I Miei Libri

I Miei Libri

sabato 28 marzo 2015

Argos

ARGOS – A Seasonal Affair
Progressive Promotion Records
Distribuzione Italiana: G.T. Music Distribution
Genere: New Prog
Supporto: cd – 2015


Ho sempre apprezzato l’operato dei tedeschi Argos e nel tempo ho avuto modo di parlare bene della loro musica, chi mi legge lo sa già. La loro completa discografia è raccomandabile, a partire da “Argos” (Musea) del 2009 a “Circles” (Musea) del 2010 e “Cruel Symmetry” (Progressive Promotion Records) del 2012.
Ma con “A Seasonal Affair” in mano, solo guardando il bellissimo artwork della copertina a cura di Bernd Webler, si capisce subito che lo sforzo creativo del quartetto questa volta è differente. Infatti cambia il logo della band, e le atmosfere si fanno visivamente più oscure e malinconiche. Non ci resta che andare ad ascoltare la nuova proposta di Thomas Klarmann (basso, flauto, tastiere, chitarra e voce), Robert Gozon (voce e tastiere), Ulf Jacobs (batteria, percussioni e voce) e Rico Florczak (chitarra e voce), ma non prima di aver sottolineato la presenza di special guest importanti, come il leader dei Parallels Or 90 Degrees e The Tangent, Andy Tillison (tastiere), Thilo Brauss (tastiere) e Marek Arnold (sax).
“Vanishing” con cipiglio inizia il percorso sonoro, grazie ad un velo di  malinconia che sorvola il brano, arricchito di interventi elettronici e con un buon momento di chitarra elettrica.
Il cantato di “Divergence” ricorda l’approccio vocale di David Byrne dei Talking Heads, il brano però si lancia a metà percorso in un arioso e Progressivo assolo strumentale. Tuttavia il bello comincia ad arrivare da “Silent Corner”, dove gli Argos dimostrano di aver formato una propria personalità distaccandosi un poco dal precedente New Prog. Giusta malinconia che dona melodia e profondità emozionale. Questa volta la parte strumentale è affidata al flauto e brividi percorrono la pelle, si sente anche la mano di Andy Tillison. Meno interessante “Silver And Gold”, brano più semplice, mentre il livello torna ad innalzarsi con “Lifeboats”. E come un buon disco Prog esige, ecco anche la suite, in questo caso la definirei più “mini” suite, visto la durata di dodici minuti e mezzo, dal titolo “Not In This Picture”. Inutile dire che ci sono tutte le caratteristiche al riguardo, compresi cambi di tempo ed umorali, ma questo si sa già. Quello che ne scaturisce è una profonda consapevolezza dei propri mezzi e dell’avvenuta crescita artistica, gli Argos hanno il pieno controllo delle proprie capacità e non vanno a strafare. Questo dona credibilità e bellezza al brano, perché fatto bene, con semplicità. Sempre coinvolgenti i fraseggi strumentali.
Giunge la title track “A Seasonal Affair” e ritorna il flauto ad accarezzare l’ascolto. Anche qui aleggia il velo di malinconia che accompagna molto del materiale sonoro ascoltato sino a questo punto. Fra le mie preferite “Forbidden City”, uno strumentale che da sfoggio della cultura musicale Argos, poi quando c’è il flauto….Uno spiraglio di solarità.
L’album si chiude in teoria con “Stormland”, in pratica no, perché la copia in mio possesso è arricchita da due bonus tracks, “Killer” e “Black Cat” tratte dal loro primo album, qui risuonate in versione 2015.
La colorata farfalla di “Cruel Symmetry” è volata via, oggi gli Argos sono qualcosa in più.

Un lavoro diverso, il gruppo tenta di staccarsi da certi canoni del genere, mettendo più a nudo la propria personalità. Questo ai miei occhi risulta essere un pregio di non scarsa rilevanza, decisamente un encomio ad un disco che di per se fa partire uno spontaneo applauso. MS

Active Heed

ACTIVE HEED – Higher Dimensions
Autoproduzione
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd- 2015


Con “Higer Dimensions” torna dopo due anni dal buon “Visions From Realities, il compositore e scrittore di testi Umberto Pagnini. Ritorna assieme al suo Prog ispirato, spesso gentile e mai forzato, con l’ausilio di un altro grande nome del panorama italiano moderno, Cristiano Roversi (Moongarden), qui in veste sia di arrangiatore che di produttore. Il gruppo musicale che partecipa al progetto è composto oltre che da Roversi (tastiere e basso), da Gian Maria Roveda (batteria),
Mirco Ravenoldi (chitarre) e Per Fredrik Asly (PelleK) (voce). L’artwork è ad opera di Antonio Seijas.
Dodici sono i brani, ad iniziare da “The War Of Tempos”, canzone che apre il disco con veemenza, al confine fra Hard Prog e New Prog. Godibili le fughe di tastiera di Marillioniana memoria.
Arpeggio di chitarra per l’intro “Genesiano” di “Far Escape” per poi giungere al boato sonoro di tastiere a cascata.
Se proprio dobbiamo ricercare  pecche, le possiamo scovare in una vocalità non sempre all’altezza dei momenti sonori, probabilmente meno cantato avrebbe giovato all’ascolto. Non che PelleK non sia bravo, anzi, ma diciamo che accade un poco quello che accadeva con i Marillion, ossia una logorroicità lirica a discapito di una musica invece sempre all’altezza della situazione. In altri casi invece la voce di PelleK si trova perfettamente ad agio.
Più debole “A Little Bit Expired”, seppur gradevole. Ci pensa “Gaps In Time” a rialzare il tiro con una piccola visita nel Folk di matrice anglosassone, canzone orecchiabile e spaziosa.
“Higher Dimensions” è un album scorrevole, pregno di giuste melodie, come non nominare “Multiple Replies”, l’epicità di “The Numbers Of God”, anche “Kick-Ass Grammar” è la classica canzone che un amante del genere vorrebbe sempre ascoltare, con tastiere in abbondanza, arpeggi di chitarra acustica, cambi umorali e di tempo. Anche il sottoscritto apprezza e di che tinta!
Altre canzoni interessanti a cui lascio a voi la sorpresa di scoprire.
Il genere Rock Progressivo Italiano sembra godere di una fiammella pilota sempre accesa, alla faccia dei gufi che lo hanno sempre dato per finito negli anni ’80, consiglio loro di documentarsi meglio e di ascoltare dischi come questo. Di certo non un must, tuttavia oggi neppure un genio come Steven Wilson riesce a registrare un capolavoro… misteri dei nostri tempi. MS



domenica 15 marzo 2015

Empty Tremor

EMPTY TREMOR – Slice Of Live
SG Records
Genere: Metal Progressive
Supporto: cd – 2015


Negli anni abbiamo appurato le potenzialità dei ravennati Empty Tremors, quattro album da studio di buona valenza artistica, lontano il 1997 con l’esordio “Apocolokyntosys”. Il tempo passa e l’esperienza accresce, la band si esprime in un Metal Prog di buona personalità e questo è tutto un dire in un movimento derivante da mostri (nel senso positivo della parola) come i Dream Theater. Non che tutto il genere dipenda da loro, intendiamoci,  ma inesorabilmente certi collegamenti vengono a galla. Eppure gli Empty Tremor hanno saputo scrollarsi di dosso molto di questo materiale, producendo anche nell’ultimo album da studio “Iridium” un lavoro più che dignitoso e come dicevo prima di personalità.
Oggi sono passati 20 anni dalla loro fondazione e per questo decidono di deliziarci con un album registrato dal vivo all'Arena di Mezzano (RA) il 2 agosto 2013, organizzato proprio per l’anniversario.
Il concerto è acustico e questa scelta dona ai tredici migliori brani scelti nella loro discografia un altro fascino, una nuova veste che sa di aria fresca. “Slice Of Life” è anche il titolo di un brano tratto dal loro primo album, quando nelle fila ancora militava alle tastiere Daniele Liverani, ed il pezzo ne racchiude gran parte dell’anima Tremor.
Giò De Luigi (voce), Marco Scott Gilardi (tastiere), Marco Guerrini (chitarra), Christian Tombetti (chitarra), Dennis Randi (basso) e Stefano Ruzzi (batteria e percussioni) sono gli artefici di questo progetto sonoro.
Bella la voce di Giovanni De Luigi, perfettamente ad agio in questa formula, così importante e pulito il lavoro delle due chitarre. Resto personalmente colpito dalla cristallinità di “Lost In The Past”, per certi frangenti vicina anche ai vecchi Genesis, dimostrazione che comunque la band si sa affacciare anche in quel calderone culturale che erano gli anni ’70.

