia Rock fra i riff di chitarra sempre supportati da un concreto tappeto di tastiere e " The Flying Norseman" mostra una band che riesce a bilanciare con saggezza melodie da cantare con della musica non del tutto scontata. Gli assolo di chitarra sono l'essenza dell'Hard Prog, divertimento e classe all'attenzione dell'ascoltatore. Come in una lunga suite proseguono inanellate "Dive" ed "Into My Eyes" ed i Genesis fanno capolino fra le note, lasciando nella mente quella sensazione di grandezza, ma anche di tempi passati.
Ritorna alla grande l'Hard Prog con "Morket", riff compatto e cadenzato come Tony Iommi (Black Sabbath) ci ha insegnato, ma gli Arab In Aspic curano anche la parte vocale con cori in sottofondo. Tutto scorre via come la velocità delle dita sui tasti dell'Hammond, per la gioia di chi è rimasto ancorato, con giusta causa, agli anni '70.
"Fall Til Marken" è estremamente nordica, Black Bonzo, Landberk, Anekdoten fuoriescono prepotentemente fra le note della composizione, fra nostalgia ed energia, connubio che solo le band in questione e poche altre sanno trattare contemporaneamente. Grande musica e suoni imperiosi, da overdose emotiva.
"TV" non esula da quanto descritto, mentre mi sento di sottolineare la produzione sonora, che riesce giustamente a presentare un suono vintage e comunque a distinguere fra strumentazioni, voce e coralità annesse con nitidezza.
Le canzoni a venire godono di buoni ritornelli e giocosi refrain, sui quali si alternano importanti solo strumentali, senza rendere per nulla scontato ogni singolo movimento.
"Strange Frame Of Mind" è ricolmo di sensazioni e suoni, un connubio che piace totalmente a chi vive di Prog e aggiungerei anche di Rock, in quanto basta ascoltare "Have You Ever Seen The Rain Pt2" per averne un idea.
Questo degli Arab In Aspic è un ritorno prepotente e massiccio, uno schiaffo vero e proprio a testimonianza che il genere è comunque vivo e vegeto, alla faccia di chi lo snobba. Devono solamente imparare a proporsi graficamente, l'artwork non è degno specchio dell'ascolto. MS



sabato 26 gennaio 2013

Roger Hodgson

ROGER HODGSON - In the Eye of the Storm
PGP - RTB
Distribuzione italiana: si
Genere: Prog
Support: Lp - 1985




Charles Roger Pomfret Hodgson è inglese ed è stato per il periodo migliore della band, il cantante dei Supertramp. Assieme a Rick Davies ha suggellato alcune delle pagine più belle della storia del Rock, da “Crime Of The Century” a quel mastodontico capolavoro dal titolo “Breakfast In America” e Roger è la voce più alta. Ma come tutte le belle storie, durano poco, la scissione avviene nel 1983 dopo il buon “ …Famous Last Words”, titolo emblematico. Non si può certo dire che l’artista sia molto prolifico, infatti sino ad oggi 2010, ha edito solo quattro album da studio, più qualche live. “In The Eye Of The Storm” è il primo ed esce nel 1985.
Non vi nascondo il piacere che ho provato all’ascolto, in quanto questo è l’album che invece ti aspetti dai Supertramp. La vena nostalgica, romantica e a volte struggente di Roger fuoriesce da quasi tutti i brani, ma anche qualcosa di giocoso e cantilenante, come la famosa “In Jeopardy” od “Hooked On A Problem”. Ovviamente la ritmica del suo piano è la linea portante delle canzoni, lo stile inconfondibile è ancora una volta suggellato in queste registrazioni, vero e proprio marchio di fabbrica anche dei Supertramp. Suona tutti gli strumenti, anche la chitarra elettrica e certi assolo non si dimenticano facilmente, perché sono tirati e sostenuti, come piacciono al Prog Fans e anche a tutti gli estimatori dei Pink Floyd. Apre “Had A Dream”, un pezzo potente con il refrain che ti accalappia dal primo all’ultimo istante, con la voce in grande spolvero, specie se vista dal lato interpretativo. In pratica una mini suite di quasi nove minuti con inevitabili cambi di ritmo e crescendo. Uno dei miei brani preferiti è lo struggente “Lovers In The Wind”, sicuramente uno dei più belli di tutta la sua intera carriera e chi ama i Supertramp mi ha capito bene. Ci sono anche momenti energici, come la ritmata “Give Me Love, Give Me Life”, ma il meglio arriva nel finale, altro brano di quasi nove minuti ed un altro crescendo che non sfigurerebbe affatto accanto al mitico “Crime Of The Century”, la grandiosa “Only Because Of You”. Questa è la classica canzone che ascolteresti all’infinito senza mai stancarti ed io, credetemi, lo faccio spesso.
Non poteva essere altrimenti questo “In The Eye Of The Storm”, sicuramente meglio di molti altri album a seguire della band madre stessa. Riscoprite questo artista, un Hippie moderno, senza tempo e aggiungo che fare un disco Prog straordinario nel bel mezzo degli anni ’80 , a mio modo di vedere ha del miracoloso! MS


giovedì 24 gennaio 2013

Orne

ORNE - The Tree of Life
Black Widow Records
Distribuzione italiana: Masterpiece
Genere: Prog
Support: CD - 2011




