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lunedì 22 aprile 2019

Onioroshi


ONIOROSHI – Beyond These Mountains
Autoproduzione
Genere: Psichedelico/ Noise/ Progressive Rock
Supporto: cd - 2019


Con temi Noise e Psichedelici da Cervia giunge il trio Onioroshi, qui al proprio debutto discografico. Sono composti da Manuel Fabbri (basso, voce), Enrico Piraccini (batteria, voce) e Matteo Sama (chitarra). 
Nell’album proposto dal titolo “Beyond These Mountains” ci sono quattro canzoni di lunga durata che variano dagli undici minuti ai venti. Il sound è greve, ricolmo di riff a tratti granitici ed in altri frangenti più ad ampio respiro. La sezione ritmica è pressoché perfetta in intesa e in supporto ad una chitarra che disegna le melodie dei brani. Influenze Tool sono evidenti, ma soprattutto quelle dei nordici Motorpsycho.
Il cantato come si evince già nel primo brano “Devilgrater” è onirico e breve. La musica degli Onioroshi fa socchiudere gli occhi e mostra avanti a noi sensazioni di volo, viaggi che spesso sorvolano le montagne, quelle che hanno ispirato il concept dell’album. Si, perché la musica è contagiosa, il divertimento del trio si trasmette anche durante l’ascolto.
“Locusta” è greve e caracollante all’incedere iniziale, per poi portare l’ascoltatore verso un trip psichedelico di notevole valenza spirituale.
“Socrate” ha uno sguardo verso il Rock Progressivo, altro genere che di tanto in tanto trapela fra le note del disco. Più ricerca sia strutturale che sonora con rumoristica e soluzioni emotive ed alternative. Il discorso si eleva al quadrato con i venti minuti conclusivi di “Eternal Snake (Mantra)”, vera vetrina per un genere che non cede un passo al commerciale ma che vive di luce propria e senza compromessi.
L’incisione non è malvagia, supera di certo la media di questo tipo di prodotti. Per cercare le pecche bisogna andare a parare in ambiti di gusti personali, ossia ad esempio a mio gusto avrei tagliato alcune ripetizioni per lasciare l’ascolto più fluido, tuttavia questo genere è fatto di lunghi trip, per cui il mio è probabilmente un appunto sbagliato.
Gli Onioroshi sono una piacevolissima sorpresa che grida una volta di più la volontà italiana di uscire dall’anonimato e da questa esterofilia che ci stordisce. Qui molto materiale per gli addetti ai lavori che potrebbero esserne interessati, dategli un ascolto ed una possibilità, la meritano. MS

onioroshi.bandcamp.com


mercoledì 10 aprile 2019

Seven Steps To The Green Door


SEVEN STEPS TO THE GREEN DOOR – The? Lie
Progressive Promotion Records
Distribuzione: G.T.Music
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2019


