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sabato 31 ottobre 2020

Libro NEO PROG - Storia e Discografia

 NEO PROG - Storia e Discografia

Di Massimo Salari

 
(Arcana Edizioni)

Nella settimana 29 ottobre e 4 novembre esce il mio terzo lavoro enciclopedico dedicato alla storia del NEO PROG. 

In esso descrizione, storia ed approfondimenti sulle band più importanti del genere e le più interessanti al mondo divise per nazioni.

Prefazioni di Fabio Bianchi e Loris Furlan.



                                                 Video di AREA PROG (Brasile)








giovedì 22 ottobre 2020

Geometry Of Chaos

 

GEOMETRY OF CHAOS - Soldiers Of The New World Order
Autoproduzione
Genere: Metal Progressive
Supporto: file digitale – 2020




Il genere Metal Progressive in Italia è composto da validi musicisti, la ricerca in questo campo non si è mai assopita, si dava negli anni ’80 il Metal un genere a breve scadenza ed invece si è sempre saputo rinnovare sino ai giorni nostri. Dirò di più, è spesso da qui che nascono interessanti sonorità dettate da innesti coraggiosi.
Personalmente ho apprezzato anche la musica cinematografica, ossia colei che riesce a darti immagini solo ascoltandola, colonna sonora spesso di concept album abbastanza filosofici. Un esempio in Italia ce lo propone questo nuovo progetto di Fabio La Manna (chitarra, basso) e Davide Cardella (batteria). Provenienti da Torino i Geometry Of Chaos si propinano un nome che è un ossimoro e si formano nel 2014 dopo aver lasciato la band Galileo’s Spectacles. La musica proposta rispecchia il nome ma soprattutto il concept che narra di un nuovo ordine mondiale, esso pur essendo di poche unità riesce a comandare il popolo terrestre. Ognuno del popolo lavora per mantenere poche persone al potere. La storia è ovviamente più attuale che mai e la musica ben rispecchia le caratteristiche.
“Soldiers Of The New World Order” è composto da otto brani ricercati su ritmiche spezzate e riff  taglienti. La tecnica è pulita e superiore alla media, così il suono.
“Idrolatry” mette subito in tavola le carte vincenti, fra cambi di tempo, assolo di chitarra e una voce graffiante espressa in un buon inglese. Banale ricercare somiglianze con altri artisti perché in questa musica risiedono tutte le caratteristiche del genere, oltretutto penalizzante in quanto i Geometry Of Chaos hanno una forte personalità. Apprezzabile dunque lo sforzo dei musicisti a propinarci un disco mai scontato. “Jocker’s Dance” è il singolo del quale ne scaturisce anche un video, brano divertente dal profumo fine anni ’80 primi ’90, con un ritornello di facile memorizzazione. Bello il frangente acustico che rilascia un velo aristocratico di nostalgia, così l’immancabile assolo. Tutti i brani sono di medio/lunga durata, mai inferiori ai sei minuti abbondanti. “Spiral Staircase” ha buoni arrangiamenti e riconduce al concetto iniziale di musica cinematografica, in esso anche storia, Rock  e Metal, così una punta di Dream Theater, quelli più introspettivi. Rispetto gli altri brani ascoltati sino ad ora potrei anche definirlo il più “progressivo” nel senso generale del termine.
“Garage Evil” è un pezzo strumentale articolato e ben strutturato, ottima vetrina per le qualità tecniche del duo in azione.
Il basso apre “Observer”, una struttura sonora che si alterna fra schiaffo e bacio, analogo il discorso per “Saturated”. i Geometry Of Chaos si scatenano in “Premonition” lanciando reminiscenze Savatage e Queensryche. Il disco si conclude con la title track “Soldiers Of The New World Order” e come di consuetudine si può dire dulcis in fundo.
Metal Progressive non scontato questo dei Geometry Of Chaos, proprio alla fine dell’ascolto ci si rende effettivamente conto del nome azzeccatissimo. Un disco molto curato anche nei particolari.
Ricordo infine la buona carriera solista di Fabio La Manna con due dischi interessanti dal titolo “Res Parallela” (2014 – autoproduzione) e “EBE” (2016 – autoproduzione) che potrete ordinare tramite mail all’indirizzo: fabiolamanna79@libero.it
. MS




mercoledì 21 ottobre 2020

Instant Curtain

 

