Pagine

domenica 28 marzo 2021

Stearica

 

STEARICA – Golem 202020
Garrincha Dischi - Monotreme Records
Genere: Post Rock/Math Rock
Supporto: mp3 – 2021




I Stearica sono una band di Post Rock torinese che si forma nel 1997 da un idea di Francesco Carlucci (chitarra, tastiere), Davide Compagnoni (batteria, tastiere) e Luca Paiardi (basso, tastiere). Rilasciano quattro album in studio ed un singolo, “Golem 202020” è il quinto sigillo.
Quante volte in recensioni oppure parlando semplicemente fra appassionati abbiamo detto che questa musica ben si adatta alla fantasia, alle immagini. Essa è evocatrice di sensazioni visionarie e per questo si associa benissimo ad una colonna sonora vera e propria di un film. Così hanno fatto in questo nuovo album i Stearica, “Golem 202020” è la colonna sonora del film horror muto Der Wie Er In Die Welt Kam” del 1920, di Paul Wegener e Carl Boese, qui dunque in nuova veste per il suo centenario.
Il progetto è commissionato nel 2011 e viene esibito al pubblico per la prima volta al Traffic Free Festival. L’album in prima fase viene registrato live in studio nel 2014 per poi essere ristrutturato successivamente nel 2019. Per i collezionisti e veri amanti della musica posso dire che escono su vinile in edizione limitata in due versioni trasparenti, in rosso e verde, mentre io sto facendo la recensione ascoltando pezzi da Soundcloud e You Tube in quanto non sono in possesso di un vero supporto fisico per stereo (ma provvederò al più presto). Anche per questo non posso esprimermi sull’artwork e neppure sulla la qualità sonora.
Dicono i Stearica: “QUESTO È IL NOSTRO VIAGGIO NELL’ABISSO DEL GOLEM. LA PARTE PIÙ BUIA, IL MOSTRO, IL DIVERSO CHE ALBERGANO IN NOI. QUESTA MUSICA È RIFLESSO DEL LUOGO IN CUI HA PRESO FORMA NEL 2011: IL CROCEVIA FRA MAGIA NERA E BIANCA CHIAMATO TORINO. CASA NOSTRA.NE SIAMO USCITI TRASFORMATI PERCHÉ ABBIAMO SONDATO ABISSI UMANI E RICHIESTE PROFONDE, ABBIAMO VISSUTO LA SACRALITÀ DELLA VITA E LA POTENZA DELL’ESSERE COMUNITÀ: SALVARSI È UN GIOCO DI SQUADRA, OGGI PIÙ CHE MAI NECESSARIO”.
Bene si sposa il Post Rock con le scene oscure del film, le atmosfere spesso necessitano di loop, situazioni cicliche e sostenimenti sonori sempre legati ad un contesto noire.  
Il disco ha dieci tracce dove compare come special guest Nazzarena Galassi alla voce. La musica scorre come deve scorrere in crescendo sonori sempre funzionali, e in altri tratti in maniera più elettrica e nervosa. “How He Came Into The World” ne è perfetto esempio. I Stearica ci sono dentro anima e cuore, trascinando l’ascoltatore in questo vortice di immagini e suoni. Il fatto poi di essere registrato live in studio aumenta la schiettezza ed il coinvolgimento dell’ascolto, si è tutt’uno con la band. Ottimo il lavoro delle ritmiche, perfetta macchina oliata che palesa l’intesa fra i componenti e quando in una band il motore gira a dovere, si sa che tutto funziona al meglio. Esistono tratti anche vicini al Metal ed altri molto pacati e sognanti, insomma un disco dalle mille sfaccettature atto ad un viaggio mentale consigliato a tutti, anche a chi il genere non lo digerisce. I Stearica hanno fatto davvero un lavoro coinvolgente. MS
 
 


 
 

domenica 21 marzo 2021

Ringraziamento

 Grazie ad AREA PROG per aver dedicato il video e del tempo al mio nuovo libro NEO PROG




Celeste

CELESTE – Il Principe Del Regno Perduto
Mellow Records
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2020




