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giovedì 16 maggio 2019

Alex Savelli, Massimo Manzi e Pelican Milk


PELICAN MILK – Sowego
Autoproduzione
Genere: Rock/Psichedelia/Progressive Rock
Supporto: cd – 2005


La band nasce a Londra quasi per gioco da Alex Savelli (Mojo Bin - Cute Old Fish), Simon Painter (Mojo Bin - River Dance) e Terence Todaro (Cute Old Fish), ma è il centro Italia successivamente a dare luogo alla riuscita di questo progetto che fa la spola fra il Rock, la Psichedelia ed il Progressive Rock. Dalla biografia leggiamo: “Ogni album di Pelican Milk è stato inciso in luoghi scelti con cura, castelli, palazzi, case antiche in Italia e all'estero ed ogni chitarra, cavo, macchinario, microfono, cassa, ecc...è nuovo ad ogni lavoro per garantire l'irripetibilità dell'opera d'arte.”.
Alle spalle hanno due album, “South Enough” (2001) prodotto da David Eserin (LM Records-Vivid Audio, LONDON)  e “Welcome” (2003).
Nel disco suonano Alex Savelli (chitarre, voce, basso), Terence Todaro (piano, tastiere, organo, voce), Andy Maclean (basso), e Marcus Vitale (batteria), in più partecipano come special guest Simon Painter (violino), Vit Orestrane (clarinetto), Guido Zenobi (basso acustico), Roberto Coliano (percussioni) e Ivan Paci (voce).
Undici sono le tracce per più di trequarti d’ora di musica, ad iniziare da “American Way”. Una chitarra acustica apre il brano che nel proseguo si sposa con un cantato in stile Pinkfloydiano per un ritornello ruffiano e gradevole.
Il ritmo sale con “Jhonny” e  così le chitarre si approcciano verso un suono più distorto, pur restando sempre nell’ambito del Rock. Un breve assolo di chitarra accattivante a metà del brano è la ciliegina sulla torta, tanta energia grazie anche a un riff di facile memorizzazione.
Lo strumentale “Then The Sleepy River Met His Water Fall…” riporta l’attenzione verso sonorità più pacate e ricercate, la chitarra sembra quasi un sitar e la psichedelia di tanto in tanto fa capolino. Alcuni frangenti più movimentati possono far tornare alla memoria schegge di “Passpartù” della PFM.
“Arepo” apre una sorta di suite lunga tredici minuti, un mix fra Rock, Psichedelia e Blues, tanta carne al fuoco, specialmente per chi ama le schitarrate su ritmiche pesanti e cadenzate. Un vero e proprio trip.
“Sheep Like Zing” è uno strumentale che torna verso il Rock lasciando la briglia sciolta alle chitarre, a seguire la più calda “Sowego”, chitarra acustica, piano, e ritmo che ciondola in una sorta di abbraccio caldo e materno. Il brano potrebbe benissimo risiedere nella discografia di David Gilmour.
Il disco si chiude con “After Python – An End See You Later”, una piccola corsa nella ricerca sonora e violino.
I Pelican Milk senza strafare, ma badando molto all’emozione e a tratti all’improvvisazione, prenotano un posto nell’olimpo del Progressive Rock Italiano, e lo ottengono a pieni voti. MS






PELICAN MILK – La Casa Degli Artisti
Autoproduzione
Genere: Rock/Psichedelia/ Progressive Rock
Supporto: cd – 2013


