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sabato 10 ottobre 2026

Arctic Plant

ARCTIC PLANT – Absolute Power
Autoproduzione
Genere: Crossover Prog / Metal Prog
Supporto: CD / Bandcamp – 2026





Questa volta è la Germania (Bayreuth) a proporci un album di Progressive Rock infarcito di classicismi con richiami ai King Crimson, Yes e Camel. Una bella sorpresa per tutti coloro che cercano nella musica qualcosa di più articolato in cui crogiolarsi.
Arctic Plant è il progetto di Philipp Rexilius giunto con “Absolute Power” al suo quarto capitolo, un disco complesso con fughe che possono far tornare in mente i primi Spock’s Beard. Dopo un passato giovanile come batterista in formazioni e band locali, si è affermato come polistrumentista e compositore autodidatta orientato verso il Crossover Prog e il Progressive Rock sinfonico e concettuale. Nel 2013/2014 ha dato vita ad Arctic Plant, la sua one-man band e solido progetto solista. Nel contesto di Arctic Plant, Rexilius cura in prima persona ogni fase della creazione musicale: compone le musiche, scrive i testi, suona tutti gli strumenti (chitarre elettriche ed acustiche, tastiere, synth, basso e batteria/programmazioni), registra le voci e si occupa dell'intero processo di mixing e produzione. Solo alcune voci sono affidate agli ospiti Andreas Ludwig (voce in “The Priest”), Ewa Wieczorek (voce in “The Rebel”) e Michael Kuchenbrod (voce in “Men's Choir”).
“Absolute Power” è un imponente concept album di critica sociale e distopica. L'ispirazione concettuale dell'opera nasce da una riflessione sulle reti neurali, sui Large Language Models, sull'impatto dei social network e sulla progressiva delega del pensiero critico alle tecnologie d'intelligenza artificiale e di controllo di massa. Il disco vuole essere un monito a non rinunciare all'indipendenza di pensiero di fronte ai meccanismi di manipolazione, propaganda, morale di facciata e tecnocrazia.
Come il genere generalmente richiede, si apre con una suite di venti minuti abbondanti intitolata “Brave New World”. Un tuffo immediato nella musica classica moderna, come quella ispirata dai Pink Floyd con “Atom Heart Mother”, per poi lanciarsi irrefrenabilmente in intricati tempi dispari, riff di chitarra d'impronta Heavy, assoli melodici e maestose aperture di tastiera. Belle anche le coralità. Un pezzo che scorre via in un attimo, a testimonianza che l’attenzione dell’ascoltatore non viene mai meno. Il testo è un chiaro riferimento all'opera huxleyana e alla letteratura distopica: una società apparentemente pacifica e automatizzata, ma del tutto asservita al controllo dell'algoritmo e della tecnologia, dove la libertà individuale viene anestetizzata in cambio di un falso senso di sicurezza.
Piacevole la ballata successiva “Moral Highground”, soffice, gentile e dalle aperture vocali ariose. Il testo affronta il tema dell'ipocrisia politica e sociale, analizzando come chi detiene il potere (tecnologico o istituzionale) utilizzi la superiorità morale di facciata per reprimere il dissenso ed esigere conformismo.
Tuona la chitarra elettrica in un andamento Metal Prog virtuosistico in “Manifesto”, brano rigoroso con ritmi marziali, stacchi di tastiera dal sapore Neo Prog e un uso stratificato di synth e cori che creano un'atmosfera fredda e solenne, come a tratti la voce robotica che enuncia i dogmi e le verità ufficiali imposte alla massa, in cui l'obbedienza viene presentata come l'unica virtù possibile.
Fra i momenti più drammatici e intimistici c’è “Who Are You?”, in cui un lamento si allaccia alle tastiere di fondo che descrivono un ambiente oscuro dove l’individuo si guarda allo specchio e si interroga sulla propria identità residua, chiedendosi cosa sia rimasto della propria umanità autentica dopo l'omologazione al sistema.
A questo punto giunge la seconda suite “Insurgency”, con il classicismo sinfonico e le scorribande sonore associabili alla colonna sonora di un film ad alta intensità, caratterizzata da fughe di chitarra epica e cambi repentini ancora una volta prossimi agli Spock’s Beard. Il testo descrive l'atto di ribellione attiva da parte di chi rifiuta di conformarsi, la lotta materiale e psicologica per spezzare il controllo. Per chi vi scrive questo è uno dei momenti più alti dell’intera opera.
Cori epici aprono “Superbia And Plunge”, traccia chiaramente divisa in due momenti dinamici. La prima sezione (Superbia) è caratterizzata da sonorità pompose, accordi maestosi e riff imponenti; la seconda (Plunge) vira verso tonalità caotiche, dissonanti e discendenti, con tanto di interventi in growl. Il finale si apre alla solarità con un solo di chitarra che scalda il cuore. Il brano affronta la tracotanza dei tiranni e delle strutture di potere, raccontando l'arroganza dell'autorità che, convinta del proprio controllo totale, non si accorge del proprio inevitabile ed imminente crollo.
Adiacente è “The Final Kneeling”, altra cavalcata Metal Prog epica, cupa e profonda dove le chitarre pesanti e i synth oscuri avanzano a ritmo cadenzato, trasmettendo un senso di oppressione e resa imminente. Analizza le conseguenze devastanti dello scontro, è il momento in cui si contano i danni, evidenziando il prezzo umano e le ferite inflitte dalla lotta contro un potere sovrastante.
Infine ecco l’epilogo sinfonico di ampio respiro intitolato “Ascend Thy Throne”, costruito con aperture melodiche, crescendo d'organo e synth. Abbattuto un sistema autoritario, si pone l'eterno interrogativo su chi occuperà il nuovo trono e se la storia sia destinata inesorabilmente a ripetersi.
In ultima analisi, la quarta prova in studio di Arctic Plant si rivela come un affresco sonoro di rara coerenza e ambizione. Tra suite fiume da oltre venti minuti, passaggi acustici di toccante introspezione ed esplosioni heavy di grande impatto, “Absolute Power” mette a nudo i paradossi dell'era digitale e le sottili tirannie del nostro presente. Phil Rexilius gestisce ogni singolo dettaglio produttivo con una visione lucida e priva di compiacimenti, regalandoci un’opera che richiede tempo e attenzione, ma che ripaga l'ascoltatore con una profondità emotiva e concettuale non comune. Un disco potente, ammonitore e necessario. MS 






Versione Inglese: 


ARCTIC PLANT – Absolute Power
Self-released
Genre: Crossover Prog / Prog Metal
Format: CD / Bandcamp – 2026





