I Miei Libri

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venerdì 9 settembre 2016

Black Mirrors

BLACK MIRRORS – Stato D’Eccezione
Autoproduzione – Creative Commons
Genere: Punk
Supporto: cd - 2016


Torna il Punk ficcante dei Black Mirrors alla seconda uscita ufficiale dopo l’ottimo “La Vita Sul Serio” (2013). Il quartetto composto da  Andrea Morbi alla batteria, Francois Belocq al basso, Gabriele “Cats” Gatti alla chitarra e cori, e Giorgio “Camel” Tinelli alla voce, procede il cammino roccioso ed  impegnato nei testi, sempre attenti al sociale ed alla storia che abbiamo vissuto. Questa volta nella realizzazione si avvalgono di numerosi amici e special guest “d’eccezione”, il sempre fido Fabio “Dandy Bestia” Testoni (Skiantos) alla chitarra, Mario e Sandro Severini (Gang) alle voci, Gianluca Schiavon (Skiantos) alla batteria, Emilio “Cats99”Gatti (Screaming Hall) al violoncello, Eugenio “Cats96” Gatti (Punk Lobotomy) al sax, così ai fiati Marco Agostinelli, Fabio Bianchi e  Paolo Del Papa. L’album è ottimamente supportato da un libretto ricco di spiegazioni del caso, testi e foto, il tutto con la doppia pagina centrale dedicata ai Black Mirrors fotografati in strada con in sovrimpressione uno stralcio di una poesia di Alessandro Cartoni. L’immagine della copertina invece è tratta da un murale eseguito da Blu nel 2013 in una superficie 8x8 nel centro sociale XM24 a Bologna.
Le tracce che compongono il disco sono undici più tre bonus track, due brani dei Clash “Death Is A Star (live)”, tributo a Joe Strummer dei Clash purtroppo deceduto il 22 dicembre 2002 a Broomfield (UK) e “Ghetto Defendant (live)”. Il terzo brano è “Stato D’Eccezione”, ma Remix.
Apre proprio la title track ponendo il problema della restrizione della nostra libertà, fra Job Acts, referendum ed altre cose.  “Camel” è in grande spolvero, la grinta, la sua voce graffiante è perfetto viatico del concetto espresso, così come il Punk proposto, semplice, diretto, di facile memorizzazione, come il genere notoriamente richiede. Questo avvalora la cultura dei Black Mirrors che dimostrano di aver vissuto ed assimilato sulla propria pelle non solo il genere che suonano, ma il messaggio sociale che lo ha sempre contraddistinto. Sale il ritmo in “Monika”, storia di una ragazza nata da una famiglia di nazisti ma che sceglie il “sentiero guevarista”. La chitarra di “Cats” sciolina riff melodici, semplici ed efficaci, così la ritmica è precisa, senza virgole o fronzoli. Simpatica “Punk Is Dad”, che gioca sul pensiero sostenuto da  alcuni che il Punk è morto (dead), ma che in realtà invece è padre, così come lo è “Camel” con la nuova arrivata Anita, sua la voce finale nel brano, una vera e propria staffetta generazionale. Segue uno dei brani più divertenti dell’album, “W La FCA”, dedicata a Marchionne, con un ritornello da cantare a squarciagola in sede live.
Black Mirrors con i fiati di Agostinelli, Bianchi e Del Papa si addentrano in un brano fuori dal Punk, con richiami al grande James Brown dal titolo “Il Lavoro Non Esiste (Jobs Act)”. Amara considerazione, ma veritiera. Si ritorna al Punk con “Mentecattautore” ed “Omissis”, politica e stragi, Piazza della Loggia, Piazza Fontana e strategia della tensione. Bugie e rimozioni. “Memoria Con Divisa” è un Punk/Ska scritto assieme a Pietro Guiducci, l’Italia che si nasconde dietro l’appellativo di “brava gente”, e ritornano i fiati.
C’è anche l’omaggio al mitico Roberto “Freak” Antoni dei Skiantos, “Gli Italiani Son Felici” con la chitarra e la voce aggiunta di “Dandy Bestia”. Il brano è stato scritto dagli Skiantos dopo il referendum abrogativo sulla scala mobile del 1985. 
Il quartetto da anche voce a chi non l’ha più, al ricordo di personaggi che hanno fatto storia a modo loro, come “Corbari”, partigiano nel 1943 fra Ravenna e Forlì. Irriverente e ironico con gli avversari, Corbari anarchico ribelle ed eretico, rivive grazie anche ai Black Mirrors. Prima delle tre bonus track il disco è concluso da “Scrivere Vivere”, brano malinconico dedicato alla memoria di Riccardo Bonavita, intellettuale amico fraterno dei BM.
“Stato D’Eccezione” è un disco “coraggioso” che fuoriesce dalla banalità musicale odierna, dove la parola è importante quanto la musica, concetto oggi appena sfiorato soltanto da alcuni artisti, vuoi per pigrizia, vuoi per non essere contro tendenza, i Black Mirrors invece sono loro stessi, prendere o lasciare. All’ascolto chitarre ruvide, grida e Punk si equivalgono alle parole, stesso peso sulla bilancia, punto di forza e caratteristica di questa band.
Una finestra nel sociale, una “resistenza” concettuale dedicata a coloro che vogliono vedere, sapere e pensare, non solo ascoltare. Stato D’Eccezione! MS