Con i tedeschi Seven Steps To The Green Door ho rischiato nelle mie passate recensioni di non essere del tutto obbiettivo, in quanto ho sempre amato la loro musica che rispecchia molto il mio modo di concepire il Progressive Rock, fatto di ricerca ma soprattutto di buone melodie. Ebbene si, sono sincero, ma questa volta giuro resto giudice imparziale, anche se già il libro che accompagna la loro ultima fatica dal titolo “The? Lie” contenente testi e spiegazione dell’opera, da solo vale già il prezzo del disco!
“The? Lie” è il quinto album in studio ed è anche la seconda parte di una trilogia iniziata nel 2011 con “The? Book” ma non proseguita con l’ottimo “Fetish” del 2015. Oggi si torna a discutere sulla religione ed il fanatismo attraverso la visione di una famiglia, dove l’autore delle liriche George Andrade è  ispirato da testi tratti dalla storia di Thoraff Koss.
Uno sforzo artistico molto grande questo di “The? Lie”, una grande produzione con moltissimi ospiti che partecipano alla realizzazione dell’opera Rock. Peter Jones (Tiger Moth Tales, Camel, Francis Dunnery Band) voce (Padre), Luke Machin (Maschine, The Tangent, Damanek) chitarre elettriche, Steve Unruh (Resistor, The Samurai of Prog, UPF)  violino, Michael Schetter basso, Andreas "Eddy" Gemeinhardt (ex-Seven Steps to the Green Door) chitarre acustiche, basso, Denis Strassburg (Cyril) basso,  Jason Melidonie (Cytotoxin) assolo di chitarra, Susan Kammler oboe,
Gerd Albers (Project: Patchwork) chitarra Acustica,  Sören Flechsig voce (Noah), Annemarie Schmid voce e Amelie Hofmann voce (Crying Child), mentre il gruppo è composto da Ulf Reinhardt batteria, Marek Arnold (Toxic Smile, UPF, Cyril, Flaming Row, Stern Combo Meissen) piano, organo, tastiere, soprano e sassofono contralto, clarinetto, Lars Köhler voce (Samuel), Anne Trautmann voce (Lover / Samuel's Girlfriend),  Stephan Pankow chitarre elettriche e Jana Pöche  voce (Madre). Undici composizioni legate anche da momenti di narrazione, e il tutto lo si può seguire leggendo il libro d’accompagnamento.
Tre minuti di prologo narrato e si parte con “Salvation”, Prog ampio con tanto di clarinetto, un suono eccellente a dimostrazione di una produzione adeguata all’ambizioso progetto.
“A Price To Pray I” ha una fuga strumentale che si potrebbe avvicinare allo stile Dream Theater, anche se ovviamente meno metallico. Nel frattempo il libro narra dove si trovano i protagonisti e cosa fanno in quel determinato momento, una sorta di lettura ed ascolto che esula dalla solita banalità di leggere un testo di una canzone, qui è un vero e proprio discorso interattivo.
Progressive Rock pacato e ricco di buoni arrangiamenti in “A Dream That Strayed I”.
Fra richiami di motivi passati arriva “A Price To Pray II”, ed il gioco incomincia a farsi duro con incedere più profondo ed intenso, addirittura un breve momento di cantato growl. Ma ecco un violino portare tutto verso un sound in stile PFM. Come avrete potuto capire tanta carne al fuoco! Voce femminile quella di Anne Trautmann che duetta con Lars Kohler in “A Dream That Strayed II” per poi giungere a chitarre elettriche oniriche di stampo pinkfloydiano.  Coralità in “Heaven”, composizione ariosa ed aperta che potrebbe molto piacere a Neal Morse dei Spock’s Beard. Ma i veri capolavori del disco sono lasciati per ultimo, un trittico che spazza via il buon 90% delle realizzazioni di quest’anno in ambito progressive Rock, “The Word Made Flesh”, “Hear My Voice Tonight” e “ Come To You Father”.
Si, sono stato anche un poco di parte come dicevo all’inizio, non riesco a non esserlo, ma questo è un gran disco che si candida sicuramente ad essere uno dei migliori in questo 2019.
Malgrado duri più di cinquanta minuti, la voglia di riascoltarlo immediatamente è inesorabile. MS

Cyril


CYRIL – The Way Through
Progressive Promotion Records
Distribuzione: G.T. Music
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2019