This time it is Germany (Bayreuth) bringing us a Progressive Rock album packed with classicism, echoing the likes of King Crimson, Yes, and Camel. A delightful surprise for anyone seeking something more intricate to immerse themselves in.
Arctic Plant is the project of Philipp Rexilius, now reaching its fourth chapter with “Absolute Power”—a complex record with instrumental runs reminiscent of early Spock’s Beard. Following a youth spent as a drummer in local bands and line-ups, he established himself as a self-taught multi-instrumentalist and composer focused on Crossover Prog as well as symphonic and conceptual Progressive Rock. In 2013/2014, he gave life to Arctic Plant, his one-man band and solid solo project. Within Arctic Plant, Rexilius personally oversees every stage of musical creation: he composes the music, writes the lyrics, plays all instruments (electric and acoustic guitars, keyboards, synths, bass, and drums/programming), records the vocals, and handles the entire mixing and production process. Only a few vocal parts are entrusted to guests: Andreas Ludwig (vocals on “The Priest”), Ewa Wieczorek (vocals on “The Rebel”), and Michael Kuchenbrod (vocals on “Men's Choir”).
“Absolute Power” is an imposing concept album centered on social and dystopian critique. The work's conceptual inspiration stems from reflections on neural networks, Large Language Models, the impact of social media, and the gradual delegation of critical thinking to artificial intelligence technologies and mass control mechanisms. The record serves as a warning against surrendering independent thought to mechanisms of manipulation, propaganda, superficial morality, and technocracy.
As the genre typically demands, it opens with an epic suite lasting over twenty minutes titled “Brave New World.” An immediate plunge into modern classical music—reminiscent of Pink Floyd’s approach on “Atom Heart Mother”—before launching uncontrollably into intricate odd time signatures, heavy-tinged guitar riffs, melodic solos, and majestic keyboard sweeps. The vocal harmonies are equally impressive. It is a track that flies by, proving that the listener’s attention never wanes. The lyrics are a clear nod to Huxley’s work and dystopian literature: an apparently peaceful, automated society that is entirely subservient to algorithmic and technological control, where individual freedom is numbed in exchange for a false sense of security.
The following ballad, “Moral Highground,” is pleasant, soft, gentle, and features airy vocal openings. The lyrics tackle the theme of political and social hypocrisy, analyzing how those in power (whether technological or institutional) use a facade of moral superiority to suppress dissent and demand conformity.
Electric guitars thunder with a virtuosic Prog Metal momentum in “Manifesto,” a rigorous track featuring martial rhythms, Neo-Prog keyboard breaks, and a layered use of synths and choirs that create a cold, solemn atmosphere—much like the robotic voice that intermittently proclaims the official dogmas and truths imposed on the masses, where obedience is presented as the sole virtue.
Among the most dramatic and intimate moments is “Who Are You?”, where a vocal lament intertwines with background keyboards to portray a dark setting in which the individual gazes into the mirror and questions their remaining identity, asking what authentic humanity is left after conforming to the system.
At this point arrives the second suite, “Insurgency,” bringing symphonic classicism and sonic escapades akin to a high-intensity film soundtrack, driven by epic guitar runs and sudden shifts that once again bring early Spock’s Beard to mind. The lyrics describe the act of active rebellion by those who refuse to conform, detailing the physical and psychological struggle to break free from control. For this reviewer, it stands as one of the highest points of the entire work.
Epic choirs open “Superbia And Plunge,” a track distinctly split into two dynamic movements. The first section (Superbia) is defined by pompous soundscapes, majestic chords, and imposing riffs; the second (Plunge) shifts toward chaotic, dissonant, and descending tones, complete with growling vocals. The ending opens up to brightness with a heart-warming guitar solo. The song addresses the arrogance of tyrants and power structures, depicting the hubris of authority that, convinced of its total control, fails to notice its inevitable and impending collapse.
Adjacent is “The Final Kneeling,” another epic, dark, and deep Prog Metal ride where heavy guitars and dark synths advance at a measured cadence, conveying a sense of oppression and imminent surrender. It examines the devastating consequences of the conflict—the moment of counting the cost, highlighting the human toll and the wounds inflicted by battling an overwhelming force.
Finally comes the broad symphonic epilogue titled “Ascend Thy Throne,” built on melodic openings, organ crescendos, and synth layers. With an authoritarian system overthrown, it poses the eternal question of who will occupy the new throne and whether history is inevitably destined to repeat itself.
Ultimately, the fourth studio effort from Arctic Plant proves to be a sonic canvas of rare coherence and ambition. Spanning twenty-minute epic suites, touchingly introspective acoustic passages, and high-impact heavy outbursts, “Absolute Power” exposes the paradoxes of the digital age and the subtle tyrannies of our present day. Phil Rexilius manages every single production detail with a lucid, uncompromised vision, delivering a work that requires time and attention, but rewards the listener with uncommon emotional and conceptual depth. A powerful, cautionary, and necessary record. MS









venerdì 9 ottobre 2026

Kamelot

KAMELOT - Dark Asylum
Napalm Records
Genere: Metal Progressive
Supporto: LP / CD – 2026





Sì, personalmente, malgrado la mia veneranda età, ho ancora la voglia e la capacità di sedermi davanti a un buon impianto stereo e ascoltare la musica. Fin qui nulla di speciale, lo fanno in molti; quello che invece sto notando nel tempo è che sono sempre di meno le persone che ascoltano Metal Progressive, soprattutto se una band intraprende il cammino del concept album. Non si ha più la pazienza di stare lì seduti (salvo alzarsi per voltare il vinile al lato B) per la durata di un intero disco. In realtà c’è Metal Prog e Metal Prog, anche dentro il genere stesso si hanno sottogeneri, come coloro che suonano ricercando nuove sonorità e innesti stilistici, i classici derivativi di Dream Theater, Queensrÿche & company, e le Epic band intente a perlustrare un mondo fatto di sinfonie e magniloquenze.
I Kamelot sono di quest’ultima categoria e sono in auge dal lontano 1991, non a caso sono famosissimi e hanno alle spalle un'incredibile discografia di quattordici album in studio, compreso questo nuovo “Dark Asylum”.
Nascono a Tampa, in Florida, per iniziativa di Thomas Youngblood e del batterista Richard Warner. Dopo due dischi d'esordio grezzi ma promettenti (“Eternity” nel 1995 e “Dominion” nel 1997), la svolta epocale avviene nel 1998 con l'ingresso del cantante norvegese Roy Khan (ex Conception). Con Khan alla voce, la band vive una vera e propria "Età d'Oro", definendo uno stile inconfondibile basato su lirismo drammatico, orchestrazioni maestose e strutture Progressive raffinatamente incastonate nel Power Symphonic Metal. Nel 2011 Roy Khan lascia il gruppo per motivi personali. L'eredità viene raccolta nel 2012 dal frontman svedese Tommy Karevik (Seventh Wonder), il cui talento vocale ed espressivo permette ai Kamelot di proseguire senza battute d'arresto. Con dischi come “Silverthorn” (2012), “Haven” (2015), “The Shadow Theory” (2018) e “The Awakening” (2023), la band ha ulteriormente arricchito il proprio marchio di fabbrica con innesti moderni, industriali e progressivi.
“Dark Asylum” vede la riconferma della formazione guidata dal chitarrista e fondatore Thomas Youngblood, affiancato dal tastierista e arrangiatore Oliver Palotai, dal bassista Sean Tibbetts, dal batterista Alex Landenburg e dalla voce di Tommy Karevik. Con loro i cantanti ospiti: Clémentine Delauney, Tobias Sammet, Ignacia Fernández, Rannveig Sif Sigurðardóttir, Sólveig Sara Leupold e Lea-Sophie Fischer.
La produzione è curata dallo storico collaboratore Sascha Paeth con un mix dal sapore moderno gestito da Jacob Hansen. Liricamente si presenta come una riflessione concettuale sui rifugi della mente, la vulnerabilità psicologica, la dualità tra sanità e follia e la ricerca di redenzione.
Non può mancare l’intro, qui dal titolo “Sanctorium”, che spalanca simbolicamente le porte dell'"Asylum". Non un manicomio fisico, ma la struttura protettiva (e al contempo carceraria) eretta dall'intelletto per difendersi dal trauma. I riff taglienti di Youngblood e la sezione ritmica serrata guidata da Landenburg si fanno apprezzare nell’energico brano “Ashen World”. Il contrasto tra la voce pulita e drammatica di Karevik e i growl/vocals estremi di Ignacia Fernández crea un dinamismo aggressivo e moderno.
La title track incarna la quintessenza del "Kamelot-sound", tempo medio-veloce, sinfonismo avvolgente, inserti di cori tragici e linee di basso pulsanti di Sean Tibbetts. Il ritornello è maestoso, sorretto dalle armonizzazioni aggiuntive di Kiara Huber. L'"Asilo Oscuro" è inteso come luogo di isolamento volontario. Quando la realtà esterna diventa insopportabile, la mente si ritira in un santuario d'ombra dove dolore e sicurezza finiscono per coincidere.
Uno dei momenti più complessi dal punto di vista dell'arrangiamento vocale è “Sanctuary”; maestoso e roboante, il brano rappresenta un dialogo interiore a tre vie: la ragione (Karevik), l'empatia/speranza (Delauney) e il conflitto/rabbia primaria (Fernández), che lottano per definire cosa sia davvero la salvezza.
Dopo l’interludio “Nocte Veritas” giunge “One Last Masquerade” con la voce di Tobias Sammet, un mid-tempo intrigante e sinuoso nell’incedere che entra a pieno titolo nel Power Metal. Non può mancare la ballata, qui rappresentata da “Ivy, My Dear”, e il dramma ci assale. Contraddistinta da un ottimo lavoro orchestrale firmato da Michael Rodenberg (Miro) e dagli interventi vocali di Kobra Paige (Kobra and the Lotus), è toccante e di classe. L'edera ("Ivy") viene usata come simbolo di un attaccamento affettivo tossico o irrisolto: un abbraccio che protegge, ma che col tempo soffoca la pianta a cui si arrampica.
“Godlike Alchemy” riprende la potenza seppure sempre con melodia, con un impianto moderno dove le tastiere di Palotai guidano il brano con marcate sfumature cyber/industrial affiancate a riff di chitarra ritmici ed essenziali.
Uno dei brani più marcatamente Progressive Metal dell'album, caratterizzato da cambi di tempo, tempi dispari nella batteria di Landenburg e un'atmosfera misteriosa e rarefatta, è “The Sleeping Mind (Orphic Paradigm)”. Richiamando il paradigma orfico e il mito della discesa negli inferi, il testo esplora lo stato di trance o di mente addormentata, dove il confine tra il mondo dei sogni e la realtà si assottiglia.
E poi, nomen omen, “Kaleidoscope”, brano brillante e sfaccettato. Le tastiere creano trame frammentate che ricordano proprio le figure geometriche di un caleidoscopio, mentre la chitarra alterna stoppati ritmici ad aperture melodiche sinfoniche. Seguono altre cinque splendide canzoni: “Enigma (Think of Me)”, “Cassandra's Disease”, “Beneath the Moon (Tunglið)”, “The Puppet King” e “Sanctum Requiem”, di cui lascio a voi il piacere della scoperta, in fin dei conti avete già messo a fuoco questo magistrale lavoro.
“Dark Asylum” è un viaggio teatrale e affascinante all'interno delle fragilità umane, confezionato con la consueta perizia tecnica e una produzione sontuosa. Tra ritornelli memorabili, spunti progressivi e un ventaglio di ospiti perfettamente integrati, i Kamelot mettono a segno un album maturo e profondo. Dategli un ascolto. MS 