La storia del Progressive Italiano è ricca di sorprese e di rarità. Esistono piccole gemme nascoste dalla scarsa distribuzione, gruppi che riproducono musica di matrice prettamente inglese arricchita dalle sonorità  mediterranee innate nelle nostre capacità compositive. Un gruppo che negli anni ’70 si fa notare per un gran disco si chiama Celeste ed è di Sanremo, capitanato da Ciro Perrino (tastiere e compositore), il disco in questione è “Celeste [Aka: Principe Di Un Giorno]” mentre corre l’anno 1976. La musica proposta è soavemente Folk, un Prog pacato, gentile, ponderato che colpisce per purezza cristallina. Malgrado tutto, il nostro famoso senso di esterofilia fa si che il gruppo non decolli, anche perché se andiamo a considerare il 1976 sta accompagnando verso la fine il genere in questione. L’arrivo del Punk, della Discomusic e della New Wave fanno scempio del Prog da li a breve termine. Eppure nel tempo il Prog Italiano riesce a fare sempre capolino con dignità, ad esempio negli anni ’90 i Celeste escono con due dischi, “Celeste II” (1991 – Mellow Records) e “I Suoni In Una Sfera (OST)” (1992 – Mellow Records) entrambi davvero interessanti e testimoni di quel suono che li ha caratterizzati. Ma la vera sorpresa, lasciatemi anche aggiungere “la migliore sorpresa”, arriva nel recente 2019 con l’inatteso ritorno e secondo capitolo del principe “Il Risveglio Del Principe” (Mellow Records). Passa poco più di un anno ed ecco Ciro Perrino circondarsi nuovamente di ottimi artisti per registrare il terzo capitolo della storia: “Il Principe Del Regno Perduto”.
Sette tracce ad iniziare dal canto della sirena di “Baie Distanti”, ed il mare fa sentire il suo odore di iodio. Ovviamente le tastiere sono le protagoniste in tutte le proprie forme, dal piano al Mellotron, Eminent, Elka Rhapsody, Farfisa, Hammond organ, Minimoog, ARP 2600, ARP Odyssey, Solina,  etc. etc. Con lui suonano  Francesco Bertone (basso), Enzo Cioffi (batteria), Sergio Caputo (violino), Marco Moro (fluato, sax), e Mauro Vero (chitarre), in più ci sono anche numerose special guest, Marco Canepa (piano), Paolo Maffi (sax), Anna Marra (voce), Edmondo Romano (sax, clarinetto, whistle), Alessandro Serri (voce, chitarra) e Ciro Carlo Antonio Perrino (voce narrante).
Musica semplice, attenta alle melodie e di facile memorizzazione questa dei Celeste, anche nella lunga suite “L'Ultimo Viaggio Del Principe” dove sonorità Orme si incrociano con quelle dei Reale Accademia Di Musica (per chi dovesse conoscerli). Più o meno la strategia dei giochi si aggirano attorno a questi approcci sonori, delicati e d’effetto.
L’odore degli anni ’70 si sprigiona da questi venticinque minuti di musica, dove colori a pastello disegnano nella nostra mente quadri narranti le vicissitudini del principe. Una mini opera che da sola vale il prezzo dell’intero disco. Splendido l’assolo di violino di Sergio Caputo, qui la pelle diventa d’oca.
“(II) Ceruleo Sogno” accoglie l’ascoltatore avvolgendolo di suoni elettronici come in un velo psichedelico ricco di colori scintillanti, questi svaniscono con l’ingresso degli arpeggi di chitarra e dei fiati. Qui si va oltre il Prog, si travalica nella classica melodia italiana, orgoglio per quello che ci rappresenta nel mondo, poi quel Mellotron…
“Viola, Arancio e Topazio” prosegue l’incedere bucolico grazie anche al flauto e al sax, mentre la più breve “ Il Passaggio Di Un Gigante Gentile” lascia adito a riferimenti storici sul genere. “Tornerai Tramonto” non esula da quanto descritto nella recensione sino ad ora, solo un applauso per l’uso riflessivo del pianoforte, così la conclusiva “Nora” mette la parola fine a questo nuovo piccolo gioiello che non deve assolutamente mancare nella discografia sia di un nostalgico che di un nuovo fans del Prog! MS




domenica 14 marzo 2021

Nodo Gordiano

NODO GORDIANO – Sonnar
Open Mind - Lizard Records
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2020




