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domenica 16 luglio 2017

Trauma Forward

TRAUMA FORWARD – Scars
LM European Music
Genere: Strumentale- Sperimentale- Acustico
Supporto: cd – 2016



La musica ha differenti scopi nella vita societaria: divertire, fare compagnia, dare adrenalina, sfogare, far piangere, far ballare etc. etc. Limitativo relegare il tutto in un semplice contesto, le opzioni sono notevoli. Noi ci soffermiamo con i toscani Trauma Forward al lato sperimentale di essa, quello che tende a stupire, il più ardito, troppo spesso scevro di soddisfazioni per chi lo propone. Il nuovo o lo “strano” nella società di oggi “mordi e fuggi” non viene ben concepito.
I Trauma Forward nascono nel 2012 dalla mente dei polistrumentisti Davide Lucioli e Jacopo Bucciantini, a cui si uniscono in seguito Francesco Zuppello e Michael De Palma.
“Scars” è il primo album dei Trauma Forward ed è un concept suddiviso in dodici tracce dove l’argomento si aggira intorno all’uomo manichino, dove in esso ci si interroga su “Che cosa è dato conoscere di noi stessi?”. La copertina lascia presagire inganni, un quadro di tela ricoperto di vernice nera piena di squarci che trapelano un disegno bucolico che altro non è che un disegno stampato su carta da regalo, e dietro al cd è rappresentata l’intagliatura che mostra la rifrazione dei fiori falsi sul lato bianco della carta. Ma è l’intero libretto che accompagna il disco interessante nelle foto ed esaustivo nei messaggi. Musica e immagine, arte complementare che esalta all’ennesima potenza il proprio risultato.
La strumentazione adoperata durante il percorso sonoro è variegata (sintetizzatori, synth bass, synth pad, ecc.) proprio per rendere al massimo il risultato sperimentale.
Già dall’iniziale “Into The Labyrinth” ci si può accorgere di un tempo inusuale e un organo esplode il suo nero fervore in una sorta di musica da film horror che ben sposerebbe la causa Goblin. Molto Prog style il giro di chitarra.
Ricerca dell’ ”Io” nella malinconica “Red Shadow”, canzone suddivisa in fase musicale e recitata, dove una voce filtrata dona al tutto un velo particolare di tristezza assieme al pianoforte che fuoriesce da un grammofono. Arte e metafisica nell’impegnata “Sundown Living Puppet”, dedicata a quella di Giorgio De Chirico. Strumentalmente il brano si districa in maniera non consona pur mantenendo una linea melodica di facile memorizzazione. I Trauma Forward sono bravi a dare musica e farla apparire  gradevole pur destrutturandola in passaggi non sempre matematicamente giusti, qui risiede molto della loro sperimentazione e creatività. Le tastiere ed i sintetizzatori ricoprono un ruolo importante nella musica del gruppo, questo lo si può evincere anche dall’ascolto di “Cloud In A Bottle”.
Sovrapposizione dei stessi Synt in “Sometimes I Feel”, effetti vocali e giochi di melodie che si incrociano in tessuti armonici divergenti. Segue la più breve “Waiting’s Four Seasons”, riflessiva, e molto più Prog nel senso puro del termine. Al termine di questo frangente dolce, si giunge alla title track “Scars”, pezzo più duro con distorsioni Heavy Metal e attimi di musicalità gradevole in una sorta di staffetta destabilizzante. Giochi di chitarra ispanica in “Sense Of Consciousness” dove tuttavia scaturisce una sorta di dolore che sembra essere il filo conduttore di questo progetto sperimentale.
Sfoggio di elettronica in “Foggy Hills”, mentre il genesiano titolo “Behind The Line” riporta ai giochi con la voce e a un sound più duro, dove il piano comunque ricopre un ruolo importante. Ritmi non regolari nell’elettronica “Rusty Piece Of Mind” la quale ha il dono di una melodia di facile assimilazione. Chiude  fra dissonanze e richiami al Giappone e Cina “Woman With Parasol” questo album che di certo non passerà inosservato fra gli usufruitori della sperimentazione. La musica proposta è tridimensionale, onirica e labirintica, necessita di un ascolto attento e presente, tuttavia anche ricca di belle sonorità e soluzioni. Complimenti per l’esordio. MS