Contatti: blackmirrors79@gmail.com

lunedì 29 agosto 2016

Glareshift

GLARESHIFT – Second Mirror
Autoproduzione
Genere: Progressive / Alternative Rock
Supporto: cd – 2015


Prima di tutto voglio sottolineare l’impegno produttivo a favore dell’artwork e del supporto in generale, perché pur essendo una autoproduzione è sicuramente migliore di moltissimi altri prodotti e non solo del genere. Belle e indovinate con la musica le illustrazioni di Fabio Magnasciutti per la copertina e i dipinti interni di Eva Danese
Detto questo, Glareshift è un progetto di Alessandra Bersiani (batteria, tastiere, voce e flauto) e Daniele Nuzzo (chitarra, synth e voce) che si forma nel 2011 come ricerca musicale, interagendo con stili quali il Progressive Metal oscuro di Anathema o di Steven Wilson e il nuovo Rock Alternativo di  Dredg o Oceansize solo per intenderci. Nel disco la band è completata da Gianluca Chris Quoley (basso), mentre la formazione vede oggi anche Fabrizio Presago (voce, percussioni e tastiere). Compaiono come special guest Jerry Cutillo al flauto, Andrea Adduci (voce), Valentina Valeri (voce), Emil Dee (Bodhràn), Eva Danese (tamburo shamano e voce) e Fabio Magnasciutti (voce narrante).
“Second Mirror” è formato da cinque tracce, di cui tre mini suite. Questo è il primo capitolo di una trilogia che narra di un viaggio nel proprio “Io”, ispirato da “Alice Nel Paese Delle Meraviglie” di Lewis Carroll. La protagonista percorre gli eventi attraverso due specchi, quello dell’anima e quello delle cose reali, il risultato la porta a conoscere una persona differente da quella che è.
E allora si comincia con i dieci minuti di “Reflection”, dal suo oscuro arpeggio che in crescendo va a toccare le corde oscure dell’animo. L’incedere porta ad una apertura ruvida, in stile Anathema periodo “Regret” con qualche punta di Paradise Lost. Effetti alla voce giocano con echi e coralità, dove un flauto tende ad addolcire il suono metallico e potente. Buono l’uso della chitarra, anche effettata in stereofonia sincopata in un solo compatto ed essenziale. Dura “EnTrance”, aperta al mondo Tool, cadenzata, martellante, per poi sciogliersi in un cantato malinconico e ottimo interprete delle atmosfere.
“InSight” è il brano più lungo con i suoi quattordici minuti di Prog Alternativo e oscuro come la pece. Giri di basso roboanti fanno da evidenziatore al concetto. Si bada alla sostanza emotiva anche nel caso della lenta “Realeyes”, un requiem sonoro con il bodhràn a cucire sensazioni arabesche, con il canto femminile nel crescendo finale davvero d’impatto.  Il flauto fa da collante alla conclusiva semi suite dal titolo “Exit”. Qui i Glareshift danno sfoggio di tutto il loro repertorio artistico, schitarrate, cambi umorali e di tempo, coralità comprese. Il viaggio sonoro è finito.

La musica dei Glareshift vive molto di effetti, un film sonoro che strappa sensazioni differenti. Canzoni per un Progressive non inteso come senso di appartenenza agli anni 60/70, anche se alcuni spunti se ne evincono, ma Progressive nel senso di ricerca e contaminazione, un lavoro che sono sicuro non lascerà indifferenti molti addetti ai lavori e rivolto ad un pubblico attento, sempre in vena di nuove emozioni. Senza paraocchi, scusate…Senza paraorecchie. MS

giovedì 18 agosto 2016

Concerti Notturni LO SPIRITO E LA TERRA




Anche quest'anno LO SPIRITO E LA TERRA in collaborazione con FABRIANO PRO MUSICA organizza i "Concerti Notturni" in una location incantevole, quella del Loggiato San Francesco di Fabriano (AN). La scelta musicale è per tutti i gusti, ad iniziare dal CROMATICO DUO di Andrea Mori (Flauto) e Alessandro Santonocito (Chitarra), Il Country di RUSTY CARTER, il blues del duo acustico SPACCA / BRENCIO all'inventiva Rock Psichedelica dei SOUNDSICK e al Funky Acid Jazz dei SPACECAKES. Artisti locali che danno il loro spirito artistico per la nostra terra. Da non perdere!
ROCK & WORDS presenti! 
https://www.facebook.com/events/1095685330507033/?active_tab=posts










Mercoledì 24 agosto: CromaticoDuo
Giovedì 25 agosto: Lorenzo Rusty Carter Picchi
Venerdì 26 agosto: Duccio Spacca / Gabriele Brencio Guitar Duo.
Sabato 27 agosto: Soundsick
Domenica 28 agosto: Spacecakes

