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domenica 10 maggio 2020

The Worm Ouroboros


THE WORM OUROBOROS – Endless Way From You
Lizard Records
Genere: Progressive Rock/ Scuola Di Canterbury
Supporto: cd – 2019


Un altro bel colpo assestato dalla nostrana Lizard Records è quello di avere annoverato nelle file della propria scuderia i bielorussi The Worm Ouroboros. Si formano nel 2006 a Minsk combinando nella loro musica la Scena di Canterbury (Camel, Caravan, etc.) alla musica Folk. Sono bravi arrangiatori e fra le note scaturiscono melodie accuratamente orecchiabili che riescono ad accumunare molti amanti della musica anche di differenti generi. Non disdegnano passaggi neppure nel classico.
Esordiscono discograficamente nel 2013 (dopo due demo ep) come quartetto con Sergey Gvozdyukevich (tastiere, chitarra, flauto, basso, voce), Vladimir Sobolevsky (chitarra), Alexey Zapolsky (basso) e Eugene Zarkhin (batteria) con l’album “Of Things That Never Were” (Fading Records). Il gruppo tuttavia si regge attorno alle figure di Gvozdyukevich e Sobolevsky, i quali dopo sei anni ritornano in studio questa volta in formazione trio con un nuovo batterista, Mikhail Kinchin. Il risultato è “Endless Way From You”.
Il disco si presenta in una veste cartonata molto semplice e dal color pastello, perfetto specchio per la musica proposta. Nove le tracce ad iniziare dalla mini suite di quattordici minuti “Cycles”, strumentale elegante e raffinato. Il flauto (questa volta non alla Jethro Tull) e la chitarra acustica aprono ad uno scenario decisamente solare e rilassato e ci si trova a volteggiare con la fantasia in alto come dei droni che riprendono il panorama sottostante. Una musica semplice che sa però dove andare a parare, mi ricorda molto “Flower In Asphalt” dei tedeschi Rousseau ed ovviamente i già citati Caravan e Camel.
L’inizio pianistico di “Clouds To Owings Mills potrebbe benissimo risiedere in “Uomo Di Pezza” oppure in “Storia O Leggenda” delle nostrane Orme. Un mellotron dona ancora più fascino vintage all’ascolto. La musica cresce di intensità per poi ricalare in un sentiero fresco e boscoso disegnato dal suono del flauto. E’ la chitarra elettrica ad alzare ulteriormente i toni, degno finale per un brano che a mio gusto è fra i migliori dell’album.
“Stone And Lydia” ha un ritmo maggiore ed una struttura più semplice rispetto a quanto abbiamo ascoltato sino ad ora. Segue “Quest Of The Kingfisher”, qui si aggiungono anche i timpani di Alexandra Gankova, la quale suona anche il vibrafono nella successiva “Muralidaran”, canzone sostenuta soprattutto dalle note del flauto.
Sino ad ora ho parlato di brani esclusivamente strumentali, in “Ascension” invece si può ascoltare la voce di Sergey  Gvozdyukevich. “The Reality You Can’t Stop Dreaming” è la seconda ed interessante mini suite che si apre con il fagotto dell’ospite Vitaly Appow, inutile dire che si articola in cambi di tempo e di umore. “The Whistler Shrill” è il secondo ed ultimo brano dove si può ascoltare la voce di  Gvozdyukevich, qui grazie ad una strumentazione classica, si può godere di interessanti innesti di generi, lo xilofono, l’oboe ed il fagotto sono gli artefici di questo aggiunto fascino.
Il disco si chiude con il brano più breve dell’album con i suoi quattro minuti dal titolo “Tràigh Bheasdaire”, fra il suono delle onde che si infrangono sulla spiaggia e un giro di tastiere ipnotico e quasi psichedelico.
La semplicità è un arma che appaga sempre, i bielorussi lo sanno è lo mettono in pratica, pur essendo degli ottimi strumentisti dotati di una buonissima tecnica strumentale, non si lasciano travolgere da inutili orpelli sonori. Un disco che mette semplicemente l’anima in serenità. MS


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