INSTANT CURTAIN – Let Tear Us Apart
Autoproduzione
Distribuzione: G.T.Music
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd - 2020




Instant Curtain, la debuttante band marchigiana di Macerata ha già nel suo nome  intrinseco l’amore per la scuola di Canterbury e le band di Robert Wyatt, soprattutto nei confronti dei Matching Mole visto che nei titoli di diverse canzoni si possono estrapolare le parole Instant e Curtain. In effetti la musica proposta in questo debutto dal titolo “Let Tear Us Apart” ha molto del genere ma anche di tutta quell’area vintage dal suono nervoso creato dalla chitarra di Robert Fripp (King Crimson). Ho fatto nomi importanti per una band che esordisce, come minimo serve una tecnica strumentale non banale, allora andiamo a vedere chi sono i componenti:
Giuseppe Petrucci inizia a suonare la chitarra da autodidatta e si appassiona alla musica di importanti guitar heroes come Hendrix, Malmesteen e molti altri ancora. Nei primi anni ’90 entra a far parte della band  Flying Gipsy e successivamente apre una scuola di chitarra, la Giuseppe Petrucci Guitar School. Ascolta Genesis, Yes e la scena elettronica tedesca.
Fabrizio Paggi è di Milano, apprezzato bassista ed esponente importante della scena locale in ambito Jazz e Rock. Suona lo strumento e lo studia dall’età di 12 anni. Nel 2008 si trasferisce nelle Marche dove inizia anche ad insegnare.
Carlo Maria Marchionni è colui che si adopera in studio per le registrazioni, oltre che svolgere seminari e concerti in tutta Italia sulla batteria.
Massimo Gerini è la voce. Inizia a cantare a cinque anni, a quattordici già fa parte di una band Pop Rock, per farla breve ha cantato per Ian Paice, batterista dei Deep Purple, il che la dice lunga.
Dopo le presentazioni arriviamo al disco che è composto da nove tracce. Ma prima di passare alla musica lasciatemi fare una constatazione, sempre di più il Progressive Rock anche in Italia si fa portavoce di una situazione societaria non appagante, anche la musica cosiddetta colta attraverso  i testi si sa lamentare come il padre Rock ha sempre saputo fare negli anni. I testi dei brani narrano dunque della situazione societaria nella nostra era e sono cantati in lingua inglese.
Fa comunque effetto nel 2020 ascoltare questo tipo di musica, “Reverse In The Sand” fa scorrere brividi sulla pelle dell’ascoltatore amante del vintage. Gradevole il giro del basso, 12 corde acustica, Mellotron, non vedo cosa altro un appassionato del genere possa desiderare.
“Tell The Tales, My I…” è un brano articolato sorretto da buone melodie e in alcuni frangenti anche struggente. “The Beginning”  è un frammento sonoro ampio, ricco di richiami storici ma anche molto attuale, il lato più ricercato degli Instant Curtain i quali nel ritornello richiamano (forse inconsciamente) anche i Beatles, colonna portante di tutto il Rock a venire post anni ’60. Molto buona la prova vocale e ancora una volta le chitarre sono in stile King Crimson.
“All White” si sbobina sul Mellotron e l’Hammond  in una  ritmica ricercata legata dalla chitarra 12 corde. Qui la band dimostra davvero una notevole personalità. “And The Ship Battle Down” probabilmente ha numerosi déjà vu, Genesis compresi, tuttavia sa farsi apprezzare nei suoi sette minuti abbondanti.
“The Rest Divide Us”  fra stop & go e progressioni risulta orecchiabile e gradevole con tanta storia alle spalle. Più solare “Safe As The World” (mi ritornano in mente gli Echolyn), in alcuni casi anche psichedelica, questo grazie soprattutto all’uso del sitar. “Stay” è uno dei momenti più melodici e malinconici dell’intero album, ed “April” conclude l’ascolto fra arpeggi e synth, un tassello importante del dna della band, un ponte fra il passato ed il presente.
 Concludo dicendo che nel 2020 è un piacere ascoltare dischi di questa caratura, alla faccia di chi dice che oggi la buona musica non esiste più. Signori, basta semplicemente aggiornarsi. MS




giovedì 15 ottobre 2020

Émonis

ÉMONIS- Avanti March!
Autoproduzione
Genere: Pop Rock
Supporto: Singolo – videoclip