domenica 7 agosto 2016

Supertramp

SUPERTRAMP – Crime Of The Century
A&M Records
Genere: Rock
Supporto lp – 1974





Il tastierista inglese Richard Davies nel 1969 ha l’opportunità di formare una band grazie all’attenzione economica di un amico olandese, è così che assieme al polistrumentista e cantante Roger Hodgson che danno vita al progetto Supertramp. Dopo una lunga selezione la band si stabilizza con Bob C. Benberg alla batteria, John Anthony Helliwell ai fiati e Dougie Thomson al basso.
I primi due album “Supertramp” del 1970 e “Indelibly Stamped” del 1971 non è che facciano volare il gruppo in alte classifiche, pur avendo fra le composizioni alcune canzoni non epocali ma gradevoli. Lo stile comunque si va plasmando, le tastiere che si adoperano a ritmica e che saranno prerogativa della loro grandissima personalità, giungono solamente nel 1974 con questo album dal titolo “Crime Of The Century”, e qui o si vola o si muore.
Il Rock proposto dalla band è a cavallo fra quello tanto di moda in quegli anni, ossia il Progressive Rock, il Jazz e il Blues, dove i fiati di Helliwell coprono un ruolo molto importante. Le canzoni sono cantate alternatamente fra Davies e Hodgson, quest’ultimo altro marchio di fabbrica della band grazie alla sua voce alta, quasi in falsetto.
A differenza delle band Prog del periodo, i Supertramp si dedicano completamente alla formula canzone, ma in maniera raffinata e ricercata. “School” inizia alla grande l’album, con un velo di nostalgia di base ed un amalgama sonora perfetta e rodata. Duettano Davies e Hodgson al microfono e la canzone, poi proposta molto spesso anche in sede live, è colma di cambi di tempo ed umorali. Il solo di piano è altro cavallo di battaglia. Che i Supertramp amano essere “commerciali” e che volgono uno sguardo anche all’America più ricettiva alle canzoni di facile memorizzazione, lo si evince anche dalla ruffiana  e cadenzata “Bloody Well Right”. La terza canzone è quella in cui si mostrano i muscoli, dove il gruppo comprova la capacità tecnica e compositiva, una canzone che rientra nel settore che dicevo all’inizio, quello della raffinatezza, essa si intitola “Hide In Your Shell”. Importante anche qui l’uso delle coralità, usate spesso anche in falsetto. Il lato A dell’lp si conclude alla grande con un classico, “Asylum” cantato da Davies.
I Supertramp non sempre si prendono sul serio, spesso si divertono a giocare con il pentagramma e usano il piano in maniera sincopata, come detto, a ritmica. “Dreamer” ne è esempio e DNA del gruppo.  In Italia la canzone non sfugge ad un grande cantante del tempo, in pieno successo di pubblico, quel Renato Zero ancora trasgressivo di “Zerofobia” che traduce “Dreamer” in “Sgualdrina”. Momento serietà immediatamente dopo con una “Rudy” stradaiola e malinconica.
Non manca il lento di facile presa emotiva, qui con il titolo “If Everyone Was Listening”, molto bello e ammaliante.
E come spesso accade di dire: dulcis in fundo. L’album si conclude con un crescendo sinfonico impressionante e sostenuto dalle immancabili tastiere (qui piano) e sax in fuga strumentale. La canzone è colei che da il titolo all’album e che resterà negli annali non solo della band ma anche della storia del Rock.

Questo album da il via alla carriera di una band che molto avrà da dire negli anni, sino alla frattura con Hodgson, ma comunque sempre con album di alto livello. Un loro successo a seguire? “Breakfast In America” un classico che più classico non si può.



sabato 30 luglio 2016

Power Of Omens

POWER OF OMENS – Eyes Of The Oracle
Elevate Records
Genere: Metal Progressive
Supporto: cd – 1998


Nel mondo della musica esistono storie a cui spesso non si riesce a dare una spiegazione. Fenomeni popolari che non hanno la valenza del successo ottenuto, e band che stupiscono per qualità, tecnica e songwriting che spariscono in un istante. La storia degli americani Power Of Omens va a collocarsi nel secondo caso, un esordio importante, una conferma e …la sparizione.
Se andiamo ad analizzare l’album “Eyes Of The Oracle”, facciamolo nel contesto in cui è scaturito, ossia nel 1998, ragioniamo quindi nell’ottica di quando il Metal Prog ha già conosciuto da molto tempo fenomeni come Queensryche, Dream Theater, Fates Warning, Savatage etc. La band non ha difficoltà a muoversi nell’ambito in quanto agisce in una strada già spianata, dove un vasto pubblico aspetta con ardore e famelicità nuove realizzazioni in tema. I fans delle band succitate sono attenti ed esigenti, il genere stesso lo necessita, grande tecnica, ottima voce e buone canzoni sono da rispettare, e gli ingredienti in questo esordio ci sono tutti. Per questo lo split è ingiustificabile ed inspiegabile. Voce alla Geoff Tate (Queensryche) e songs in stile Fates Warning di “Parallels”. Pazzesco!
Il quartetto di San Antonio (Texas) si forma nel 1994 e realizza due demo, il primo nel 1996 formato da dieci canzoni ed il secondo nel 1997 composto da cinque. Grazie a loro riescono a chiudere un contratto con la Elevate Records, casa discografica attentissima ai fenomeni Metal Prog.
Il risultato ufficiale “Eyes Of The Oracle”, è composto da nove canzoni fra le quali una lunga suite di venti minuti dal titolo “Test Of Wills”, per una lunga durata di settantadue minuti! Il gruppo è formato da Chris Salinas (voce), David Gallegos (chitarra), Matt Williamson (basso) e Alex Arllano (batteria).
Immancabile l’intro qui dal titolo “Inner Voices” che conduce a “Alone I Stand”, canzone che mostra immantinente le caratteristiche della band, controtempi, ritmi spezzati e un basso suonato in maniera spettacolare, chitarra (anche acustica) presente e tecnica per non parlare della voce che vola alta a seconda delle esigenze. Si intuisce subito che non sono una band comune…eppure…
Non serve fare lo spelling alle canzoni, perché sono facilmente intuibili già da quanto vi ho descritto, tuttavia una menzione a parte va alla conclusiva “Tears Of The Wind”, ballata acustica e strumentale non scontata.
Nel 2002 è la volta di un altro gioiellino, “Rooms Of Anguish”, poi il nulla. Peccato e  li annovererò per sempre fra i casi mai risolti di questo immenso mondo sonoro chiamato Metal Prog. Pubblico…avete in seguito dato successo a band clone di Dream Theater e a gruppi non eccelsi in confronto ai Power Of Omens, ma perché? Se qualcuno sa, che mi spieghi. MS



giovedì 28 luglio 2016

Mystery

MYSTERY – One Among The Living
Unicorn Records
Genere: Progressive Rock/ AOR
Supporto: cd – 2010