Il duo Finlandese Kimi Karki e Jarl Pohjonen ritorna all'attenzione del pubblico specializzato grazie a questo nuovo "The Tree Of Life" con caparbietà e consapevolezza dei propri mezzi. I racconti di H.P. Lovecraft, nel loro orrore, ispirano da sempre questa band dedita ad un Prog a cavallo fra vintage ed attualità.
Chi ama le tastiere Mellotron ed Hammond , con gli Orne hanno di che ascoltare, mentre le influenze sonore vanno a ricondurre verso band storiche quali Van Der Graaf Generator, Pink Floyd (non gli ultimi, ma quelli più psichedelici), Black Sabbath o gli oscuri e mai troppo valutati High Tide.
Come nella nuova copertina del cd, così nella precedente, le argomentazioni sono palesi, fra divino e peccato ed Eva è li a tentare con la propria bellezza su consiglio del viscido serpente. Il quadro è di Spencer Stanhope. Però i veri tentatori sono gli Orne, i quali ci conducono in un mondo racchiuso in una bolla anacronistica nella quale si respira un aria pura, con immagini di situazioni vissute, rassicuranti per certi versi, ma allo stesso tempo inquietanti per trame oscure. Sette composizioni per cinquanta minuti di estraniazione dalla realtà, perchè questa non è musica da ascoltare in auto o in radio, bensì con attenzione e concentrazione.
Un lungo prologo narrato introduce la breve iniziale "Angel Eyes", dalla quale le carte in tavola vengono immediatamente scoperte e la melodia regna sovrana. Tutto questo porta alla bellissima suite "The Temple Of The Worm", dove l'arpeggio iniziale tende a far chiudere lo sguardo, perchè con questa musica gli occhi non servono più.
Non si inventano nulla gli Orne, hanno solamente la grande capacità di metabolizzare tutta la lezione degli anni '70 e di riplasmare il tutto con discreta personalità.
E' fuori discussione che chi non ama le gelide atmosfere nordiche, avrà qualche difficoltà nell'assimilare questo lavoro, ma è innegabile il talento del duo, a questo si deve dare atto.
"The Tree Of Life" prosegue in crescendo emotivo con i sette minuti di "The Return Of The Sorcerer", dove il Prog è più presente così i Van Der Graaf Generator. Inevitabili i deja vu, cosa da poco se le melodie sanno tessere importanti tappeti sonori.
"Don't Look Now" è notevole, mentre l'Hammond ci investe nel vigoroso finale.
Gli Orne non hanno grande tecnica, quindi giocano tutto sulle melodie semplici e toccanti nel corso del proseguo, tra arpeggi e cambi di tempo. Quindi possiamo dire che gli Orne fanno ancora un passo in avanti qualitativamente parlando, anche se non apportano nulla di nuovo a questo panorama musicale.
Fossi in voi amanti del Progressive Rock, cercherei questo disco che sicuramente non sfigura nella vostra invidiabile bacheca. MS