Di sicuro il Metal Prog si presta molto bene alle versioni acustiche, essendo esso un genere ricco di cambi umorali e “Slice Of Live” ne è la prova inconfutabile. Non mi resta che consigliarvi questo bel momento di relax acustico e di fare anche i miei personali auguri a questo sestetto che tiene alta la bandiera della nostra buona musica in tutto il globo. MS

Liberae Phonocratia

LIBERAE PHONOCRATIA – Presuntrogloland
Autoproduzione
Genere: Jazz – Rock progressive
Supporto: cd - 2015


Piano piano ritorneremo ad appropriarci del valore delle cose, la finiremo di correre inutilmente e di non ascoltarci più. Imploderemo inesorabilmente. Stop a “chiacchiere” mediatiche date dalla stupidità di essere tutti rassicuratamene uguali, perché non è così che l’uomo è. Oggi ci facciamo violenza per “non essere” noi stessi, cerchiamo forzatamente di piacere agli altri con la triste sicurezza di non piacerci. Eppure siamo individui naturalmente unici.
Finalmente mi imbatto in un disco dedicato a questa tematica, sempre a me cara, perché svela la differenza della musica degli anni ‘60/’70 da quella di oggi. Il perché è semplice, in quegli anni l’individuo era al centro dell’interesse, ossia con la sua unica personalità, volenteroso di distinguersi dalla massa, oggi invece è l’esatto contrario.
Liberae Phonocratia si vuole riappropriare di questa personalità, Liberae Phonocratia mette alla luce del sole il complesso periodo in cui viviamo, sfregiato da una profonda aridità culturale. Così nasce “Presuntrogloland” (landa dei presuntuosi trogloditi), sintesi di cosa siamo e come non ci vediamo, ossia volgari urlatori del nulla.
Ritrovo in questo progetto una  mia conoscenza, Stefano De Marchi, chitarrista e compositore dei milanesi Psicosuono, autori di due album molto interessanti, “Aut Aut” e “Eta Carinae” (anche in versione  cantata in inglese).
Liberae Phonocratia è un trio, che si completa con Daniele Cortese al basso e Fabrizio Carriero alla batteria e percussioni. La musica proposta va ad esplorare la mente dell’ascoltatore grazie alla chiave sperimentale del Jazz che si incontra con il Progressive Rock e l’improvvisazione.
Emblematica la copertina del cd creata da Giulietta Kretsu, dove un profilo umano manifesta temporali di parole, ed un altro con un lucchetto nel cervello a testimonianza della chiusura mentale, come direbbero i Marillion di Fish: “Incommunicado”.
Sei brani di media-lunga durata, a partire da “T-Rex”, comprensivo di bell’assolo di basso, batteria e chitarra. Fra le note e l’improvvisazione trapela la cultura musicale dei singoli componenti, gli anni ’70 e una buona tecnica individuale. La chitarra di De Marchi disegna spesso confini mediterranei. Cambi di tempo in “Presuntrogloland”, cinque minuti dove la chitarra la fa da padrona.
Con “Lingua D’Asfalto” i giochi cambiano, l’intesa del trio è più evidente, così la fase jazz e comunicativa degli strumenti, fra scale ed arpeggi d’effetto. Trapela all’ascolto anche il divertimento degli artisti, i quali si sentono liberi di scorrazzare nella musica per la mente. Gli strumentisti si ascoltano e lasciano spazio alla loro singola comunicatività. Toccante l’arpeggio iniziale di “Placide Acque”, e l’improvvisazione è sempre legata ad un filo conduttore di armonia.
La sperimentazione esce a nudo in “Qualcuno Ha Bussato?”, soprattutto grazie alle numerose percussioni, ma nella parte centrale si ritorna a ritmiche solari ed assolo. Chiude “Hare Kitsch & Veganization”, divertente  e dal profumo Zappiano. Album strumentale scorrevole e gradevole.
“Presuntrogoland”, uno scioglilingua che scioglie anche i nodi della mente, se siete amanti del pensare. MS


Narrow Pass

NARROW PASS – A New Day
Musea Records
Genere: Symphonic Progressive Rock
Supporto: cd – 2014


“Un viaggio interiore ed esteriore... al buio, fuori al freddo. La notte diventa un bozzolo all'interno del quale si può trovare un'alba di rinascita”.
Così ritornano i genovesi Narrow Pass del chitarrista Mauro Montobbio in questa terza testimonianza da studio dopo cinque anni dall’ottimo “In This World And beyond”. Ma quanti artisti validi ci ha dato “Zena”, la città ligure che sin dagli anni ’70 ci ha tempestato di gioielli Progressive Rock e non solo, davvero tantissimi. Quel Progressive che ci ha resi noti in tutto il mondo, un genere che soltanto noi italiani stessi non sappiamo valorizzare al meglio perché affetti dalla malattia esterofila.
Il gruppo oggi è composto oltre che da Montobbio (chitarra e tastiere), da G.B. Bergamo (grand piano, hammond), Luca Grosso (batteria e percussioni), Alessandro Serri (voce, chitarra, basso,oboe e percussioni) e Anna Marra (voce). Con loro partecipano ospiti di eccezione, nomi noti nel campo Prog italiano contemporaneo, come Edmondo Romano (Eris Pluvia, The Ancient Veil, Höstsonaten) al sax e flauto, Fabio Gremo (Daedalus, Il Tempio delle Clessidre) al basso, Elisa Montaldo (Il Tempio delle Clessidre) al piano e Sandro Marinoni (Società Anonima Decotruzionismi Organici) al flauto, ma ciliegine sulla torta già di per se molto farcita sono Cathy O'Gara (voce) e John Hackett (flauto).
Il disco è composto da otto canzoni, ovviamente in perfetto stile Prog, ossia con suite e brani ricchi di cambi di tempo. Con i Narrow Pass si esplorano territori acustici, solari e se vogliamo dare dei punti di riferimento musicali, vicino ai Camel, ai Pink Floyd ai Genesis e ad una fetta di New Prog.
Tuttavia, un buon amante del genere, già viene accalappiato dalla inequivocabile copertina “Prog” ad opera di Carlo Cibrario Sent e Simona Corniola.
La title track “A New Day”, divisa in due parti, si apre con delicatezza ed una chitarra in stile Hackett, l’evolversi poi si sviluppa in crescendo, fra cambi umorali e di stile. Arpeggio di chitarra, flauto ed oboe per la strumentale “The Challenge” con John Hackett, sicuramente una delle canzoni più apprezzabili dell’intero lavoro. Brividi inevitabili, anche durante il solo di piano. In “Fireflies” giunge la soave voce di Anna Marra, ed il pezzo ha un fragrante profumo bucolico di arie Folk. Una ballata soffice. Il ritmo si alza in “Acquiring Wisdom” pur restando in un marcato territorio melodico. Ma tutta la musica dei Narrow Pass gioca sul fattore emotivo e toccante. Giochi elettronici a loop aprono “Metamorphosis”, movimento libero da schemi di sorta, dove la chitarra diventa più Rock e la musica si avvicina al New Prog. Inglese la metrica strutturale di “Flaming Snakes”, affiorano anche i Marillion era Fish anche se solo per alcuni frangenti. Altro strumentale è “Hard Work” e questa volta il pensiero potrebbe tornare a quello stile italico che band come PFM ha reso noto. Il disco si chiude con “Xroads”, sunto di un genere che a mio avviso non finirà mai di emozionare, grazie alla tecnica a disposizione delle buone melodie.
I Narrow Pass sono tornati con eleganza, quasi in punta di piedi, ma la musica proposta pur risultando delicata, è autoritaria, diretta e portatrice di emozioni.
Ora spero soltanto che per ascoltare un altro bel disco della band non devo aspettare altri cinque anni, ma qui subentrate soprattutto voi, dategli una opportunità e non ve ne pentirete. MS


sabato 28 febbraio 2015

BAND PER LO SPIRITO E LA TERRA

BAND LIVE:

LO SPIRITO E LA TERRA quest'anno giunge alla seconda edizione. Fabriano (AN) ed il proprio territorio ritorna luogo di attrazione turistica per eventi e proposte. Questa edizione apre anche alla musica dal vivo in ambito notturno, alle 24.00 ci sarà un concerto di una band locale nel bellissimo loggiato San Francesco della piazza. Si comincia la notte del 25 giugno fino giungere al 6 Luglio con giorni appendice in agosto. Noi di Fabriano Pro Musica e di Rock & Words CERCHIAMO band che si vogliono esibire all'evento di qualsiasi genere, Folk, Jazz, Rock, Psichedelia, Cantautore, Reagge, Rock etc. Per poter partecipare, basta contattarmi alla mail salari.massimo@virgilio.it , oppure su ROCK & WORDS in facebook alla voce "Messaggi", o alla pagina di FABRIANO PRO MUSICA. I dettagli verranno chiariti in privato, ma si richiedono ESCLUSIVAMENTE BRANI NON DEPOSITATI ALLA SIAE.
VI ASPETTIAMO!
www.lospiritoelaterra.it

Quanah Parker

QUANAH  PARKER – Suite Degli Animali Fantastici
M.P. & Records
Distribuzione: G.T. MUSIC Distribution
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2015


Tornano dopo il buon esordio del 2012 dal titolo “Quanah!” i veneti Quanah Parker. Di certo il quintetto composto da Riccardo Scivales (tastiere e synthesis), Elisabetta Montino (voce), Giovanni Pirrotta (chitarre elettriche e acustiche ), Paolo Ongaro (batteria e percussioni) e Alessandro Monti (basso, flauto, campanelli, tabla, claves, triangolo) in questi anni non sono restati con le mani in mano. La band ha partecipato a varie rassegne anche internazionali (MusicaContinua, Il Giardino, The Prog Experience Festival 2013, Verona Prog Fest 2014, Woodstock Village 2014, ecc.) sulle ali della buona critica ricevuta per l’esordio. Il tastierista e musicologo Riccardo Scivales è sempre il trascinatore del gruppo, colui che scrive i brani assieme ad Alessandro Monti e questa volta vuole raccontarci storie fantastiche di animali fantastici, oltre che omaggiare il mai troppo compianto vocalist del Banco Del Mutuo Soccorso, Francesco Di Giacomo, per gli amici “Big Francesco”, ad un anno dalla sua prematura scomparsa.
L’artwork è affidato nuovamente, come nel disco precedente, alle mani di Elisabetta Montino.
Come in ogni buon disco di musica Progressive Rock, si comincia con un interludio, qui dal titolo “From Distant Lands”, non a caso all’interno si può ascoltare la melodia che poi verrà trattata nella lunga suite successiva dal titolo “Suite Degli Animali Fantastici”, ed in cattedra sale subito la soave voce di Elisabetta Montino. La suite  della durata di 30 minuti e suddivisa in otto brani, è stata ispirata a Scivales dall’amico ed editore di molti suoi libri di musica, Edward J. Shanaphy, che dopo aver ascoltato il primo album “Quanah!”, suggerisce  l’idea di trattare (nella più bella tradizione del Rock Progressivo) l’affascinante mondo degli “Animali Fantastici”. La musica fa certamente venire la pelle d’oca a tutti gli estimatori di band storiche italiane come Le Orme, Il Banco Del Mutuo Soccorso ed altre che hanno contribuito a rendere immortale il genere. Essendo  il compositore un tastierista, i pezzi sono molto incentrati sui tasti d’avorio e l’ascolto acquisisce magia e corposità negli arrangiamenti. Il Banco fa capolino in “Danza Di Un Mattino”, frammento della suddetta suite, ma tutto l’ascolto è scorrevole e pregno di piacevoli deja vu, così buoni gli interventi della chitarra elettrica di Giovanni Pirrotta.
Segue il tributo “A Big Francesco”, scritto di getto da Scivales all’apprendimento della scomparsa del grande cantante romano. E’ un momento toccante e profondamente “BMS”, come probabilmente Francesco avrebbe voluto ascoltare. Non di certo un brano melenso, bensì articolato e scorrevole. Qui fuoriesce l’immortalità di questa musica in tutto il suo essere.
Segue “Death Of A Deer”, uno dei brani più vecchi composti da Scivales, addirittura nel lontano 1981, quando ancora il New Prog doveva affermarsi con band come Marillion, IQ, Pendragon e Pallas su tutti. In origine il brano aveva il titolo “The Death of the Ball Turret Gunner”, con un testo tratto da una famosa poesia di Randall Jarrell. Cambi di ritmo ed umorali sono all’ordine dell’ascolto.

Il disco si conclude con “Make Me Smile”, un altro “vecchio” brano dei Quanah Parker composto nel 1985, durante il periodo conclusivo della prima formazione della band. Per la cronaca Il CD è stato co-prodotto dai Quanah Parker e Vannuccio Zanella, mentre per i collezionisti dico che le prime 500 copie sono in tiratura limitata con lamina in oro a impreziosire le bellissime miniature dell’artwork di copertina. Un disco che inorgoglisce il Progressive Italiano, senza spazio e senza tempo, a dimostrazione che questa magia mai finirà. MS

martedì 17 febbraio 2015

FABIO ZUFFANTI: 20 anni di grande Prog!

              FABIO ZUFFANTI AND ZBAND Live a Genova



Decisamente un concerto da non perdere sabato 28 Marzo alle ore 21.00 a La Claque di Genova.
Un artista che fa grande la nostra musica Prog in Italia e all'estero: FABIO ZUFFANTI per i suoi 20 anni di carriera farà un sunto della sua esperienza passata fra i numerosi suoi progetti. Negli anni lo abbiamo apprezzato in  Quadraphonic, Hostsonaten, Finisterre, La Zona, La Maschera Di Cera, Rohmer, Aries, Buc-ur, R.U.G.H.E. e L'Ombra Della Sera.

Ospite speciale della serata  Jenny Sorrenti.

domenica 8 febbraio 2015

Glad Tree

GLAD TREE – Onda Luminosa
Autoproduzione/Synpress44
Genere: Folk /Progressive Rock/Word
Supporto: cd – 2015

 