Mother Nature

MOTHER NATURE – Double Deal
Andromeda Relix
Genere: Hard Blues
Supporto: cd – 2017


Italia, Taranto, 1993, Hard Blues e tanta passione. Questi dati riconducono alla fondazione del quartetto composto oggi da Francesco Amati (batteria), Francesco Candelli (basso, voce), Luca Nappo (chitarra, voce) e Wlady Rizzi (voce, chitarra, armonica). Iniziano il percorso musicale proponendo cover di artisti quali Hendrix, Led Zeppelin, Lynyrd Skynyrd, questo per far comprendere di cosa è composto il loro DNA. Fra demo, concorsi, dischi (“Skin” nel 1998) e numerose date live negli anni, i Mother Nature plasmano la propria essenza fino a renderla granitica e personale, ma non mancano le lacrime, nel 2003 c’è un lungo stop fino alla reunion del 2010. Vita longeva e comunque turbolenta, per arrivare ai nostri giorni, con l’attenta Andromeda Relix che li iscrive nella propria scuderia. Il risultato si intitola “Double Deal”, composto da dieci canzoni.
Con incedere Zeppeliano (“Black Dog” docet), l’album si apre in tutta la sua gioiosità grazie al  brano “Spit My Soul”, sicuramente da cantare e ballare assieme a loro in sede live. Trascinante e convincente nelle melodie, con brevi assolo di chitarra messi li al momento giusto e le vibrazioni giuste. Il ritmo sale in “Magnet Girl”, e quando si parla di donne e del loro magnetismo, il ritmo non può solo che essere sostenuto. La voce è sempre gradevole, mai imposta o con il passo più lungo della gamba, semplicemente al servizio della canzone. Massiccia “Haze”, stradaiola e polverosa, da moto ed aria in faccia. I più attenti di voi noteranno richiami agli Aerosmith, poi con un ritornello così… E ancora Rock On con “Pearl”, di certo non semplice ricercare sempre riff e ritornelli nuovi, ma il genere in definitiva non lo richiede neppure, anche perché il Blues è alla base secolare di tutto l’apparato Rock a seguire…E non solo, per cui becchiamoci questa ennesima botta di vita. Ritengo a gusto personale “Everything Will Follow” uno dei momenti più alti del disco, sia per la ricercatezza della struttura mutevole, che dei giochi vocali fra vocoder e clear. Inutile sottolineare la fruibilità del ritornello in quanto questo fatto si ripete in ogni canzone.
E raggiungiamo il momento spezza ascolto con “Ask Yourself”, ballata che ci sta in tutto e per tutto. E si giunge alla title track, pregna di storia, il sunto del Blues e di ciò che gli gira attorno, a dimostrazione che non serve strafare per emozionare, ma mettere le poche note al punto giusto, senza dimenticare il famoso ritornello. Torna l’Hard in “New Way”, così la voglia di cantare. “Does It Suit You?” espone una struttura nuovamente giocosa fra voce e chitarra, altro frangente di rilievo. Il brano più lungo dell’album è proprio il conclusivo, con i suoi cinque minuti ed il titolo “ Boy, We Gotta Handle This”. Il disco si apre con richiami Led Zeppelin e si chiude con i stessi, il cerchio è chiuso.
Il tempo è volato, restano in mente dei ritornelli e alcuni riff, ma anche la voglia di ripremere il tasto “play”. Può essere una buona colonna sonora per molte delle vostre giornate, magari anche da compagnia durante un lungo viaggio.