Oramai Simone Pesatori è un artista rodato e soprattutto apprezzato da molta critica di settore e dal pubblico. La sua esperienza nel mondo musicale lo porta a visitare diversi luoghi sonori anche molto distanti fra di loro, cresce ascoltando Iron Maiden, Helloween, Metallica, collabora con Fabio Zuffanti (Finisterre, La Maschera di Cera), con i cantanti Roberto Tiranti (Labyrinth, New Trolls, Ken Hensley) e Sasha Torrisi (Timoria, Rezophonic) ed il chitarrista Paolo Viani (Warlord, Black Jester) così molti altri ancora, questo solo per far capire la caratura dell’artista cantante lodigiano.
Nel ’95 fonda i Sintonia Distorta, band che ha regalato al Prog italiano dischi davvero interessanti, fra i quali spiccano “Frammenti D’Incanto” (2015 – Lizard Records) e “A Piedi Nudi Sull’Arcobaleno (2020 – Lizard Records). Con il suo amico Federico Farnè ha il progetto Seventh Season con il quale ritorna alle sue vecchie origini, ossia alla musica Heavy Metal mentre negli ultimi anni da sfogo anche al lato più melodico del suo carattere con il progetto solista Émonis.
Nel 2018 registra il singolo “Love Is All We Need” legato anche lui come questo “Avanti March!” alla melodia moderna italiana.
Il gusto per la composizione orecchiabile è spiccato a dimostrazione della malleabilità dell’autore.
Pesatori è anche arguto narratore della società, con il nuovo singolo “Avanti March!” mette in evidenza la dipendenza delle persone ai media nel senso generale. Molto chiara la copertina che non è altro che un ottimo viatico del concetto. Sarcasmo, ottimo ritornello, ma soprattutto un buon arrangiamento. Il brano in alcuni frangenti mi richiama alla memoria la PFM periodo "Capitani Coraggiosi". Un applauso anche per la prova interpretativa al limite del Rap.
Lo scenario “..Tutti in fila avanti march” rilascia una immagine di storica Pinkfloydiana memoria, quando in “Another Brick In The Wall” gli alunni procedono lobotomizzati in un percorso che li conduce nel tritacarne. Se non c’è campo Wi-Fi oggi la società resta immobile, si ferma, completamente dipendente e stordita.
Bravo Émonis, la musica anche se spensierata è giusto che si faccia carico a volte di messaggi forti, svegliamo le coscienze, “…Perché il resto è zero”. MS





Le Forbici Di Manitù & Friends

 

LE FORBICI DI MANITU’ & FRIENDS – Tinnitus Tales Tour
Sussidiaria
Genere: Art Rock, Experimental
Supporto: cd / 45 giri / download digitale – 2020




