PARADISE LOST – Draconian Times
Music for Nations
Genere: Gothic Metal / Dark Rock
Supporto:
CD / LP - 1995
Se
esiste un album capace di cristallizzare un intero genere musicale in poco più
di cinquanta minuti, quello è senza dubbio “Draconian Times”. Correva l'anno
1995 e i Paradise Lost, reduci dal successo del seminale “Icon”, decisero di
compiere il passo definitivo: abbandonare quasi totalmente le ultime vestigia
del Death-Doom per abbracciare un sound monumentale, cupo ma incredibilmente
accessibile.
Nonostante
non sia un disco "Progressive" in senso stretto, la complessità degli
arrangiamenti e la stratificazione delle chitarre di Greg Mackintosh elevano
l'opera a un livello di raffinatezza compositiva raramente eguagliato dai loro
contemporanei.
I
protagonist di questa chicca sonora sono Nick Holmes (Voci), Greg Mackintosh
(Chitarre), Aaron Aedy (Chitarre), Stephen Edmondson (Basso), e Lee Morris
(Batteria).
L'apertura
di “Enchantment” è affidata a un pianoforte malinconico che esplode in un riff
granitico. È il biglietto da visita del disco: la voce di Nick Holmes, ormai
matura e priva di growl, si attesta su una timbrica che ricorda un James
Hetfield più tormentato e baritonale.
In
“Hallowed Land” emerge la sezione ritmica. Il lavoro di Lee Morris dietro le
pelli è dinamico, capace di sorreggere i contrappunti melodici delle due
chitarre che si intrecciano in trame quasi "maideniane", ma immerse
nella pece.
Il
potenziale commerciale (nel senso più nobile del termine) del gruppo emerge
prepotentemente con “The Last Time”, un anthem gotico con un ritornello che
entra sottopelle e non se ne va più.
Forse
il vertice emotivo del lotto risulta “Forever Failure” . L'uso dei
campionamenti della voce di Charles Manson aggiunge un layer di disagio
psicologico a una struttura lenta, funerea e profondamente melodica. Il solo di
Mackintosh è una lezione di "playing for the song": poche note, ma
cariche di un vibrato che piange.
Tuttavia
il mio brano preferito resta “Yearn For Change” per freschezza d’intenti e così
tutto l’album scivola via con grande classe traccia dopo traccia, proprio come
accade in un lavoro perfetto.
La
mano di Simon Efemey alla produzione è magistrale. Il suono è
"grosso", pulito ma mai asettico. Le chitarre hanno una saturazione
calda che permette di distinguere ogni singola armonizzazione, mentre il basso
di Edmondson pulsa con una precisione chirurgica, garantendo quella spinta
necessaria per non far scivolare il disco nel semplice rock atmosferico.
“Draconian
Times” non è solo un album; è un'estetica. È il punto di equilibrio perfetto
tra la rabbia degli esordi e la sperimentazione che sarebbe arrivata pochi anni
dopo con “Host”. È un disco che parla di perdita, isolamento e resilienza,
vestito con un abito sonoro elegante e senza tempo.
Magari
vi chiederete: “Perché ascoltarlo oggi?”,
perché in un'epoca di produzioni iper-compresse e prive di anima,
risentire il calore e la disperazione genuina di questo capolavoro ci ricorda
che il Metal può essere colto, profondo e terribilmente emozionante. MS
Versione Inglese:


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