Se non avete avuto mai modo di ascoltare la musica dei tedeschi Cyril, potete sempre rimediare cercandovi il primo album datato 2013 dal titolo “Gone Through Years”, oppure il secondo album “Paralyzed” del 2016 entrambi editi dalla Progressive Promotion Records. Che musica è? Semplicemente Rock Progressivo melodico, con brevi influenze Metal.
La band formata da Manuel Schmid (voce, tastiere), Marek Arnold (tastiere, sax), Dennis Strassburg (basso), Ralf Dietsch (chitarra), Clemens Litschko (batteria) e Larry B. (voce), trova la strada per un nuovo concept album, questa volta scritto dal grande artista Guy Manning (The Tangent, Parallels Or 90 Degrees). Quello che ne scaturisce si intitola “The Way Through” ed è composto da sette canzoni tutte di medio/lunga durata. Il disco narra di un paziente in terapia intensiva tra la vita e la morte, una lotta contro il coma vista da un mondo parallelo.
La band si coadiuva dell’ausilio di alcuni special guest, Guy Manning stesso (narrazione), Andrea Strassburg (voce), Martin Schnella (chitarra) e Robert brenner (basso).
Il disco si apre con “The Gate” e quello che risalta al primo ascolto è l’ottima qualità sonora, cristallina e ben definita.  Il Progressive dei Cyril è semplice e diretto, avvinghiato al Rock e alla melodia facile, anche se alcuni richiami ai Genesis sono evidenti. Ovviamente cambi di tempo e di umore si alternano durante il corso dei brani. Importante nella valenza dell’insieme, il lavoro delle tastiere che fanno da sottofondo rendendo l’ascolto più pieno e gradevolmente arrangiato.
“My Own Reflection” ha dentro di se un insieme di influenze che vanno ricercate anche negli anni ’90, nel New Prog e in certo AOR. Un solo di sax spacca in due il brano molto orecchiabile, dandogli una marcia in più, per sorprendere spesso basta la semplicità. I crescendo finali funzionano sempre, così il brano resta già uno dei momenti più interessanti del disco. Arpeggio di chitarra e tastiere aprono “First Love (A Lullaby)”, brano di quasi nove minuti molto popolare nelle scelte melodiche, anche troppo insistente.
Più o meno della stessa durata “Get Up High”, canzone con tutti gli ingredienti Prog al posto giusto con un sound di classe davvero avvenente. Da metà brano parte uno strumentale ricercato fra chitarre elettriche, tastiere molto muscoloso e diretto per poi pacarsi come il genere spesso richiede.
New Prog per “A Sign On The Road”, personalmente ho qualche brivido anni ’80. Una ballata intensamente armoniosa dal forte pathos. Il cuore Cyril è soffice.
Giochi di elettronica aprono “The Wasteland – Home Again” e si ritorna a creare melodie popolari seppur sempre di classe. Il disco si conclude con “The Way Through?” che da solo vale il prezzo del disco, uno strumentale in crescendo senza troppi fronzoli, caldo e rilassante.
E’ sempre un piacere ascoltare un disco dei Cyril, chi ama la musica in senso generale deve dare almeno una opportunità a questa band che sembra non sbagliare mai un colpo. MS


lunedì 8 aprile 2019

Twelve Back Stones


TWELVE BACK STONES – Becoming
Vrec
Distribuzione: Audioglobe
Genere: Rock/Hard Rock
Supporto: cd – 2019