Chi segue il Rock Progressivo Italiano (RPI) di sicuro conosce già lo storico nome Nodo Gordiano. Esordiscono discograficamente nel 1999 con l’ottimo album dal titolo omonimo per poi rilasciare nel tempo altri tre dischi in studio, tutti dediti al Prog storico di marca King Crimson e Genesis in primis. Anche la collaborazione nel 1998 con il Banco Del Mutuo Soccorso lascia un segno tangibile. Lo stesso sassofonista Alessandro Papotto l’anno successivo lascia la band per andare a realizzare nuove realtà musicali come Periferia Del Mondo o collaborare con gli stessi Francesco Di Giacomo e Rodolfo Maltese (BMS). Quindi dopo assesti di line up nel tempo li ritroviamo oggi formati da Filippo Brilli (sax), Andrea De Luca (chitarra, basso, tastiere), Davide Guidoni (percussioni, tastiere) e Natalia Suvorina (voce).
Essendo il Progressive Rock denominato “musica colta” per antonomasia, di certo anche le tematiche trattate nei testi non possono che non essere banali, bensì ricercate. In “Sonnar” si analizza l’essere inteso come individuo, immerso nella realtà proiettata verso il futuro fra riferimenti Nietzsche e Michel Foucault. Il concetto viene trattato in tre movimenti così descritti nella loro biografia:
“Tre momenti che ruotano attorno all’esperienza dell’Altro, separati tra loro da demoni che, come nella tomba degli Anina, custodiscono il mistero del Fuori, e si conclude con i versi dell’inno vedico a Sūrya, a memoria del simbolismo solare che, anche nelle tenebre, lo pervade.”. Ve lo dicevo che il contesto non è sicuramente banale.
Il supporto che custodisce il disco è cartonato e contiene un bel libretto con testi e bellissime foto che non fanno altro che immergere il lettore nel mondo dell’elaborato concept. Il tutto  è accompagnato da una oscurità di fondo che esalta il compito dell’ascolto iniziato con “Only Fool! Only Poet!”. La voce di Natalia spezza un intro decisamente Crimsoniano mentre il proseguo varia di ritmo e d’intensità come solo il Prog sa fare. Il passato aleggia anche in “Limbic Rendez-vous” (questo incontro nel sistema limbico del cervello dove risiedono le nostre emotività), ma questa volta sono i Van Der Graaf Generator ad essere maggiormente chiamati in causa. Come dicevo, angoscia e oscurità aleggia nelle foto interne del libretto, questo connubio con la musica è perfettamente riuscito. Importante l’apporto del sax.
I Nodo Gordiano più sperimentali si riscontrano nella più breve “Charun”, fra suoni psichedelici, loop e percussioni dal sapore etnico. L’asso nella manica si intitola “After Dusk”, una suite di venti minuti suddivisa a sua volta in otto movimenti. Qui si mette in pratica tutto il bagaglio storico e culturale del gruppo, un immenso percorso che parte dagli anni ’70 sino a giungere ai giorni d’oggi. Non disdegnano neppure passaggi nel Rock con suoni più elettrici. Se non fosse per l’intervento del sax e di altre scelte dal calore mediterraneo, i Nodo Gordiano potrebbero benissimo essere scambiati per un gruppo Prog Nordico, molto spesso si immergono in ambienti più oscuri e freddi.
I cinque minuti di “Vanth” scorrono su percorsi più psichedelici e innovativi pur restando attenti alla melodia di base. Si conclude con la title track “Sonnar”, piccola gemma progressiva.
I Nodo Gordiano riescono a capitalizzare al massimo la loro annosa esperienza, proponendo suoni importanti adatti alle orecchie di un Prog fans incallito. Qui c’è di che godere per chi sa cogliere il bello dall’arte. Altro orgoglio italiano. M
S




sabato 13 marzo 2021

MinDance

 