Il Canada è una nazione che spesso ci delizia con ottimo Rock e Prog, basta citare Rush, gli storici Harmonium, i metallici Anvil o Razor, oppure i maestosi Saga tanto per comprenderci. Nel tempo la nazione ha sempre saputo elargire piccole perle di Prog, anche con gruppi cosiddetti “minori”. 
I Mystery del chitarrista e tastierista Michel St-Pere sono una formazione ben rodata, già attiva dal 1986. Io invece ho avuto il piacere di imbattermi con loro tramite il secondo album dal titolo “Destiny?” del 1998. Sono rimasto colpito dal risultato che scaturisce dall’unione di Rock, Prog ed AOR. Il cantato è in inglese ed il risultato senza parlare di miracolo è interessante, tanto da farmeli annotare sul mio tabellino di marcia. Nel frattempo spariscono dai scaffali dei negozi, tanto da farmi pensare ad un triste fuoco di paglia, le mie speranze erano mal poste? Per fortuna mi sono sbagliato, nel 2007 tornano con  “Beneath the Veil of Winter's Face”, un album più fresco e ricercato. La personalità gioca attivamente il suo ruolo. L’interpretazione vocale di Benoît David migliora nel tempo, punto di forza della band assieme alle melodie ruffiane e godibili.
E nel 2010 è la volta di “One Among The Living”, un disco composto da quattordici tracce e per far capire al Prog fans la strada intrapresa dalla band informo che contiene anche una bella suite di ventitré minuti. Infatti il trio sposta il tiro verso il Progressive Rock più canonico rispetto a l’Hard Prog e AOR dei dischi passati, soprattutto dell’esordio. Vigore e gusto per i buoni ritornelli cantabili si acquisiscono già da “Wolf” e che siano cresciuti lo si intuisce anche dagli ospiti che partecipano alla registrazione (e che ospiti) : Benoît Dupuis (tastiere), Dean Baldwin (chitarra), François Fournier (basso), Daryl Stuermer (chitarra), Oliver Wakeman (tastiere), John Jowitt (basso), Antoine Fafard (basso), Claire Vezina (voce) e Richard Lanthier (basso).
Gusto per buoni solo di chitarra (ad esempio in “Between Love And Hate”) e tastiere che ricoprono un nobile compito, quello di riempimento sonoro e da supporto. Non si resta indifferenti avanti ai quasi dieci minuti di “Until The Truth Comes Out”, uno dei frangenti migliori del disco, specie nell’arpeggio iniziale con voce.
Non so quanti di voi possano conoscere gli Everon, per darvi un paragone con un altra band del genere, tuttavia esse sono tangenti. La suite “Through Different Eyes” è il fiore all’occhiello di questo disco, il perché è facilmente intuibile, come i fuochi d’artificio ci sono di tutti i colori e formazioni. Si parte con calma e si esplode strada facendo. La title track è ineccepibile, con effetti e  suoni a tratti anche psichedelici, “The Falling Man” mostra il lato più duro dei Mystery e la conclusiva “Sailing On A Wing” suggella il disco con maestosità.

“One Among The Living” non è un album che si deve obbligatoriamente avere, ma sicuramente sopra la media di questo genere, il che non è poco. Sono sicuro che alcuni di voi resteranno piacevolmente colpiti e conquistati, buttategli un ascolto e buona scoperta. MS

lunedì 25 luglio 2016

Syncage news



I vicentini SYNCAGE sono prossimi all'uscita dell'album ufficiale dopo l'EP del 2014 "Italiota".
A voi l'anteprima dell'album


domenica 24 luglio 2016

Interviste a Fabio Zuffanti e Max Salari



Max Salari e Fabio Zuffanti in una foto di Raff Vescovo

RADIO GOLD:


FABIO ZUFFANTI & PROG ROCK, 101 DISCHI DAL 1967 AL 1980


Puntata speciale di Gold & Friend di Gigliola Marinelli e Massimo Magi. Ospite Fabio Zuffanti che, con Max Salari, ha presentato il libro “PROG ROCK, 101 DISCHI DAL 1967 AL 1980".
Per saperne di più ascolta l’intervista!
http://www.radiogold.tv/?p=20563 
SAVERIO SPADAVECCHIA:

https://youtu.be/-7Teelq6Nsc

giovedì 21 luglio 2016

PROG ROCK! 101 Dischi con Fabio Zuffanti a Fabriano






Prendete uno dei saggisti musicali più preparati ed eclettici in circolazione, e un musicista prog tra i più attivi e rappresentativi della scena italiana (e non solo). Metteteli davanti a un microfono, o una telecamera, e otterrete Astrolabio. Dapprima fortunata trasmissione radiofonica, poi televisiva, ora si materializza su carta trasformandosi in PROG ROCK!: un libro unico, un testo di riferimento, nel quale Storti e Zuffanti scelgono, commentano, analizzano, contestualizzano e raccontano i 101 dischi prog che non possono mancare nello scaffale del vero appassionato. Per i due autori, prog – aggettivo che tende a essere usato con una certa disinvoltura – designa tutte quelle musiche che, a partire dai tardi anni Sessanta, hanno cominciato a espandersi e, contaminandosi con stili diversi, hanno allargato il concetto di pop song, sperimentando arditi accostamenti tra diverse influenze senza il timore di ricercare nuove melodie, armonie, suoni e strutture. Quindi, è progressive tanto il rock sinfonico degli Yes quanto la musica cosmica dei Tangerine Dream, l’hard psichedelico degli High Tide, il jazz-rock dei Nucleus, l’art-pop dei Roxy Music, le favole celtiche di Alan Stivell e molto altro. Il prog, insomma, non come definizione di un genere codificato, quanto come filosofia, modo di essere e approccio a ciò che si suona e si ascolta: qualcosa che ha portato la musica rock a scalare un gradino in più e che ha contribuito ad aprire diverse porte della percezione.
In centouno schede i dischi senza i quali il prog non sarebbe il prog.
La presentazione del libro avverrà nella Biblioteca Multimediale Comunale di Fabriano, Venerdì 22 Luglio alle ore 18.00 e sarà relazionata da ROCK & WORDS assieme all’autore FABIO ZUFFANTI.
RICCARDO STORTI
Docente di Storia della Musica presso l’Università della Terza Età di Genova, è il fondatore e coordinatore del Centro Studi per il Progressive Italiano di Genova. Ha mosso i primi passi nel mondo della saggistica musicale con Aereostella, casa editrice che ha pubblicato diversi suoi volumi su Battiato, De André, Mozart, New Trolls, Vecchioni e, naturalmente, sul progressive rock (Codice Zena e Rock Map).
FABIO ZUFFANTI
Ha al suo attivo più di quaranta dischi nel’ambito del prog e suoi derivati, da solista e con band quali Finisterre, la Maschera Di Cera e altre. Direttore artistico dell’etichetta Mirror Records, ha inoltre composto due opere rock, collaborato a svariati reading letterari in compagnia di Tommaso Labranca, Wu Ming e Antonio Moresco, condotto trasmissioni radio e tv e scritto due libri (O casta musica, Vololibero, 2012, e Ma che musica suoni?, Zona Editrice, 2014).
                        ROCK & Words (Fabio Bianchi e Max Salari) con Fabio Zuffanti)

domenica 26 giugno 2016

Stefano Testa


STEFANO TESTA – Andrea Il Traditore
Mellow Records
Genere: Cantautore / Progressive Italiano
Supporto: cd – 2016


“Andrea Il Traditore” è il ritorno discografico di Stefano Testa dopo “Il Silenzio Del Mondo” datato 2012, ed anche il ritorno di Mauro Milani per quello che concerne la copertina. Perché questa sottolineatura da parte mia è presto detto, il ponte spazio/temporale grafico ci trasporta direttamente al 1977, quando il disco “Una Vita Una Balena Bianca E Altre Cose” presenta il debutto discografico di questo cantautore dalle radici Prog. Poche sono le stampe  dell’lp (1000) ora cibo per collezionisti, ma grazie alla ristampa Mellow Records del 1994, l’opera riprende attenzione e vita. Tuttavia il cantautore non riesce a pubblicare il secondo lavoro nel 1979, del quale è comunque pronta la suite “Decadenza E Morte Di Andrea Il Traditore”. Ecco il ponte.
Chi di voi è ferrato sull’argomento “Progressive Italiano”, ha già intuito che il 1977 non è un anno proprio felice per debuttare in questo ambito, i giochi sono di fatto conclusi (o rinviati) e la musica sta cambiando, così come la moda. Arriva la “Febbre Del Sabato Sera”, arriva il Punk e tutta la musica cervellotica va in debito d’ ossigeno. Ma ci sono davvero molti cantautori interessanti e di forte personalità che nello stesso periodo si fanno forza con l’ausilio della formula canzone, pur non disdegnando passaggi “colti”, per farne alcuni esempi ci sono Francesco Guccini, Fabrizio De Andrè, Claudio Lolli, Juri Camisasca, Stefano Rosso, Mauro Pelosi e moltissimi altri. Chi più, chi meno riescono a colpire l’attenzione del pubblico più esigente, magari con l’aiuto di alcuni passaggi in radio private, grazie anche all’impegno sociale dei testi mirati molto spesso ad un pubblico anche attento alla politica. Ma è dura. Tuttavia oggi c’è un ritorno d’ interesse nei confronti del Progressive Rock, come la storia ci insegna il genere vive di alti e bassi e Testa come molti altri artisti degli anni ’70 (Agorà, Garybaldi etc.), oggi trova la voglia e la volontà di dire la propria.
Stefano Testa nel 1966 milita nella band degli Scorpioni, suonando cover di artisti come Bob  Dylan, Animals, Rolling Stones e Guccini, ma è solo agli inizi degli anni ’70 che dedica l’attenzione e la passione al Progressive Rock.
Veniamo dunque a “Andrea Il Traditore”, suite suddivisa in sedici tracce nelle quali suonano e contribuiscono Walter Chiappelli (fisarmonica), Marco Coppi (flauto), Gianni Landroni (chitarre), Damiano Puliti (cello) e  appunto Stefano Testa (testi, musiche, arrangiamenti e programmazioni).
La sua voce è calda ed avvolgente, fra canzone e filastrocca.
“Prima Di Tutto” è nostalgica ed è strutturata su ricordi, segue “Il Senso Del Reale” che con il flauto e le sinfonie si va a collocare nel Prog. Atmosfere toccanti e affreschi barocchi si stagliano nel proseguo dell’ascolto di “Good Morning Babilonia”, godibile per un assolo di flauto ma soprattutto per gli interventi elettrici della chitarra. L’album prosegue il cammino in un'unica grande suite fra Rock Progressive, canzone d’autore, musica classica, teatrale, e  Blues. Resto affascinato dalle tetre ambientazioni sonore delle brevi “Notturno n°1 (Prima Di Una Battaglia)” e  della corale “Ce N’Est Qu’Un Debut, Continuons La Combat!”, qui Testa dimostra di essere un raffinato compositore.
Esistono frangenti che rilasciano all’ascolto fotogrammi di Felliniana e circense memoria, come in “Un Intermezzo: Situazione Di Sette” o nel “Valzer Del Ritorno”. Segue della giocosità compositiva in stile Stefano Rosso nella canzone “Era Acqua Che Correva”, ma la cultura di Testa è più ampia, non a caso nel suo genere si scorgono anche sfumature di De Andrè, come nella bellissima “Questa Assenza”.
Il disco è un altalena fra passato e presente dove “La Ballata Della Leggerezza” ne è bandiera.
Benvenuti in questo sogno di un viaggio, dove il protagonista dopo fallimenti e peripezie tenta il metaforico ritorno nel ventre materno, un viaggio sonoro che non avremmo mai potuto ascoltare se non ci fosse stata l’attenta ricerca e cura della Mellow Records di Mauro Moroni. Un altro tassello che compone il fantastico mondo del Progressive Rock Italiano. MS