I Twelve Back Stone  sono un progetto del pesarese Giacomo Magi, in arte Jack Stone. Il cantante fonda il gruppo nel 2012 assieme a Matteo Giommi (chitarra), Michele Greganti (chitarra, cori), Fabrizio Raffaeli (basso, cori) e Fabrizio Ricci (batteria). Nel 2015 esce il primo lavoro ufficiale, in questo caso trattasi di un ep dal titolo “Lost In Paradise”. Il sound proposto è un Hard Rock sanguigno d’ispirazione americana prodotto da Pietro Foresti (Tracil Guns, Scott Russo). Un piacere per la vista il libretto che accompagna il disco con testi e foto, si alternano pagine color oro e scritte nere con altre di scritte oro su sfondo nero.
Il potere dell’Hard Rock e del Rock stesso, è quello di saper bloccare il tempo ed iniettarti una gran dose di adrenalina dentro, ma aggiungo io anche di staccarti dalla realtà, farti vivere un momento onirico ad occhi aperti, tradotto in poche parole, far star bene.
E allora riff e subito chitarre elettriche infuocate con “Liar”, anticipo anche che questo album è ricco di potenziali singoli e “Liar” ne è proprio uno a mio modo di vedere. Sonorità rodate, quelle su cui il Rock ci ha costruito sopra un regno, solidi basi care a tutti gli amanti del genere, brevi assolo di chitarra, coralità e ritornelli da cantare e facili da ricordare. Perfetto esempio è “Black Rose”.
Il volume andrebbe alzato all’ascolto di “On The Road”, nomen omen, da seguire durante un viaggio come compagnia, e che compagnia di sicuro non si dorme! I Twelve Back Stones dimostrano d’ aver assimilato nel proprio dna l’essenza del Rock proprio come stile di vita, tutto sgorga in maniera molto naturale e sincera, per questo motivo riesco a capire  il concetto senza neppure conoscere gli artisti stessi.
Mi piace la prova vocale di Jack Stone perché non esagera ed il cantato in lingua inglese è buono. Ci sono ovviamente anche gli immancabili brani che spezzano l’ascolto in ballate o semi-ballate, come ad esempio “Whiskey And Flower” o la conclusiva “Anytime”.
 “Drive Crazy” è una via di mezzo fra ballata e mid tempo, divertente da cantare  con un bel solo di chitarra. Proprio questo mi da l’occasione per consigliare alle nuove leve un andamento che vedo sempre meno presente, ossia, aggiungere al brano un assolo seppur breve di un qualsiasi strumento, ciò rende l’ascolto più variegato e fa si che l’attenzione non vada mai scemando con la noia durante il proseguo dell’ascolto monotematico. Vedo molte band fare dischi costruiti soltanto su riff, questo è penalizzante. Ma torniamo ai nostri pesaresi e a “Stars”, altro brano che ha le potenzialità di un singolo, seppure trattasi d’esordio, il gruppo la sa lunga. Adrenalina a mille con “Take Me Higher”, brano che dal vivo dev’essere qualcosa di potente. “Mother” ha gli anni ’80 dentro mentre “Wild Sun” lascia l’ascoltatore quantomeno spettinato.
Come avete potuto vedere non ho nominato altre band per darvi punti di riferimento, questo perché malgrado trattasi di Hard Rock e Rock, territori strabattuti da tutti,  i Twelve Back Stones dimostrano di avere del loro una gradevole personalità.
Segnateli nel vostro taccuino dei prossimi acquisti Rock, non ve ne pentirete. MS

Uncledog


UNCLEDOG – Passion Obsession
Vrec
Distribuzione: Audioglobe
Genere: Rock/Grunge
Supporto: cd – 2019


Tornano sul luogo del delitto i padovani Uncledog con questo secondo album di Rock influenzato da risvolti Grunge dopo “Russian Roulette” del 2014. Lo fanno con sonorità più moderne scaturite anche dalla produzione di Pietro Foresti. In realtà questa è la terza prova in studio, in quanto la band formatasi nel 2008, rilascia anche un ep nel 2011 intitolato “Face On The Floor”.
Il cuore in copertina realizzato da Ilaria Toninato lascia presagire l’argomento del concept album, fra amore e sentimenti, passioni ed ossessioni dei protagonisti. Il libretto che accompagna l’opera Rock è essenziale, con tanto di testi e foto a cura di Tina Rinaldini.
La band oggi è formata da Nicolò “Nico” Garavello (voce, chitarra), Mauro “Karma” Carrara (chitarra, cori), Manuel “Fiore” Florasi (tastiere, cori), Emmenuele “Lele” Salin (basso, cori) e Silvio “Xilvio” Pizzo (batteria e percussioni). Dieci le canzoni contenute e cantate in inglese per un totale di quarantacinque minuti di musica.
Sin dall’ascolto di “O.E.K.E.” si estrapolano influenze Incubus, Staind e Biffy Clyro, mentre il suono è pulito e ben distinto. Rock caldo, moderno, voce equilibrata e senza sfilacciature con l’intento di enfatizzare il testo piuttosto che perdersi in inutili elucubrazioni, Garavello non fa mai il passo più lungo della gamba. Importante l’impatto del ritornello.
“Let Me Dive” trapela anche un poco di amore nei confronti di gruppi come Muse e a tutto quel Rock che fa il ruffiano con il nostro cuore, fra riff gustosi e melodie orecchiabili.
“Four Leaf Clover” è il singolo, scoppiettante e gioioso, così come lo è “First Time”, dal profumo americaneggiante e con un carattere importante. La band dimostra di avere ottima personalità. Questa fuoriesce tutta alla grande nel brano “Wow”, variegato, con effetti, arioso e da cantare a squarcia gola! Il solo di chitarra è quantomeno una vera boccata d’ ossigeno, è quello che ti aspetti sempre da un pezzo di cotanta portata.
Ancora Rock pulito e deciso con “Take A Look”, si va con il vento in faccia e lo stereo alto in macchina, immancabile pure il ciondolamento del capo. Per alzare il pathos ci sono brani suadenti come “Anything Else” e “Her”, il Rock come ben sapete ha anche queste prerogative. Il compito di “Blush” è quello di dare continuità a questa freschezza sonora e alla prova d’insieme che attesta una band bene amalgamata con una coppia ritmica coesa e senza sbavature. Non da meno “Thoughtful”.
“Passion Obsession” è un prodotto altamente professionale sotto molteplici aspetti, un disco che ti fa amare ancora di più questo genere Rock, che troppe volte molti addetti ai lavori e anche non, hanno dato per finito. Nulla di più falso, in Italia abbiamo buone leve, fra di loro ci sono gli Uncledog. MS