La carriera musicale di Marcello Capra è ricca di piccole gemme sonore, il chitarrista degli storici Procession (band Prog italiana degli anni ’70) ha lasciato nel tempo, degli album acustici davvero toccanti in quanto intimistici.
L’anima di questo autore non può che essere rappresentata da un albero della felicità, un albero che dopo l’ascolto mi piace accostare alla vita stessa, e la cover che accompagna il cd  è la fotografia del concetto di tranquillità e di felicità stessi, i colori acquarello che compongono l’albero sono come i suoni racchiusi nelle nove composizioni. Radici salde al suolo e fronde al cielo avanti ad una lontana città.
La chitarra acustica che sempre accompagna Capra, questa volta non è sola protagonista , come spesso ci ha abituati, bensì in “Onda Luminosa” l’autore si esibisce in trio, con l’ausilio di Lanfranco Costanza al flauto, armonica e Tambourin e del percussionista/vocalist indiano Kamod Raj Palampuri. Nasce questo progetto dal nome Glad Tree, un alchimia di culture e tradizioni, di suoni classici (grazie allo studio di Costanza) che si sposano con ritmiche orientali ed al suono mediterraneo della chitarra.
I Glad Tree iniziano le proprie esibizioni nel 2014 e “Onda Luminosa” è un vero e proprio live in studio mentre il debutto è  presentato in un concerto del 22 gennaio al Teatro Massaia.
All’ascolto non esulano interventi di Jazz, Blues ed ovviamente Folk.
Il disco si apre con “Gocce” e l’arpeggio della chitarra rimanda la memoria ai favolosi anni ’70, e l’aggiunta del flauto è un rafforzativo. Non si resta indifferenti a questo ritmo ipnotico ed ai suoni Folk, il connubio è profondamente rapitore. Ancora più ferrato nel concetto risulta il brano “Danza Verde”, dove gli interventi vocali di Kamod sono strumento aggiunto. Non ci sono testi, bensì fonetica.
Più riflessivo è il pezzo “Bassa Marea”, esso sprigiona tutto l’insieme delle culture che racchiudono il progetto Glad Tree, dimostrando che le barriere geografiche o gli steccati ideologici devono essere necessariamente abbattuti. Ad un amante come me del Prog acustico degli anni ’70 non può che venire la pelle d’oca all’ascolto di “Soul Raga”, necessariamente gli occhi si chiudono e ci si lascia trasportare dai suoni caldi ed allo stesso tempo convulsi del brano.
“MarMaris- Danza Turchese” è l’unico pezzo non composto da Marcello Capra, bensì da Lanfranco Costanza. Il flauto la fa da padrone, una vetrina per la su arte. Uno dei momenti da me preferiti è “Aura”, per la delicatezza ma allo stesso tempo solarità seppur velata di malinconia.
Il disco prosegue nelle sue peculiarità, salvo andare a visitare il mondo della Giamaica con “Giamaica Blues”, divertente movimento ricco di spunti anche danzerecci. Degna chiusura dell’album.
Mi auguro che “Onda Luminosa” abbia un proseguo nel tempo, Capra sa entrare nello spirito dell’ascoltatore, ogni volta una sorpresa. Il disco è consigliato a tutti indistintamente perché è musica basilare, magari ascoltata in cuffia sotto un albero….della felicità! MS



mercoledì 28 gennaio 2015

Walls Of Babylon

WALLS OF BABYLON  - The Dark Embrace
Autoproduzione
Genere: Power Progressive Metal
Supporto: cd - 2015


Nell’entroterra marchigiano esistono moltissime band, una regione che sta crescendo musicalmente, ultimamente hanno proliferato molto anche nel fabrianese, presentando numerosi artisti anche di buona fattura. In ambito Heavy Metal a Fabriano si sono potuti apprezzare i Death Riders di Francesco Pellegrini, gruppo da molti anni in attività e autore di diversi demo oltre che di due cd ufficiali, “Through Centuries Of Dust” (2011) e “New Captivity” (2013).
Walls Of Babylon sono una creatura del chitarrista leader Francesco Pellegrini e del cantante Valerio Gaoni, una sorta di appendice alla band ufficiale, ma che non va assolutamente sminuita in quanto essa non si discosta molto dallo stile della band madre. Qui si va ad interagire con un Power più “Progressive”, dando libero sfogo alle grandi qualità vocali di Gaoni, ancora una volta in crescendo artistico e in questo caso ancor più a proprio agio. Le canzoni sembrano essergli scritte addosso come un abito, ma in “The Dark Embrace” è tutto l’insieme che funziona. I Walls Of Babylon sono formati oltre che dai citati musicisti, anche da Fabiano Pietrini alla chitarra, Matteo Carovana al basso e da Marco Barbarossa alla batteria.
Nove canzoni strabordanti di energia vigorosa, il Power è così, epico quanto basta ed adrenalinico, da godere ad alto volume. E questo io l’ho fatto ad iniziare da “A Puppet Of Lies”, dove la buona registrazione amplifica il tutto. Ricordo anche che l’album è registrato e mixato nei DR Recording Studio  proprio di Francesco Pellegrini.
Così inizia l’album, synt che elargiscono epicità per incamminarsi nel brano che potrebbe uscire benissimo dalla discografia dei grandiosi Blind Guardian. Voce pulita si incrocia di tanto in tanto con il growl per un risultato d’effetto. Cambi umorali e di ritmo rendono l’ascolto sempre vivo, così gli interventi solistici delle chitarre.
Sale ancora la voce di Gaoni in “The Deafeat” che in alcuni momenti mi rimanda ai Queensryche dei bei tempi. Traspare nella composizione una particolare attenzione al sound moderno, una ventata di freschezza che nel genere Power Prog non guasta. Con “Alone” i Walls Of Babylon tornano ad essere più crudi e derivativi ed il ritornello, come da stile, è sempre orecchiabile e da cantare a squarciagola. Buona la sezione ritmica, così l’idea di arricchire l’arrangiamento con tastiere, il pezzo è uno dei momenti più belli di “The Dark Embrace”. Sale di più il ritmo nella title track, una rasoiata epica ma allo stesso tempo aperta ad armonie ariose.
Il lato più pacato viene rappresentato da “Honor And Sorrow”, canzone di facile memorizzazione e melodica con un buon solo di chitarra a legare il tutto. Una sbirciatina anche nel mondo del Teatro Dei Sogni con “The Emperor” per poi entrare nella strumentale “A New Beginning”. Elettronica  e tastiere ancora una volta rendono l’ascolto variegato, un giusto momento di riflessione ed oscurità dal fascino irresistibile. Segue un (se vogliamo chiamarlo così) classico della band, “Revenge Of Morpheus”. Il disco si chiude con “A Warm Embrace”, brano ricercato e sunto della personalità Walls Of Babylon.
Molti grideranno alla sorpresa ascoltando questo piccolo gioiellino metallico, io invece non pecco di presunzione o altro, quando dico che me lo aspettavo. Mi baso solo su di un elemento, il lavoro ed il sudore annesso che negli anni porta sempre ad un risultato positivo. Oggi la gavetta non esiste più…. male! I Walls sono una realtà inconfutabile, che sa dare dieci giri al buon 50% del materiale analogo straniero che puntualmente ci sorbettiamo spacciato per “capolavoro”. Grandi artisti sono sotto la nostra casa e sta a noi scoprirli, io intanto seguo sempre Francesco Pellegrini, questo ragazzo sa stupirmi ogni volta di più. Alla prossima e rivado con il tasto “Play”.  MS

Contatti: walls_of_babylon@yahoo.com

https://www.facebook.com/pages/Walls-of-Babylon/317090131766967?sk=timeline

Enten Hitti

ENTEN HITTI  - Fino Alla Fine Della Notte
Aliodie
Genere: Sperimentale
Supporto: cd - 2013