Il linguaggio sonoro è variegato, un poco come succede con le lingue parlate ed i dialetti. Gli stili sono numerosi, il Rock, il Jazz, il Blues, l’Hard Rock, il Metal, il Prog, il Pop, l’Elettronica e moltissimi altri ancora. Parecchia di questa evoluzione passa anche attraverso la musica sperimentale, post-industriale e rumoristica, il linguaggio della musica non resta mai fermo e si plasma sia con le nuove strumentazioni date dalla tecnologia dei tempi, che attraverso  gli eventi che mutano la società. Esistono band che hanno costruito una carriera nella ricerca e nell’evoluzione, magari spesso a discapito della popolarità, perché chi osa qualcosa di differente al momento spesso non viene compreso.
Le Forbici Di Manitu’ ricadono nel contesto delle band che hanno sempre saputo rinnovarsi e questo sin dal lontano 1983, sotto la guida di Manitù Rossi. Quindici gli album all’attivo e vari anche gli ep e le compilation in cui compaiono. Nell’ottobre del 2016 Le Forbici Di Manitù realizzano un lavoro davvero imponente, creato attraverso l’ausilio di almeno cinquanta fra musicisti ed artisti visivi: “Tinnitus Tales”. Il progetto “audio educativo”  esce in un cofanetto composto da un vinile 10” e due cd, dove l’argomento è legato al tinnito altrimenti detto acufene, fastidioso ronzio o sibilo che colpisce molti musicisti (Pete Townshend, Ludwig Van Beethoven) e anche dj (Ed Rush, Optical, Jimmy Savile, Roger Sanchez).
A distanza di quattro anni Le Forbici Di Manitù ritornano  sul luogo del delitto grazie ai numerosi consensi ricevuti durante i tour e perfino dalle pubblicazioni scientifiche internazionali. L’idea è di riportare in cd il lavoro svolto in sede live, in più nel 45 giri due canzoni inedite sul fastidioso fischio agli orecchi. Il tour è del 2017 e nel cd compaiono anche tracce di “friends” in veste di ospiti con brani propri. Ecco dunque i flauti di Fabrizio Tavernelli, l’Electro-Shoegaze di Lettera 32 (Daniele Carretti), le sperimentazioni Techno-Etno-Ambient di Samora (Enrico Marani) e le orchestrazioni dei sperimentali Deadburger di Vittorio Nistri. Spettacolare la confezione cartonata in 10” come nel precedente caso, contenente i dischi e sempre accompagnata dalle illustrazioni di Emanuela Biancuzzi e progetto grafico di Laura Fiaschi/Gumdesign.
Il live registrato a Cavriago, Milano, Reggio Emilia e Viareggio inizia con otto brani de Le Forbici Di Manitù a partire da “Ginko Biloba”, voce, piano in cattedra e un sax freestyle su un  motivo orecchiabile dal profumo jazzy. “Hyperbaric Rendez-Vous” è interpretata in maniera impeccabile, ancora piano, voce e flauto questa volta tendenti verso il Neo Prog.
Manitù Rossi (voce, basso, clarinetto, sax), Gabriella Marconi (flauto), Stefano Menozzi (tastiere) e Vittore Baroni (voce, testi), sono Le Forbici Di Manitù.
“You Too” ripercorre i sentieri del primo brano, mentre la breve “Mr.T” aumenta il ritmo sempre dettato dal piano. Giunge a questo punto la title track “Tinnitus Tales”, sentita e ricercata narrante delle persone che soffrono di questo disturbo. Essa  si evolve in maniera cadenzata, come se ogni strofa fosse un incudine. Il brano più lungo si intitola “Through Vulcanian Ears” con i suoi cinque minuti. Di tanto in tanto si presenta il vibrafono di Gabriella Marconi, come in “Everyone Is Thinking Of Me”, più solare nella melodia rispetto i brani già ascoltati.
“Surface Noise” chiude il paragrafo Le Fobici Di Manitù che ritroveremo alla fine con “False Alarm Signal” e passa la staffetta a Fabrizio Tavernelli, il quale inizia la sua performance con dei sibili elettronici interpretanti l’acufene. Questo mi riporta ai tempi sperimentali degli Area, quando Fariselli negli anni ’70 si divertiva a disturbare il pubblico. Segue un altro esempio analogo intitolato “Flauto Dolce” e l’artista ripercorre il ricordo di una passeggiata ai giardini dove in lontananza sente un flauto dolce di un bambino che si sta esercitando allo strumento.
E’ la volta del brano di Lettera 32 (Daniele Carretti) dal titolo “Tintinnio” in quasi sette minuti l’autore ripercorre il sentiero elettronico supportato da strumentazioni come il Nord Electro2, Korg Monotribe, Boss RC-20 e Boss DD – 20. Inevitabili le reminiscenze Kraftwerk.
Samora (Enrico Mariano) sopraggiunge con “Tinnito multiplo”, il suono è sempre elettronico ma più spaziale e psichedelico.
A questo punto del live giungono i sperimentali e sinfonici Deadburger, una tempesta di suoni ricercati accolgono l’ascoltatore in “Il Dentista Di Tangeri”. Non è Jazz anche se ci sono strumentazioni ed accorgimenti che potrebbero farlo pensare, non è musica sinfonica, non è Rock malgrado certe parti crude, è piuttosto musica alternativa che risiede nel dna dei Deadburger e chi segue certo Rock Progressivo Italiano già conosce la band e quindi sa cosa dico. “Wormhole” si apre in maniera elettronica con il sopraggiungere delle strumentazioni classiche. Il sound è martellante per poi passare ad una aurea psichedelica che fa da ponte ad un piano melodico. Molta carne al fuoco in sei minuti e mezzo. Chiude la prestazione della band di Nistri “Marcia Degli Acufeni” con suoni che richiamano al problema ed i fiati. Il cantato è in questo caso in lingua italiana.
“Tinnitus Tales Tour” è una bella testimonianza di una fetta interessante della musica italiana, sta a ribadire che siamo una nazione di creativi, dove non sempre la banalità la fa da padrona. C’è chi con la musica esprime di più, c’è chi la tratta come un poliglotta e questo nel 2020 dove la globalizzazione regna sovrana non è altro che un fatto positivo. Oltretutto l’argomentazione sviluppata è davvero interessante ed inusuale. MS