Versione Inglese:


KAMELOT - Dark Asylum
Napalm Records
Genre: Progressive Metal
Format: LP / CD – 2026






Yes, personally, despite my venerable age, I still have the desire and the ability to sit in front of a good stereo system and listen to music. Nothing special so far—many people do that; what I am noticing over time, however, is that fewer and fewer people listen to Progressive Metal, especially when a band undertakes the journey of a concept album. People no longer have the patience to sit there (except to get up to flip the vinyl to side B) for the duration of an entire record. In truth, there is Prog Metal and then there is Prog Metal; even within the genre itself there are subgenres: those who play in search of new sounds and stylistic blends, the classic derivatives of Dream Theater, Queensrÿche & company, and the Epic bands intent on exploring a world made of symphonies and grandeur.
Kamelot belong to this latter category and have been thriving since back in 1991; it is no coincidence that they are world-famous and boast an incredible discography of fourteen studio albums behind them, including this new release, “Dark Asylum”.
Formed in Tampa, Florida, on the initiative of Thomas Youngblood and drummer Richard Warner, following two raw yet promising debut albums (“Eternity” in 1995 and “Dominion” in 1997), the landmark turning point came in 1998 with the arrival of Norwegian vocalist Roy Khan (ex-Conception). With Khan on vocals, the band experienced a true "Golden Age", defining an unmistakable style based on dramatic lyricism, majestic orchestrations, and Progressive structures elegantly embedded within Symphonic Power Metal. In 2011, Roy Khan left the band for personal reasons. The mantle was picked up in 2012 by Swedish frontman Tommy Karevik (Seventh Wonder), whose vocal and expressive talent allowed Kamelot to forge ahead without missing a beat. With records like “Silverthorn” (2012), “Haven” (2015), “The Shadow Theory” (2018), and “The Awakening” (2023), the band has further enriched its signature sound with modern, industrial, and progressive elements.
“Dark Asylum” sees the re-confirmation of the lineup led by guitarist and founder Thomas Youngblood, joined by keyboardist and arranger Oliver Palotai, bassist Sean Tibbetts, drummer Alex Landenburg, and vocalist Tommy Karevik. Joining them are guest singers Clémentine Delauney, Tobias Sammet, Ignacia Fernández, Rannveig Sif Sigurðardóttir, Sólveig Sara Leupold, and Lea-Sophie Fischer.
Production is handled by longtime collaborator Sascha Paeth, with a modern-flavored mix managed by Jacob Hansen. Lyrically, it presents itself as a conceptual reflection on the sanctuaries of the mind, psychological vulnerability, the duality between sanity and madness, and the search for redemption.
An intro is a must, here titled “Sanctorium”, which symbolically opens wide the doors of the "Asylum". Not a physical madhouse, but the protective (and at the same time imprisoning) structure built by the intellect to defend itself from trauma. Youngblood's razor-sharp riffs and the tight rhythm section led by Landenburg stand out in the energetic track “Ashen World”. The contrast between Karevik's clean, dramatic voice and Ignacia Fernández's extreme growls/vocals creates an aggressive, modern dynamism.
The title track embodies the quintessence of the "Kamelot sound": mid-fast tempo, enveloping symphonism, tragic choral passages, and pulsing basslines from Sean Tibbetts. The chorus is majestic, sustained by additional vocal harmonies from Kiara Huber. The "Dark Asylum" is intended as a place of voluntary isolation: when external reality becomes unbearable, the mind retreats into a sanctuary of shadow where pain and safety ultimately coincide.
One of the most complex moments from a vocal arrangement standpoint is “Sanctuary”; majestic and thunderous, the track represents a three-way internal dialogue: reason (Karevik), empathy/hope (Delauney), and primary conflict/rage (Fernández), all struggling to define what salvation truly means.
Following the interlude “Nocte Veritas” comes “One Last Masquerade” featuring the vocals of Tobias Sammet, an intriguing mid-tempo track with a sinuous stride that fully qualifies as Power Metal. The ballad cannot be missing either, here represented by “Ivy, My Dear”, and drama takes hold of us. Marked by an excellent orchestral arrangement by Michael Rodenberg (Miro) and vocal contributions from Kobra Paige (Kobra and the Lotus), it is touching and classy. The ivy ("Ivy") is used as a symbol of a toxic or unresolved emotional attachment: an embrace that protects, but over time smothers the plant it clings to.
“Godlike Alchemy” brings back the power, albeit always balanced with melody, featuring a modern framework where Palotai's keyboards drive the song with strong cyber/industrial nuances alongside essential, rhythmic guitar riffs.
One of the most markedly Progressive Metal tracks on the album, characterized by time signature changes, odd tempos in Landenburg's drumming, and a mysterious, ethereal atmosphere, is “The Sleeping Mind (Orphic Paradigm)”. Evoking the Orphic paradigm and the myth of the descent into the underworld, the lyrics explore a state of trance or a sleeping mind where the boundary between the dream world and reality blurs.
And then, nomen omen, “Kaleidoscope”, a brilliant and multifaceted piece. The keyboards construct fragmented textures that closely recall the geometric patterns of a kaleidoscope, while the guitar alternates tight staccato riffs with symphonic melodic openings. Five more splendid tracks follow: “Enigma (Think of Me)”, “Cassandra's Disease”, “Beneath the Moon (Tunglið)”, “The Puppet King”, and “Sanctum Requiem”, which I leave to you the pleasure of discovering—after all, you have already brought this masterful work into focus.
“Dark Asylum” is a theatrical, fascinating journey into human fragility, crafted with trademark technical mastery and sumptuous production. Between memorable choruses, progressive touches, and a roster of seamlessly integrated guests, Kamelot have delivered a mature, profound album. Give it a listen. MS





giovedì 8 ottobre 2026

Pure Reason Revolution

PURE REASON REVOLUTION - Terrifying Angels
InsideOut Music
Genere: Crossover Prog / Heavy Prog
Supporto: LP / CD / Bandcamp – 2026