Si può musicare il limbo? Che suono ha un viaggio onirico sospeso nel sonno dalla mezzanotte all’alba? Una energia muove tutto questo, l’atmosfera delle notti consiglia in pratica la musica degli Enten Hitti. Il risultato si intitola “Fino Alla Fine Della Notte”.
Pierangelo Pandiscia (polistrumentista) e Gino Ape (polistrumentista) sono le menti creatrici del progetto Enten Hitti, dedito a musica ricercata e sperimentazione, legata anche ad influenze sonore tratte dall’ascolto di gruppi come Pink Floyd, Greateful Dead e dal Krautrock di Popol Vuh. L’esperienza ventennale in ambito musicale si fa notare nelle sette composizioni dell’album, un percorso fatto assieme a Gianpaolo Verga (violino), Afra Crudo (voce), Adriana Puleio (voce), Enya Daniela Idda (voce), Lorenzo Pierobon (canto armonico), Lello Cassinotti (voce), Vincenzo Zitello (arpa bardica) ed Alio Die (Guzheng e suoni naturali). Alcuni di voi si chiederanno se Zitello è colui che ha collaborato anche con Battiato, la risposta è si e fa parte del gruppo Telaio Magnetico.
L’esperienza che caratterizza questa composizione musicale, deriva dalla Sleeping Concert, esercizio performativo che si ispira alle pratiche di veglia sonora tipiche di alcune tradizioni mistiche Tibetane e Sufi. L’intento è quello di evocare ricordi ed immagini sul filo della dormiveglia. I concerti iniziano alle 24.00 fino al sorgere del sole e tutti i musicisti suonano ininterrottamente anche utilizzando strumenti a suono indeterminato (campane di cristallo, campane tibetane, lastre di pietra etc.) e strumenti tradizionali come il violino, l’oboe o l’arpa celtica, tutto questo fino a raggiungere uno stato ipnotico. I concerti hanno la performance di quattro musicisti ed una attrice di Teatro sensoriale e si suddividono in cinque atti: Purificazione e accoglimento, l’inizio del viaggio, moto perpetuo, il sogno ed il risveglio dell’alba.
L’album si apre con “Inizia Il Viaggio”, musica scaccia spiriti con conchiglie e zucche tromba. Subentrano le percussioni che hanno la solennità di una sorta d’ iniziazione. Il battere continuo sembra ricordare che comincia la mezzanotte… si parte. Uso sperimentale delle voci, concepite a strumento, come oggi sanno fare molto bene anche Claudio Milano in arte Nickelodeon e Gianni Venturi nel suo Vuoto Pneumatico e nel gruppo Altare Thotemico. Il suono che ne scaturisce è atavico, intrinseco nel dna dell’uomo, solamente celato dalla paura del lasciarsi trasportare dalle proprie sensazioni, perché spesso nel buio del nostro essere, di questo si ha paura. “Nelle Terre Di Mezzo” giungono strumenti più tradizionali, il suono prende forma seppure sempre in maniera eterea ed ipnotica, tutto sembra avvolgere l’ascoltatore di una coperta di nebbia colorata. Breve la vocale “Un Canto Solitario”, interpretata da Afra Crudo e da Adriana  Puleio, per poi giungere a “Respira”. La notte è nel proprio pieno e sopraggiungono immagini ariose all’ascolto, sensazioni dettate dai suoni pacati che compongono il brano, come in un respiro si alzano e si abbassano. Ed eccoci finalmente “Dentro Il Sogno” dove l’acqua purifica il nostro essere, dove la soavità dei suoni acustici  coccolano e rassicurano. Il tempo passa velocemente quando si è  leggieri e sognanti, “Prima Dell’Alba” sembra sgranchirci con i suoni del violino e del piano. Il risveglio definitivo è dato da “Ho Visto Anche Dei Funghi Felici”, con il canto solare di Crudo e Puleio. 
“Fino Alla Fine Della Notte”, musicalmente parlando, è una esperienza unica, forte e realistica, dove l’ascoltatore non è più parte passiva di essa, bensì ne è complice. Lasciare andare la propria fantasia durante questa esperienza, porta a stare bene con noi stessi, a non avere più paura del lasciarsi andare, in parole povere insegna ad ascoltare, termine che oggi purtroppo viene sempre più soppresso dal più superficiale “sentire”. MS




venerdì 23 gennaio 2015

Sinagoga Zen

Sinagoga Zen - Sinagoga Zen
Digital Midiatec Comercio Fonografico / CNPJ
Genere: Rock Progressive
Supporto: cd - 2014




In Brasile esiste un posto magico, culturalmente parlando, una sinagoga dove l'arte ne è l'arredamento. Essa è un laboratorio "utopico" dove all'interno si possono incontrare musica, teatro, studio e poesia, in parole povere Multi Art. Qui c'è il risultato della comunione di tutte le persone che hanno frequentato e vissuto la sinagoga in questione, perché i membri hanno anche fondato scuole rinnovandone l'educazione musicale. "Sinagoga Zen" è in sintesi la celebrazione di dieci anni di esperienza e maturità musicale. Il gruppo è formato da Alison Seben (batteria e percussioni), Felipe C. Taborda (chitarra, basso, viola e violoncello), Giulia F. Dall'Oglio (voce), Rafael Vignatti (tastiere) e Wilian M. Baldasso (basso, chitarra, viola e violino). I generi musicali che si incrociano all'interno del disco sono numerosi, in quanto i singoli componenti provengono da una cultura a se stante, ecco allora incrociare la Psichedelia con il Blues, oppure riff pesanti alla Black Sabbath, ma anche Piazzolla, Miles Davis, Pink Floyd, King Crimson e Stockhausen solo per dare alcuni nomi di riferimento. Ma il mondo musicale più rappresentato dal combo va ricercato nel Rock anni '70. Il disco lascia in me un segno particolare, cinque composizioni differenti che godono di una personalità alquanto marcata, quella che manca spesso agli autori odierni, questo fa si che la mia memoria cataloghi Sinagoga Zen come progetto interessante e da seguire anche nel futuro, almeno con attenzione e curiosità. Già la lunga suite "Modanca Dos Tempos" manifesta un insieme di sonorità che fanno capo comunque ad un substrato di Jazz e Rock. E mi vien da sorridere quando il motivo si placa, aprendo ad orizzonti settantiani a confermare il mio pensiero sulla globalizzazione dettata dal fenomeno internet, il motivo che si ascolta è infatti contaminato dall'atmosfera nord europea, cara a paesi come la Svezia. Perla Prog mutevole e fluttuante, a volte non tattile in quanto eterea e sfuggevole. Cosa dire dei passaggi di piano, della voce di Giulia e del violino? Spettacolo. "2014" è raffinata, ricolma di sonorità degne dei migliori Paatos, ma questa volta con una solarità maggiore, più consona alle terre della Sinagoga Zen. Ancora la veste anni '70 per "Presenca", buona ritmica sostenuta dalle tastiere e da una metrica strutturale vicina alla formula canzone, ben orecchiabile. Mai banali, proseguono il cammino sonoro andando a pescare anche in territori Blues in stile Stevie Ray Vaughan, questo accade in "Abdu Pensante", ma è un attimo perché appena riesci a metabolizzare, i ragazzi sono già nel mondo New Prog. Il disco si conclude con i dieci minuti e mezzo di "Instante De Velejar", dove la sperimentazione si lascia guidare dalle percussioni ricche di solarità, compreso l'uso dello xilofono. Il Brasile non è nuovo nello stupire l'ascoltatore mondiale di Progressive Rock e non venitemi a dire che il genere è morto, per favore, non ci crederò mai e questo grazie anche a realtà come i Sinagoga Zen.

sabato 10 gennaio 2015

Franck Carducci

FRANCK CARDUCCI – Torn Apart
Autoproduzione
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2014


Sono già passati tre anni da quel debutto interessante dal titolo “Oddity”, dove il polistrumentista Franck Carducci ha dato sfoggio delle sue qualità tecniche e compositive. Conclusi allora la recensione dicendo che il disco era piacevolmente scorrevole e  consigliatissimo ai fans di band come Pendragon, ma anche dicendo che mi aspettavo un passo in avanti nei confronti della personalità.
Intanto però andiamo ad analizzare come si presenta il nuovo “Torn Apart”, l’artwork di Casoli e Corinne Vignal, compare creativo, fumettistico e profondamente  comunicativo, esso è anche ricco di particolari all’interno, fra foto e dettagli brano per brano su chi ci suona ed ovviamente anche nei testi. Salta all’occhio la nutrita serie di artisti che coadiuvano il disco, a partire dall’onnipresente chitarrista Steve Hackett (Genesis), l’amico Roy Van Oost al flauto e Michael Strobel alla chitarra solo per fare alcuni nomi.
Nove canzoni ad iniziare dai dieci minuti della title track “Torn Apart”. Ciò che mi accoglie è un muro sonoro che vibra a suon di organo e di chitarra elettrica, il profumo di Rock & Blues passato e metabolizzato, godibile nei solo di chitarra e diretto. Musica per il corpo e per la mente senza tempo. Ma ancora territori Prog veri e propri non sono stati visitati, ci pensa la successiva “Closer To Irreversible” a farci capolino, lento di matrice Pendragon, anche se il fattore Rock & Blues è ancora molto marcato. Buono l’uso della voce e degli effetti, mentre Steve Hackett si lancia in un assolo devastante. Il disco va in crescendo, “Journey Throught The Mind” è all’inizio New Prog anni ’80 e potrebbe benissimo uscire dalla discografia dei Marillion, per poi mutare verso il Folk Rock. Dopo la breve  “Artificial Love”, dove alla chitarra Mathieu Spaeter è più Hackett di Hackett, si passa alla bellissima suite “A Brief Tale Of Time”. Tutti gli ingredienti al posto giusto per un fans Prog, dai cambi umorali e tematici ai ricchi assolo, compreso un richiamo ai Pink Floyd. Altro breve frangente, voce e piano con “Girlfriend For A Day” ed è la volta di “Mr Hyde & Dr Jekyll”. Torna dunque il Rock vigoroso ed il suo strascico di Blues. Torna anche la suite, ancora più lunga (quattordici minuti), con “Artificial Paradise”, fra Genesis e quant’altro il genere sa elargire. Questo è il brano che preferisco, anche se una classifica definita è impossibile da stilare, e che chiude l’album. Nella versione in mio possesso si può godere anche della bonus track “School”, la cover del classico dei Supertramp tratta dal monumentale “Crime Of The Century”.