domenica 7 aprile 2019

Campo Magnetico


CAMPO MAGNETICO – Quali Kiwi?
Autoproduzione
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2019


Un campo magnetico è creato da una energia elettrica al suo passaggio, si parla dunque di forza, anche se non la si vede,  più o meno come l’adrenalina che viene rilasciata da un corpo quando una emozione lo attraversa. Campo magnetico e musica hanno dunque una cosa in comune, l’energia, e questo nome è ottima scelta da parte di Gianni Carlin (flauto, voce, glockenspiel, monotron) per il suo progetto che prende forma nel 2014 dopo la scissione dei John Silver Band. Nel 2016 rilasciano un album autoprodotto completamente strumentale dal titolo “Li Vuoi Quei Kiwi?”, musica con ritmiche pesanti, flauto e sperimentazioni anche rumoristiche. Il Progressive Rock ha numerose strade, ed una è proprio questa, spazio dunque alla creatività.  Con Carlin suonano anche Emmanuele Burigo (chitarra), Antonio Nabari (basso) e Enrico Tormen (batteria).
Giustamente un seguito di un album che si intitola “Li Vuoi Quei Kiwi?” non può essere che “Quali Kiwi?”, questo perché la band gode di ottimo umorismo, altra prerogativa dell’energia positiva che rilascia. Questa volta il secondo album non è completamente strumentale, bensì ci sono canzoni con testi che sono ispirati da suggestioni.
Il prodotto si presenta in veste cartonata con una immagine realizzata da Enrico Tormen e il numero di brani contenuti sono nove per un totale di quarantuno minuti di musica.
La band bellunese inizia con “Per Uviani” e sin da subito scaturisce un suono nervoso, elettronico e ricercato tanto per chiarire sin da subito l’intento del gruppo di come concepire l’arte sonora. Non soltanto melodie ma anche ricerca, vero campo magnetico.
Ma quando parte il flauto di Carlin sono brividi, anche perché “La Mano Del Morto” è Jethro Tull fine anni ’60 style da paura! Incedere greve e monolitico con un riff di flauto aggressivo quanto serve. Ian Anderson è in lui. “Bacco Ti Estirpa La Vite” ha quel nonsoché di Monty Python, un suono anni ’70 e comunque un incedere sempre ricercato, non del tutto scontato e derivativo come potrebbe sembrare.
Distorsione a palla nel riff di chitarra di “Quella Che Cominci Tu”, comunque canzone basata su un Blues caracollante ed importante. Bellissimo strumentale che dimostra la cultura storico musicale dei singoli componenti. “La Luna è Mano Lunatica” è maggiormente interessante nella fase strumentale (specie nel solo di chitarra) piuttosto che nella fase cantata. Gli anni ’70 vagano nella stanza all’ascolto di “Zucca E Diavolina”, altro pezzo notevole che farà la gioia sia del Prog fans in senso generale che dell’amante incallito dei Jethro Tull.
“Sei Meno Un Quarto Alle Otto” non esula da questo modus operandi e si diverte a giocare con il pentagramma.
In “Maniaci” tornano il cantato e gli anni ’60 in cattedra, uno dei miei momenti preferiti dell’album, forse perché io aleggio su un età oramai non più giovanile. Non è colpa mia se il piede e la testa partono da soli in automatico in questo piccolo trip sonoro.
Il disco si conclude con il brano “Calcestrutto”, strumentale che aleggia sopra un buon giro di flauto.
Alcuni nei del disco potrebbero essere ricercati in una incisione a tratti un po’ troppo scura e in una chitarra spesso ad un volume troppo alto rispetto (per esempio) alla batteria, ma questo è solo a mio gusto personale s’ intende.
Buona prova questa  per i Campo Magnetico, fra passato e ricerca, ascoltare per credere. MS