I Mother Nature non strafanno, si divertono e si sa, il divertimento è contagioso. MS 

Vetriolica

VETRIOLICA – Dichiarazione D’Odio
Andromeda Relix
Genere: Heavy Metal
Supporto: cd – 2017



“Roboante”, basterebbe questo aggettivo per descrivere il sound del quartetto Vetriolica di Verona formatosi nei primi anni ’90, ma forse anche no! Infatti gli aggettivi sono spesso sunto di considerazioni prettamente personali, molti di voi magari ne attribuirebbero ben altri. E comunque su una cosa si converge senza ombra di dubbio, i veronesi Vetriolica hanno un sound possente e spargono energia in ogni dove.
Oggi sono composti da Henry Ford (chitarra, voce), Jack Tusk (basso), Hubert Fast (batteria) e Marious Kalash (voce, chitarra). Allora  registrano due demo, “Vetriolica” e “Bambini Epilettici”, raccogliendo consensi dalla critica di settore, fino ad incrociare la strada con il maestro del Metal, del Doom e della Psichedelia, il nostro Paolo Catena, negli anni passati più noto come Paul Chain (Death SS). Dietro la sua produzione pubblicano per Toast Records l’album “Ferocia”.
Ed eccoli oggi ritornare più arrabbiati che mai con “Dichiarazione D’Odio”, anticipato dal videoclip “Senza Appello”. Il disco è suddiviso in dieci tracce e si presenta in confezione cartonata.
Il suono lancinante e penetrante prende spunto dal Metal di numerose band del settore come Sepultura, Slayer, Gojira e non scende a compromesso alcuno, badando dritto per il binario della perforazione acustica.  Il cantato è in lingua italiana, gutturale e fermamente arrabbiato, così come il suono delle chitarre sin dall’iniziale “Melma”. La sezione ritmica ricopre necessariamente un ruolo di fondamentale importanza per il sound della band.
Nel brano “Vetriolica” si trova come special guest Petrus Filippi, un profondo incedere oscuro di arpeggio di chitarra accompagna in questo sentiero malefico, pesante e granitico. Qui il sound della band si presenta  in tutto il proprio essere. La musica dei Vetriolica non è ricca di assolo o di tecnicismi particolari, bensì di sostanza e di testi importanti dove l’esortazione per il sociale e gli inviti ad aprire i propri occhi su certi avvenimenti la fanno da padrona.
“Exxon Valdez” con i suoi sei minuti è il brano più ampio e ricercato e si continua a non correre su ritmiche improponibili, bensì su passi cadenzati e pesanti come quelli di Godzilla! Le ritmiche sono perfette in brani come “V.A.P”, operaie e allo stesso tempo padrone.
L’album è costantemente incentrato su queste prerogative. Si conclude con una sorpresa in “Discesa Agli Inferi (Fuga Dalla Galera) che lascio a voi scoprire.
“Dichiarazione D’Odio” è una valvola di sfogo, un album che ti sfonda lo stomaco e la mente, un grido al “Non ci sto”, un manipolo di musicisti che sanno il fatto loro e lo sanno anche raccontare. MS


domenica 9 luglio 2017

SKYLIVE ROCK '70 a "Revaivol '70"

La band SKYLINE e il critico MASSIMO "Max" SALARI dal vivo a Fabriano, in Piazza del comune, il giorno SABATO 15 LUGLIO alle ore 19.00, vi racconteranno e vi faranno ascoltare live, la storia del Rock anni '70.


In piazza ci sarà anche lo STREET FOOD
Mangiare ed ascoltare Rock!

(Da sinistra: Marco Bolognini, Gianluca Bellucci, Max Salari, Luca Poeta, Laura Quaresima, Sara Grandoni, Matteo Bucefalo)

SKYLINE: 
Gianluca Bellucci (Tastiere, Voce), Luca Poeta (Batteria), Matteo Bucefalo (Basso, Voce, Cori), Marco Bolognini (Chitarra), Laura Quaresima (Voce, Cori), Sara Grandoni (Voce, Cori).