Oramai si possono considerare i Pure Reason Revolution come un nome storico del Crossover Prog a tutti gli effetti.
Nascono a Londra nei primi anni 2000 per iniziativa del frontman e polistrumentista Jon Courtney e del chitarrista Greg Jong, uniti successivamente dalla bassista e cantante Chloë Alper. Famosi fin dal capolavoro d'esordio “The Dark Third” (2006) per la loro miscela di Progressive Rock, Shoegaze, Alternative Rock ed Elettronica, si sono distinti nel panorama Crossover Prog per le celebri armonie vocali polifoniche maschili/femminili e per un uso dinamico di riff chitarristici pesanti abbinati a synth e beat moderni. Dopo una pausa durata quasi un decennio (dal 2011 al 2019), il gruppo si è riformato pubblicando una serie di dischi acclamati per l'etichetta InsideOut Music (“Eupnea”, “Above Cirrus”, “Coming Up To Consciousness”).
Questo settimo album in studio è mixato da Bruce Soord dei The Pineapple Thief e, a differenza del predecessore “Coming Up To Consciousness”, segna un ritorno a sonorità nettamente più pesanti, oscure e aggressive. Jon Courtney descrive l'ispirazione concettuale legata alla figura biblica/mitologica dell'angelo: non innocui cherubini, ma entità sopraffacenti e spaventose. Alla lavorazione hanno partecipato, oltre a Jon Courtney, Greg Jong e alla cantante Annicke Shireen, ospiti d'eccezione come Mariusz Duda (Riverside / Lunatic Soul) e Kristoffer Gildenlöw al basso, Paul Mullen alla chitarra e Ravi Kesavaram alla batteria.
Il disco affronta il paradosso della trasformazione, le stesse forze che ci salvano o ci trasformano sono spesso quelle che ci feriscono e ci distruggono.
“Spin Like Fire” è subito ritmato e diretto ed unisce riff di chitarra aggressivi a una pulsione elettronica incalzante. La tensione cresce costantemente attraverso il contrasto tra le voci eteree e una sezione ritmica pesante. Si esplora il senso di frenesia e perdita di controllo. La metafora del girare come fuoco evoca la sensazione di consumarsi rapidamente in situazioni di alta pressione o tumulto emotivo.
Altamente progressivo per struttura giunge “Black-Arrow Acrobats”, che alterna momenti sognanti e sospesi a esplosioni pesanti quasi Stoner/Alternative Metal. Ciò oramai fa parte del DNA della band, così come i ritornelli orecchiabili e gradevoli. Il testo riflette sulla precarietà dell'equilibrio mentale e relazionale ("acrobati"), dove un singolo errore o una "freccia nera" può far crollare la struttura emotiva costruita.
“Haywire Heart”, breve e ritmato, fa da interludio alla suite title track “Terrifying Angels”, un'epica traccia Prog che fonde dinamiche dilatate, riff maestosi e vocalizzi intrecciati. La struttura sposta l'ascoltatore da paesaggi sonori delicati a crescendo seppur sempre misurati. Qui i PRR esplorano il confine tra salvezza e distruzione, e come le cose che percepiamo come protettive possano rivelarsi schiaccianti.
“Rumination Ruin” ritorna in territori cupi e sincopati, sorretto da una linea di basso incalzante e chitarre distorte che esplodono nel ritornello. La "ruminazione" fa riferimento al ciclo ossessivo di pensieri negativi. Il testo analizza come il riflettere costantemente sugli stessi errori possa condurre alla rovina psicologica ed emotiva.
A questo punto l’album vira la rotta verso un crescendo emotivo piacevolissimo con due brani a dir poco ottimi: il primo, “Below Radiance”, è una traccia atmosferica che fa da ponte verso la conclusione dell'opera, concentrandosi su tessiture vocali e tastiere avvolgenti. Essa introduce la suite di quasi quindici minuti intitolata “Hold Your Wrath”, una lunga progressione drammatica con assoli emotivi e un finale imponente. Il brano esplora il perdono, la gestione della rabbia e il tentativo di contenere la distruttività prima che sia troppo tardi.
“Terrifying Angels” non è un ascolto semplice o consolatorio, né intende esserlo. Con questo lavoro, i Pure Reason Revolution firmano uno dei capitoli più cupi, complessi ed emotivamente densi della loro carriera, dimostrando come la loro ricetta, fatta di contrasti violenti tra estetica eterea e riff spietati, non solo non si sia esaurita, ma abbia trovato una nuova e più consapevole maturità. Jon Courtney e soci abbandonano le rassicuranti geometrie del Synth Prog recente per addentrarsi in un territorio impervio, dove la bellezza ferisce e la redenzione passa inevitabilmente attraverso il tumulto. Un album imponente, a tratti viscerale, che riconferma la band ai vertici del Rock Progressivo contemporaneo. MS







Versione Inglese:



PURE REASON REVOLUTION - Terrifying Angels
InsideOut Music
Genre: Crossover Prog / Heavy Prog
Format: LP / CD / Bandcamp – 2026







At this point, Pure Reason Revolution can truly be considered a historic name in Crossover Prog in every respect.
Formed in London in the early 2000s on the initiative of frontman and multi-instrumentalist Jon Courtney and guitarist Greg Jong, later joined by bassist and vocalist Chloë Alper, they became famous right from their debut masterpiece “The Dark Third” (2006) for their blend of Progressive Rock, Shoegaze, Alternative Rock, and Electronica. They have distinguished themselves in the Crossover Prog scene through their celebrated male/female polyphonic vocal harmonies and a dynamic use of heavy guitar riffs combined with modern synths and beats. After a hiatus lasting nearly a decade (from 2011 to 2019), the group reformed, releasing a series of acclaimed albums for the InsideOut Music label (“Eupnea”, “Above Cirrus”, “Coming Up To Consciousness”).
This seventh studio album was mixed by Bruce Soord of The Pineapple Thief and, unlike its predecessor “Coming Up To Consciousness”, marks a return to distinctly heavier, darker, and more aggressive sounds. Jon Courtney describes the conceptual inspiration linked to the biblical/mythological figure of the angel: not harmless cherubs, but overwhelming and fearsome entities. Joining Jon Courtney, Greg Jong, and vocalist Annicke Shireen on the record are exceptional guests such as Mariusz Duda (Riverside / Lunatic Soul) and Kristoffer Gildenlöw on bass, Paul Mullen on guitar, and Ravi Kesavaram on drums.
The album addresses the paradox of transformation: the very forces that save or transform us are often those that hurt and destroy us.
“Spin Like Fire” is immediately uptempo and direct, joining aggressive guitar riffs with a driving electronic pulse. The tension grows constantly through the contrast between ethereal vocals and a heavy rhythm section. It explores a sense of frenzy and loss of control. The metaphor of spinning like fire evokes the feeling of consuming oneself rapidly in high-pressure situations or emotional turmoil.
Highly progressive in structure comes “Black-Arrow Acrobats”, which alternates dreamy, suspended moments with heavy, almost Stoner/Alternative Metal explosions. This has now become part of the band's DNA, as have their catchy and engaging choruses. The lyrics reflect on the fragility of mental and relational balance ("acrobats"), where a single mistake or a "black arrow" can bring down the emotional structure that has been built.
“Haywire Heart”, short and rhythmic, serves as an interlude to the suite title track “Terrifying Angels”, an epic Prog piece fusing sprawling dynamics, majestic riffs, and interwoven vocals. The structure shifts the listener from delicate soundscapes to crescendos that remain carefully measured throughout. Here PRR explore the boundary between salvation and destruction, and how the things we perceive as protective can turn out to be overwhelming.
“Rumination Ruin” returns to dark, syncopated territory, anchored by a driving bassline and distorted guitars that explode in the chorus. "Rumination" refers to the obsessive cycle of negative thoughts. The lyrics analyze how constantly dwelling on the same mistakes can lead to psychological and emotional ruin.
At this point, the album shifts course toward a delightful emotional crescendo with two outstanding tracks to say the least: the first, “Below Radiance”, is an atmospheric piece that bridges the gap toward the work's conclusion, focusing on vocal textures and enveloping keyboards. It introduces the nearly fifteen-minute suite entitled “Hold Your Wrath”, a long, dramatic progression featuring emotional solos and an imposing finale. The track explores forgiveness, anger management, and the attempt to restrain destructiveness before it is too late.
“Terrifying Angels” is not an easy or comforting listen, nor does it intend to be. With this work, Pure Reason Revolution deliver one of the darkest, most complex, and emotionally dense chapters of their career, proving that their signature formula—built on violent contrasts between ethereal aesthetics and relentless riffs—has far from exhausted itself, finding instead a new and more conscious maturity. Jon Courtney and company abandon the reassuring geometries of recent Synth Prog to venture into rugged territory, where beauty wounds and redemption inevitably passes through turmoil. An imposing, at times visceral album that reconfirms the band at the absolute pinnacle of contemporary Progressive Rock. MS








mercoledì 7 ottobre 2026

Tony Carnevale - Beyond Notes

TONY CARNEVALE - Beyond Notes: Unlocking the Creative and Emotional Power Through Music - The ANORA Method, entra nella Berklee Library

 

 



Laboratori, ricerca, metodo Anora: il poliedrico artista, musicista, compositore e scrittore TONY CARNEVALE entra nella Berklee Library e ci spiega cosa è “Beyond Notes”, una ricerca iniziata in Italia oltre quarant’anni fa. La parola all’autore:

 

 TONY CARNEVALE

Una nuova avventura internazionale per una ricerca sulla Musica, sulla Creatività e sui Processi Formativi

Beyond Notes: Unlocking the Creative and Emotional Power Through Music, con il sottotitolo The ANORA Method: Psychodynamic Exploration for Music Education and Creative Development, è stato ufficialmente catalogato nella Stan Getz Library del Berklee College of Music di Boston.