mercoledì 23 gennaio 2013

Flamborough Head

FLAMBOROUGH HEAD - Tales of Imperfection
Cyclops

Distribuzione italiana: ?
Genere: Prog
Support: CD - 2005




Questo è il classico disco Progressive che un fans del genere vuole ascoltare. I Flamborough Head sono un quintetto capitanato dal tastierista Edo Spanninga e suonano un Rock misto fra Genesis (anche periodo “Wind & Wuthering”), IQ e tutto quel che riguarda il movimento dell’area scandinava. Il gruppo è Olandese e gioca molto sul connubio fra le tastiere di Edo , le chitarre di Eddie Mulder, il fauto e la voce della brava Margriet Boomsma. “Tales Of Imperfection” è il loro quinto disco da studio e li consacra fra i gruppi più interessanti del genere al giorno d’oggi.
Dopo l’introduttiva e strumentale “For Starters” ci addentriamo dentro le velate armonie della mini suite di undici minuti dal titolo “Maureen”. In essa aleggiano armonie gradevoli, fra cui rimane impressa quella supportata dal pianoforte alla Tony Banks periodo anni ’70. La chitarra suona come quella di Hackett, e certi passaggi sono scuola IQ, il risultato complessivo è decisamente grandioso, personalmente mi ricorda certi affreschi sonori dipinti dal gruppo australiano Sebastian Hardie. La stessa sensazione è confermata nella successiva “Higher Ground”, uno strumentale dall’antico profumo anni ’70. Non da meno è l’attenta ritmica del duo Marcel Derix (Basso) e Koen Roozen (batteria), il tutto sembra perfetto, così come il songwriting, mai ripetitivo e concentrato sui cambi di tempo, come il genere ci insegna. Apre una chitarra alla Gilmour in “Silent Stranger”, ancora una volta il flauto di Margriet ci delizia con la sua presenza ricordando a volte certi passaggi cari ai svedesi Sinkadus. Il suono sembra spaziare in ambienti bucolici ed il piano di Edo fa anche il verso a “The Carpet Crawl” dei Genesis. E’ semplicemente fantastico ascoltare il connubio chitarra elettrica e pianoforte nel mezzo del brano, uno dei momenti più ricchi di pathos dell’intero lavoro.
Ancora melodie toccanti in “Captive Of fate”, i Flamborough Head questa volta puntano anche nel ritornello e nei cori, tutti e due di facile presa emozionale. Il brano è totalmente acustico, come quelli fatti dai Mostly Autumn. Gli otto minuti della strumentale “Mantova” invece riportano a noi certi passaggi alla IQ primo periodo e ci mostrano il gruppo in grande spolvero. Si chiude con la breve e struggente “Year After Year” un disco che certamente non verrà ricordato nel tempo come capolavoro, ma che sa emozionare più di moltissime altre produzioni odierne.
Gli olandesi si mostrano punta di diamante della loro nazione in ambito Progressive e sono sicuro che sapranno stupirci ancora e sempre di più, non trascuriamoli. MS



martedì 22 gennaio 2013

Quarzomadera

QUARZOMADERA - L'Impatto
Videoradio

Distribuzione italiana: si
Genere: Rock / Indie
Support: CD - 2012





L'Indie Rock è un genere che in Italia gode del rispetto delle generazioni, perfino i media gli dedicano spazio, seppur limitatamente. Un canale elettrico nel quale si possono fondere con inattesa naturalezza il Rock delle chitarre con la Psichedelia, l'elettronica, il Post Punk, il Grunge e perché no anche un pizzico di Progressive Rock.
Quindi Rock fondamentalmente per tutte le età, dal moderno al Vintage. La Videoradio ha mostrato interesse per questa band lombarda che con "L'Impatto" giunge al terzo album da studio. Dopo "In Cardio & Psiche" del 2006 ed "Orbite" del 2009, il duo composto da Davide Sar (voce, chitarre e tastiere) e Tony Centorrino (batteria) si coadiuva della presenza artistica di Simona Pozzi ai cori, Luca Urbani agli archi sintetici e tastiere ed Erika Zanotti al flauto.
I Quarzomadera cavalcano dunque l'onda del Rock ed in quanto tale esso è viatico dell'espressione del pensiero. I testi hanno la loro importanza, la controcultura è intrinseca nel genere, le tematiche dunque spaziano dal rapporto interpersonale a quello sociale, tentando di fondere lo spirito vintage con il moderno. Ciò che scaturisce da "L'Impatto" sono dieci tracce supportate da un buon libretto interno in cui si possono leggere i testi delle canzoni.
La voce è suadente, così l'ascolto si lascia inevitabilmente prendere per mano e si fa portare al confine fra la Psichedelia ed il Rock, il tutto supportato da ritornelli semplici e diretti. Chiaro è il sunto in "Le Cose Che Non Trovi", il brano che apre il cd.
I brani in definitiva si strutturano alternando il semplice al ricercato, dando però più spazio al primo, magari con cambi di tempo non invasivi ma d'effetto, come si può ascoltare in "Nebula".
Quando la band relega al ritornello più spessore, allora scaturiscono canzoni che lasciano nella mente una sensazione di deja vu, se poi ci aggiungiamo un velato senso di malinconia che spesso pervade fra le composizioni dei Quaromadera, allora ci viene anche istintivo contrapporli ai Tiromancino.
Troppo spesso le nostrane band Rock non si lasciano andare in solo di chitarra, peccato perché in fondo stiamo parlando di Rock e quindi non guasterebbe, in "Rimedi E Speranze" la band si espone, seppure in maniera breve, a questo momento musicale. L'assolo in composizioni tali, danno pepe all'ascolto e spezzano. Questo comunque è uno dei brani dove la personalità della band si mette più a nudo.
In precedenza parlavo di Psichedelia ed eccola scaturire in "L'Asceta", canzone anche essa semplice ma d'effetto. La ruvidità del Rock compare in "La Ballata Dei Pregiudizi", oppure si ascolta semplicemente buona musica a tratti ruffiana come in "Spore".
Per concludere, "L'Impatto" è il terzo lavoro dei Quarzomadera, in teoria per una legge non scritta ma esistente del Rock, quello della verità ed i lombardi se ne escono fuori a testa alta, ovviamente lasciando spazio a margini di miglioramento. MS