Carducci cresce, questo mi attendevo e ci speravo, cresce in personalità ed in tecnica. Le composizioni si reggono bene perché ben strutturate e l’ascolto scivola via che è un piacere, non esistono momenti di stasi. A questo punto è ufficiale, Franck Carducci non è più una promessa ma una realtà.  MS

venerdì 2 gennaio 2015

Light Damage

LIGHT DAMAGE – Light Damage
Progressive Promotion Records
Distribuzione italiana: G.T. MUSIC Distribution
Genere: Neo Progressive Rock
Supporto: cd – 2014



Un cd con una copertina nera rappresentata da stracci manipolati attira la mia attenzione. Se li guardo bene cambiano significato a seconda della mia fantasia e si presentano a me con differenti soluzioni. Da musicologo amante del Prog ci scorgo in alto a sinistra un camaleonte, è la mia mente distorta dall’amore per i Marillion o è qualcos’altro che coglie l’attenzione? Non lo so, fatto sta che mi ha fregato, il disco oramai è nelle mani. A presentare il prodotto è la label tedesca Progressive Promotion Records, ultimamente anche sinonimo di qualità, il gioco si fa sempre più interessante. I musicisti sono i lussemburghesi Light Damage.
Si formano  nel settembre del 2005 durante lo Spirit of ’66 a Verviers in Belgio grazie all’incontro fra Sébastien De Landtsheer (primo batterista della band) e Stèphane Lecocq (chitarre). Assieme nutrono l’amore per questo genere musicale dal nome Progressive Rock, assieme ne parlano tornando a casa e realizzano il progetto ad oggi completato da Frèdèrik Hardy (basso e voce), Nicholas John (voce e chtarra) e Thibaut Grappin (batteria). Inizialmente suonano cover dei Genesis per poi diventare nel tempo band tribute dei Pink Floyd. Ma tutto questo resta stretto alla band, che con anni di esperienza alle spalle sente di dire qualcosa di differente, con la maturità nasce l’esigenza di creare materiale proprio. Il risultato è “Light Damage”.
L’album è ben registrato, i suoni sono puliti ed equilibrati (basta ascoltare il suono della bacchetta che tintinna sui piatti per farsene un idea) ed è formato da sei canzoni di breve, media e lunga durata, come un album Prog esige. Raccontano  la storia di una persona che perde qualcuno, chi? Nessuno lo sa, ma è una persona cara di sicuro.
”Eden” apre l'album, è il giorno della perdita ed un ragazzo va a piedi attraverso la città , verso la strada di casa. Si sente il rumore della pioggia e delle campane. Il brano di quasi dieci minuti fa intendere con l’intro che i ragazzi amano si Pink Floyd ma anche il suono New Prog, impreziosito da un giro armonico ripetitivo in stile Goblin. Per il resto il brano è legato alla formula canzone e ben cantato. Il camaleonte che intravedevo fra gli stracci a questo punto non credo che sia li messo a caso, specialmente per l’uso delle chitarre e delle tastiere d’accompagnamento. In " Empty" , il personaggio principale è tornato a casa e si sente triste, inutile e vuoto dentro . Beve da solo finché non si addormenta e sogna. Le chitarre ritornano protagoniste, così gli arpeggi inconfondibili di matrice New Prog, un velato senso di malinconia accompagna l’ascolto rendendolo intrigante e rappresentativo del testo.
Un sogno molto intenso, il tipo di sogno dal quale solitamente si desidera svegliarsi, perché è davvero sgradevole, ma, allo stesso tempo, si vorrebbe sapere come va a finire, anche se ti spinge alla follia e questo si chiama “The Supper Of Cyprianus”. Non è la prima volta che il cantato resta in bilico fra lo stile fino ad ora nominato ed il Post Rock di Radiohead e Muse. Le parti strumentali danno una carica in più al brano, fra brevi assolo e cambi di ritmo. Si arriva ad “Heaven”, un paradiso falso, quello del cervello del protagonista alterato anche da farmaci e droghe. La musica descrive le sensazioni, pur restando sempre gradevole ed ancorata alle melodie, arma vincente dei Light Damage. In “F.H.B. (For Helpful Buddies)” si vive la sospensione del tempo, in cui il ragazzo protagonista ricorda tutti gli amici che lo hanno aiutato ad uscire da questa brutta esperienza di vita. Le atmosfere si placano, le chitarre sono più sospese per poi crescere nell’insieme del brano e per chi vi scrive, questo è uno dei momenti più belli dell’intero lavoro. Infine si ritorna con i piedi per terra ed il brano “Touched” avvisa di questo, il ragazzo seppur triste torna alla realtà. Nuovamente cambi di tempo e crescendo accompagnano l’ascolto e terminano questo debutto che di certo non passerà inosservato.

I Light Damage ci hanno raccontato una storia attraverso le proprie corde sentimentali, le loro esperienze e le caratteristiche che li contraddistinguono, di certo saranno di gradimento a tutti coloro che seguono con il cuore e la mente i generi da me sottolineati. Buon debutto ed aspettiamo ulteriori sviluppi, intanto personalmente rischiaccio il tasto play. Prog e non solo. (MS)

L'uomo e la musica attraverso il suono

UOMO E MUSICA
Di Massimo Salari


La musica nasce con l’uomo, lo accompagna dai tempi dei tempi, è l’udito che ha fatto il suo naturale percorso. In fondo, il primo suono ritmico che ascoltiamo è già nella pancia della nostra mamma…. il suo cuore. Una volta nati viene il suono, ossia il riconoscere ed associare un oggetto, o una azione a quanto ascoltato. Esso ha una frequenza nel tempo.


Per l’uomo primitivo, l’associazione di suoni è poi d’ importanza vitale, il riconoscere ad esempio le situazioni di pericolo o versi di alcuni animali pericolosi. Nasce anche la necessità di esprimersi a suoni, anche per lunghe distanze, il suono come mezzo di comunicazione, far viaggiare il suono al posto delle persone, molto più veloce e sicuro. Molte tribù comunicavano fra di loro percuotendo oggetti, come ad esempio tronchi vuoti o quant’altro. Si riunivano, descrivevano situazioni di pericolo o di allarme, ma a volte anche di festa. Il tronco vuoto percosso lascia così adito anche all’interpretazione del gusto personale, al piacere del movimento, perché il suono ritmico è anche rassicurante. Tutto si riallaccia al ritmo del cuore, quello che abbiamo sentito da sempre, sopra di esso come intensità, il suono ci invita a situazioni di euforia o di agitazione, più lento invece a situazione di tranquillità, calma o di riflessione. Non è naturale e quantomeno non usuale, adoperare ritmi veloci per momenti di meditazione, salvo alterazioni mentali dovute ad altre sostanze esterne. E’ nella nostra natura.
Nasce dunque la musica, per definizione così descritta: “La musica (dal sostantivo greco μουσική) è l'arte dell'organizzazione dei suoni nel corso del tempo e nello spazio.
Si tratta di arte in quanto complesso di norme pratiche adatte a conseguire determinati effetti sonori, che riescono ad esprimere l'interiorità dell'individuo che produce la musica e dell'ascoltatore; si tratta di scienza in quanto studio della nascita, dell'evoluzione e dell'analisi dell'intima struttura della musica. Il generare suoni avviene mediante il canto o mediante strumenti musicali che, attraverso i principi dell'acustica, provocano la percezione uditiva e l'esperienza emotiva voluta dall'artista.”.
La musica così si sviluppa, nel tempo cambiano i supporti per crearla, l’arte subentra già nell’era primitiva, quando al suono di percussioni si affinano strumenti appositi, magari anche nati casualmente, ma nel tempo modificati e resi funzionali all’uopo. Un esempio un bastoncino vuoto che soffiandoci dentro produce un suono, in seguito migliorato facendo su di esso dei buchi. Un piffero. Chiudendo i fori con le dita, i suoni cambiano. Ecco il suono al servizio del piacere umano.
La musica viaggia soprattutto nel sistema limbico del cervello e scatena la dopamina, vera e propria droga.