lunedì 20 giugno 2016

Alchemy

ALCHEMY – Never Too Late
Street Symphonies Records / Atomic Stuff
Distribuzione: Andromeda
Genere: Hard Rock /AOR
Supporto: cd – 2016


Se c’è un genere musicale che non ha tempo è l’Hard Rock. Esso si è sviluppato nella fine degli anni ‘60 in piccoli rami (Hard Prog e Hard Psichedelico per dare due esempi), ma in sostanza si è sempre mantenuto su certi canoni. Le caratteristiche sono note, dinamiche di chitarra con riff potenti e melodie spesso di facile memorizzazione. L’uso delle tastiere subentra a pieno regime con la spinta Deep Purple, Hammond su tutte, ma in genere servono da supporto per mantenere ampie o epiche le arie dei brani. Ecco sfociare a volte nell’AOR o nel Progressive, come si dice, tutto fa brodo. Ed il genere in questione è per questo ammaliante, spesso di compagnia, specie in lunghi viaggi con l’auto.
I bresciani Alchemy si presentano a noi dopo l’ep di esordio “Rise Again” datato 2013 con “Never Too Late”.  Non è mai troppo tardi suggerisce il titolo, infatti il quintetto composto oggi da Marcello Spera (voce), Cristiano Stefana (chitarra), Matteo Castelli (basso), Andrew Trabelsi (tastiere) e Luca Cortesi (batteria) propone nell’album una serie di canzoni composte in dieci anni di nottate passate assieme.
Nove tracce cantate egregiamente da Marcello Spera che raccontano altrettante storie, ma che si fanno apprezzare per freschezza. Quando una band si diverte a fare ciò in cui crede, il risultato è quantomeno contagioso, all’ascolto si prova divertimento. Un brano che mi resta particolarmente in mente e nel cuore è proprio la title track, dalla quale colgo spunti Queensryche prima maniera, ma non si scimmiotta nulla, piuttosto si colgono le prerogative che hanno fatto grande  a seguire il Metal Prog.
Energia positiva in “Diablo” che giunge dopo l’intro “The Place Men Call Hell”, chitarre affilate come lame e  ritmiche rodate e funzionali. Altro frangente spettacolare si intitola “Blessed Path”, una sorta di schiaffo e bacio, formula inflazionata ma sempre perfettamente funzionale. La voce sale in cattedra.
Si torna a sbattere il capoccione a ritmo in “End Of The Line” e ancora energia a profusione con “Get Out”, l’Hard Rock è gioviale e fa sudare come si deve, quelle belle sudate salutari. L’album si chiude con i dieci minuti di “My Way Home” e come non mettere la frase inflazionata “dulcis in fundo”? Tutti gli ingredienti al posto giusto, dall’AOR all’Hard Rock e il Prog. Bravi Alchemy!

