RADIOHEAD
- A Moon Shaped Pool
XL Recordings
Genere: Crossover Prog
Supporto: CD / LP / Digital - 2016
Con
questa disamina vado a trattare una delle band più iconiche e influenti degli
ultimi decenni: Radiohead.
Recensire
quest'album è come descrivere il suono del ghiaccio che si scioglie o di un
cuore che impara a battere a un ritmo diverso dopo un trauma. È un disco di una
bellezza devastante, dove l'elettronica spigolosa del passato lascia spazio a
orchestrazioni cinematografiche e una vulnerabilità quasi insostenibile.
Se
“Kid A” era l'alienazione e “In Rainbows” era il calore umano, “A Moon Shaped
Pool” è il riverbero. È un album orchestrato magistralmente da Jonny Greenwood,
dove i Radiohead sembrano finalmente in pace con la loro eredità, ripescando
brani storici dal cassetto e rivestendoli di una patina di sogno e
rassegnazione.
L’album
si apre con “Burn The Witch” e un ritmo incalzante di archi suonati col legno
(battendo le corde con il legno dell'archetto). È un brano paranoico, un monito
contro il populismo e la caccia alle streghe moderna. Un inizio teso che però
non riflette il resto dell'album, molto più etereo.
In
“Daydreaming” il disco rivela la sua vera anima. Un loop di pianoforte ipnotico
accompagna Thom Yorke in un viaggio attraverso la perdita.
"Dreamers, They Never Learn" è una gemma. Il
finale, con la voce di Yorke distorta e rovesciata che sembra dire "Half
of my life" (riferimento alla fine della sua relazione trentennale), è
straziante.
“Decks
Dark” è forse il pezzo più "Radiohead" nel senso classico. Una linea
di basso avvolgente e un coro che sembra fluttuare nello spazio. Parla di
un'astronave che copre il cielo: una metafora perfetta per un dolore che non si
può evitare.
Ed
è la volta di “Desert Island Disk”, un raro momento acustico, quasi folk.
Sembra di sentire l'influenza di Nick Drake. È un brano che parla di rinascita
e di "spalancare le porte", un respiro di sollievo dopo l'oscurità
dei primi brani.
Ma
il motore del disco è “Ful Stop”. Un basso sintetico cupo cresce per minuti fino
a esplodere in una cavalcata Krautrock. "You Really Messed Up Everything"
canta Yorke, con una rabbia che però suona stanca, esaurita.
“Glass
Eyes”, un interludio di archi e
pianoforte. Breve, delicato, come un vetro che sta per incrinarsi. Descrive la
sensazione di scendere da un treno in un posto sconosciuto e sentirsi
spaventati dal volto delle persone.
Spettacolare
anche “Identikit”, famosa per il suo ritmo spezzato e il sintetizzatore
"scordato" nel finale. Il coro "Broken hearts make it rain"
è diventato immediatamente un inno per i fan. Jonny Greenwood regala qui uno
dei suoi rari e spigolosi assoli di chitarra.
Non
esulano richiami anni ’70 come nel caso di “The Numbers”, che ricorda quasi i
Led Zeppelin più acustici o Serge Gainsbourg. È un inno politico e ambientale: "We are of the
earth, to her we do return". Gli archi qui sono
maestosi.
“Present
Tense” è una bossa nova spettrale. Yorke canta della necessità di ballare per
non soccombere al dolore. È un brano di una bellezza fragile, dove la chitarra
elettrica crea un intreccio di echi infinito.
“Tinker
Tailor Soldier Sailor Rich Man Poor Man Beggar Man Thief”, un titolo
lunghissimo per un brano denso di elettronica scura e archi cinematografici che
salgono di intensità fino a un finale dissonante e disturbante.
Infine
“True Love Waits”, i fan hanno aspettato vent'anni per una versione in studio
di questa canzone. I Radiohead decidono di spogliarla della chitarra acustica
originale per trasformarla in una ballata di pianoforti sovrapposti. È la degna
conclusione: una preghiera disperata ("Don't leave") che risuona nel
vuoto.
“A
Moon Shaped Pool” non è un disco da ascoltare distrattamente. È un'esperienza
immersiva. È il suono di una band che non ha più nulla da dimostrare e si
concede il lusso della pura emozione. MS
Versione Inglese:


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