MINDANCE - Cosmically Nothing
Open Mind - Lizard Records
Genere: Psichedelia/Progressive Rock
Supporto: cd – 2020




Mamma mia da quanto tempo non facevo un trip del genere! Non pensate subito male, trattasi di un viaggio mentale su tappeto di note psichedeliche e sognanti. Ci voleva una band italiana, chissà quante volte si è cercato chissà dove quando invece a fianco a noi esisteva già la soluzione per stare bene e passare un oretta estraniati dal mondo.
I MinDance sono del Molise e precisamente di Campobasso, una comune di artisti dedita a trovarsi assieme per suonare senza termine ore ed ore di musica “spaziale” proprio come facevano gli Hawkwind negli anni ’70. Si fondano circa nel 2012 e dopo varie vicissitudini che alternano anche cambi di line up, si stabilizzano oggi con Tonino Marchitelli (voce, tastiere), Gianluca Vergalito (chitarra), Peppe Aloisi (basso, voce, synth, noises) e Massimo Cosimi (batteria).
Undici canzoni per viaggiare, alcune elettriche come l’iniziale “Minkiadance” dove la chitarra elettrica sale in cattedra ostentando veloci scale a ritmiche più Heavy ad altre più ricercate. Un esempio è “Prologue One” composta da narrato e ritmiche elettroniche, la breve esibizione accompagna a “Falls In Love” e qui amici miei inizia ufficialmente il trip. Si evidenziano influenze Pink Floyd periodo primi anni ’70 e chi ama queste sonorità sicuramente avrà già drizzato le orecchie. Il solo di chitarra verso il finale è quanto di meglio ho potuto ascoltare in questi ultimi mesi, questo brano da solo vale il prezzo del disco.
“I Don’t Believe” è un mid tempo cadenzato e più orecchiabile, ma i MinDance sanno come variare l’argomento, facendo ricadere il loro stile anche nel Progressive Rock. C’è anche il brano cantato in italiano, o per meglio dire in dialetto, “Echi Megl’E Me” è una ballata intrigante e molto vicina ai Porcupine Tree periodo “Signify” ma anche agli Anathema. Ipnotica “Don’t Break Me”, lisergica e ancora una volta devota al mondo di Steven Wilson. Le tastiere fanno da evidenziatore a quanto detto. “Dopo la breve “Prologue Two” è la volta di “Strange Love”, qui il ritmo sale e resta molto difficile restare fermi durante l’ascolto, pezzo che potrebbe venire dagli anni ’80 dal filone ex Punk, e vai di chitarra elettrica!
A sorpresa in “Sery” giungono arpeggi Marillioniani, altro movimento lento ed affascinante, da ascoltare ad occhi chiusi. Di nuovo a spezzare “Prologue Three” e poi via verso il clamoroso finale di “Cosmically Nothing”, gioiello raro della durata di dodici minuti.
Per le note negative posso dire che personalmente non ho apprezzato molto il suono della batteria, ma è una questione di gusti ovviamente.
Lasciamoci quindi travolgere dall’onda della psichedelia, quella massa che ti sbatacchia qua e la nel fondale di questa vita che negli attuali tempi non fa altro che donarci restrizioni, Evadiamo almeno con la mente, i MinDance ce ne danno l’opportunità da cogliere al volo. MS




Kosmos

 

KOSMOS – Ajan Peili
Open Mind - Lizard Records
Genere: Prog Folk
Supporto: cd – 2019