sabato 19 gennaio 2013

Procession

PROCESSION - 9 Gennaio 1972
Electromantic / Ma.Ra.Cash

Distribuzione italiana: si
Genere: Rock
Support: CD 2012





I primi anni '70 hanno segnato in maniera indelebile la storia del Rock, hanno saputo smussare e migliorare il ricco fiorire delle risorse artistiche dei prolifici anni '60. Noi in Italia siamo saliti sul carro del Rock, viatico di protesta giovanile, soltanto dopo la strage di Piazza Fontana, mentre all'estero i vari Bob Dylan & company già agli inizi degli anni '60 si lamentavano della guerra in Vietnam. Partecipazione, controcultura, aggregazione, volantinaggio, fanzine, radio libera (e come diceva il buon Finardi "ma libera veramente!") tutti termini che oggi facciamo fatica a focalizzarne il vero significato.
Nel 1970 il Rock comincia a prendere piede anche da noi, così i capelli lunghi, i pantaloni a zampa d'elefante e la necessità di sentirsi individuo unico al centro dell'interesse, proprio il contrario dei valori odierni. Nell'aria odora la magia, così le idee e l'entusiasmo. Lotta, ideali, sudore e consapevolezza. Ecco che allora i Little Tony, i Bobby Solo ed i Celentano (veri portavoce del Rock in Italia fino in quei frangenti), si fanno leggermente da parte per dare spazio a band più "impegnate" e che proseguono il discorso proveniente dalla prolifica Inghilterra, PFM, Banco Del Mutuo Soccorso, Area, Orme cambiano le carte in tavola. Proseliti a iosa, fra cui fenomeni da un disco e via, come Museo Rosenbach, Alphataurus e centinaia di altri , fra cui i torinesi Procession, autori di due ottimi dischi come "Frontiera" (1972) e "Fiaba" (1974).
Beppe Crovella e la sua Electromantic rispolvera proprio un live del 1972 mai edito dei Procession, a testimonianza della provenienza di questo genere. La band si riallaccia alle nuove leve del Rock, ma non ai già popolari Deep Purple e Led Zeppelin tanto per intenderci, ma ai più "grezzi" Atomic Rooster oppure ai Free.
Marcello Capra, oggi noto solista e maestro della chitarra acustica, forma la band il primo gennaio del 1971 a casa sua e assieme ai compagni Angelo Girardi (basso), Gianfranco Gaza (voce anche dei successivi Arti & Mestieri, spentosi nella metà degli anni '80) ed Ivan Fontanella (batteria), cominciano l'approccio alle cover. Per motivi lavorativi e quant'altro, la band vede nel tempo stabilizzarsi con la formazione Marcello Capra, Gianfranco Gaza, Mario Bruno (orago Hammond), Angelo Girardi e Nico Spallino (batteria).
"9 Gennaio 1972" registrato al Lio Club di Chieri (TO), è dunque una testimonianza importante di una serata live relativa ai primi passi della band, in essa traspare la volontà di gridare al pubblico "ci siamo anche noi!". Un documento schietto, diretto, nudo, uno schiaffo al music businnes, quello che cerca solo ed esclusivamente la vendita ed il profitto. La musica ha bisogno di vendite, vive con quelle, ma anche di spontaneità e della voglia di vivere l'emozione di una serata dove stare ad un concerto significa soprattutto ballare, sudare e partecipazione. Con "9 Gennaio 1972" si può quindi godere di uno squarcio della società giovanile italiana, un documento unico, non interessa se le canzoni sono cover e di chi (anche se Atomic Rooster, Jethro Tull, e Free sono di certo un ottimo bocconcino per i rocchettari) e neppure la qualità sonora che comunque qui penalizza di molto l'ascolto, è la magia dell'attimo che va avvalorata.
Le chitarre gridano l'entusiasmo giovanile, l'essere e la voglia di colpire l'ascolto e come dicevo prima, gli Atomic Rooster sanno graffiare a dovere, per cui "Breakthrough", "Devil Answer" e "Friday The 13th" sono la spina dorsale del live. "Fire And Water" dei Free, "We Used To Know" dei Jethro Tull, insomma molta carne al fuoco e tutta selvaggina!
Grazie ai Procession, grazie a Beppe Crovella, grazie per averci dato anche se per solo un istante, il sapore degli anni veri del Rock....della vita reale, non virtuale. Momenti che inesorabilmente non torneranno mai più, ma che abbiamo incastonato nel nostro DNA di rockers, grazie anche a voi. MS