Questa non è utile per l’evoluzione della specie, ma fa piacere, come mangiare la cioccolata o fare sesso. Il cervello imparando a concentrarsi sull'ascolto si droga ed inganna il corpo, come ad esempio la masturbazione, essa non serve alla riproduzione della specie, ma la si fa ugualmente per il piacere proprio  (non si sta in effetti copulando).
Quindi la musica non è indispensabile per i termini biologici, ossia non allunga la vita, si può vivere benissimo anche senza, tuttavia è adatta a stuzzicare le nostre capacità mentali.
Per questo esiste anche la musicoterapia, perché riesce a lenire del 15% il dolore fisico (esperimenti fatti sulle persone, con  mani immerse nel ghiaccio o ferro ardente che si scalda nella mano, dimostrano che chi ascolta musica resiste un poco di più al dolore). Con il tempo ci si accorge che esiste anche l’Amusia, ossia l’incapacità di ascoltare la musica e di memorizzarla, in fin dei conti è come la dislessia nella lettura. Grazie ad essa, si è capito che musica e linguaggio sono due cose ben distinte nel nostro cervello.
Amusici sono il 5% della popolazione mondiale.



Altro fenomeno è la Sinestesia ossia la capacità di associare colori, sapori ed odori alla musica.



Nel tempo le strumentazioni rendono la musica più articolata e complessa, adatta a tutte le esigenze e nasce anche quella di scriverla per dettargli delle regole univoche per tutti.
I gusti della popolazione all’ascolto della musica, sono generalmente legati agli eventi della vita, ai singoli episodi stessi i quali modificano l’esistenza ed il modo di pensare, di conseguenza, essendo la musica un linguaggio anche scritto, è dunque cronaca del periodo.
Un esempio per far capire il concetto, la musica ed i testi di Bob Dylan non sarebbero stati tali senza la “Guerra in Vietnam”.
Tuttavia la musica ritmata per il ballo, ossia quella meno destabilizzante in quanto più ripetitiva, è quella che nei secoli va per la maggiore. La massa in essa si riconosce e si rassicura, nascono per questo anche i balli di gruppo. Si costruiscono posti dove poterla vivere al meglio, come balere e discoteche, dove la musica alta subentra nell’individuo rendendolo euforico e felice, portandolo al ballo liberatorio.
L’uomo mette necessariamente del tempo ad adattarsi ai mutamenti delle cose, c’è chi più degli altri si spinge alla ricerca ed alla sperimentazione, ma in generale questo individuo all’inizio viene emarginato e messo in una bolla precauzionale di indifferenza dalla massa, proprio come per un virus. Eppure è colui che progredisce e fa migliorare il nostro stile di vita, in effetti tutto questo viaggia  nella normalità dell’evoluzione della specie.
La musica “complessa” dunque esiste, necessariamente supportata da una tecnica importante, la ricerca di nuove soluzioni, nuovi suoni e situazioni, fanno dell’ascoltatore attento un  individuo che gode a pieno della musica, come un prolungamento del suo essere. C’è chi ama trovarsi destabilizzato, ossia che viene portato in nuovi ed inesplorati limbi sonori, e chi invece di tutto questo ne trae fastidio. Non esiste una regola precisa per tutti, resta il fatto che colui che modifica le regole, nel tempo e solo nel tempo, convince la massa che in qualche modo si adegua all’evoluzione stessa, facendola propria e riportandola nei canoni della stabilità, magari con qualche piccola variante. Ognuno per la causa mette del proprio.
Nascono necessariamente i nomi dei generi musicali, questo per dare punti di riferimento all’ascoltatore. Essi sono relegati agli stili ed ai ritmi, ma anche in base alle strumentazioni. Esiste la musica Classica, il Blues, il Rock, il Folk, il Metal, il Reggae, l’elettronica e decine e decine di altri generi.
La musica psicologicamente riesce a modificare anche i nostri gesti quotidiani, per esempio fa spendere di più un acquirente nei negozi, specie quella classica, in cui inconsciamente ci fa sentire degli intenditori (ad esempio, si compera lo champagne più caro rispetto quello che costa di meno). Viceversa, una musica forte e ritmata o elettrica, spinge l’acquirente verso la cassa. La musica classica è anche adoperata da repellente per i vandali nelle metropolitane di Londra, non è musica cool e non piace al vandalo. Anche gli animali pur non componendo musica, hanno comunque differenti sensazioni all’ascolto, ad esempio, la mucca con Simon & Garfunkel fa più latte, mentre le galline fanno più uova con i Pink Floyd.

Il suono è dunque parte fondamentale della nostra esistenza e per vivere meglio, dovremmo dedicarci di più ad ascoltare che a sentire, perché ascoltare è dedicare l’attenzione a quel suono, mentre il sentire è un ascolto distratto senza concentrazione (ad esempio sentiamo passare una macchina ma non memorizziamo, in quanto suono già conosciuto). La nostra evoluzione passa anche attraverso l’ascolto, così la nostra cultura ed il benessere che ne traiamo, sforziamoci a capire per trarne vantaggio.

martedì 30 dicembre 2014

PROG ZONE 2015


“PROG ZONE – Il prog in Concerto”, una rassegna live di musica progressive/alternative rock nata da un’idea di Daniele Giovannoni, batterista dei Karmamoi ( www.karmamoi.it ), band progressive rock italo-inglese con all’attivo due album (“Karmamoi” del 2011 e “Odd Trip” del 2013) e un terzo” Solitary Binary System” in uscita a Giugno 2015, anticipato dal singolo “Sirio”. I Karmamoi, già protagonisti dell’Eurosonic Showcase Festival di Groningen (Olanda, 2011) e di numerosi live, tra i quali l’opening act al Borderline di Londra per gli storici Curved Air, condivideranno il palco con due band della scena prog emergente: Jade Vine e Old Rock City Orchestra.

I greco-londinesi Jade Vine (www.jadevineuk.com), attualmente impegnati nelle registrazioni del loro secondo album, hanno intrapreso nel 2013 un tour in Inghilterra e in Grecia come opening act degli Anathema, nota prog band di fama internazionale. Nello stesso anno Daniel Cavanagh, chitarrista degli Anathema, ha co-prodotto il loro primo lavoro dal titolo “Nothing Can Hide From Light”. 

Gli Old Rock City Orchestra (www.oldrockcityorchestra.com), anch’essi impegnati nell’uscita del loro secondo album, sono stati protagonisti nel 2013 di un tour europeo che ha toccato Inghilterra, Francia, Belgio, Olanda e Bulgaria. Il disco d’esordio “Once Upon A Time” è uscito nel 2012 per l’etichetta indipendente M.P. & Records, già in collaborazione con artisti nazionali e internazionali come Rick Wakeman (YES), Sonja Kristina (Curved Air) e, tra gli altri, Bernardo Lanzetti (PFM), voce storica del progressive rock italiano, con il quale la band umbra ha condiviso il palco lo scorso luglio 2014.