Il mondo dei finlandesi Kosmos è ampio, colorato ma allo stesso tempo riflessivo e rispettoso, soprattutto nei confronti del passato, per quel suono che deriva dagli anni ’70 e che tanto ha fatto proseliti. Nella musica proposta si riscontrano dunque differenti stili che spaziano dalla psichedelia al Folk passando per il Rock ed il Prog. Basta dire che nelle strumentazioni ci sono mellotron e flauto per rendere bene l’idea. I testi parlano generalmente di una realtà cosmica e mistica, questo sin dall’album d’esordio risalente al 2005 intitolato “Tarinoita Voimasta”.
Questo nuovo album “Ajan Peili” è nell’ordine il quinto sigillo da studio ed è composto da otto canzoni. La band è formata da Päivi Kylmänen (voce), Kimmo Lähteenmäki (batteria, conga-batteria, organo, mellotron), Kari Vainionpää  (chitarra, basso), Olli Valtonen (shrutibox, taalmala) e Ismo Virta (chitarra, mellotron, organo, sintetizzatore, batteria). Con loro sono ospiti Juha Kulm (narrazioni), Arto Kuronen (basso), Sini Palokangas (violino, sassofono, xilofono) e Kari Riihimäki (chitarra elettrica).
Dopo questa scorpacciata di nomi per noi quasi impronunciabili passiamo al contenuto visivo del disco, l’artwork come sempre è colorato ma allo stesso tempo malinconico, mentre il libretto interno è un piccolo poster contenente i testi cantati in lingua madre. Di certo la rudezza fonetica non è atta per tutti gli orecchi, ma vi assicuro che si sposa benissimo con la causa sonora. La voce femminile di Päivi Kylmänen addolcisce di molto il contesto anche grazie al flauto che trasporta la nostra fantasia in campi aperti dove la leggiadria è di casa. Poi quel mellotron…
Bastano poche note all’inizio della title track “Ajan Peili” per entrare anima e corpo in questo sound, molto vicino a quello di altre band nordiche come Sinkadus ed Anglagard. Lo stile dei Kosmos negli anni non cambia mai la rotta, per chi è affezionato a questo tipo di sonorità è una vera e propria sicurezza. Dimostrano anche di conoscere bene la storia del genere Folk Rock avvicinandosi con “Eilinen” ai più famosi Fairport Convention. La capacità dei nordici nel trasmettere con le note la loro innata oscurità e malinconia è disarmante, bastano pochi arpeggi di chitarra, una voce sognante e il gioco è fatto, il tutto è palesato in “Lapsen Uni”. Serve molto poco per emozionare, non altro che il cuore. Molto più Folk ed etnica “Aina Lähellä”, ma il discorso cambia di nulla. La fase acustica prosegue con “Kohti Taivasta”, ancora ambientazioni ampie e bucoliche.
“Salainen Oppi” è dedicata a madame Blavatsky, e risulta affascinante  il connubio sax soprano, mellotron e piano. Narrato e sperimentale “Jatkuvuus” immerso in sonorità psichedeliche oscure e spaventose fra simil sitar, mellotron e sax, a chiudere il brano più lungo dell’album con i suoi dodici minuti di Rock Progressivo “Minä Olen” in classico Kosmos style.
Chi conosce a menadito il Progressive nordico sa già bene cosa lo attende in “Ajan Peili”, per chi invece non è informato al riguardo i Kosmos possono essere una buona opportunità, ma non soltanto per questo ultimo lavoro, anche per gli altri quattro in studio. Buon ascolto. MS
 



Mezz Gacano

 

MEZZ GACANO - OzocovonobovO MMXX
Open Mind – Lizard Records
Distribuzione: G.T.Music – BTF – Ma.Ra.Cash - Pick Up – Syn-Phonic
Genere: Avant Prog/ RIO
Supporto: cd – 2020