La presenza di questo libro nella biblioteca di Berklee rappresenta un passaggio importante nel percorso internazionale di una ricerca che nasce in Italia molti anni fa e che, attraverso pubblicazioni, attività formative e divulgative, ha progressivamente fatto emergere, oltre alle innumerevoli altre, una domanda particolare: che cosa succede nell’essere umano prima che il movimento del pensiero non cosciente e l’esperienza psichica ad esso legata diventi suono, nota, forma, composizione, improvvisazione, interpretazione ed eventualmente produzione?

Da questa domanda si è messa in movimento una ricerca che ha portato a Beyond Notes, che oggi entra a far parte di una collezione accademica internazionale dedicata alla musica e diventa disponibile per essere letto, studiato, confrontato, discusso e criticato all'interno di uno dei contesti musicali più conosciuti e considerati al mondo.
Particolarmente significativi, rispetto ai contenuti del volume, sono anche i Subject Headings con i quali il libro è stato indicizzato nel catalogo:
Music - Psychological aspects
Music - Instruction and study


Due indicazioni bibliografiche che intercettano aspetti centrali della ricerca sviluppata nel libro: la dimensione psicologica e psicodinamica dell'esperienza musicale e quella relativa alla formazione, all'apprendimento e allo sviluppo della persona attraverso la musica.

Una Ricerca Che Viene Da Lontano

Il percorso comincia intorno al 1985, con alcuni miei articoli dedicati alla reazione umana al suono, pubblicati su una rivista di psichiatria, ai quali fecero seguito nel tempo altri articoli, interviste e contributi attraverso i quali la ricerca iniziale cominciò progressivamente ad ampliarsi.
Un passaggio importante avvenne nel 2003, con un articolo pubblicato sulla rivista di psichiatria Il sogno della farfalla: dalla domanda sulla reazione dell'essere umano al suono, la ricerca portava inevitabilmente verso una questione ancora più radicale: che cos'è la musica?
Una domanda apparentemente elementare che andava oltre la definizione della musica come semplice organizzazione di suoni o sistema codificato di azioni: che cosa rappresenta la musica per l'essere umano? Da dove nasce un'idea musicale? Quale filo lega percezione, reazione emotiva, immaginazione ed espressione? Perché un'esperienza interna dell’essere umano cerca una propria rappresentazione attraverso il suono?
Cominciava così ad emergere sempre più chiaramente una dimensione antropologica della ricerca: la musica considerata come esperienza psichica, espressiva e rappresentativa dell’essere umano.
Queste domande non sono però nate da un'osservazione teorica esterna al fare musica, ma si sono invece sviluppate parallelamente alla mia esperienza di ascoltatore, studente di musica, musicista e artista professionista, compositore, ricercatore e formatore, che continua ancora oggi.
La riflessione sui processi creativi si confronta quindi continuamente con l'esperienza diretta del creare e rappresentare, con il momento in cui un'idea ancora indefinita comincia a trasformarsi in esigenza espressiva per poi assumere una forma, con le difficoltà che incontra, con le trasformazioni che subisce e con gli strumenti tecnici che diventano necessari per poterla realizzare.




Dalla Ricerca Alla Pratica Dei Laboratori

Nel 2000, presso il Conservatorio Licinio Refice di Frosinone, iniziarono le prime esperienze laboratoriali attraverso le quali questi interrogativi poterono essere affrontati direttamente nella pratica formativa, ed è importante, anche storicamente, fare una distinzione: nel 2000 il Metodo ANORA (Approccio NOn RAzionale), come formulazione compiuta e come metodo denominato in questo modo, non esisteva ancora, ma erano già presenti diversi princìpi che sarebbero successivamente diventati Metodo.
Proprio il confronto diretto con le persone, con i loro processi ideativi e creativi, con le difficoltà, le resistenze, le immagini e le possibilità espressive che emergevano durante il lavoro laboratoriale ha consentito a quei principi di essere progressivamente verificati, modificati, approfonditi e organizzati.
I laboratori hanno assunto denominazioni differenti nel corso degli anni; ciò che li collega non è quindi un nome rimasto immutato, ma la continuità di una ricerca e di una pratica formativa che si sono evolute nel tempo: oggi, infatti, questa linea prosegue presso lo stesso Conservatorio Licinio Refice attraverso il Laboratorio di Direzione Artistica della Produzione Musicale.

Un Percorso Di Ricerca E Di Interlocuzione Istituzionale

Nel corso degli anni questa esperienza ha incontrato anche differenti forme di attenzione e sostegno istituzionale: infatti, nel 2005 i laboratori hanno ottenuto il patrocinio della SIAE e sono stati sostenuti per diversi anni con il contributo dell'IMAIE.
In anni più recenti il Metodo ANORA è stato inoltre oggetto di un webinar organizzato da INDIRE, con la partecipazione del Ministero dell'Istruzione e del Merito, nel quale sono stato intervistato da Annalisa Spadolini, Presidente del Comitato nazionale per l'apprendimento pratico della musica per tutti gli studenti, sui principi e sulle prospettive del Metodo: nel commento conclusivo, la stessa Spadolini auspicava che una metodologia di questo tipo potesse trovare applicazione anche a livello istituzionale.
Sono passaggi diversi tra loro, che non costituiscono naturalmente un'unica forma di riconoscimento, ma documentano nel tempo occasioni concrete di confronto tra questa ricerca e differenti realtà della formazione e della cultura musicale.




Dai Laboratori Ai Libri

A partire dal 2010, la ricerca ha trovato un'ulteriore forma di elaborazione e sistematizzazione attraverso una serie di pubblicazioni: Il pensiero e il suono (2010) ha raccolto e sviluppato alcuni dei nuclei emersi negli anni precedenti; nel 2014 è seguito Il suono ritrovato, successivamente pubblicato in altre tre edizioni; sono arrivati poi Poetica, Ricerca e Formazione Musicale (2019), Formazione Musicale Psicodinamica (2020) e Oltre le note - Un approccio non razionale alla musica (2022).
Beyond Notes affonda esplicitamente le proprie radici in quest’ultimo, ma non si limita a trasferirne il contenuto in un'altra lingua: ne sviluppa ulteriormente la ricerca, inserendola in una prospettiva capace di dialogare con un pubblico internazionale e portando in primo piano, già nel sottotitolo, due dei concetti centrali: Psychodynamic Exploration e Creative Development.

Prima Delle Note

Il titolo Beyond Notes potrebbe far pensare soprattutto a qualcosa che si trovi “oltre” le note, ma una parte fondamentale della ricerca riguarda, in realtà, ciò che viene prima delle note: non si tratta, quindi, di negare la tecnica, la conoscenza o il linguaggio musicale, ma di interrogarsi su ciò che li rende necessari.
Prima della nota composta, scritta, suonata o cantata deve potersi formare un'idea/immagine, un'esigenza espressiva, qualcosa che possa poi essere trasformato in una forma musicale; è proprio in questa dimensione che entrano in gioco creatività, fantasia, immagini, emozioni e capacità espressive e rappresentative della persona.
La tecnica acquista allora il suo significato più profondo: diventa, cioè, una necessità legata a un'esigenza espressiva, lo strumento attraverso il quale ciò che nasce dall'esperienza umana può essere organizzato, rappresentato e trasformato in forma artistica.
Possiamo immaginare questo processo come una continuità:
esperienza umana → reazione e formazione dell'idea/immagine → esigenza espressiva → trasformazione in idea musicale/suono → organizzazione musicale → competenze tecniche → forma artistica.
La tecnica rimane, quindi, qualcosa di non eludibile. Cambia però il punto dal quale la osserviamo, soprattutto in questo momento storico nel quale non possiamo evitare una integrazione dell'intelligenza artificiale come strumento di supporto nei percorsi formativi: non più soltanto qualcosa da acquisire preventivamente e accumulare come conoscenza astratta, ma anche uno strumento che diventa necessario nel momento in cui esiste qualcosa che chiede di essere espresso in modo coerente e adeguato.




