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giovedì 7 giugno 2012

Bulbul

Bulbul - Bulbul-6
Exile On Mainstream Records
Genere:Rock Sperimentale
Supporto: cd - 2008


Raumschiff Engelmayr è un musicista austriaco che intraprende il percorso artistico nel 1998 come one man band. Si adopera con drum machine, chitarre e pochi altri attrezzi fra cui un aspirapolvere! Questo rende possibile la realizzazione del primo cd e fa anche inquadrare a dovere la personalità estroversa dell’artista in questione.
Poco tempo dopo si unisce a lui il bassista Derhunt e realizzano assieme nel 1999 il secondo disco. Nel 2001 la formazione a trio si completa con l’ingresso del batterista Ddkern proveniente dai Fuckhead ed ex Quehenberger & Kern. Seguono altre realizzazioni da studio per giungere ai giorni nostri con questa sesta fatica. I Bulbul prendono il singolare nome da una razza di passeracei che vivono in Africa ed in Asia tropicale, questo giusto per la curiosità.
Ma cosa suona questo singolare trio? Ovviamente non Rock scontato, sin dall’iniziale “When Sun Comes Out” c’è di che restare basiti.
Sintetizzatori, un riff metallico, effetti elettronici ed un cantato pulito ed orecchiabile che rende il tutto molto commerciale, ma strano, molto strano. Più massiccia “Lack Of The Key” si evolve sopra un basso martellante ed una chitarra al limite del Metal. C’è voglia di giocare con le voci, un quasi growling si alterna con un falsetto che fa da sottocoro.
Ritmi martellanti e cadenzati si susseguono per tutto il cd, “Where The Hell Is DJ Fett” in un certo qual modo è il proseguo del brano uno.
Elettronica in prima linea anche in “Shuguang”, breve brano sonoro che ricorda molto da vicino i Kraftwerk di “Radioactivity”. Nella successiva “Shenzhou” troviamo al microfono l’ospite Carla Bozulich la quale recita armonie sopra un tappeto di sintetizzatori, un trip sonoro che sembra fuoriuscire da un tempio tibetano.
Il cd dura un ora e si divide in quindici brani. “Thighter” e “Tighten” le troviamo circa a metà percorso e sono dei momenti sonori che vanno in crescendo.
Forse la musica dei Bulbul non ha molto senso, vive di frangenti nervosi, non proprio logici, ma nel complesso si lascia godere per fantasia.
C’è molta ricerca, anche nei riff apparentemente noiosi, è il suono il protagonista principale, più della melodia. Tutto è consentito, anche l’oggettistica.
Ascoltate “Changzheng” e ancora una volta tornerà alla vostra mente luoghi di culto tibetani. La ritmica è molto importante, ricercata in maniera ossessiva, sfruttata come binario strutturale ed eseguita nel migliore dei modi.
Con “Daddy Was A Girl I Liked” ci si avvicina al nonsense dei belgi XHOHX, non tanto per la violenza sonora, quanto per la corposità e la genialità.
“Bulbul-6” è un disco assolutamente fuorviante, anche per i più preparati di voi, non coglierà un grande successo fra gli estimatori del Rock puro, troppo spezzato per poter essere goduto nell’interezza. Resta comunque il fatto che in esso si aggirano buone idee, anche se a volte troppo confusionarie.
Chi invece ha intenzione di uscire dai soliti canoni musicali, troverà in “Bulbul-6” un isola felice dove sfogarsi e godere. Salire su questo treno è emozionante, specialmente quando paurosamente sembra deragliare.
Interessanti, ma andateci con i piedi di piombo.

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