Nel mio blog Nonsolo Progrock ho già dedicato uno speciale a questo artista a tutto tondo, perché avere un musicista che si esprime liberamente senza pensare al music business, compositore di ciò che prova  al momento, è cosa francamente molto rara. Una discografia intrigante, ricca di sorprese quella di Mezz Gacano, ma chi è il musicista in questione?
Dietro questo nome c’è il polistrumentista e compositore Davide Nino Urso Mezzatesta. Il suo progetto nasce a Parma, e precisamente a Salsomaggiore Terme, dopo l’incontro con John Zorn a Firenze, nel settembre del 1997. Nel 1998 l’artista si trasferisce a Palermo ed inizia ufficialmente la carriera discografica.  “OzocovonobovO MMXX”  oggi non è altro che il remake di “Ozocovonobovo” edito nel 2009. Il lavoro viene completamente rivisitato ed impreziosito dall’arte di numerosi ospiti partecipanti, per nominarli tutti non basterebbe una recensione, in più ci sono anche nomi importanti del circuito come Dave Newhouse (flauto, clarinetto basso, sax, pianoforte), Tommaso Leddi (sax, trombone, basso, batteria), Carlo Actis Dato (sax), Luciano Margorani (chitarra) e Gianni Gebbia (sax). In più ci sono i Self Standing Ovation Boskàuz Ensemble e la Boskàuz Band.
Sperimentare è la parola d’ordine, spostare l’attenzione, osare e stupire, il tutto sempre con nuove idee, Mezz Gacano è sicuramente fra gli artisti più interessanti del panorama Prog italiano e lo dimostra anche in questo disco dove mette in atto tutta l’esperienza annosa.  La logica di composizione sembra essere illogica, un mondo strambo, articolato ricco di sorprese che iniziano da “Ozomeztro” (certo che per i titoli sembra avercela con i recensori che scrivono), dove un vocalizzo ricercato fra sciamano e Demetrio Stratos lascia spazio ai solfeggi di fiati ed archi. Il breve pezzo è registrato all’auditorium RAI di Palermo nel 2017. Un inizio che mette in allerta l’attenzione dell’ascoltatore, di certo lascia intendere forti emozioni a venire. E “Gargios” registrato nel 2008 affronta un panorama progressivo accompagnato dalla narrazione recitata di Luciano Palmeri di matrice King Crimson, almeno per l’uso della chitarra di Mezz Gacano.
Tastiere, due chitarre, basso e batteria sono gli ingredienti che creano “Huiut”, brano elettrico registrato nel 2007, qui si mostrano i muscoli e si fa l’occhiolino all’universo di Frank Zappa. Nel mondo di “OzocovonobovO MMXX” possono mancare i Magma? No, ovviamente non suonano con Mezz ma prestano sicuramente il loro stile per “Ojelo Vojoje”. Tornano le chitarre elettriche nella nervosa “Jobai De Gobai” con il sax  di Gianni Grebbia che sembra voler parlare. Qui il Rock è presente e diretto, anche nell’intro di “Mjasa Jest Mjasa”, altro tuffo nell’arte quasi contemporanea fuorviante e spaccata dalle ritmiche dai stati d’animo controversi.
“Unghstum” risale al lontano settembre 1997, brano decisamente più Progressive nel senso puro del termine, in certi momenti anche vicino agli Area. Ho apprezzato davvero tanto. Musica orchestrale per “Carmelo In My Room”, in veste cinematografica, ma un altro dei miei momenti preferiti si intitola “Pomoflower MMXX”, quando Mezz Gacano riesce a far combaciare differenti mondi che variano dal Rock al Prog Crimsoniano c’è davvero di che godere.
Pezzo da camera nell’intro di “The Sunny Son Of Blütenstaub” per poi inoltrarsi nel rodato mondo Mezz Gacano. L’album si conclude qui, ma il disco contiene altri due brani, “Ghozo” e “Sunny Son Of Blütenstaub Meez Ubao E I Bioboi”.
Una boccata d’ossigeno ed una lucidata a nuovo per questo lavoro che merita giustamente più attenzione e rispetto. Qui c’è musica totale, occhio perché “OzocovonobovO MMXX” non è un prodotto mordi e fuggi! Geniale. MS
 
 

venerdì 12 marzo 2021

Indra

INDRA – Ceneri (Requiem Per Il Sogno Americano)
Bradiphouse Opificio
Distribuzione: Open Mind – Lizard Records
Genere: Progressive Jazz/Folk
Supporto: cd – 2020