La natura è la nostra casa, l’uomo è inevitabilmente legato ad essa. Ispiratrice di molteplici nostri atteggiamenti o adattamenti, lei per quanto noi vogliamo è padrona. L’arte in generale, la pittura, la letteratura e la musica ne sono influenzate per ispirazione. Ci sono luoghi che ci fanno rilassare, riflettere o stupire per bellezza. L’artista immerso in questo mondo riesce a tirare fuori da se stesso cose che probabilmente dentro quattro mura non sarebbero uscite nell’ugual maniera. La natura è fonte d’ispirazione.
Tornano i marchigiani Pellican Milk con un lavoro visionario che fuoriesce dai canoni semplici del Rock,  “La Casa Degli Artisti”. Questo è un luogo ben preciso, compreso tra Fossombrone e Fermignano, nella provincia di Urbino, qui nella la Valle del Metauro, la Gola del Furlo esistono  locazioni magiche dove in una di esse, fra i boschi, risiede proprio la Casa degli Artisti. Dentro, ogni artista può esprimere ciò che sente, poesia, scultura, musica etc. ispirato da cotanto paesaggio.
Alex Savelli, cantante chitarrista e bassista del progetto, nel tempo ha realizzato collaborazioni importanti, come con Ares Tavolazzi degli Area o Paul Chain dei Death SS. Dopo tre album in studio ritorna con questo lavoro ispirato e con l’ausilio di importanti musicisti, il suo fido amico Terence Todaro (piano e tastiere), Orestrane (clarino, ocarina), Guido Zenobi (basso), Elisabetta Del Ferro (viola da gamba), Filippo Pieroni (batteria), ma soprattutto il maestro Massimo Manzi alla batteria, vero e proprio guru ed orgoglio del nostro Jazz.
Il paesaggio non può che ispirare ai Pelican Milk una musica psichedelica ed improvvisata, molto vicina a quella dei Pink Floyd, ma anche epicità alla Mahavishnu Orchestra di John Mc Laughlin.
Il disco è suddiviso in quattordici visioni ed il libretto che accompagna il disco descrive con dettaglio i posti, cosa è la Casa Degli Artisti e come è iniziata questa avventura.
La “Vision 1” si apre con l’ocarina di Ore Strane, effetti eco rimbalzano il suono per un atmosfera bucolica ed ariosa, tutto questo serve d’accompagnamento a “Vision 2” prima composizione dell’album ed anche la più lunga grazie ai suoi dieci minuti. L’animo di Manzi fuoriesce grazie a quel tocco raffinato e gentile che possiede, soprattutto nel duetto iniziale con il pianoforte di Todaro. Quando subentra la chitarra di Alex Savelli il brano spicca il volo, improvvisazione? Non mi è dato saperlo, tuttavia il risultato è quantomeno piacevole, soprattutto per chi come me gode della musica anni ’70. Non mancano neppure interventi elettronici.
Brevi arpeggi di chitarra nella terza visione per poi arrivare a “Vision 4”, qui la natura si fonde con le impressioni musicali ed i suoni, tutto questo è palesemente palpabile. Brevi interventi Jazz e molta Psichedelia, musica libera in volo.
“Vision 5” ha diversa personalità, grazie all’uso della viola da gamba di Elisabetta Del Ferro, un atmosfera più oscura e penetrante, a tratti nebbiosa. L’incedere è in crescendo come la forza della natura quando si prepara ad un forte temporale. Ancora una breve visione dall’animo jazz e poi via verso “Vision 7”, elettrica nella chitarra e Rock nell’animo. Ottimo il lavoro di Savelli. Tintinnio di piatti per l’ottava visione, Manzi si destreggia in un approccio ritmico suggestivo e di qualità, vetrina per le sue grandi doti.
Per giungere a sonorità più Pinkfloydiane bisogna arrivare alla “Vision 9”, qui Blues e Psichedelia sono uniti in un corpo solo. Impressionante viaggio onirico.
La decima visione è elettronica nei suoi due minuti e porta verso gli otto minuti di “Vision 11”, dove un suono caldo del basso ci accoglie all’inizio del brano. L’improvvisazione è evidente e spaziosa, qui gli artisti si cimentano in un altra prestazione sopra le righe, palesando un amalgama quantomeno invidiabile. Il disco procede fra Rock e Psichedelia sino alla conclusione.
I Pelican Milk nel tempo mutano pelle, seppur mantenendo di base la gioia di voler esprimere liberamente il proprio stato d’animo fra improvvisazione e meditazione. Un risultato che lascia appagato anche l’ascoltatore. Una musica che va ascoltata con attenzione per poterci entrare dentro, ma per quanto possa sembrare complessa per come descritta, lascia invece entrare l’ascoltatore con gentilezza e inattesa semplicità. Da avere. MS





SAVELLI / MANZI – Gettare Le Basi
Radici Music Records
Genere: Jazz / Prog Rock
Supporto: cd – 2019