Soul Secret

SOUL SECRET – Babel
Pride & Joy Music
Distribuzione: Come Back Media
Genere: Progressive Metal
Supporto: cd – 2017


A due anni da “4”, tornano negli scaffali dei dischi e nei store multimediali specializzati i napoletani Soul Secret con il loro pindarico Metal Progressive. Dopo il crescendo qualitativo presentato negli anni a partire dal 2008, “Babel” lascia presagire ulteriore carne al fuoco nei dieci brani che lo compongono. La band è dunque cresciuta non solo agli occhi degli addetti ai lavori e della critica, ma anche in quelli del pubblico, tanto che il disco sarà presentato in anteprima live in Germania al Night Of The Prog Festival” in apertura del concerto di Mike Portnoy. L’interesse attorno al quintetto formato da Claudio Casaburi (basso), Luca Di Gennaro (tastiere), Lino Di Pietrantonio (voce), Antonio Mocerino (batteria) e Antonio Vittozzi (chitarra) è dunque accresciuto ed è in fase di consolidazione.
“Babel” è un concept incentrato su temi importanti quali l’amore e la religione, mentre l’artwork realizzato da Thomas Ewerhard ne è l’involucro davvero intrigante ed esaustivo con testi e foto stagliati in ambienti cosmici.
La prima cosa che si denota all’ascolto è una produzione decisamente buona, il “Prologo” narrato da Mark Manning” lo evidenzia. Alla voce come ospiti troviamo Andy Kowowski nei panni del personaggio Sam, Niabi Manning in Adriel e Dorsey Jackson in LogOS.
I Soul Secret badano molto alla sostanza sin da “What We’re All About”, un Metal Prog interpretato vocalmente in maniera impeccabile su una composizione intramezzata se pur brevemente, da ottimi assolo strumentali e tanta melodia orecchiabile, non solo Dream Theater come si potrebbe ipotizzare. La sezione ritmica si ritrova e si coadiuva che è un piacere mentre le tastiere di Luca Di Gennaro sono il collante fra gli strumenti, non solo tappeto sonoro. La chitarra di Vittozzi è graffiante  quando vuole esserlo, così come delicata, “A Shadow On The Surface” ne è esempio e il tono si alza ulteriormente nella successiva “Will They?”. Frangente pacato suggellato dalle tastiere pianistiche e dalla voce, in “LogOS”, sensazioni ariose in crescendo che fanno da intro a “Awakened By The Light”. Il brano si apre con coralità ricercate e d’effetto per poi lanciarsi in una scorribanda sonora contenente tanto Prog. Qui i Soul Secret giocano in casa.
“Entering The City Of Gods” è una mini suite di dieci minuti, la prima del disco, in quanto la conclusiva “In The Hardest Of Times”  ha la durata di quasi quindici minuti. Ebbene in essa si celano richiami Dream Theater e indagine sonora, fra ritmiche ricercate ed inserimenti elettronici delle tastiere. Tornano i supporti corali e una prova vocale notevole, sopra strutture melodiche solari e gradevoli, specie nell’assolo della chitarra, emozionante e tecnico (chi ha detto Pink Floyd?). Uno dei momenti più belli a parere di chi vi scrive. Un intro oscuro di chitarra classica e piano in stile Opeth, apre “The Cuckoo’s Nest”, brano che poi si articola come i Soul Secret ci hanno abituati sino ad ora, tuttavia più Prog che Metal.
Un dolce piano inizia “Newton’s Law”, quasi un apertura alla Spock’s Beard e Genesis, una canzone che si modella in corso d’opera, fra bacio e schiaffo.
Ed infine la citata suite finale, degno suggello per un album clamoroso per emotività e cura dei particolari.