Ideazione E Composizione

Da questa prospettiva nasce uno dei problemi centrali affrontati dal Metodo ANORA: quello dell'ideazione.
Nella formazione musicale, infatti, impariamo a scrivere, eseguire, interpretare, analizzare e organizzare il materiale musicale, ma esiste un momento precedente, quello nel quale qualcosa deve ancora essere “pensato”.
Nel Metodo ANORA l'ideazione viene assunta esplicitamente come oggetto autonomo del processo formativo, distinto ma connesso alla successiva elaborazione compositiva e tecnica.
Questo conduce a una domanda che considero sempre più importante:
Quando si insegna a comporre, si sta formando il processo creativo oppure si insegna a organizzare tecnicamente il risultato di un processo creativo che si presume già esistente?
La domanda non intende contrapporre ANORA all'insegnamento della composizione, né mettere in discussione il valore del lavoro svolto dai docenti della materia: un esercizio di composizione può infatti sollecitare implicitamente processi creativi senza per questo costituire di per sè una formazione specifica dei processi ideativi.
E la distinzione è importante: significa domandarsi se la capacità di creare idee/immagini, intenzioni più o meno coscienti, necessità espressive, debba essere semplicemente presupposta oppure possa diventare essa stessa oggetto di attenzione formativa.

La Ricerca Dell'Identità Artistica Originale

Il lavoro sui processi creativi ha progressivamente posto al centro un altro tema fondamentale: la ricerca, la formazione e lo sviluppo dell'identità artistica originale.
L'obiettivo non è trasmettere un modello o indicare alla persona che cosa debba creare ma, al contrario, il problema è costruire le condizioni perché possa riconoscere ciò che le appartiene, sviluppare una propria intenzione espressiva e trovare gli strumenti necessari per darle forma, con il supporto del formatore e del gruppo creativo che si forma, conseguentemente alla metodologia ANORA, all’interno dei laboratori.
Da questo punto di vista, il Metodo ANORA non vuole formare persone che creino secondo un modello e, tanto meno, persone che creino come il suo autore; la mia esperienza personale sui processi creativi rappresenta inevitabilmente una delle origini della ricerca, ma il passaggio decisivo consiste proprio nell'uscire dall'esperienza personale per entrare in risonanza con le idee/immagini dei partecipanti ai laboratori.
Non si tratta, cioè, di mostrare agli altri come sono riuscito io a creare, o sovrapporre il mio pensiero creativo a quello di qualcun altro, ma di cercare di comprendere quali condizioni possano permettere a un'altra persona di trovare la propria possibilità creativa, anche quando pensa di non possederla; è questa differenza a rendere centrale la questione dell'identità artistica: non invitare a riprodurre o imitare, ma creare le condizioni perché una risposta personale possa emergere.




La Dimensione Psicodinamica Dei Processi Creativi

La parola Psychodynamic, presente nel sottotitolo di Beyond Notes, non è quindi accessoria.
Nel corso della ricerca è diventato sempre più evidente che il processo creativo non può essere osservato soltanto attraverso il suo risultato; creare significa confrontarsi anche con immagini interne, aspettative, resistenze, timori, esposizione personale, capacità di ascolto, relazione con gli altri e rappresentazione di sé. Quindi parlare di una dimensione psicodinamica nella formazione musicale non significa trasformare la formazione in psicoterapia, ma riconoscere che, quando una persona crea, non mette in movimento soltanto conoscenze e competenze tecniche, ma mette inevitabilmente in gioco anche la propria esperienza psichica e relazionale.
In questo percorso ha contribuito anche la mia esperienza, di oltre trent'anni, all’interno della ricerca sul non cosciente dell’essere umano che si è svolta nei seminari di analisi collettiva, condotti dallo psichiatra Massimo Fagioli, che ha fornito ulteriori strumenti di attenzione alle dinamiche non razionali, emotive e relazionali.
Il Metodo nasce, quindi, dalla convergenza di esperienze differenti: il rapporto con la musica fin dalle prime esperienze d’ascolto, la formazione musicale come autodidatta, la successiva formazione accademica e la concreta pratica artistica e professionale, la composizione, la produzione, la ricerca, il lavoro laboratoriale e la relazione formativa.
È all'interno di questa convergenza che si è andata sviluppando la definizione di Psicodinamica dei Processi Creativi.

Si Può Formare La Creatività?

Dietro tutto questo rimane una questione ancora più ampia, cioè se la creatività sia una qualità “innata” che dobbiamo semplicemente aspettare di trovare e riconoscere in alcune persone, oppure una possibilità umana della quale la formazione può prendersi cura.
Affermare che la creatività possa essere sviluppata non significa sostenere che tutti possano diventare grandi compositori o artisti, né negare differenze individuali, sensibilità o capacità soggettive; significa però non identificare automaticamente la possibilità creativa con un dono riservato a pochi, ma riconoscerlo come diritto all’espressione attraverso i suoni che riguarda tutti gli esseri umani indistintamente e a qualsiasi livello di conoscenza e cultura.
Se la creatività è anche capacità di immaginare, trasformare, scegliere, collegare elementi, produrre “senso” e rappresentare un'esperienza attraverso una forma, allora esistono condizioni che possono favorirne oppure ostacolarne lo sviluppo.
La questione torna quindi ad essere anche una responsabilità formativa:
La creatività è qualcosa che aspettiamo di trovare nelle persone, oppure qualcosa di cui la formazione deve imparare responsabilmente a prendersi cura?

Creatività E Cittadinanza Attiva

Questa domanda non riguarda soltanto, ovviamente, la formazione dei musicisti, ma possiede anche una dimensione sociale: sviluppare la creatività significa anche educare alla cittadinanza attiva, perché significa formare persone capaci non soltanto di eseguire ciò che è già stato pensato da altri, ma di produrre idee, compiere scelte, assumersene la responsabilità e trasformarle in forme condivisibili.
La musica rappresenta, da questo punto di vista, un territorio straordinariamente concreto nel quale esercitare questa possibilità; una persona può imparare a riprodurre con grande competenza ciò che altri hanno scritto e pensato, e questa capacità ha un valore enorme e non deve essere svalutata.
Ma esiste un'altra domanda formativa: siamo capaci anche di costruire condizioni nelle quali quella persona possa produrre un pensiero proprio?
Non si tratta di scegliere tra interpretazione e creazione, tra tecnica e immaginazione, tra tradizione e ricerca, ma di evitare che una sola di queste dimensioni venga fatta coincidere con l'intera esperienza musicale.

Un Metodo, Un Progetto, I Laboratori, Un'Associazione

Nel tempo, intorno a questa ricerca, sono nate realtà con funzioni differenti che è utile distinguere:
• Il Metodo ANORA costituisce la formalizzazione metodologica della ricerca e della prassi formativa.
• ANORA Project rappresenta una dimensione progettuale più ampia, nella quale ricerca, pratica creativa, collaborazioni, sperimentazione e divulgazione possono incontrarsi.
• I Laboratori ANORA costituiscono uno dei principali luoghi di applicazione, sperimentazione e sviluppo del Metodo: infatti le singole attività possono assumere una denominazione specifica, mantenendo questa appartenenza comune.
• L’Associazione Culturale ANORA svolge invece una funzione collettiva e istituzionale di promozione, diffusione e confronto intorno alla ricerca e alle sue applicazioni.