Dimenticavo la cosa più importante (mannaggia all’età) questi ragazzi sanno suonare davvero, ma davvero, davvero! MS

Garybaldi

GARYBALDI – Storie Di Un’Altra Città
AMS Records / BTF
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2016


In questi ultimi anni si susseguono le sorprese in ambito Progressive Rock Italiano, dopo il recente ritorno degli Agorà è la volta dei storici Garybaldi. Con i genovesi però dobbiamo tornare molto indietro nel tempo, addirittura al 1965, quando  il chitarrista Pier Niccolò "Bambi" Fossati, il batterista Maurizio Cassinelli, il bassista Angelo Traverso e il chitarrista Marco Zoccheddu (Nuova Idea) formano i Gleemen, band Rock dalle influenze anni ’60. Entrano di diritto nella storia del genere Progressive nel 1971, quando cambiano il nome in Garybaldi e soprattutto  nell’anno successivo quando producono “Nuda”, album sempre guidato dalle chitarre di Fossati in stile Hendrixiano. Famosa fu la copertina ad opera di Guido Crepax in laminato ed apribile in tre parti. Eccellenza musicale e di sostanza fisica. La band negli anni a seguire (dopo “Astrolabio” del 1973)  si scinde, creando nuovi progetti, ma in realtà con il tempo si perdono le tracce, salvo ritrovarli nei negozi di dischi con alcune ristampe.
Con estremo piacere mi ritrovo oggi nelle mani un nuovo album, “Storie Di Un'altra Città” e non nascondo l’emozione che provo nel ritrovare il nome Garybaldi stampato in copertina. Nuovamente un artwork bellissimo, questa volta ad opera di Pietro Spica, finalmente un cartonato con un libretto di accompagnamento testi leggibile e ricco di belle illustrazioni acquarello. Il tutto è già molto Prog!
Ma i Garybaldi, oggi chi sono?  Maurizio Cassinelli (batteria, voce), Jon Morra (tastiere, voce), Alessandro Paolini (basso, contrabbasso), Davide Faccioli (chitarre) e Marco Biggi (batteria). Tuttavia i musicisti non finiscono qui, nel disco si alternano numerosissimi special guest ed alcuni fanno sobbalzare il cuore del Prog fans in gola per l’emozione, ecco il ritorno di Bambi Fossati, chitarra e voce in “Vicino In Un Momento”, oppure David Jackson (VDGG) sax e flauto in “William Fix” ed Angelo Traverso con il suo basso nella canzone “Il Vento Cambia Strada”. Partecipano altre decine di musicisti, ma lascio a voi il gusto della ricerca. Importante la produzione esecutiva di Matthias Scheller, un nome ed una garanzia nell’ambito.
L’album è composto da dieci canzoni ad iniziare da “Sulla Strada”. Essa fuga ogni dubbio sulla proposta musicale, passano gli anni, ma l’amore per quello che si è resta inossidabile. Hard Prog dal riff tagliente, come spesso è capitato di ascoltare anche nella prima discografia dei New Trolls o dei Biglietto Per L’Inferno. Gira l’Hammond, si placano i suoni ed una volta tanto la voce del cantato in italiano non è male, i Garybaldi lavorano molto anche nelle coralità. Gustoso l’assolo di chitarra, perché chi ha esperienza (non a caso) sa che l’ascolto va spezzato anche con questi frangenti.
“Città Di Blà” composta assieme a Bambi Fossati, introduce strumentazioni ad archi nel Rock, con il violino di Roberto Piga, un connubio che è dannatamente vintage. “William Fix” è uno dei brani che più ho apprezzato, per energia ed attitudine, perché il Rock è fatto di chitarra, sia esso Prog, che sinfonico, o come lo intendete voi. Poi diventa spaziale quando partono le tastiere di Marillioniana memoria. Ma  in definitiva sono canzoni che giocano sempre sulla presa del ritornello e della strofa mutabile, una prerogativa prettamente italiana, basata su melodie piacevoli. Non esula “Verso Terra”, semplice e diretta. Torna la sinfonia con La Gente Sola”, una ballata che parla dell’uomo e della sua solitudine, un momento riflessivo che richiama alla memoria il Pop italiano degli anni che furono, Pooh in primis, ma con un solo centrale di chitarra da brivido.
Non ci sono suite, solo canzoni di media o breve durata, per lasciare spazio alla fluidità, scelta che reputo  indovinata. “Vicino In Un Momento” è impegnata nei testi e dura nella chitarra di supporto. Segue la trilogia “9”, tre frangenti sonori nei quali si riscontra in tutto il suo splendore cosa è il Progressive Rock, fra elettrica, coralità ed acustica. Il disco si conclude con “Il Vento Cambia Strada”.

A questo punto vi chiederete se questo lavoro è un tuffo nel passato e quindi se è una “operazione nostalgia”, la mia risposta è no, loro sono i Garybaldi e cosa dovrebbero suonare? Disco gradevolissimo, una delle uscite più interessanti in ambito Prog Rock di quest’anno. Genova, o meglio…Zena, quanti artisti, quanta bella musica, per fortuna esisti. MS

martedì 14 giugno 2016

Cyril

CYRIL – Paralyzed
Progressive Promotion Records
Distribuzione italiana: G.T. Music
Genere: Progressive Rock
Supporto: CD – 2016