Alex Savelli e Massimo Manzi ritornano nel luogo del delitto, quel passo Del Furlo dove la Casa Degli Artisti ha saputo ispirare la musica dei Pelican Milk. L’idea ritorna nel 2017, per ripartire dalle radici, dal basso, e come suggerisce il titolo proprio dalle basi, dove la musica fugge per tornare a crescere e spaziare. La natura ed il luogo situato nelle Marche nel centro Italia, hanno il loro peso per quello che concerne la creazione dei brani.
La confezione di “Gettare Le Basi” è elegante e cartonata, con all’interno le spiegazioni date dai due artisti e un mini poster davvero bello. Per i collezionisti dico che la prima stampa risulta numerata in 400 copie.
Il disco è suddiviso in undici brani, tutti abbreviati in GB (Gettare le Basi) e fantastica è l’idea nel voler lasciare volutamente spazio di scrittura al fianco del GB1, GB 2 etc. all’ascoltatore che ha la possibilità fisicamente di titolare definitivamente le canzoni a proprio piacimento. Questo sta a significare la volontà di dare  spazio alla musica per darla in pasto a chi vuole farla propria, un modo di essere un tutt’uno con l’ascoltatore.
Un viaggio da affrontare assieme agli artisti che si coadiuvano di special guest ad ogni brano, ancora una volta a sottolineare l’apertura totale della musica del duo Savelli/Manzi.
In “GB01” è la voce di Luca Fattori ad impreziosire il brano a cavallo fra Rock e Jazz. Massimo Manzi pennella chicche mentre Savelli si impegna a riempire i suoni con giri di basso importanti e una chitarra elettrica fresca e giocosa. “GB02” praticamente è un brano dei Pelican Milk, visto Terence Todaro al piano, ma c’è anche Denzel Grottoli al sax. Jazz Rock? Potremmo definirlo tranquillamente così, tuttavia  i cambi di tempo e la chitarra spesso spostano il tiro in pieno territorio Progressive Rock.
Ritmica alla Gentle Giant, e un Rock inaspettatamente condotto da un mandolino, quello di Antonio Stragapede, si ascolta in “GB 03”. Il motivo è orecchiabile e diretto sino alla metà della sua durata, per poi spezzarsi su un giro di basso e un mid tempo piacevolmente martellante. Effetti di tastiera legano il tutto, Prog Rock al 100%.
Assieme al piano di Alessandra Mostacci si passa al Rock americaneggiante di “GB04”, Manzi mostra in tutto il suo fulgore il suo lato Rock, diventando vero e proprio propulsore del brano. Non esula il frangente più Folk, a dimostrazione dell’apertura mentale dei singoli componenti, ci pensa la fisarmonica di Massimo Tagliata in “GB 05”, canzone che comunque risiede sempre dentro il sentiero Rock.
Caldo momento di Jazz Fusion a seguire nel sesto movimento, fra basso, batteria e la tastiera Rhodes Fender di Pippo Guarnera. Momenti di alta scuola. E via verso “GB 07” con Todaro ed il clarinetto di Orestrane. La chitarra elettrica segna il percorso melodico da seguire e la macchina perfettamente oliata lo percorre. Siamo tornati ancora nel Rock (se mai lo abbiamo lasciato). Un bagno di anni ’70 con “GB 08”, ancora puntate nel Jazz e questa volta l’ausilio arriva dal sax di Guglielmo Pagnozzi e dal flauto traverso di Carlo Maver. Un ritmo irresistibile che difficilmente vi farà domare il movimento incondizionato del piede. Uno dei momenti più duri dell’album risiede in “GB 09”, incalzato sia dalla chitarra elettrica distorta che dalle percussioni di Ivano Zanotti. Questo è uno dei pochi pezzi cantati, qui la voce è di Michele Menichetti.
In “GB 10” ritorna il flauto traverso ed il Jazz Rock, e piacevolissimo è l’assolo di chitarra di Savelli. L’album si chiude con “GB11” , quasi tre minuti di oscuro Doom Psichedelico, fra grida lancinanti di chitarra elettrica.
Tanta carne al fuoco in questo disco che si fa una vera e propria passeggiata in tutto il movimento musicale che spazia dal Rock al Folk passando sia per la Psichedelia che per il Jazz e nell’elettronica!
Chi ama la musica a tutto tondo ha trovato pane per i propri denti. Fermatevi! MS

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