PROG ZONE gode del supporto mediatico di distribuzioni, radio, webradio e magazine del settore e sarà replicato nel corso del 2015 anche in Gran Bretagna. 




sabato 27 dicembre 2014

Daal

DAAL – Dances Of The Drastic Navels
Agla Records
Genere: Progressive Rock/Avantgarde
Supporto: cd – 2014


Il Progressive Rock Italiano si sta basando su nomi oramai importanti, ci sono artisti che con il duro lavoro e la perseveranza, hanno dato uno stile ben riconoscibile al nostrano genere d’avanguardia. Alfio Costa lo troviamo alle tastiere in numerosi progetti, Prowlers, Tilion, Colossus Project, ha collaborato con Malaavia, Ars Nova, The Samurai Of Prog solo per fare alcuni nomi e con Davide Guidoni alle percussioni (oltre che ottimo grafico) ha creato questo fortunato progetto dal nome Daal. “Dances Of The Drastic Navels” è la quinta realizzazione da studio dopo il successo di “Dodecahedron” del 2012. L’album è composto da cinque tracce ed è edito in una confezione cartonata come sempre curata da Davide Guidoni. I suoni registrati sono contaminati da aloni di oscurità per le atmosfere, sempre intriganti e sorprendenti.
Le composizioni prendono vita in una casa isolata e buia nei pressi di un bosco, la casa di Mr. Sandro, questa è l’ideale per la concentrazione tanto che Costa in due giornate riesce a comporre le cinque canzoni.
Nel disco si avvalgono del supporto di amici come Ettore Salati alle chitarre, noto in ambito Prog in quanto presente in numerosissimi progetti al riguardo (The Watch, Alex Carpani, Archangel, The Redzen, Soulengine etc. etc.), Bobo Aiolfi basso anche con i Prowlers, Letizia Riccardi al violino, Tirill Monh voce in “Inside Out” e Guglielmo Mariotti(voce).
Il titolo del primo brano “Malleus Maleficarum” lascia già presagire l’ascolto a cui si va incontro. Le musiche sono composte da Costa, ma qui una mano importante la da Guidoni nell’intro e le sonorità si fanno grevi  in stile Goblin o Antonius Rex. Notevole la parte centrale del brano, quando le atmosfere si placano per una Psichedelia a tratti di Pinkfloydiana memoria.
“Elektra (An Evening With…)” è una variante elettronica e strumentale, impreziosita dalle percussioni di Guidoni. Il pezzo comunque Rock,  è dedicato ad un loro amico scomparso in una tragica notte.
“Lilith” è una sorta di ninna nanna ispirata da un disegno trovato inciso in un albero presso la suddetta casa dell’amico Sandro. Ipnotico ed ammaliante, basa molta enfasi sulle note sgocciolate dal piano di Costa. Composizione emozionante e profonda come pochi sanno concepire.
Con la title track “The Dance Of The Drastic Navels” ritroviamo i classici Daal, quelli che hanno saputo colpire l’attenzione dell’ascoltatore progressivo sin dal 2009. I pochi testi che si ascoltano nel lavoro sono comunque il proseguo dell’argomento dei primi album, si narra della storia di un uomo del futuro che si innamora di una strega metà donna e per metà robot, dove riesce a far diventare l’individuo un proprio giocattolo. Il brano gode di atmosfere nordiche, molto vicine al Prog svedese e a certi King Crimson, queste date dall’oscurità dei passaggi, soprattutto caratterizzati dal suono  mellotron. A metà ascolto subentra l’elettronica, carta molto spesso vincente dei Daal.
Il disco si chiude con “Inside You”, in origine destinata a diventare la conclusione della suite appena ascoltata, invece lasciata definitivamente godere di vita propria. La canzone (perché di questo si tratta) è cantata dalla bella voce della norvegese Tirill Mohn ed è esaltata dal nostalgico violino di Letizia Riccardi. Il pezzo da solo vale il prezzo del cd, come si dice spesso in questi casi, degno suggello del lavoro.
I Daal fanno ciò che sentono, non badano a stili o mode, mutano pur sempre reggendo il sound su di una personalità che il buon 80% delle band mondiali di Prog Rock si sognano! Qui c’è da ascoltare, “Dances Of The Drastic Navels” è un viaggio da fare senza freni inibitori, senza paura, basta lasciarsi andare per scoprire nelle oscurità dei raggi di sole che sembrano indicare una nuova strada. Io come sempre, in casi come questi non giudico ma ascolto e cerco di lasciarmi trasportare, perché questa musica esula dalla banalità, non va ascoltata assolutamente in macchina o comunque sia distrattamente, ma va goduta a pieno, in tutte le sue sfumature.

Daal, oramai un nome ed una garanzia. (MS)

domenica 21 dicembre 2014

Fabio Zuffanti

FABIO ZUFFANTI & ZBAND – Il Mondo Che Era Mio
AMS / BTF
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd - 2014


Molto spesso mi sono lamentato di situazioni musicali qui in Italia che hanno fatto sì che il mio giudizio fosse rassegnatamente negativo al riguardo. Non è per partito preso nei confronti di un genere musicale a me caro, e neppure per chiusura mentale relegata a nostalgia dei tempi che furono, bensì vera e propria constatazione dell’evoluzione culturale del popolo italiano.  Ma per fortuna anche oggi c’è chi si batte per se stesso e la musica, per poter semplicemente vivere di lei e di esprimere il proprio essere attraverso le sue corde. In un calderone immenso questi artisti vanno scovati e supportati perchè è da loro che spesso nascono emozioni.
Fabio Zuffanti di certo non è l’ultimo arrivato, lo sapete bene anche voi che seguite le mie recensioni, ha formato numerosi gruppi come Finisterre, La Maschera Di Cera ed Höstsonaten tanto per nominare i più famosi ed è un artista che si batte da venti anni per la sua causa, quella di esprimere un concetto musicale a cavallo fra semplicità, armonie e Prog Rock. Probabilmente il connubio di questi elementi non è digeribile a tutti gli usufruitori, i quali spesso si legano al significato di Prog Rock distante dal cosiddetto termine “commerciale”. Non che Zuffanti nella sua carriera abbia fatto dischi prettamente commerciali, anzi, tuttavia ha ricercato la giusta melodia anche di facile memorizzazione, magari a discapito di lunghe cavalcate tecniche. Venti anni di realizzazioni che hanno fatto in ogni caso parlare, emozionare e cantare.
Quest’anno è uscito anche il disco solista “La Quarta Vittima” che ha riscosso  interesse di pubblico in senso generale e che ha portato Zuffanti a formare una band per partire in un tour mondiale che ha toccato nazioni come Belgio, Olanda e Canada. Un concerto in cui si suonano le diverse tappe della carriera che hanno contribuito a formare l’artista genovese, un insieme di canzoni estrapolate dai diversi suoi progetti. Ogni canzone è un tassello importante che l’artista sente vicino a se. Ma non tutto è filato liscio a livello tecnico e le registrazioni live purtroppo non si sono potute realizzare. Zuffanti tuttavia ha ritenuto di immortalare ugualmente questa Zband ed una scaletta importante che lo ha accompagnato nel corso del tour, per questo si reca agli Hilary Audio Recording Studio e ripete il concerto live in studio.
Quello che ne scaturisce all’ascolto, oltre alla bellezza delle composizioni, è una forte sensazione di agio, ossia i musicisti godono di questa situazione e danno il meglio di loro stessi. Ecco allora classici come “In Limine” (Finisterre con Boris Valle),”Rainsuite” (Höstsonaten), “La Notte Trasparente” (La Maschera Di Cera) ed altri ancora, riprendere vita, una nuova veste comunque elegante e moderna. Del nuovo album solista ci sono “Una Sera D’Inverno”, “La Quarta Vittima” e “Non Posso Parlare Più Forte”.La Zband è formata da Matteo Nahum (chitarra), Paolo “Paolo” Tixi (batteria), Giovanni Pastorino (tastiere) e Martin Grice (fiati), oltre che da Fabio Zuffanti al basso e voce.
Sette tasselli importanti per la carriera, ma anche per il Prog Italiano in generale, troppo spesso relegato al confine dei tempi che furono, invece con “Il Mondo Che Era Mio” si ha nuovamente l’ennesima prova che il genere è vivo e vegeto. Ben confezionato in edizione cartonata, registrato con la consapevolezza di rendere il concerto più tangibile ed un bel poster de “La Quarta Vittima Tour”all’interno dell’artwork stesso, questo è il sunto del cd.
Sicuramente Fabio ora è già all’opera in un nuovo progetto, la sua “vulcanicità” non è sicuramente nuova a nessuno, perchè lui è artista vero, vive della sua musica, o almeno tenta di farlo con tutte le difficoltà del caso e se ci riesce è solo grazie a se stesso, alla gavetta, alla bella musica che solo un ascoltatore disattento può lasciarsi sfuggire.
Da avere e godere! (MS)