Squadra che vince non si tocca, almeno così si dice quando si raggiunge un buon risultato. Il debutto concept “Gone Through Years” del 2013 ha incassato lusinghiere recensioni e critiche, sia da parte del pubblico che degli addetti ai lavori. E per questo la line up rimane inalterata con Denis Strassburg al basso, Marek Arnold alle tastiere, sax e clarinetto, Ralf Dietsch alle chitarre, Clemens Litschko alla batteria e percussioni e Larry B. alla voce.
La band di Marek Arnold (Seven Steps To The Green Door, Toxic Smile, Flaming Row, UPF) ritorna all’attacco con le stesse caratteristiche che l’hanno contraddistinta, ossia influenze Metal (anche se poche), formula canzone di facile memorizzazione ed ovviamente una grande dose di Prog Rock. Il risultato è “Paralyzed”, impacchettato come da stile Progressive Promotion Records, ossia in cartonato, contenente il libretto con i testi e l’artwork ad opera di Manuel Schmid.
Sette canzoni tra le quali una mini suite a conclusione del disco dal titolo “Secret Place Part One”.
Apre “Scarlet Walking”, soft ed introspettiva all’inizio per poi sfociare in territorio Metal Prog con tastiere in evidenza. Il cuore del brano è tenero, con coralità femminile e un breve solo di chitarra che bada alla sostanza. La title track resta nell’ambito soft Rock, con un incedere certamente inflazionato, ma ben concepito, semplice e funzionale anche grazie alle coralità e all’immancabile assolo di chitarra.
La musica dei Cyril bada essenzialmente al sodo, creando atmosfere sia di rilassamento che adrenaliniche, il tutto sapientemente gestito, ossia altalenando frangenti potenti ad altri più composti. I dieci minuti di “Remember Me” ci presentano i Cyril più impegnati, le soluzioni accrescono anche grazie ai fiati. Il livello sale. Nel disco si alternano anche special guest: Susan  Kammler (oboe), Herman Schade (viola) e Dan Stein (voce).
Chitarra  acustica ed arpeggio aprono “Rainbow”, la musica sprigiona un suono caldo di iberica memoria. I colori dell’arcobaleno sono le note del pentagramma e fanno spettro in un brano che è appunto l’insieme  delle sensazioni visive. Un volto che i Cyril non ci hanno mai presentato.
Si sfiora il New Prog  in “Faded Snapshot”, piccoli istanti di Marillion e poi Metal Prog melodico, come la band ci insegna, senza invadere. Per i gusti personali di chi vi scrive, è uno dei brani più belli del disco.
“Peal Of Thunder” nei suoi tre minuti risulta essere a tutti gli effetti il singolo dell’album, grazie a un refrain e ad un incedere da band navigata nel mondo del Pop, il tutto sempre con uno sguardo nel New Prog.
Il disco si conclude con la suite “Secret Place Part One”. Questo “Part One” fa ben sperare in un proseguo, perché in effetti solo questo brano vale l’acquisto del disco. In esso tanta carne al fuoco, Psichedelia, Prog e Hard Prog.

Tutto il disco è melodico-centrico, si bada al cuore più che alla mente, la mente è tirata in causa solamente per volare in alcuni attimi davvero ariosi. A mio avviso un passo avanti rispetto al debutto, la personalità cresce così come il piacere di ascoltarli. MS 

Cromwell

CROMWELL – Black Chapter Red
Progressive Promotion Records
Distribuzione italiana: G.T. Music
Genere: New Prog
Supporto: cd 2016


Anche nel 2016 fa piacere di tanto in tanto imbattersi in un disco di New Prog. Probabilmente sotto certi aspetti il glorioso genere degli anni ’80 ne guadagna in qualità sonora, i suoni sono sicuramente meno di plastica. I tedeschi Cromwell proseguono il cammino di band come IQ, Pallas e Jadis, con alcuni spunti Hard in stile Saga ed Enchant. La storia discografica è breve, questo “Black Chapter Red” è il secondo capitolo dopo il debutto discografico risalente al 1997 con il titolo “Burning Banners”.
I Cromwell si formano nel 1993 con Anke Taeffner (voce), Wolfgang Taeffner (tastiere), Thor Stone (chitarra), Josh (basso) ed Eric Trauzettel (batteria). Oggi troviamo la line up modificata con Holger Weckbach alla voce e Frank Nowack alla chitarra e basso. L’album è masterizzato e mixato da Martin Schnella, mente dei grandi Seven Steps To The Green Door, anzi, colgo l’occasione per consigliarvi l’acquisto dell’ultimo  album “Fetish” del 2015, un gran bel sentire  in ambito Prog Rock.
“Black Chapter Red” è suddiviso in nove capitoli, alcuni abbastanza oscuri, come la copertina di Pascal Helmes sa bene rappresentare, il New Prog è strutturato sopra la trave della melodia di facile assimilazione, ossia il gruppo lascia campo alla canzone piuttosto che alla tecnica individuale. Non ci sono assolo perdifiato, salvo in alcuni spazi limitati. Si bada alla sostanza, come spesso il New Prog ha fatto nel corso degli anni anche con band come Arena. La musica è spesso cantata, solo l’acustica ed arpeggiata “The Lights” mostra il lato più tenero e romantico della band, questa invece vera vetrina delle capacità tecniche di Frank Nowack.
Chitarre spesso distorte ed un drumming di potenza, spostano spesso l’arco del tiro verso il Metal Prog, ma non invasivo, un esempio è “November Sky” dove le tastiere riescono a creare atmosfere di supporto importanti, dando profondità all’ascolto altrimenti relegato al riff semplice e diretto. Le tastiere sono dunque di aiuto e non di sopraffazione come spesso può capitare nel Progressive Rock.
“Deep Down” è il brano che maggiormente mi ha colpito ed emozionato, ampio nelle stesure.
Chiude l’album “End Of Life”, energia a profusione.
La band dimostra di avere assimilato negli anni notevole esperienza nel campo, perché questo prodotto in fin dei conti non è relegato solo ad un pubblico di nicchia, infatti il termine New Prog non vorrei che fosse più fuorviante che altro, in quanto la musica contenuta in questo disco è appetibile ad ogni tipo di pubblico che ama il Rock. Un ascolto gradevole che può essere usato anche di sottofondo per chi viaggia in auto, non cervellotico ma powerfull. MS