domenica 11 ottobre 2020

Metronhomme

 

METRONHOMME - Tutto Il Tempo Del Mondo - 1.òikos
Autoproduzione – Micio Poldo Edizioni Musicali
Genere Progressive Rock
Supporto: EP – 2020




Come purtroppo ben sappiamo tutti, la nostra vita è cambiata. Le restrizioni per la pandemia Covid 19 hanno colpito l’economia, ma soprattutto il settore musicale il quale sta dando segni di sfinimento. La situazione non è che fosse stata rosea neppure in precedenza, la musica soprattutto di ricerca e più sperimentale ha sempre navigato in acque abitate solo da pochi amanti esperti del genere. Ma la passione è più grande di ogni avversità, oggi poi si ha la fortuna di avere un mezzo come internet che ci consente nel bene o nel male di restare uniti e aggiornati su tutto.
Molti artisti quindi hanno trovato nel periodo del lokdown internet come punto di congiunzione anche per poter suonare in diretta e comporre nuovo materiale. Il tempo libero nello stare rinchiusi per un mese in casa sicuramente ne scaturisce. In molti hanno vissuto questa esperienza in attesa di tempi migliori, i quali tardano ad arrivare, ma come dicevo in precedenza la passione per la musica è più grande di tutto.
I marchigiani Metronhomme sono fra coloro che non sono restati con le mani in mano, ecco quindi nascere “Tutto Il Tempo Del Mondo - 1.òikos”. La band di Macerata si forma nel 2003 come amante della musica sperimentale, legata a concept e soprattutto teatrale e tal proposito creano tre lavori di gruppo: L’ultimo Canto di Orfeo, Neve e Bar Panopticon. Nel 2019 il grande passo verso un pubblico più ampio, l’album “4” registrato anche in vinile convince sia la critica che il pubblico, donando loro maggiore visibilità (per dettagli potete leggere qui la mia recensione: https://nonsoloprogrock.blogspot.com/2019/10/metronhomme.html ).
La band oggi è formata da Tommaso Lambertucci (tastiere e synth), Marco Poloni (chitarra,  elettronica), Mirko Galli (basso) e Andrea Lazzaro Ghezzi (batteria, percussioni).
Il disco non vuole essere un concept vero e proprio narrante  il periodo del lokdown, tuttavia ne trae parecchi spunti, anche a livello strumentale. I componenti essendo chiusi in casa sperimentano nuovi modi di suonare, anche con oggettistica (fogli di carta, bacinelle, posate, specchi etc.)  il tutto dona al lavoro freschezza, curiosità e divertimento.
“Tutto Il Tempo Del Mondo - 1.òikos” è una vera e propria valvola di sfogo composta da sette brani ad iniziare dal singolo “Quarantine” del quale potete vedere anche il video su You Tube così da rendervi  conto come il suono della batteria non è elettronico, bensì dato da oggettistica. Lo strumentale è leggiadro, immerso in una psichedelia lieve ed orecchiabile. Il suono è minimale, così nella successiva “Come La Neve”, una delle poche volte in cui i Metronhomme si cimentano anche in parti vocali. La canzone ha un retrogusto vintage malgrado il sound moderno, trascinante nella fase finale dello strumentale, dove si ha la sensazione vera di trovarsi nella morbida neve.
La sperimentazione ritorna grazie a “… Di Una Moneta Che Cade”, le tastiere ancora sono le protagoniste così il suono di bolle d’acqua ed altri ancora, l’insieme fa si di farci sentire come in un paesaggio onirico. Quando le strumentazioni si aggiungono fuoriesce lo stile della band, quello che ci ha propinato nel tempo sensazioni forti date da melodie semplici ma ficcanti.
“Supermarket” invece disarciona il vecchio fans con suoni ricercati anche se lo stile in realtà non è intaccato. Contagioso il divertimento dei singoli componenti nel provare ad escogitare soluzioni nuove e suoni, qui mi ricordano i primi Kraftwerk quando con poche note si divertivano a comporre. Il pianoforte di “Arkè” riporta l’attenzione sulla melodia minimale e toccante, tutte le canzoni proposte hanno una durata alquanto limitata, al massimo di cinque minuti il che rende l’ascolto molto fruibile e veloce, scevro di frangenti di stallo.
Con “Il Rumore Del Mare” si ha la possibilità di ascoltare il secondo brano cantato molto vicino alle Orme degli anni ’80. A concludere “la Città Di K.”, pezzo più lungo e arricchito anche dall’oboe di Mohammed Amir Ibrahim. Lo strumentale è sostanzialmente in linea con quanto ascoltato nell’ep.
Ancora una volta i Metronhomme ci fanno ascoltare e vedere con l’orecchio. Immagini si sovrappongono come in un lento girare di diapositive. Il distanziamento porta al ricercarsi e al desiderio di contatto umano che sicuramente raggiungerà livelli più elevati quando si avrà la possibilità di risuonare assieme e nel mentre guardaci finalmente negli occhi. Intanto possiamo godere di buoni risultati anche in questa maniera, speriamo tuttavia che questa storia abbia una durata breve, anche se la vedo dura… Molto dura. MS
 