La sezione Open Mind della Lizard Records è sempre rivolta verso la musica più ricercata, sotto forma di arte  mai convenzionale, l’orecchio attento di Loris Furlan è continuamente alla ricerca di forti emozioni che sempre travalicano il sentiero del trend modaiolo. Sto parlando dunque di musica difficile da collocare in un genere ben specifico, come nel caso dei molisani Indra.
Sono un trio formato da Gianluca Vergalito (chitarra acustica, chitarra elettrica, sitar, basso), Antonio Armanetti (percussioni, batteria, didgeridoo), e Mattia Strazzullo (piano, tastiere, synth bass). Il progetto è immerso in un contesto multiculturale, con strumentazione etnica cimentata anche in passaggi jazzistici. Esordiscono nel 2017 con l’album “Fossili” (1698701 Records DK2) assieme alla ballerina Laura Esposito, mentre oggi si coadiuvano dell’apporto aggiuntivo di Sara Ferrigno (danza), e Giuseppe Bianchi (recitazione). Questo secondo album intitolato “Ceneri” si presenta in edizione cartonata contenente due adesivi raffiguranti il loro logo e i testi del concept descritti  nel colorato libretto interno. Esso narra delle vicissitudini poco fortunate di un ingegnere immigrato dall’Est Europa. Dieci frangenti sonori  sono il viaggio che accompagna l’ascoltatore più attento alla musica concepita come mezzo di trasporto per la mente, il tutto per una durata di circa quarantadue minuti.
“Fenice” presenta subito  un suono pindarico, leggero, grazie soprattutto all’uso del pianoforte impegnato in note semplici che hanno il senso del tempo che fu. Strumentisti preparati che sfoggiano una tecnica non rivolta ad elucubrazioni inutili, bensì alla melodia di facile memorizzazione. La voce roca di Giuseppe Bianchi è calda, sferzante nel contesto, capace di dare profondità alla musica tuffata persino in un frangente soft jazz. La stessa apre “La Variante Ascari”, contesto maggiormente Jazz sostenuto dalle percussioni di Armanetti, nell’evolversi il brano tocca grazie ancora all’uso delle tastiere, piccoli solchi Progressivi. Musica, danza, recitazione, poesia, il teatro Indra giunge alla scanzonata “Fuochi D’Artificio”, canzone più movimentata rispetto al contesto sin qui memorizzato. In alcuni passaggi si denotano influenze Orme, queste non saranno certamente volute, tuttavia sottolineo per dare visione anche della parte più progressiva dell’album. “Taranta Stomp” già il nome lascia presagire il tipo di ascolto, altro musicale allegro ricco di sorprese etniche. Più folcloristica “Erzezù”, scenica nell’incedere caracollante e circense. Qui la fanno da padrona i fiati. In “Cuore” il ritmo cadenzato porta l’ascolto verso una fusion delicata dove questa volta è la chitarra elettrica a fare sfoggio delle proprie capacità balistiche. Con “Illusione” gli Indra mettono piede in territori cari ai canadesi Uzeb, ma mai l’etnico viene accantonato, qui in un mix davvero intrigante.
“Il Viandante” possiede un incedere mesto di sonorità legate alla musica del nostro sud, mentre “Caronte” traghetta verso l’inferno il nostro povero ingegnere. Il contesto è all’inizio lugubre e duro, grazie anche alla chitarra qui lievemente Heavy, ma il piano infine porta verso un nuovo sole.  L’acustica “Manifesto” chiude con grazia ed eleganza questo disco che lascia traccia di se anche al suo termine nella memoria dell’ascoltatore.
Un album che canzone per canzone, tassello per tassello, compone un quadro sonoro colorato e decisamente mediterraneo. Freschezza e storia di base all’interno, si denota che il trio è in possesso di un bagaglio culturale davvero invidiabile. Multicultura concentrata in un solo disco. MS




sabato 6 marzo 2021

Cast

 

CAST – Vigesimus
Progressive Promotion Records
Distribuzione: G.T. Music
Genere: Neo Prog
Supporto: cd – 2021