La dimensione necessariamente collettiva di queste attività non modifica però la genealogia del Metodo, che può essere studiato, utilizzato, sperimentato, discusso e sviluppato attraverso il contributo di persone e istituzioni differenti pur avendo la sua origine in una esperienza individuale.
Distinguere l'autorialità del Metodo dalla pluralità delle persone che possono incontrarlo e applicarlo non serve a chiuderlo intorno al suo autore ma, al contrario, permette di renderne chiara l'origine proprio mentre comincia a vivere anche attraverso esperienze differenti.




Un Dialogo Con Berklee Già Iniziato

In questo percorso si inserisce anche il rapporto con Simone Scazzocchio, docente al Berklee College of Music di Boston, che ha scritto anche la presentazione di Beyond Notes e si è formato, nei primi anni 2000, nei miei laboratori attraverso i princìpi del metodo ANORA.
Nel tempo abbiamo mantenuto un dialogo sui temi della musica, della creatività e della formazione, documentato anche nella conversazione in inglese ANORA Meets Berklee.

La conversazione ANORA Meets Berklee, realizzata quando il libro era ancora nel processo di acquisizione da parte della biblioteca, assume oggi anche un significato ulteriore alla luce dell'avvenuta catalogazione di Beyond Notes.

Da Oltre Le Note A Beyond Notes

La presenza di Beyond Notes nella Stan Getz Library assume per me un significato particolare anche per la storia editoriale dalla quale il libro proviene; infatti la sua radice italiana è Oltre le note - Un approccio non razionale alla musica: già quel titolo indicava la necessità di non identificare la musica esclusivamente con ciò che può essere scritto, analizzato o tecnicamente organizzato.
Beyond Notes sviluppa quella prospettiva e la porta in una dimensione internazionale, ponendo esplicitamente il Metodo ANORA, la dimensione psicodinamica e lo sviluppo creativo all'interno della propria identità editoriale; ecco perché la catalogazione a Berklee rappresenta non soltanto la presenza di un nuovo libro in una biblioteca, ma un ulteriore passaggio nella circolazione di una ricerca che ha attraversato più di quarant'anni di esperienza musicale, riflessione, pratica artistica e formazione.
Naturalmente un libro non acquista valore perché si trova su uno scaffale prestigioso: il valore di una ricerca si misura anche nella capacità di esporsi al confronto.
Essere, cioè, presente in una biblioteca significa poter essere trovato da qualcuno che non conosce l'autore, letto senza mediazioni, utilizzato, contestato, approfondito, messo in relazione con altre ricerche, ed è soprattutto questo il significato che attribuisco alla presenza di Beyond Notes nella Stan Getz Library del Berklee College of Music: una ricerca nata in Italia e sviluppata attraverso decenni di esperienza artistica e formativa dispone oggi di un ulteriore luogo nel quale può essere incontrata.
Il libro è inoltre disponibile internazionalmente su Amazon, edito da SOUNDTRACK, consentendo a musicisti, studenti, docenti, ricercatori e persone interessate ai processi creativi di accedere direttamente al lavoro.
Per l’Associazione Culturale ANORA, nata anche per favorire la diffusione e il confronto intorno a questo pensiero, questa nuova possibilità di circolazione rappresenta quindi un passaggio coerente con la propria funzione; ma un libro che entra in una biblioteca non conclude un percorso, può, se mai, aprirne un altro: una ricerca acquista infatti senso quando può essere letta, utilizzata, verificata, discussa, criticata e confrontata con esperienze e prospettive differenti.
La presenza di Beyond Notes nella Stan Getz Library del Berklee College of Music rappresenta, quindi, un nuovo punto di passaggio di una ricerca iniziata molti anni fa e ancora in evoluzione, una ricerca nata interrogandosi sulla reazione umana al suono e arrivata progressivamente a interrogarsi sulla creatività, l'ideazione, la formazione e l'identità artistica.
E forse, dopo tanti anni, la domanda rimane ancora quella più semplice e più difficile:
prima di insegnare a organizzare le note, quanto spazio viene dedicato alla formazione di ciò che rende quelle note/suoni necessarie/i?

© Tony Carnevale

Abstract (EN)

Beyond Notes: Unlocking the Creative and Emotional Power Through Music, subtitled The ANORA Method: Psychodynamic Exploration for Music Education and Creative Development, has been officially cataloged in the Stan Getz Library at Berklee College of Music in Boston. This new international step provides an opportunity to retrace more than forty years of research into music as a human, psychic, expressive, and representational experience. Beginning with studies on the human response to sound in the mid-1980s, the research progressively developed through artistic practice, educational workshops, publications, and the formulation of the ANORA Method. At its core lies a fundamental question: what happens before notes become composition, performance, or production? The article explores the distinction between ideation and composition, the psychodynamic dimension of creative processes, the development of an original artistic identity, and the possibility of approaching creativity as a human capacity that education can actively foster. It also examines the relationship between creative development and active citizenship, while tracing the historical path from the early workshops to Beyond Notes and its inclusion in Berklee's academic library collection.



CONTATTI: https://tonycarnevale.world/il-metodo-anora-di-tony-carnevale-al-berklee-college-of-music/

M° Tony Carnevale

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martedì 6 ottobre 2026

Nicola Lori

NICOLA LORI - Around The Earth
NL Music / Burning Shed
Genere: Art Rock / Progressive Rock
Supporto: CD / Bandcamp – 2026





Nel 2009 rimasi felicemente folgorato da uno dei debutti discografici italiani di Neo Prog più interessanti che mi siano mai capitati: l’album era “Endless” e la band portava il nome di Fjieri. La line-up era stellare, con Elio Lori (basso), Nicola Lori (chitarra), Stefano Panunzi (tastiere), Angelo Strizzi (batteria, percussioni), Haco (voce), Mick Karn (basso), Tim Bowness (voce), Gavin Harrison (batteria), Richard Barbieri (tastiere), Andrea Chimenti, Peter Chilvers, Nicola Alesini… In definitiva, una superband!
La chitarra era affidata a Nicola Lori, l’artista che oggi ci propone il nuovo album “Around The Earth”. Anche in questo caso ci sono straordinari musicisti, da John Mitchell (Kino, Frost*, Arena, It Bites, Asia & Lonely Robot) a Craig Blundell (Steven Wilson, Steve Hackett, Lonely Robot), Colin Edwin (ex Porcupine Tree, O.R.k.), Michael Bearpark (No-Man, Peter Chilvers, Tim Bowness), Paolo Fresu (Paolo Fresu Quintet, Trio P.A.F.), Luca Calabrese (Richard Barbieri, Grice), Nicola Alesini (David Sylvian, Claudio Lolli), Danilo Cherni (Antonello Venditti, Goblin Rebirth), Fabio Anile (Agostino Marangolo, Keith Lowe e Stephan Thelen), Luca Fareri e Angelo Strizzi (Fjieri).
Nicola Lori dal 2004 lavora come bassista-chitarrista-tastierista agli album solisti di Stefano Panunzi, mentre nel 2024 esordisce da solista con “Urban Vision” (NL Music).
In questo album, Lori espande la propria estetica musicale portando al centro un Progressive Rock atmosferico, crepuscolare ed ermetico, viscerale e intimista. Dal punto di vista stilistico, l'opera intreccia il Neo Prog ed eleganti trame Art Rock con delicate parentesi ambient, venature Jazz Fusion e trame chitarristiche liquide e fortemente evocative (con evidenti richiami alle lezioni di David Gilmour, Robert Fripp e Steven Wilson).
Lo strumentale “Beyond The Borders” apre il disco fungendo da vera e propria soglia sonica. Una traccia prevalentemente strumentale e introduttiva, caratterizzata da synth analogici soffusi, arpeggi di chitarra pulita carichi di delay e un crescendo ritmico cangiante. La chitarra solista di Lori traccia linee melodiche malinconiche ed espanse, creando un senso di spazio infinito. L’ascoltatore è subito rapito dalla classe del movimento, variegato e impreziosito dagli interventi del sax.
“Last Evening” rappresenta uno dei pilastri dell'album, strutturato su un passo cadenzato e avvolgente. Troviamo una sezione ritmica liquida su cui si innestano tappeti di tastiere calde e un lavoro di chitarra elettrica dal fraseggio elegante, con assoli intensi che richiamano la scuola Neoprogressiva britannica più raffinata. Come suggerisce il titolo, la narrazione si colloca nel momento del crepuscolo o nella consapevolezza della fine di una fase della vita. Il testo dipinge l'immagine di un'ultima sera vissuta nella riflessione nostalgica, sospesa tra il rimpianto di ciò che è stato e la quieta accettazione dell'imminente oscurità o del cambiamento.
Il tono del disco si fa più scuro e teso con “Dangerous Night”; qui la composizione fa leva su riff di chitarra più spigolosi, un basso profondo e pulsante e dinamiche d'impatto chiaroscurali, in stile Porcupine Tree. Le tastiere aggiungono un'atmosfera quasi da suspense-thriller, spezzando la linearità melodica con cambi di tempo improvvisi e sovrapposizioni timbriche. La "notte pericolosa" è una metafora delle ombre dell'anima, delle paure irrazionali e dei dubbi che riaffiorano quando il mondo esterno tace. Il testo esplora la sensazione di vulnerabilità, il senso di minaccia interiore e la lotta per non farsi inghiottire dal buio della mente.
Giunge ora una parentesi di luce ed equilibrio melodico all'interno dell'opera grazie a “My Happiness”, una ballad Art Rock ricca di pathos. Notevole la sensibilità nell'uso delle armonie, dove la chitarra ed il sax cantano con toni caldi ed espressivi.
Ed è la volta della title track, “Around The Earth”, composizione ad ampio respiro dove Progressive Rock, dilatazioni ambient e passaggi sinfonici si fondono perfettamente. I cambi di tempo, le sovrapposizioni di chitarra e synth e il crescendo sonoro dimostrano tutta la maturità compositiva ed esecutiva di Nicola Lori. Una vera e propria chicca. Il testo osserva il pianeta Terra da una prospettiva rialzata e distaccata, quasi cosmica. Abbraccia una visione olistica e filosofica, quella dell’'essere umano è solo una minima parte di un ciclo universale. Ruotare "attorno alla Terra" diventa il simbolo del viaggio della vita, della rotazione perenne delle emozioni e della ricerca di un senso di appartenenza globale.
Un inizio introspettivo e psichedelico ci accoglie in “Fly Now”, una delicata composizione supportata dal caldo suono del basso e del sax, un connubio che sfocia nel Jazz moderno e intimistico.
“Only Words” riflette sull'inadeguatezza e sul limite del linguaggio umano attraverso una musica spaziale e un cantato sentito e sostenuto, tutto molto fluttuante… Space Prog!
“The Moon Rise” vede il tocco della chitarra misurato, sognante e ricco di riverberi, mentre la chiusura dell’album è in mano a “Where Frost Remains”, avvolgente struttura dalle tinte fortemente malinconiche ed evocative. Il "gelo che rimane" simboleggia le cicatrici indelebili dell'anima, i ricordi o i dolori che nemmeno il tempo riesce del tutto a cancellare.
Oggi più che mai c’è bisogno di aria nuova nel mondo del Progressive Rock, e “Around The Earth” è un bilanciato insieme di stili che va a percorrere un nuovo sentiero collocato al confine tra passato e presente. Grazie Nicola Lori, ci voleva proprio! MS







