KHATSATURJAN – Monologue Of Chronos
Autoproduzione
Genere: Progressive Rock Sinfonico
Supporto: Digital / Spotify – 2026
Più
ascolto band Progressive Rock provenienti da tutto il mondo e più capisco come
l’avvento di internet abbia globalizzato la musica. Non è un fatto negativo se
usato con la giusta personalità, perché il poter ascoltare tutto arricchisce
culturalmente e si possono trarre molti vantaggi.
La
band Khatsaturjan nasce nel 2000 a Vantaa, in Finlandia. Il nome si ispira
apertamente al celebre compositore armeno Aram Khachaturian (autore della
celebre “Danza Delle Sciabole”). In origine il gruppo nacque come progetto
estemporaneo per rielaborare in chiave Rock brani di musica classica sulla scia
di formazioni storiche quali Emerson, Lake & Palmer o Ekseption, inclusi
arrangiamenti di opere di Mussorgsky. Nel corso del tempo la formazione si è
evoluta verso la composizione di materiale originale, sviluppando una forma di
Symphonic/Eclectic Prog complessa e teatrale, caratterizzata da intricate strutture
tastieristiche (organo, sintetizzatori, clavicembalo), presenza del
violoncello, arrangiamenti polifonici e armonie vocali stratificate.
I
membri fondatori e polistrumentisti che ne costituiscono il nucleo in studio
sono: Atte Kurri (voce, chitarre, basso, tastiere), Ilkka Piispala (voce,
batteria, tastiere, chitarra, basso) e Ilkka Saarikivi (voce, tastiere, basso,
violoncello). Nelle prime fasi e nei primi album era presente anche il
cantante/bassista Jaakko Koikkalainen.
“Monologue
Of Chronos” è il quarto lavoro in studio, pubblicato a distanza di un decennio
dal precedente “Beast, Machine And Man” (2015, Musea Records). Quarantasette
minuti di musica distribuiti in sette brani, a partire da “Lessons (On Human
Obsolescence)” in cui l'arrangiamento varia continuamente con un dinamismo
spinto, passando da passaggi operistici e vocali a trame più moderne e
drammatiche. Le tastiere cambiano registro con frequenza (sintetizzatori
vintage e moderni), intrecciandosi con riff di chitarra più aggressivi ed elementi
ritmici in continuo mutamento. Buone le coralità con l'aggiunta di voce
femminile oltre ai controcanti in equilibrio fra Queen e Gentle Giant. Ecco la
globalizzazione, una volta ricordavo il Prog Finnico maggiormente oscuro (non
che fossero mancati ampi frangenti vivaci, intendiamoci), qui c’è tanto
materiale accostabile sia al Prog USA che UK. Il testo affronta la sensazione
di superamento dell'essere umano di fronte alla robotizzazione e
all'intelligenza artificiale, mettendo in discussione il valore dell'individuo
in una società guidata dall'automazione.
“What
Was True” ha un inizio decisamente Neo Prog in stile anni ‘80/90; tutto
l’andamento mette in evidenza la cultura musicale dei Khatsaturjan, miscelando
stili e idee. Le coralità mi riportano alla mente gli americani Echolyn. Ottimo
il solo di chitarra elettrica. Il tema lirico ruota attorno al confine tra
realtà tangibile e simulazione digitale (con un forte parallelismo visivo e
concettuale con la realtà virtuale alla Matrix), ponendosi la domanda cruciale
sul valore della percezione: "Cosa è stato reale?"
Un
pianoforte inizia “The Dystopian Spirit Of Club Energy”, gettando l’ascoltatore
nel mondo della musica classica, tuttavia dietro l’angolo c’è sempre la
sorpresa, altrimenti non saremmo qui a parlare di Progressive Rock, così che la
struttura muta passando a sonorità moderne e perfino elettroniche. Qui si parla
della perdita di identità e dell'alienazione all'interno di uno spazio sociale
"meccanizzato", dove l'energia umana viene canalizzata e spenta da
una routine distopica.
Ed
è la volta di “Song Of Days”, uno dei picchi più alti dell’intero album, in cui
la band non traccia soltanto linee sinfoniche, bensì anche teatrali, basando
ancora una volta la forza dell’impatto nella voce. I silenzi sono importanti
quanto la musica, creando istanti di attesa che non vengono mai traditi dalle
tastiere. Intercalari di crescendo e calando rendono tutto molto fruibile ed
enfatico. Il brano è una riflessione sullo scorrere inesorabile dei giorni (il "Cronos"
del titolo dell'album) e sul bilancio esistenziale dell'uomo nel corso delle
diverse fasi della vita.
Altri
sette minuti abbondanti di musica giungono da “DID Memoir”, con un'intro di
chitarra elettrica a dir poco toccante. A metà del percorso il pezzo entra in
una fase inaspettatamente giocosa e raffinata, con una chitarra in modalità
Genesis. Il titolo fa riferimento all'ipotesi della memoria frammentata o del
disturbo dissociativo d'identità (Dissociative Identity Disorder), ponendo
l'accento sulla percezione interiore del tempo e sulla molteplicità dei
ricordi.
“The
Keepers Of Philosopher's Stone” ha tempi classici ed enormi coralità, tanto ben
di Dio per chi ama crogiolarsi in questi magnifici fasti.
L’album
si conclude con “Mundus Meus (This World Of Mine)”, una mini suite di otto
minuti a dir poco gloriosa dove le tastiere ricoprono nuovamente il ruolo
maestro. È la chiusura concettuale del "monologo". L'individuo
rivendica il proprio micromondo interiore ("Questo mondo mio") come
unico rifugio possibile di fronte alla vastità e all'indifferenza del tempo e
dell'universo.
In
un’epoca in cui il Progressive Rock tende spesso a rifugiarsi nel citazionismo
di maniera o in un’esibizione di tecnica fine a se stessa, “Monologue Of
Chronos” dimostra come il genere possa ancora essere materia viva, filosofica e
profondamente concettuale. Ascoltatelo e non ve ne pentirete. MS
Versione Inglese:


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