I messicani Cast sono una vera e propria istituzione per il filone Neo Prog mondiale. Ne è passata di acqua sotto i ponti dai tempi della loro fondazione che risale a 43 anni fa. Invece ne sono passati quattro  dal bellissimo disco “Power Out Outcome”, consigliatissimo sempre. La band come al solito è numerosa composta da Bobby Vidales (voce), Lupita Acuña (voce), Claudio Cordero (chitarra), Luis Alfonso Vidales (tastiere e compositore), Roberto Izzo (violino), Carlos Humarán (basso)  e Jose Antonio Bringas (voce).
Ancora una volta gli occhi cadono su quella copertina che più Neo Prog non si può, a ricercare grazie ai colori e al jester che accompagna il genere oltre che la band, il fans affamato di queste deliziose sonorità.  Essa non mente, così come non mentono i musicisti in questione, i quali si gettano anima e corpo in composizioni che hanno anche il privilegio di arricchirsi in alcuni casi di sinfonie orchestrali.  Dieci sono i brani contenuti in “Vigesimus”, fra durate brevi, medie e lunghe come in quattro mini-suite di dieci minuti. Risiedono anche tre strumentali, il primo apre il disco e si intitola “Ortni”. Vigorosità e tecnica strumentale accolgono l’ascolto in un barcamenarsi di scale sonore e sinfonie che inevitabilmente fanno venire alla memoria quelle dei maestri Arena, specialmente nell’uso della chitarra elettrica. Suono pieno, arioso, proprio come piace al Prog fans, e fuoriesce con impeto anche l’animo messicano. Senza pausa inizia “Black Ashes And Black Boxes” in perfetto stile Cast, impreziosito da archi. Il ritornello chiaramente ruffiano ben si aggancia al resto del brano sempre nutrito e sostanzioso di ritmica.
Il pianoforte e voce aprono la prima mini suite “The Unknown Wise Advice”, semiballata intensa e narratrice onirica di sensazioni  benefiche. Importante per l’esito del risultato il recitato vocale, come genere esige. Intensità anche nei cambi umorali, la band sa come tenere alta la concentrazione sull’ascolto, l’orchestra fa il resto. Forti i richiami ai Genesis, specialmente nei giri di piano, poi quando parte la chitarra elettrica i brividi scorrono inesorabilmente repentini sulle nostre braccia. Suoni intramontabili eseguiti con una tecnica davvero invidiabile, un pezzo che ti rovescia dentro  come un calzino. “Another Light” in meno di quattro minuti quieta le acque per lasciare spazio al secondo pezzo strumentale intitolato “Manley”, più ricercato, lanciato verso sonorità più grevi e nervose. Tastiere “Marillioniane” introducono a “Location And Destination”, altra canzone ricca di cambi di tempo interpretata come un pittore dipinge la propria tela. I colori sono forti, passionevoli, grazie anche alle coralità femminili, ma soprattutto al frangente strumentale conclusivo.
“Crossing” è un viaggio nella discografia annosa della band, con annessi richiami a certe soluzioni che tuttavia restano sempre fresche e gradevoli, la parte strumentale questa volta si svolge all’inizio del brano e dieci minuti volano in un istante.
Il disco va in crescendo qualitativo, il trittico “The March”, “Contacto” e “Dreadging To The Higher Plane” è tutto quello che un gruppo Neo Prog deve saper donare. Piano e voce nuovamente in “The March” sostenuti dagli archi che alimentano sogni e voli pindarici in una sorta di lunga ballata alla Clive Nolan (Pendragon, Arena, Shadowland, Strangers On A Train etc.). E poi via verso “Contacto”, quasi undici minuti suddivisi in tre parti strumentali. Ancora una volta la chitarra elettrica è il jolly del movimento sonoro. Molto classicismo nel pentagramma, tanta musica per la mente.
La chiusura spetta a “Dreadging To The Higher Plane”, compito gravoso dopo cotanto splendore, eppure l’ultima mini-suite compie il proprio compito con dignità e personalità.
Qui non si tratta più di maturità, si va ben oltre, i Cast hanno la consapevolezza dei propri mezzi ed un gusto per la composizione davvero spiccato ed elegante. Il disco è dedicato alla memoria di due compagni di viaggio musicali, Dino Brassea e Enrique Slim, ma anche ad Ana Luisa Vidales. Se amate la buona musica e non guardate l’etichetta, qui c’è molto materiale per godere, quando il suono ti mette in pace con il mondo e diventa semplicemente arte. Caspita, è Neo Prog sinfonico! MS