lunedì 5 ottobre 2020

Altare Thotemico

 

ALTARE THOTEMICO – Selfie Ergo Sum
Ma.Ra.Cash Records
Genere: Rock Progressivo
Supporto: cd – 2020




Lo dico spesso, cambiano i tempi, cambiano le mode così la musica e l’arte in generale, ma per fortuna c’è sempre chi si sofferma a riflettere, a pensare. Questa prerogativa è prettamente degli anni ’60 e ’70 quando il Rock resta un viatico di protesta impetuoso e non un ruscello come quello di oggi. Tuttavia di band che uniscono il “pensiero” con la “canzone” attualmente ne esistono ancora, magari meno seguite a causa di una dissimile società da quella vintage. Oggi l’immagine è più importante dell’essere, l’uomo non risiede più al centro dell’interesse quindi il fatto di essere tutti uguali porta a creare cose simili e ad un ascolto meno impegnativo, oltre che più rassicurante per la massa.
L’immagine…
Perfettamente incastonato l’argomento da quel poeta che sempre è stato Gianni Venturi (Altare Thotemico, Moloch, Mantra Informatico), attento e critico microscopio della società moderna, uomo non rassegnato ed arrabbiato con tutto ciò che disturba il senso del vivere comune, gli interessi politici, le guerre e tutto quello che ruota attorno al dio denaro. Nella sua carriera ne ha raccontate di vicende e ha rappresentato al meglio il suo essere con il progetto Altare Thotemico, esordito discograficamente nel 2009 con “Altare Thotemico” riconosciuto anche in campo internazionale dai premi Progawards (terzo nella categoria “Miglior Debutto”). Il gruppo bolognese negli anni cambia formazione ma resta sempre attento alla sostanza e meno all’immagine.
L’immagine…
L’autoreferenzialità è un tassello importante per la società tecnologica, dove tutti si è connessi a testa bassa avanti ad un apparecchio elettronico per mostrare agli altri cosa che in effetti non siamo,  tanto da non salutarci neppure per strada. Eppure siamo tutti li dentro, con differenti maschere, leoni, belli, ritoccati.
L’immagine…
Mi faccio un bel selfie per dire al mondo che esisto (selfie, ergo sum) e che lo faccio come dico io perché così voglio apparire. Ecco il nodo societario increspato ed incastrato nel pettine dell’esistenza, io oggi devo apparire non essere, mi deresponsabilizzo.
Gli Altare Thotemico ci immergono in questo percorso suddiviso in nove brani e rappresentato da un artwork assolutamente eccezionale, che definirei “storico” per  perfetta rappresentanza del concetto. Il gruppo oggi è formato da Gianni Venturi (voce),  Marika Pontegavelli (piano, synth, voce), Agostino Raimo (chitarra), Giorgio Santisi (basso) e Filippo Lambertucci (batteria), con Emiliano Vernizzi al sax e Matteo Pontegavelli alla tromba.
 “Non In Mio Nome” si apre con un arpeggio di chitarra ed il solito Venturi efferato, narratore ficcante in questo caso di guerre da evitare, quelle sul petrolio. Il suono s’irruvidisce con l’ingresso delle percussioni e di una chitarra distorta, Hard Prog che mostra sin da subito le capacità balistiche della band. “Senza profitto non c’è conflitto”, così il primo schiaffo lo abbiamo incassato.