Vi dico senza il minimo dubbio che se un prodotto del genere fosse stato realizzato da una band straniera, ora molti critici avrebbero gridato al miracolo. Noi italiani siamo davvero bravi con il Metal Prog, gridiamolo con orgoglio ed i Soul Secret sono fra le alte vette, guai perderseli. MS

Karibow

KARIBOW – From Here To The Impossible
Progressive Promotion Records
Distribuzione italiana: GT Music
Genere: New Prog / AOR
Support: CD – 2017


Sicuramente per i tedeschi Karibow questo è un periodo di grande ispirazione. Ancora con l’adrenalina in corpo datami dall’ascolto del precedente doppio cd “Holophinium”, mi ritrovo in mano a meno di un anno di distanza questi ulteriori settantadue minuti di New Prog. La copertina diFrom Here To The Impossible” rappresenta scenari catastrofici, anche se il verde e degli uccelli in volo, lasciano presagire uno spiraglio di speranza. Un  messaggio di sfida, da qui verso l’impossibile, ce la possiamo fare. Ancora una volta il ricco libretto di venti pagine che accompagna il supporto ottico è ricco di descrizioni, testi e foto spettacolari con scenari naturalistici. Sempre un piacere comperare un prodotto completo sotto tutti i suoi aspetti, produzione sonora compresa, davvero curata e sopra la media del periodo.
Il cast che si accinge a suonare questa ennesima opera New Prog è di qualità, come nel suo predecessore, Jim Gilmour (Saga) alle tastiere, Mark Trueack (UPF, Unitopia) alla voce, Monique Van Der Kolk (Harvest) alla voce, Sean Timms (Southern Empire, Unitopia) alle tastiere, Marek Arnold (Seven Steps To The Green Door, Toxic Smile, UPF, Cyril, Damanek) al sax, organo e piano, Daniel Lopresto (Clearway, Southern Empire) alla voce e ovviamente  il leader compositore Oliver Rusing (voce, tastiere, chitarra, basso e batteria).
Il lungo viaggio è suddiviso in cinque parti, per un totale di undici canzoni.
La prima parte è suddivisa in due brani, “Here” e “My Time Of Your Life”, tanto da scaturirne una mini suite di quattordici minuti. Si sprigiona energia sin dalle prime note, AOR al confine del New Prog, dove Rusing predilige i cambi di ritmo come si conviene al genere in questione. Il ritornello è ad alta digeribilità e ad alcuni di voi potrebbero venire alla mente gli inglesi Arena di Clive Nolan. Di personalità “My Time Of Your Life”, con un mid tempo che accompagna l’ascolto impreziosito da assolo di chitarra, e quando il gioco si fa duro subentrano anche i controtempi.
La seconda parte si apre con “Passion”, voce narrante e scariche elettriche con Rock di classe. A seguire “Never Last”, dove un arpeggio di chitarra narra una ballata dolce e toccante. Delizioso l’assolo di sax. Qui la produzione sonora si esalta nella cura dei particolari, un piacere all’ascolto. La terza parte sottotitolata “Mercury Hearts” è suddivisa in quattro brani per una durata di diciannove minuti, ad iniziare dalla massiccia “Lost Peace”. La voce di Monique Van Der Kolk duetta con la voce maschile ed il connubio come molto spesso accade in questi casi, funziona. Effetti e chitarre elettriche completano l’opera. Una menzione a parte per i due minuti orchestrali di “Requiem”, chiusi con il piano. La suite si conclude con l’ariosa “Inside You”, potenziale brano singolo per la propria tendenza al Pop. La quarta parte si intitola “Of Inner Beauty” e qui Karibow alza la voce tendendo in brevi frangenti persino verso il Prog Metal di stampo Dream Theater. Un vero momento Prog Rock invece lo si incontra in “Black Air”. Si chiude con la quinta parte dal titolo “In Sight” formata da una sola canzone, “The Impossible”. Questo è il sunto del sound Karibow.

Il disco funziona soprattutto per le melodie, non solo da ascoltare, ma anche da cantare, un buon mix di generi che restituiscono al Prog Rock una fetta di pubblico nuovo, non solamente i duri e puri del caso, ma anche coloro che amano il Power e appunto l’AOR. Tanta energia pulita, un disco curato che vi consiglio di avere nella vostra collezione. MS