Versione Inglese: 


NICOLA LORI - Around The Earth
NL Music / Burning Shed
Genre: Art Rock / Progressive Rock
Format: CD / Bandcamp – 2026







Back in 2009, I was happily blown away by one of the most interesting Italian Neo-Prog debuts I have ever encountered: the album was “Endless” and the band went by the name of Fjieri. The line-up was stellar, featuring Elio Lori (bass), Nicola Lori (guitar), Stefano Panunzi (keyboards), Angelo Strizzi (drums, percussion), Haco (vocals), Mick Karn (bass), Tim Bowness (vocals), Gavin Harrison (drums), Richard Barbieri (keyboards), Andrea Chimenti, Peter Chilvers, Nicola Alesini… In short, a true supergroup!
Guitar duties were entrusted to Nicola Lori, the very artist who today presents his new album “Around The Earth”. Here again, we find an extraordinary cast of musicians, ranging from John Mitchell (Kino, Frost*, Arena, It Bites, Asia & Lonely Robot) to Craig Blundell (Steven Wilson, Steve Hackett, Lonely Robot), Colin Edwin (ex-Porcupine Tree, O.R.k.), Michael Bearpark (No-Man, Peter Chilvers, Tim Bowness), Paolo Fresu (Paolo Fresu Quintet, Trio P.A.F.), Luca Calabrese (Richard Barbieri, Grice), Nicola Alesini (David Sylvian, Claudio Lolli), Danilo Cherni (Antonello Venditti, Goblin Rebirth), Fabio Anile (Agostino Marangolo, Keith Lowe, Stephan Thelen), Luca Fareri, and Angelo Strizzi (Fjieri).
Since 2004, Nicola Lori has worked as a bassist, guitarist, and keyboardist on Stefano Panunzi’s solo albums, making his own solo debut in 2024 with “Urban Vision” (NL Music).
On this album, Lori expands his musical aesthetic, bringing to the forefront an atmospheric, twilight, and hermetic Progressive Rock that is both visceral and intimate. Stylistically, the work weaves Neo-Prog and elegant Art Rock textures with delicate ambient passages, hints of Jazz Fusion, and fluid, deeply evocative guitar work (with clear nods to the lineage of David Gilmour, Robert Fripp, and Steven Wilson).
The instrumental track “Beyond The Borders” opens the album, acting as a genuine sonic doorway. A predominantly instrumental and introductory piece, it is characterized by soft analog synths, clean guitar arpeggios drenched in delay, and a shifting rhythmic crescendo. Lori’s lead guitar traces expansive, melancholy melodic lines, creating a sense of infinite space. The listener is immediately captivated by the elegance of its movement, which is varied and enriched by saxophone touches.
“Last Evening” stands as one of the pillars of the record, built upon a mid-tempo, enveloping groove. We find a fluid rhythm section supporting layers of warm keyboards and elegant electric guitar phrasing, featuring intense solos that recall the finest British Neo-Progressive school. True to its title, the narrative is set at twilight or within the awareness of a life phase drawing to a close. The lyrics paint the picture of a final evening spent in nostalgic reflection, suspended between regret for what was and a quiet acceptance of the impending darkness or change.
The tone turns darker and more tense with “Dangerous Night”; here, the composition relies on sharper guitar riffs, a deep, pulsating bass, and stark chiaroscuro dynamics reminiscent of Porcupine Tree. The keyboards lend an almost suspense-thriller atmosphere, breaking up melodic linearity with sudden time signature changes and overlapping timbres. The "dangerous night" serves as a metaphor for the shadows of the soul, irrational fears, and doubts that resurface when the outside world falls silent. The text explores feelings of vulnerability, an inner sense of threat, and the struggle against being consumed by the mind's darkness.
A moment of light and melodic balance arrives with “My Happiness”, an Art Rock ballad rich in pathos. Notable for its delicate harmonic sensitivity, both the guitar and saxophone sing with warm, expressive tones.
Then comes the title track, “Around The Earth”, a sweeping composition where Progressive Rock, ambient expansions, and symphonic passages blend seamlessly. Time signature shifts, layered guitars and synths, and a building sonic peak demonstrate the full compositional and performance maturity of Nicola Lori. A genuine gem. The text views planet Earth from a raised, detached, almost cosmic vantage point, embracing a holistic and philosophical vision where humanity is but a tiny fraction of a universal cycle. Orbiting "around the Earth" becomes a symbol for life's journey, the endless rotation of emotions, and the search for a sense of global belonging.
An introspective, psychedelic opening greets us in “Fly Now”, a delicate piece supported by the warm tones of the bass and saxophone—a combination that flows into intimate modern jazz.
“Only Words” reflects on the inadequacy and limits of human language through spacey music and heartfelt, soaring vocals, creating a floating atmosphere… Space Prog at its finest!
“The Moon Rise” features a measured, dreamlike guitar touch rich in reverb, while the album's closing rests in the hands of “Where Frost Remains”, an enveloping piece with deeply melancholic and evocative hues. The "frost that remains" symbolizes the indelible scars of the soul—memories or pains that not even time can fully erase.
Today, more than ever, the world of Progressive Rock needs fresh air, and “Around The Earth” delivers a balanced blend of styles, paving a new path right on the frontier between past and present. Thank you, Nicola Lori—this was just what we needed! MS