“Game Over” aumenta il ritmo, giochi elettronici in binario stereo impattano l’ascolto, mentre Venturi dialoga con Marika Pontegavelli. Le atmosfere sono grevi, così il ritornello mentre l’amore viene analizzato in un contesto non banale.
Il brano più lungo dell’album si intitola “Schopenauer” ed ha una durata superiore ai nove minuti. Qui il lato progressivo della band è più evidente con cambi di ritmo e di umore. Il sound va a raschiare il calderone del Prog vintage, la storia viene amalgamata e riplasmata con la personalità elevata della band. Un balzo indietro nel tempo che farà la gioia dei fans accaniti del RPI (Rock Progressivo Italiano). Ritornano anche i vocalizzi sciamani di Venturi, noto appassionato e ricercatore del suono della voce. Toccante il frangente piano e voce mentre il pezzo si conclude in stile Area.
Voci si rincorrono e sovrappongono in “Madre Terra”, dove la creazione viene analizzata assieme alla nostra beneamata abitazione planetaria. Un analisi ancora una volta scura, che volge ad esaminare ciò che non funziona nella madre terra, malgrado ciò l’autore esprime l’amore incondizionato nei suoi confronti, fra ricordi e sensazioni. “Ologramma Vivo” ospita il sax di Emiliano Vernizzi, la formula della canzone è strutturata su un crescendo sonoro, Venturi decide di spostare il sound Thotemico in versanti Metal, questo per rendere ancora più incisivo il messaggio della sua poesia, la quale alterna ad esso spicchi sonori acustici e toccanti. Tutti i brani ascoltati sono di elevata caratura tecnico compositiva, ma “Ologramma Vivo” resta quello che più mi ha colpito, grazie ad un insieme equilibrato e mai banale.
Per “Luce Bianca” vale il discorso di “Game Over” mentre la sperimentazione e la ricerca proseguono imperterriti.
Ma veniamo alla title track “Selfie Ergo Sum”, qui risiede tutto quello che ho descritto sino ad ora, un sunto delle capacità e delle idee mentre il soggetto lirico lo abbiamo trattato a sufficienza. Musica per la mente, da ascoltare senza distrazioni per godere al meglio delle potenzialità.
“Bianco Orso” è fiabesco, una filastrocca cantilenante apre il movimento che si sviluppa in doppia vocalità maschile/femminile. Atmosfere antiche, quasi medioevali avvolgono l’ascolto, ennesimo esempio di ricerca e rispetto del passato.
Il disco si conclude con “Poesia Crepuscolare”, nomen omen.
Gli Altare Thotemico realizzano a mio modesto parere il loro migliore album, quello della maturazione artistica, della maggiore consapevolezza nelle proprie capacità. La forza del messaggio, l’irruenza e la determinazione necessitano anche di suoni ruvidi e questi a tratti fuoriescono al momento giusto, per il resto grande musica, Prog raffinato e vissuto. Gianni Venturi non smette mai di creare, scrivere ed interpretare, raro esempio di vero artista moderno che lotta contro i molini a vento di questa società che tenta solo di apparire.
L’immagine… MS.