martedì 2 aprile 2019

Mictlàn


MICTLàN - Me Vs. Myself
Panidea
Genere Sperimentazione vocale
Supporto: SoundCloud – 2019


Dietro al nome Mictlàn c’è Giorgio Pinardi, cantante e sperimentatore della voce. Insegnante di canto armonico, fra improvvisazione vocale, canto Alterjinga, workshop e concerti, l’artista si getta anima e corpo nello studio ispirato da elementi del cosiddetto “teatro della voce”, dal quale per influenze  scaturisce anche un certo Demetrio Stratos, indimenticato vocalist dei Ribelli e dei grandi Area negli anni ’70.
Dopo il successo di "Yggdrasill" esce oggi "Mictlàn", in seguito e conclusione di un ciclo. Un viaggio fra le culture di tutto il mondo, uno studio che evoca visioni e suoni unici, fra sperimentazione e consapevolezza. Dice l’autore del proprio lavoro: “Un mosaico di suoni, timbri, ritmi, armonie, fonemi, melodie e ambienti sonori entro e oltre i limiti della Voce.”. Così in effetti è.
“Me Vs. Myself” è formato da otto frangenti sonori ad iniziare da “Khnum”, insieme di voci sovra registrate che si inseguono in una ipnotica nenia. “Tin Hinan” possiede il calore del sud, un canto aperto, sentito, con una contro-voce che simula il basso ed un atmosfera magica. La melodia è fittizia ma allo stesso tempo concreta, un controsenso che sposa perfettamente la causa sperimentale.
“Gurfa” è strutturata anche con sonorità di percussioni, in certi versi mi ricorda il Bob McFerrin di “Thinkin' About Your Body”. Nel suono vocale di Mictlàn non si ricercano necessariamente polifonie, piuttosto numerose tonalità.
L’Africa è avanti i nostri occhi con “Mbuki – Mvuki” mentre in “Sygyzy” c’è angoscia, un suono quasi spettrale fra effetti e in questo caso anche polifonie, uno dei momenti più ricercati dell’intero lavoro, davvero notevole.
Si torna al sole, si va in Brasile in un Samba afro brasiliano arrangiato in maniera perfetta, le voci sono culla di questa cultura e di suoni che sono radicati nell’uomo. “Ohrwurm” ha un inizio introspettivo, fuorviante, legato ad un susseguirsi di voci quasi a cappella, un gioco che riempie la mente, specie se l’ascolto viene effettuato in cuffia. Nell’incedere il brano si apre e va a ricordare melodie anni ’30 per poi tornare in un percorso quasi eucaristico, un brano complesso e ricercato.
Il disco si conclude con la Psichedelia di “Eostre”, stati d’animo, sensazioni, attimi, disturbi, suoni fonetici registrati anche al contrario, un suggello davvero potente per un lavoro che nulla ha di scontato, neppure nei titoli!
Chi dalla musica e dallo strumento umano chiamato voce pretende un qualcosa in più, l’ascolto di “Me Vs. Myself” è obbligatorio. MS

ASCOLTO: https://soundcloud.com/user-675600873/sets/mictlan-1/s-6rOiy?fbclid=IwAR0cVaJiyzPjNdqEVtRLF9jVH6LApZLvHaDKt-3yW1wDl5o_xasqNVj1mfs