BUILT
FOR THE FUTURE – 2084 Empire
Newspeak
Music
Genere: Crossover Prog
Supporto: 2CD / Digital – 2026
I
Built For The Future nascono nel 2014 a San Antonio, Texas, dall'incontro e
dalla sintesi creativa tra Patric Farrell (basso, chitarre, tastiere,
programmazione, produzione) e Kenny Bissett (voce solista, chitarre, tastiere).
Fin dall'esordio con “Chasing Light” (2015) e il successivo “Brave New World”
(2020), il duo texano ha sviluppato una propria cifra stilistica fondata su un
Crossover Prog atmosferico, dove il DNA di band come Pink Floyd, Rush (specie
l'era synth di “Signals” e “Grace Under Pressure”), Tears For Fears e il Post Prog
moderno di marca Porcupine Tree / Steven Wilson si fonde con grande senso della
melodia e una produzione rigorosa.
Con
l'arrivo dell'album “2084: Heretic” (2023), la band ha inaugurato un
monumentale concept stilistico narrativo. Oggi, affiancati da Peter Fithian
alle tastiere e Lalo Herrera alla batteria, pubblicano questo doppio album “2084
Empire” di oltre 89 minuti di musica che espandono il concept orwelliano
proiettandolo nell'era della sorveglianza algoritmica, della saturazione
mediatica e della sottomissione volontaria. In “1984” George Orwell rifletteva
i totalitarismi del Novecento, qui invece si trasferiscono quelle angosce nel
XXI secolo. L'Impero non opprime soltanto con la forza fisica, ma sedando la
popolazione attraverso la distrazione di massa, la rielaborazione continua
della memoria e la costante illusione della scelta.
L’apertura
di “2084” è imponente e carica di presagio. Un tappeto di Mellotron dal sapore
quasi cattedralizio ed echi Darkwave, Post Punk alla Peter Hammill o Bauhaus
aprono il disco, lasciando poi spazio a un crescendo ritmico pesante ma
controllato. Funziona come una sirena d'allarme e un sermone di
benvenuto nell'anno 2084. Introduce lo stato di prigionia psicologica e
l'impossibilità di fuggire dall'occhio dell'Impero. Segue “Propaganda”, brano serrato
ed energico, guidato dal basso incalzante di Patric Farrell che sostiene un
groove quasi militare e New Wave, arricchito da chitarre affilate e tastiere
dal retrogusto anni '80. Il pezzo analizza la manipolazione dell'informazione.
La propaganda non serve più solo a dire il falso, ma a rendere indistinguibile
la verità ed eliminare la capacità critica dell'individuo.
Una
traccia synth-wave e Alternative Prog dal grande impatto melodico è “The Empire
State” ed incontra gli schemi dei Rush di metà anni '80 con sonorità
chitarristiche alla Radiohead. Qui la band esplora la maestosità esteriore e la
decadenza interiore delle moderne metropoli del regime. Il fascino delle luci
al neon e del progresso tecnologico nasconde una prigione a cielo aperto.
“Subterranea”
vira verso tinte più cupe ed evocative. Chitarre con effetti fuzzy, droni
d'ambiente e ritmiche misurate creano una sensazione di claustrofobia, fino a
dissolversi in campionamenti ambientali di sirene e clacson. Racconta la vita
della resistenza e dei dissidenti costretti a nascondersi nel sottosuolo. Il
freddo e l'umidità delle pareti di roccia diventano la metafora della paura
incessante di essere scoperti.
La
prima grande suite epica del disco è “Airstrip One”. Parte da atmosfere
desolate e vocali sofferte per poi svilupparsi con intrecci di Mellotron,
assoli di chitarra drammatici ed incursioni sintetiche sofisticate. Ispirata
al nome che Orwell dà alla Gran Bretagna in 1984, la traccia dipinge una
provincia dell'Impero sull'orlo del collasso sociale e morale. I cittadini
recitano il giuramento ("We give our lives to Oceania") in una
perdita totale di identità.
“Zealot”
è un pezzo teso e dinamico, caratterizzato da tempi dispari e un continuo
alternarsi tra sezioni aggressive e stacchi atmosferici dominati dai sintetizzatori
di Fithian. Il "zelota" è il cittadino modello del
regime: colui che non solo obbedisce, ma ama e difende la propria prigionia
punendo chi dubita. Un attimo di tregua sonora giunge dalla morigerata “The Brotherhood”, ma è il preambolo per la
grande suite di venticinque minuti “Oceania”. Divisa in sei
sezioni, spazia da percussioni a ritmo di orologio a tempeste synth/Mellotron,
fino ad esplosioni soliste di chitarra e ripercorre l'intera
struttura burocratica e coercitiva del super stato. Attraverso i vari
"Ministeri", il testo mostra la distorsione del linguaggio (dove la
guerra è pace, l'amore è tortura e la verità è menzogna) fino al lavaggio del
cervello completo. Un pezzo spigoloso e ritmicamente
aggressivo è “Permanent War”, dominato da riff di chitarra incalzanti e da un
basso distorto che trasmette un costante senso di pericolo.
La
chiusura dell'album è solenne, “The National Anthem” è catartica ma priva di
falso lieto fine. Un inno distorto, con un incedere cadenzato che ricorda la
tenacia del Folk Rock più ruvido e viscerale, supportato da cori marziali in
sottofondo. Un amaro addio e una ripresa dei temi portanti:
"We The People, Never Free, Oceania, 'Tis of thee...". L'album si
chiude senza risoluzioni rassicuranti, lasciando all'ascoltatore il compito di
chiedersi quanto di quel futuro sia già presente nel nostro quotidiano.
Per
concludere, “2084 Empire” è un disco denso, teso e magnificamente prodotto, che
conferma quanto la lezione dei maestri del genere sia stata assimilata e
rielaborata con una personalità ormai indiscutibile. Se cercate un album
rassicurante, guardate altrove, se invece volete un'opera imponente, capace di
inquietare e affascinare in egual misura, questa è una delle uscite più
coraggiose, rilevanti e riuscite del panorama Prog attuale. MS
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