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giovedì 15 marzo 2012

Indukti

INDUKTI - Idem
Inside Out
Distribuzione italiana: Audioglobe
Genere: Prog Metal
Support: CD - 2009




Secondo il mio parere, questo è un periodo d’oro per il Metal Progressive, finalmente molte band si scrollano di dosso la pesantissima eredità dei Dream Theater, avventurandosi in nuovi sentieri. Si aprono nuovi scenari grazie a Tool, Porcupine Tree, Pain Of Salvation, The Butterfly Effect, Mastodon, Riverside ed altri, la sperimentazione diventa marcata, pur sempre restando legata alle radici del Progressive e della Psichedelia degli anni ’70.
Gli Indukti sono un quintetto proveniente dalla Polonia che gia mi aveva colpito nel disco d’esordio dal titolo “S.U.S.A.R.”. Contavo su di loro, autori di un buon tuffo in questo mare Metal Prog, ma oggi mi stupiscono altrettanto con un doppio carpiato! Musica pesante, a tratti ossessiva ed asfissiante, ma sempre pronta a stupire con cambi umorali non scontati. Molto del merito è nel violino di Ewa, ma non solo, tutto funziona a dovere, soprattutto nella sezione ritmica composta da Andrea al Basso e dall’instancabile Wawrzyniec alla batteria, vero e proprio motore Ferrari sennonché demonio delle pelli.
Sensazioni di pesantezza ed angoscia pervadono nell’ascoltatore in buona parte del disco, anche se di tanto in tanto compaiono sporadici squarci di sereno. Il legame con gli anni ’70 è dato dal suono che a volte intinge nella tavolozza dei Pink Floyd, ma soprattutto in quella dei King Crimson. Il racconto oscuro e malato di “Idem” è narrato dalle voci di tre cantanti ospiti, quella di Nyls Frykdahl dei Sleepytime Gorilla Museum (altra grandissima band del genere), Maciey Taff dei Rootwater e di Michael Luginbuehl dei Prisma. Tuttavia vedo gli Indukti come una band prettamente strumentale, in quanto sono in possesso di un songwriting davvero personale, destabilizzante, d’impatto, difficile da cantare. L’eccellente produzione sonora non fa altro che esaltare il risultato finale. “Idmen” è suddiviso in otto tracce, sette delle quali di lunga durata. Non c’è un brano che prevale, è l’insieme che colpisce e distrugge l’ascoltatore. Ma ce né uno in particolare che personalmente prediligo ed è il conclusivo “Ninth Wave”, non tanto per la tecnica o quant’altro, solo per le ambientazioni e le atmosfere che riesce a scolpire nella mia mente, forse anche grazie alla tromba ed al crescendo sonoro.
Geniali, assolutamente un gradino sopra la media, musica dura per menti aperte e coraggiose. Chi ha paura del buio? MS


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